Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…
LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 80)
• A cura di Valter Vecellio
ANCHE QUESTA E’ MAFIA
Leonardo Sciascia crede in un collegamento fra l’assassinio di Boris Giuliano,il capo della squadra mobile caduto sul fronte della “Sicilian connection”, la via della droga che passa dalla Sicilia, e l’agguato mortale al procuratore ucciso dieci giorni fa a Palermo Gaetano Costa, “un uomo lasciato terribilmente solo”. Dell’assassinio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari non vuol parlare.
Ho appena letto le prime notizie sul giornale, non ho elementi di giudizio.
In una piccola stanza della sua casa di campagna, a Villa Noce, due passi da Racalmuto, Sciascia riflette sui guasti di Palermo, sul cancro che insidia la democrazia in Italia, sugli intrighi e sui delitti, sulle connivenze e sulle complicità passive. Ricorda l’accusa pesante dei fratelli Giuliano. Era il 21 luglio, l’anniversario del delitto. Dissero: “I suoi rapporti sono rimasti a lungo nei cassetti e solo dopo l’omicidio i giudici si sono mossi”. Vengono in mente le vittime innocenti della mafia, la cronaca degli ultimi mesi. Dunque, la mafia uccide chi compie il proprio dovere; ma lo Stato punisce chi insabbi, chi allunga i tempi delle inchieste, chi non fa il proprio dovere? Subito dopo la polemica dichiarazione dei fratelli Giuliano, Sciascia, deputato radicale, presentò assieme con Egidio Sterpa, liberale, e Francesco Martorelli, comunista, una interrogazione per sapere dal ministro di Giustizia se non intendeva promuovere un’inchiesta o sollecitare il consiglio superiore della magistratura a farla. Gli occhi stanchi sulla finestra simile a un quadro, con quel pino di Villa Noce disegnato sullo sfondo infuocato, Sciascia ha una convinzione.
Credo che l’impressione suscitata dalle parole dei fratelli Giuliano sia stata simile a quella del procuratore Costa e che nelle ultime settimane egli si sia mosso per fare qualcosa all’interno della procura palermitana.
I giornali hanno scritto di collegamenti fra il delitto Costa e Giuliano.
E’ verosimile. Mi pare si sia sulla strada buona. Solo che bisogna vedere come sono collegabili.
Si riferisce alla riunione nel corso della quale Costa, in contrasto con cui alcuni magistrati, decise di firmare i mandati di cattura contro i boss accusati del traffico di droga?
Uno scrittore americano, Damon Runyon, un umorista, usa un termine mutuato dal gergo della malavita, “il dito”. Chiama così colui che indica le persone da uccidere, da sequestrare, da rapinare. Credo che in Italia, in ogni ambiente e in ogni categoria, ci sia un “dito”, e questo vale anche per certi omicidi del terrorismo. Il “dito” può funzionare per volontà, consapevolmente, e può funzionare incidentalmente; per esempio, lasciando sola la persona che vuole fare qualcosa.
Si è parlato del procuratore Costa come di uno dei magistrati più “scoperti” al palazzo di Giustizia di Palermo. Subito dopo quella riunione in procura, i giornalisti si lasciò capire che il capo aveva firmato i mandati di cattura d’autorità.
Sì. Negli ultimi giorni il procuratore deve essere stato molto solo. Questa può essere una spiegazione dell’omicidio, tenendo presente che la mafia compie dei delitti, dal suo punto di vista, sempre necessari. Non credo agli omicidi di mafia fatti sotto il segno della vendetta o della punizione. Quelli mafiosi sono delitti di prevenzione. E Costa doveva essere ormai un uomo pericoloso.
C’è il rischio che anche questo resti uno dei misteri di Palermo. Sono molti i quesiti inquietanti senza risposta in Sicilia.
Il magistrato, chiunque svolte un lavoro comunque pericoloso, dovrebbe tenere un diario in cui annotare tutto ciò che nelle carte d’ufficio non può scrivere: sospetti, impressioni, certezze non provabili.
E’ possibile che la speranza di trovare quelle risposte si debba legare a eventuali appunti e non all’azione dello Stato?
Si dice che la mafia è cambiata. Credo che è cambiato il fronte di opposizione alla mafia. Venti anni fa la mafia non uccideva magistrati e carabinieri, non perché avesse delle regole del gioco da rispettare, ma perché quei delitti si presumevano inneccessari. In questo senso: ucciso un ufficiale dei carabinieri o un magistrato, a loro succedevano un ufficiale dei carabinieri e un magistrato in tutto uguali agli uccisi. Oggi, nella valutazione della mafia, le cose sono certamente cambiate. E infatti vediamo che al posto del capo della mobile non c’è un alto funzionario di polizia che agisce come Giuliano.
Il ministro degli Interni Rognoni dice il contrario, dice che l’inchiesta avviata da Giuliano è andata avanti.
I fratelli Giuliano dicono il contrario.
C’è un giudice che ha raccolto il suggerimento del procuratore Costa, una vecchia idea di Giuliano: le inchieste sulle banche?
Lo scrissi nel 1960, nel “Giorno della civetta”. Continuo a pensare che il modo migliore per combattere la mafia è quello di mettere le mani sui conti bancari. Non capisco come fra l’incostituzionalità del confino e l’incostituzionalità del controllo dei conti bancari i governi abbiano scelto la prima. Anzi, lo capisco benissimo: perché al confino ci mandano sempre i soliti stracci, mentre per i conti bancari si sarebbe costretti ad andare più in alto.
Pochi giorni fa un ispettore del ministero di Giustizia, Vincenzo Rovello, ha detto che “in Sicilia interi collegi elettorali sono gestiti alla mafia”. E’ una terminologia che l’opposizione non usa più. Neanche i comunisti.
L’opposizione? Non vedo più quella carica di denuncia e di rivendicazione nell’opposizione: né nelle cose siciliane né in quelle italiane.
Il popolo perde quella carica di opposizione o i partiti la assorbono annullandola?
E’ un circolo vizioso. La gente si adegua perché vede che le punte di opposizione si smussano. A sua volta, l’adeguamento della gente genera lo smussamento dell’opposizione che, ormai, in Italia, è dedita quasi esclusivamente alla retorica funeraria.
Si fa un gran parlare dell’immobilismo del governo, dell’assenza di opposizione, della rassegnazione di chi ascolta la TV e assorbe, pur con dolore, le notizie drammatiche che giungono dal fronte della mafia e dal fronte del terrorismo.
Sono cose diverse.
Si parla di interscambiabilità fra Brigate Rosse e Nere.
Mi colpisce che non siano mai di scena insieme i due tipi di eversione. E’ una curiosa interscambiabilità.
Qualcuno parla dello stesso rapporto di fungibilità fra mafia e terrorismo. E’ il caso della Calabria.
Non ci credo. Significa non capire nulla della mafia.
Anche il PCI parla qualche volta di terrorismo mafioso.
Si è persa la vera nozione della “cosa mafia”. Il terrorismo può fare proselitismo in quel tipo di delinquenza spicciola che aspira alla redenzione. Ma il mafioso non vuole essere redento, e intendo non solo il mafioso che sta nei centri di potere, ma anche il gregario.
Eppure Cesare Terranova pensava che Reina fosse stato ucciso dai terroristi.
Lo penso anch’io. Sia per Reina, sia per Mattarella. Non è una convinzione. E’ possibile al 50 per cento. Chissà, forse un terrorismo non indigeno, ma in trasferta. Le targhe delle macchine per uccidere Reina furono rubate il giorno prima. E questo mi fa pensare alla trasferta, non al delitto preparato nei minimi dettagli un mese prima, come di solito succede negli agguati di mafia. Ma è solo un sospetto, una impressione. E capisco che deve essere più rassicurante pensare alla mafia.
In che senso?
Per i siciliani è senz’altro più rassicurante sapere che il terrorismo non è arrivato dalle nostre parti.
Cioè?
C’è una convinzione popolare: la mafia sa chi deve uccidere, compie sempre delitti “necessari”, non uccide il povero carabiniere che non “c’entra”, non colpisce uomini-simbolo.
E’ la convinzione che la mafia annienti soltanto chi non si adegua, chi non capisce o non vuole capire, chi non sta al gioco. E quindi, che basta adeguarsi, cedere, non compiere il proprio dovere.
Diciamo che in Sicilia è quasi incredibile che possa avvenire un omicidio ideologico.
L’adeguamento diventa così una regola?
Generalmente.
Siamo dunque davanti a uno spietato blocco di potere che proietta la sua ombra su tutto e su tutti.
Non so se si può parlare di un potere, o se si debba parlare di uno dei tanti poteri che cozzano, che si scontrano, che tentano di eliminarsi a vicenda. La verità è che la mappa della mafia e del potere non è più leggibile con facilità come venti anni fa.
Il ministro Rognoni si è risentito per le dichiarazioni del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Zilletti, quando ha dichiarato che lo Stato considera la mafia un problema regionale.
No, no. Ha ragione Rognoni. Il governo è assolutamente imparziale, tratta tutti i problemi nazionali allo stesso modo, senza risolverli mai.
Lei è ironico, ma per il terrorismo c’è in lotta un esercito guidato dal generale Dalla Chiesa.
Non mi sembra che con Dalla Chiesa sia stato affrontato il problema del terrorismo in modo radicale. Peraltro non so fino a che punto sia libero di andare a fondo o se ne ha i mezzi. Qualche successo forse è più legato alla sua abilità personale che non a una piena volontà di combattere a fondo il fenomeno.
Viene fuori il dubbio che lo Stato non voglia combatterlo…
La verità è che non vuole combattere niente: paradossalmente la sua vita è affidata a tutti gli elementi negativi e micidiali di cui è intessuta la realtà italiana.
Il problema più grave?
Quello della gioventù. La sua soluzione è alla base della lotta contro il terrorismo e contro la mafia. Ma non viene mai affrontato seriamente.
(“Giornale di Sicilia, 17 settembre 1980)
Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…
LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 81)
• A cura di Valter Vecellio
QUADERNO
Il primo articolo pubblicato da Leonardo Sciascia su un quotidiano italiano apparve su “L’Ora”. Era il 15 febbraio 1955. Una nota letteraria, su “Micio” Tempio, poeta del Settecento catanese. Era stato Vittorio Nisticò, da pochi mesi direttore del giornale, a cercare e invitare alla collaborazione Sciascia, in quel momento praticamente sconosciuto in Italia.
Cominciava così tra “L’Ora” e Sciascia un rapporto destinato a durare oltre trentaquattro anni, fino a quel giorno di novembre del 1989 in cui lo scrittore, poche ore prima di morire, dettò, proprio per “L’Ora” quella che può essere considerata la sua ultima riflessione pubblica: la prefazione per un volumetto di scritti di Borgese, poi apparso nella collana “Dalle pagine de “L’Ora”.
Racconta Mario Farinella, uno dei direttori di quel glorioso giornale che tanta, e importante parte ha avuto, nella storia siciliana: “Quando il giornale gli chiedeva un articolo, una nota, un commento, pur nelle fitte giornate del suo lavoro e dei suoi molteplici impegni, non mancava mai all’appuntamento. Veniva lui stesso, arrivava in redazione quasi di soppiatto e come preoccupato di mostrarsi il meno possibile, di rimpicciolire la sua presenza. Lentamente estraeva dalla tasca il foglio piegato in quattro: “Non so se va bene, vedete voi”, era la sua formula d’uso.
“Grazie, Nanà”, gli dicevamo.
Nessuno o pochissimi lo chiamavano così. Era il diminutivo del suo nome, da ragazzo. A sentirlo gli si accendeva sempre sulle labbra sottili quel sorriso appena accennato, perplesso ed evasivo, quel sorriso dell’intelligenza che era proprio suo.
“Vedete voi”, ripeteva. Una stretta di mano, un bacio d’antica sicilianità sulle gote, e se ne andava come era venuto a piccoli passi, rasentando il muro”.
Centinaia di articoli e interviste, in trent’anni di collaborazione a “L’Ora”; e tra il 1964 e il 1968, in una rubrica che Sciascia stesso volle fosse chiamata semplicemente “Quaderno”. Un piccolo, prezioso scrigno di pensieri che il tempo non ha usurato.
Saluto a Kruscev
Di Giovanni XXIII un nostro poeta ha detto che aveva reso visibile la santità. Di Kruscev, ora scomparso dalla scena politica, si può dire che aveva reso visibile il comunismo: demisticizzandolo, portandolo a misura di quello che gli inglesi dicono senso comune e noi italiano buon senso.
Lo aveva volgarizzato: e nel senso per cui si dicono volgarizzamenti le traduzioni dei sacri testi nella lingua viva, e nel senso di un personale comportamento popolaresco-volgare nel più proprio significato. E aveva tentato di sottrarlo ai fantastici: a quelli che, da dentro lo custodivano; e noi quelli che, da fuori, lo combattevano. Attraverso lui, l’uomo della strada aveva cominciato a capire che la rivoluzione russa, la rivoluzione comunista, era, come già la rivoluzione francese, patrimonio di tutta l’umanità.
Quali che siano stati i suoi errori, i suoi cedimenti, le sue avventatezze, è certo che il suo disegno era grande e che ha saputo gettare le fondamenta di un mondo cui tutti gli uomini aspirano. E di ciò è segno la inquietudine, lo smarrimento, che la sua destituzione ha provocato in buona parte del mondo.
Omaggio a Unamuno
Ci restano indimenticabili di Luis Cernuda, poeta spagnolo della generazione di Lorca, certe pagine sul Messico, musicalissime e musicalmente visionarie, che si intitolano, appunto come una sonata o una sinfonia, “Variaciones sobre tema mexicano”. Ma in realtà il tema vero, profondo, è quello della nostalgia e dell’orgoglio; la nostalgia dell’esule e l’orgoglio dello spagnolo che, lontano dalla sua patria, trova in un paese americano la condizione stessa della propria esistenza di uomo e di poeta: cioè la lingua.
“Come non provare orgoglio nel sentire parlata da altri popoli, all’altro lato del mondo, la nostra lingua, eco fedele e al tempo stesso espressione autonoma? Essi, che lo sappiano o no, che lo vogliano o no, con questi stessi segni della loro anima, che sono le parole, mantengono vivo il destino del nostro paese, e dovranno mantenerlo ancora dopo che esso cesserà di esistere”.
E i segni dell’anima, cioè le parole, sono poi l’anima stessa: ed è senza dubbio dell’anima spagnola, appartiene al modo di essere spagnolo, una azione come quella dei guerriglieri venezuelani; i quali, rapito il colonnello Smolen, vice-capo della missione militare degli Stati Uniti nel Venezuela, dopo aver fatto sapere al mondo che l’avrebbero tenuto, vita contro vita, in ostaggio relativamente alla condanna a morte pronunciata a Saigon contro un giovanissimo partigiano, nobilmente l’hanno rilasciato prima che da Saigon venisse notizia della salvezza del giovane. E forse credevano che al loro gesto, sul piano dell’umana dignità, si dovesse da Saigon (e da Washington) rispondere con un atto di giustizia: ma il giovane Nguyen Van Troi, colpevole dell’intenzione (si badi bene: dell’intenzione) di attentare alla vita del ministro statunitense della difesa, è stato fucilato subito dopo la liberazione del colonnello Smolen.
Ora, quest’azione dei guerriglieri venezuelani, a me pare si iscriva nella sfera del chisciottismo, così come Miguel de Unamuno l’ha definito e professato. E si potrebbe anche considerare come l’omaggio più alto che, a celebrare il centenario della sua nascita, sia stato tributato a questo grande interprete dell’anima spagnola.
(“L’Ora”, 24 ottobre 1964)
Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…
LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 82)
• A cura di Valter Vecellio
QUADERNO
Unamuno e il generale
Rettore dell’Università di Salamanca, Unamuno si trovò nel 936, allo scoppio della guerra civile, nel territorio occupato dai franchismi. A suo modo cattolico, a suo modo nazionalista, egli credette in un primo tempo di poter aderire alla Spagna di Franco. Ma si ricredette subito.
Precisamente il 12 ottobre del ’36 durante una cerimonia tenuta nell’aula magna dell’Università, presente donna Carmen Franco, ad un certo punto il generale franchista Millan Astray, invalido di guerra, gridò il motto della Falange: “Viva la morte!”. Fu la goccia che fece traboccare l’indignazione di Unamuno. Si alzò a parlare: “Sento un grido necrofilo ed insensato: Viva la morte! Ed io che ho passato la mia vita a creare paradossi che suscitavano la collera di coloro che non li capivano, io devo dirvi, come esperto in materia, che questo barbaro paradosso mi ripugna. Il generale Millan Astray è un invalido. Sia detto senza alcuna intenzione di sminuirlo. E’ un invalido di guerra. Anche Cervantes lo era. Ma oggi, purtroppo, in Spagna ci sono troppi invalidi. E presto ce ne saranno ancora di più, se Dio non verrà in nostro aiuto. Mi addolora pensare che debba essere il generale Millan Astray a dirigere la psicologia di massa. Un mutilato che non abbia la grandezza spirituale di Cervantes cerca solo un macabro sollievo nel provocare mutilazioni attorno a sé”.
Irato il generale Astray gridò: “Abbasso l’intelligenza! Viva la morte!”. E Unamuno: “Questo è il tempio dell’intelligenza. E io ne sono il sommo sacerdote. Voi state profanando il sacro recinto. E vincerete perché avete la forza bruta. Ma non convincerete. Perché, per convincere, dovrete persuadere. E per persuadere occorre proprio quello che a voi manca: ragione e diritto nella lotta. Io considero inutile esortarvi a pensare alla Spagna. Ho finito”.
E queste sono state le ultime parole della sua vita pubblica.
I palinsesti del carcere
Nel 1906 il consigliere comunale avvocato Giuseppe Cappellani avvertiva Giuseppe Pitrè che nel palazzo dello Steri, dove si stavano eseguendo lavori di adattamento si trovavano, in locali che al tempo dell’Inquisizione erano certamente prigioni, graffiti, disegni e scritte.
Pitrè non perse tempo: riuscì a fermare i lavori e, per circa sei mesi, cautamente e pazientemente lavorò a decifrare quelle scritte, a riprodurne quei disegni. Dopo di che, gli operai attaccarono anche quei locali, devastandoli.
Curiosamente nessuno disse a Pitrè che,nello stesso palazzo, c’erano integre altre tre celle. Più strano ancora: Pitrè aveva sottomano il libro di Vito La Mantia, “L’Inquisizione in Sicilia”, pubblicato a Palermo due anni prima, in cui chiaramente, esplicitamente, si parla di queste altre tre celle. Lo aveva indubbiamente sottomano, tanto vero che ripetutamente lo cita: ma evidentemente trascurò di leggere la lunga nota dedicata alle tre celle la cui ubicazione poteva identificarsi nelle cosiddette carceri filippine, cavate da un ammazzamento tra pianterreno e primo piano e prospicienti alla piazza Marina.
Questa estate l’amico Giuseppe Quatriglio ha riscoperto le tre celle e ne ha dato notizia sulla rivista “Sicilia”, accompagnando il suo articolo con ottime riproduzioni cinematografiche. Successivamente ne ha scritto sul “Giornale di Sicilia”: giustamente chiedendo che un così prezioso e vivo documento della storia siciliana (unica testimonianza diretta, credo, di quella tragedia che è stata l’Inquisizione per i popoli ad essa soggetti) venga con ogni cura conservata. Richiesta cui calorosamente mi associo: e con me questo giornale, e tutti coloro che hanno a cuore le cose della nostra terra.
Appena letto l’articolo di Quatriglio, per mio ancora attivo interesse alla storia dell’Inquisizione in Sicilia, sono corso a vedere le tre celle. Con emozione e commozione mi sono trovato di fronte a quelli che Pitrè chiamò “palinsesti del carcere” (che vuol dire, palinsesto, codice pergamenaceo raschiato e riscritto, e così è di queste pareti). E tenterò di darne un preciso ragguaglio in una delle mie prossime note.
(“L’Ora”, 24 ottobre 1964)
Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…
LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 83)
• A cura di Valter Vecellio
QUADERNO
La visita degli occhi
“Quant’è brutta la vista degli occhi” è, in Sicilia, un modo proverbiale di esprimere la condizione, e la pena, di chi può soltanto da lontano, e macerandosi nel desiderio, contemplare l’abbondanza, la ricchezza, la bellezza. Con accentuazione comica lo si dice al passaggio di una bella donna oppure quando di una donna, lampeggia un nudo dettaglio. Ma più spesso, con tono doloroso, di fronte all’altrui ricchezza e privilegio; ed anche a giustificazione di chi attenta ai beni altrui. E’ insomma il grido della povertà e del desiderio, da maledire quella facoltà della vista per cui certe cose del mondo entrano a sollecitare, a provocare, a tentare i sentimenti e gli istinti.
Questo modo di dire popolaresco, e il ricordo di quel bellissimo racconto di Anna Maria Ortese che si intitola, nel libro “Il mare non bagna Napoli”, “Un paio di occhiali”, avevo in mente mentre visitavo San Cataldo, i cinque ragazzi i cui occhi, dalla nascita spenti da una cataratta, hanno acquistato la vista grazie ad un ardito intervento operatorio del dottor Luigi Picaro. Ma in questo nostro tempo in cui i libri, anche quelli buoni, durano, se non lo spazio di un mattino, non più dello spazio di una stagione, non saremo molti a ricordare, dopo undici anni, il racconto dell’Ortese: che è la storia di una bambina di debolissima vista cui finalmente con grande sacrificio per le ottomila lire che costano, la famiglia si decide a comprare un paio di occhiali; e quando per la prima volta la bambina li mette, ecco la miseria del vicolo, della casa, delle persone che la circondano balzare nel suo occhio netta, precisa, terrificante: un urto, un capogiro, un delirio.
E forse, in termini diversi, con diversi riferimenti o ricordi, anche quelli che erano con me pensavano la stessa cosa: che questi ragazzi entrano sì nel mondo della luce (e viene da pensar, per questa loro scoperta, ai versi del Manzoni: “Come la luce rapida/Piove di cosa in cosa./E i color vari suscita/Dovunque si riposa”), ma entrano anche in un mondo in cui la secolare esperienza dei diseredati ha distillato questa espressione disperata, quasi una bestemmia: “Quant’è brutta la vista degli occhi!”. E credo che di ciò un po’ tutti, di fronte ai cinque ragazzi, avvertiamo un senso di responsabilità o di colpa. Poiché vengono da un lungo, oscuro viaggio: e noi non abbiamo un mondo sufficientemente luminoso, cioè sufficientemente giusto, da presentare loro.
I messaggi degli inquisiti
L’anno scorso, nei giorni in cui, presso l’editore Laterza, usciva il mio libretto sull’’Inquisizione e sul caso di fra Diego La Mattina, mi sono trovato a Roma, a visitare, alla Galleria dell’Obelisco, la mostra del polacco Marian Warzecha. C’erano molte signore e letterati, e pittori: ma di colpo, tra i quadri del Warzecha, io mi sono sentito come doveva sentirsi il vecchio Pitrè tra le mura di palazzo Chiaromonte, nei mesi che vi passò a decifrare le scritte dei prigionieri. Perché il mondo di Warzecha, nato a Cracovia nel 1932, era proprio quello su cui Pitrè si era chinato attento e pietoso: il mondo del carcere, il mondo dell’Inquisizione. Tra il 1664 e il 1964, nel corso di tre secoli, tre secoli in cui sono passati Cartesio, Kant, l’Enciclopedia, la Rivoluzione Francese, i Risorgimenti nazionali, il “Manifesto” di Marx, non era dunque accaduto nulla che togliesse all’uomo il peso atroce dell’Inquisizione?
Benché nella presentazione del catalogo non se ne facesse parola, non c’era dubbio che i quadri di Warzecha ossessivamente ripetevano i graffiti e le scritte di un carcere. I dati di una particolare esperienza venivano così portati fuori, di fronte a coloro che si credevano liberi: e assurgevano a significato di una condizione ancora, e per tutti, attuale. Un avviso, un ammonimento.
Si capisce che parlo dell’Inquisizione in senso lato, senza distinguere, tra quella religiosa e quella politica (e del resto, quella religiosa, di ieri, era anche politica; e quella politica, di oggi, è in un certo senso religiosa). Distinzione che, naturalmente, va fatta in sede storica: ma sul piano umano , quando cioè l’uomo viene privato della libertà, offeso nella sua integrità fisica e morale, inquisito nei suoi sentimenti e nei suoi pensieri, è chiaro che non c‘è distinzione e che monsignor Juan Lopez de Cisneros, il dottor Himmler, Beria e quanti altri si sono trovati, in tempi remoti o a noi vicini, ad opprimere e ad annientare la libertà del pensiero altrui, appartengono alla storia – folta purtroppo e continua – del disonore umano.
Chi dunque si trova a visitare le tre celle ora riscoperte nel palazzo dello Steri, non senza attuale inquietudine raccoglie i messaggi dei prigionieri di due secoli or sono: voci di dolore, di rassegnazione, di fierezza, di ironia, espressioni figurative di fede, di nostalgia, di fantasia. E si è in prima sorpresi dal fatto che in un luogo in cui, secondo le accuse, dovevano raccogliersi i campioni dell’eretica gravità, i bestemmiatori, i rei di pratiche e commerci col diavolo in persona, restino tante espressioni di devozione, di preghiera: “Voi solo S.Giovanni mi guardate con sei occhi”, si legge su una grande figura del santo: scritta un po’ sibillina, da riscontrare forse su un passo dell’Apocalisse alquanto confuso nella memoria di chi la tracciò. E poi: “Locus purgationis est”. “Fructus peccati est”; e vogliono dire, con una rassegnazione da “Buio a Mezzogiorno”, che chi scrisse aveva coscienza della propria colpa e riteneva di dover scontare, in quel luogo, la sua penitenza. E uno, forse in attesa della sentenza scrisse: “Aspetta del suo falir la pena”. Di una stessa mano, probabilmente, sono due sonetti dedicati alla Croce: uno completamente leggibile e l’altro fino al sesto verso. Il primo comincia: “Tetre immagini ogn’astro a noi diffonde”; e sei versi dell’altro dicono: “L’alme, che quasi erranti agne disperse/Rischio correan di precipizio eterno./Sotto quest’arbor santa al suo governo/In un raccolte il buon Pastor converse./Su quest’altar gran Sacerdote offerse/Ostia a placar l’alto rigor Paterno”. E sono versi di buona fattura, anche se non di intenso sentimento e si dovrebbe cercare il loro autore tra i poeti di un certo nome, nella Sicilia del Settecento. E una uguale ricerca, tra i pittori dell’epoca, dovrebbe essere svolta per quanto riguarda due Crocifissioni, un torno raffigurante la Madonna con santi in adorazione e un piccolo paesaggio: che ancora vividamente, risaltano sulle parenti. E si può con certezza affermare che una delle due Crocifissioni è di un pittore di eccezionale qualità e di notevoli capacità tecniche; così come il tondo e il piccolo paesaggio si possono attribuire ad uno stesso artista, di personalità meno complessa e sensibile di quella dell’autore della Crocifissione, ma di buon mestiere e di una cultura figurativa in cui si notano gli apporti della scuola napoletana: di Luca Giordano, del Solimena.
La Crocifissione e il piccolo paesaggio sono le cose che più colpiscono, che restano impresse. Il paesaggio è di un castello su cui sventola un vessillo rosso, di un albero solitario; con uno sfondo di colline e sotto un cielo tempestoso; ed è stato concepito come una specie di “trompel’oeil”, di “inganno”; e nell’avara luce doveva veramente apparire come uno di quei dipinti su seta tenuti da bastoncini metallici e attaccati al muro con un cordoncino (e vi si finge persino la sfilacciatura del cordoncino). La Crocifissione ha come un ricordo di quelle antonelliane che si trovano a Dresda e a Sibiu; il Cristo crocifisso su uno sfondo in cui case e chiese di accampano su una insenatura o golfo dominata da un monte che è il Calvario; in alto il cielo stellato, e una luna che nella sua falce accoglie un profilo umano quasi caricaturato, espressivo di ipocrisia e di gelida ferocia.
Considerando che la credenza popolare ravvisa nelle macchie lunari il volto di Caino, si può anche pensare che il pittore abbia voluto riprodurre le sembianze di uno degli inquisitori, degli aguzzini, e comunque di una persona che gravò sul suo destino. Perché non tutti i prigionieri dovevano essere rassegnati o contriti; qualcuno doveva odiare e disperarsi, perdere tra quelle mura la fede, apprendervi il dispetto e la violenza. Chi scrisse: “Poco patire/eterno godere/poco godere/eterno patire” aveva già rovesciato la visione cristiana di questa vita e dell’altra. E chi tracciò le parole “Sempre tacui” aveva raggiunto una consapevolezza della propria dignità al di là della fede in Dio. E la scritta: “Allegramenti o carcerati, ch’quannu chiovi a banda siti” è già di un’ironia che supera la sventura.
Ma chi furono questi uomini che passarono giorni o anni della loro esistenza nelle tetre carceri dell’Inquisizione? Quali i loro nomi?
Considerando quale vergogna allora costituisse l’avere a che fare con l’Inquisizione in quanto rei o sospetti rei (e non soltanto per sé, ma anche per i propri familiari, e per più generazioni) è già molti che tre prigionieri abbiano lasciato i loro nomi: Giuliano Sirchia, Pietro Lanzarotto, Francesco Gallo. E si può dire che questi tre, infischiandosene della vergogna, con la semplice traccia del loro nome hanno lasciato la più ardita testimonianza di reazione, di rivolta. Ma gli anni della loro sofferenza erano anche gli ultimi dell’Inquisizione di Sicilia chè si ha ragione di credere che queste scritte e queste pitture non siano anteriori al 1770. Dodici anni dopo il marchese Caracciolo, vicerè di Sicilia, scriverà al suo amico D’Alambert: “Il giorno 27 del mese di marzo, mercoledì santo, giorno per sempre memorabile in questo paese, in nome del re Perdonando IV, è stato abbattuto questo terribile mostro…”.
(“L’Ora”, 31 ottobre 1964)
Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…
LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 84)
di A cura di Valter Vecellio
QUADERNO
L’avvertimento di don Scipio
Dice Don Scipio di Castro, negli “Avvertimenti a Marco Antonio Colonna quando andò vicerè in Sicilia”, che la natura dei siciliani è composta di due estremi: sono sommamente timidi, sommamente temerari. Timidi, mentr’essi trattano gli affari propri, per essere molto teneri dell’interesse particolare…d’incredibile temerarietà, dove si tratti del maneggio publico”.
Facendo tara di quel che c’è di colonialistico nel giudizio del di Castro, cioè quella tendenza a dare ai dominatori sbrigative definizioni del carattere dei popoli dominati, va riconosciuto che molti siciliani sono veramente molto teneri dell’interesse particolare, privato, personale; e di incredibile temerarietà nel maneggio del pubblico denaro. Molti, ma non tutti. Ed è bene tenere presente quest’avvertimento di don Scipio domani, quando ci troveremo a segnare le preferenze sulla scheda elettorale.
Beccaria: anno zero
Duecento anni fa, anonimamente, usciva il piccolo grande libro “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria. Con coscienza tutt’altro che netta il mondo celebra oggi questa ricorrenza; mentre la pena di morte ancora è in vigore in quasi tutti gli Stati del mondo: mentre quasi tutte le polizie si servono di forme più o meno gravi di tortura per strappare confessioni di reità: mentre sui giornali quotidianamente si vedono scene di tortura impassibilmente protette e fotografate da uomini che si dicono figli del più libero paese del mondo.
Ripubblicando nel 1945 l’opera di Beccaria, Pietro Calamandrei scriveva. “Solo un lettore fuori dal mondo potrebbe consolarsi, dopo aver lette le proteste del Beccaria, col dir che si tratta di atrocità di tempi barbari di cui i secoli hanno fatto ammenda: i secoli sono passati, la tecnica dei codici si è perfezionata,ma gli angosciosi problemi morali che stanno al centro di questa materia dei delitti e delle pene sono rimasti allo stesso punto. E non meno ingenuo si dimostrerebbe quel lettore benpensante, che, sicuro della propria onestà e della sua ferma intenzione di uniformarsi alle leggi, allontanasse da sé queste pagine, osservando che l’argomento riguarda i facinorosi e i delinquenti e non i dabben uomini innocenti ed inermi”.
Vent’anni dopo queste parole di Calamandrei, duecent’anni dopo la pubblicazione del libro, siamo ancora, rispetto a questi angosciosi problemi morali, in una specie di anno zero: con spavento, con disperazione.
Un precursore di Beccaria
Il 19 agosto del 1953 “incappò foco a due dammusi di polveri” nel castello a mare di Palermo: “ed essendo vicine le carcere, tutte le scacciò”. Il castello a mare era allora sede delle prigioni ordinarie e di quelle dell’Inquisizione, oltre che sede dell’ufficio e residenza degli inquisitori. L’inquisitore Ludovico Paramo, poi immortalato da Voltaire nel “Dizionario filosofico”, fu tirato fuori dalle rovine malconcio, e per il resto della sua vita ne ebbe postumi come di epilessia; e tra i prigionieri perirono i poeti Antonio Veneziano e Argisto Giuffredi, in quel momento non sappiamo se in potere della giustizia ordinaria o di quella del Sant’Uffizio.
Entrambi erano uomini di vita inquieta e travagliata: ma il Veneziano per naturale disposizione e modo di vita, il Giuffredi invece per fatalità. Il primo aveva la rima pronta e un latino agile, carico di ambiguità e doppi sensi, contro le autorità costituite; e la spada non meno pronta a raddrizzare torti e a vendicare ingiurie o a sostenerle. Ma il secondo era rispettoso e prudente verso i potenti. Segreto nei pensieri, cauto nelle liti. E dei suoi intendimenti, delle sue esperienze, delle sue regole di vita lasciata ai figli un libretto manoscritto intitolato “Avvertimenti cristiani”: un singolare e prezioso documento da cui vien fuori, tre secoli prima dei “Malavoglia”, di “Mastro don Gesualdo”, quello che possiamo chiamare l’uomo del Verga. Che è poi, effettualmente, l’uomo siciliano.
Questi “avvertimenti” il Giuffredi li chiama anche “ricordi”. E non si può fare a meno di pensare al Guicciardini: solo che i “ricordi” del Guicciardini, sono, come esattamente dice il Cecchi, un libro di regole contro le regole; mentre quelle del Giuffredi sono regole precettate e inamovibili, di cui prega e ordina ai figli la più continua a scrupolosa osservanza (“siccome mi avete ascoltato ed ubbidito in vita così anco farete doppo la mia Morte”). E che a lui non siano poi valse, queste regole, a scansare le cause civili, la tortura giudiziaria, la scomunica (che si ebbe direttamente dal Papa, non si sa perché), la morte nel carcere, è forse da mettere in conto della loro inamovibilità e rigidezza: in cui appunto non si considera (come invece, e peculiarmente, nel Guicciardini) la fluidità e la contraddittorietà che è nella natura, negli individui, nella società, nella storia; e i tanti “accidenti e pericoli d’infermità, di caso, di violenza” cui la vita dell’uomo è sottoposta.
Il primo avvertimento riguarda la roba; ed è già significativo che ne parli come “prima cosa”; tanto che egli stesso, quando per secondo avvertimento viene a parlare di Dio riconosce e si rammarica che non la roba ma Dio “lo dovea mettere per ogni ragione per primo”. Il concetto che ha della roba è di cosa da Dio imprestata a lui, e da lui ai figli, e dai figli ai nipoti: da lasciare, e quindi da usare con precauzione e il malo uso o il consumo di essa sarebbe né più né meno che un furto. E a questo concetto si lega la sua ammonizione relativamente al commercio: “Di mio consiglio procurate fuggire ogni sorta di mercanzia, né la più lecita del risparmio, del quale non si ha a far restituzione, ed in detto risparmio non si come pericolo di perdere mai”. E quando passa a citare proverbi in dialetto, a prove della universale saggezza del suo consiglio, si ha il senso di sentire padron ‘Ntoni e di intravedere il barco che va a fondo col carico di lupini. Né il Giuffredi ha nelle banche più fiducia che nel commercio: tenervi piccole somme può anche andare; ma non il grosso.
In quanto alla giustizia, “Il più sicuro è rimettere ogni torto a Dio”, e guardarsi dal contendere con funzionari e con sbirri, e anzi farseli amici con regalie e con ossequio, poiché “con una cattiva e talora falsa relazione vi possono fare gran danno”. Mormorare del governo è poi la più vana e la maggiore pazzia del mondo; e così dei preti, “per qualsivoglia cosa cattiva che di loro udiste o vedeste”. Ma conviene d’altra parte curare di non aver coi preti dimestichezza, per non perdere loro il rispetto.
Ma da quest’uomo così pieno di diffidente prudenza viene la prima voce che si sia levata nel mondo contro la tortura e la pena di morte. Rivolgendosi particolarmente al figlio Giovanni, che era avviato alla carriera giudiziaria, egli scrive: “Ma voglio ben dirti, G. e così lo dico agli altri, che non condanniate mai nessuno ad essere frustato…e se non è per cosa più che grande, anzi, potendo, per qualsivoglia cosa non date mai morte a nessuno”, poiché “questa vita che è di Dio io la vorrei lasciar tor da lui”. E con un calore e una concitazione in cui si sente l’esperienza che ha avuto della tortura, e per averla subita e per avervi assistito in quanto segretario dell’Inquisizione, raccomandata di “venir quasi così mal volentieri a dar altrui la corda, come a dargli morte; perciò che oltre al pericolo in che si pone uno, confessando, di morire, si pone anche a pericolo di rompersi il collo, rimpendosegli, come l’ho veduto il talvolta…”.
Ed è evidente da questi frammenti come dal contesto da cui son tolti, che il Giuffredi non solo aveva chiara coscienza che la pena di morte, la tortura, la fustigazione fossero offesa a Dio e alla dignità umana, ma anche la convinzione propriamente giuridica, tecnica, che la confessione estorta non valesse ai fini della giustizia. Che è un avvertimento davvero cristiano: eccezionale nel secolo sedicesimo, ancora valido ai giorni nostri.
(“L’Ora”, 21 novembre 1964)
Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…
LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 85)
• A cura di Valter Vecellio
QUADERNO
Toulouse-Lautrec
Quando uno scrittore, un artista, un poeta diventa personaggio – o per un particolare rapporto con l’ambiente e l’epoca in cui si è trovato a vivere o per la passionale e tragica declinazione della propria esistenza – è molto difficile sottrarre la sua opera alla suggestione che la sua biografia incute, e stabilire quindi un giudizio sereno, equo, distaccato sulle sue cose. E’ il caso, per esempio, di Federico Garcia Lorca: la cui poesia, nella considerazione dei più, viene a sovrastare quella di altri poeti della sua generazione – da Alberti a Guillén, da Aleixandre a Cernuda – che pure (e forse più compiutamente, dato che più compiutamente hanno percorso l’arco della vita) hanno espresso opere di poesia tra le più alte del nostro tempo. E credo sia anche il caso di Toulouse-Lautrec: la cui vita, la cui leggenda, i cui legami con un mondo che oggi accentra la nostalgia degli europei, cioè la Parigi fine secolo, hanno fatto sì che la sua pittura apparisse di una qualità e di una altezza che effettivamente non raggiunge. Riunite in una grande mostra, come quella che per ora si tiene a Parigi sotto gli auspici del Ministero per gli Affari Culturali, le sue opere consentono ai visitatori di formulare un giudizio di cui essi stessi si rammaricano e si amareggiano: Toulouse-Lautrec non era un grande pittore. Era un disegnatore eccellente, un grafico di straordinaria inventività e talento, un poeta delle affiches, dei cartelloni, dei programmi: ma un grande pittore proprio no. L’effetto di questa grande mostra è dunque quello di impoverire una leggenda, di farci un po’ sentire come defraudati, di irritarci. E perciò risulta in un certo senso più organica e sicuramente più gradevole la piccola mostra organizzata da una galleria privata al Quai Voltaire: una mostra che raccoglie trentasei pezzi, cioè tre piccoli dipinti e poi disegni, litografie, affiches sul tema “Elles” (da noi si direbbe “quelle”, cioè le donne di un particolare mondo, di una particolare condizione). Vi si ritrova il Toulouse-Lautrec più amato: quello che ognuno, spendendo da cento a cinquecento franchi, può portarsi a casa in originale; il Toulouse-Lautrec delle litografie e dei manifesti, dietro il quale ci si può illudere sia il grande pittore.
Il tabuto di madame
Una mostra che, in questi giorni, a Parigi si può visitare con profitto da parte nostra, di noi italiani di solito a Parigi svagati dietro squallide cose, è quella di René Magritte, un pittore surrealista che qui conosciamo di nome o attraverso qualche riproduzione. E’ una mostra deliziosa: e non sembri fuori posto questo aggettivo, ché se l’idea corrente del surrealismo generalmente si fonda sul Dalì di quel periodo (che riaffiora nelle illustrazioni del “Don Chisciotte”, che viene pubblicando il settimanale “Tempo” e che però sono, bisogna riconoscerlo, a livello più alto di quelle dei “Promessi sposi” di De Chirico), il surrealismo di Magritte e di ben altra astrazione ed educazione. Intanto, Magritte ha una qualità che nessun altro surrealista possiede: una fondamentale, squisita, letteratissima ironia. Non è dunque l’artista che si abbandona agli automatici dettati dall’inconscio, quale per definizione è il surrealismo: è lucido, distaccato, consapevole, con una inclinazione allo scherzo quale da noi, ma in diversa misura e qualità, aveva Leo Longanesi; e con un amore al passaggio e agli oggetti che, per quanto filtrato e rarefatto, è tuttavia vivissimo e dà respiro al suo mondo. Il suo gusto alla parodia è straordinario: irriverente, ironico, e con una punta di terrore. Tanto per fare un esempio: il quadro che s’intitola “Perspective. Madame Récamier de David”, che ritengo sia noto a tutti il ritratto neoclassico che il pittore David fece della sinora Récamier, neoclassicamente vestita e in neoclassica posa assisa su un sofà. Ebbene, Magritte rifà tale e quale il sofà: ma al posto della bella signora mette un tabuto, un bel tabuto neoclassico piegato allo stesso modo che, nel quadro di David, il grazioso corpo della signora. E’ una parodia, uno scherzo: ma mette un certo brivido. E così gli altri suoi quadri: che hanno una luce di idillio, una predominante azzurrità con candide e rosate efflorescenze di nuove; ma sempre un centro in cui figure ed oggetti – levigati, precisi – coagulano il senso della solitudine, della pazzia, della morte.
Le pulizie di Malraux
Sono tornato a Parigi dopo otto anni: otto anni in cui la Francia ne ha viste di belle (cioè di brutte). Ma niente mi pare sia cambiato, sostanzialmente, da allora: come allora vi si respira libertà.
La Francia ha fatto centosettanta anni fa una rivoluzione; ma l’ha fatta proprio bene. Una rivoluzione che non è stata, nel mondo moderno, la prima; ma sarebbe il caso di dire che resta la migliore, e ci vuole altro che un De Gaulle per scardinarne le strutture.
Di cambiato c’è soltanto il colore dei palazzi, degli edifici storici: ché André Malraux, ministro degli Affari Culturali, ha deciso di farne ripulire le facciate. E bisogna dire che chi ha gridato indignazione e scandalo contro questa decisione, ha torto netto. Storicizzare la polvere, la fuliggine, la muffa che il tempo ha accumulato sugli edifici è una balordaggine. Più storicistico è ritrovare il colore originario della pietra, riportarne alla luce il tono chiaro e caldo. E sarebbe un esempio da seguire da noi, nelle nostre città: ripulire chiese e palazzi, e magari dare una mano di scuro all’altare della patria e a qualche altro recente monumento.
Un amico della Sicilia
Ho incontrato per la prima volta l’estate scorsa, a Palermo, Dominique Fernandez: critico letterario straordinariamente acuto e italianisant (italianista, come si dice in gergo universitario) attentissimo. E’ l’autore del saggio “Il romanzo italiano e la crisi della coscienza moderna” che quattro anni fa è uscito in edizione italiana; e come critico de “L’Express” ha scritto memorabili articoli su libri e scrittori nostri di questi ultimi anni. Sul “Gattopardo”, per esempio, il suo articolo resta il più giusto, il più preciso fra i tanti che ne sono stati scritti in Italia e fuori.
Fernandez sta ora scrivendo un libro sul Mezzogiorno d’Italia, e sulla Sicilia in particolare. E sarà un libro utile anche per noi: perché egli ha intelligente amore per le cose nostre, per la terra e per la gente, diretta conoscenza della letteratura, dell’arte, della vita siciliana. A parlare con lui delle opere che esprimono la Sicilia e dei problemi che la travagliano, le cose sembrano acquistare le più esatte dimensioni e proporzioni. Parliamo dei “Malavoglia”, ed ecco che riesce ad oggettivarmi, brevemente, semplicemente, quel disagio che sempre ho sentito di fronte a quest’opera di Verga. E ci può anche essere nei suoi giudizi una qualche impazienza e insofferenza (verso Verga, verso Quasimodo): ma fondamentalmente sono giusti e coerenti.
Così a Parigi, conversando con Fernandez: mi sono ritrovato siciliano come per elezione: quasi che non per nascita e condizione e destino mi trovassi a vivere in questa terra e a portarne lo spirito, ma per libera scelta.
(“L’Ora”, 12 dicembre 1964)
Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…
LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 86)
• A cura di Valter Vecellio
QUADERNO
Lo specchio segreto
Senza dubbio lo “specchio segreto” di Nanni Loy è la trasmissione più intelligente e interessante che la televisione italiana abbia mai programmato. In effetto è come il rovesciamento di tutte quelle trasmissioni ineffabilmente presentate da Mike Bongiorno: un guardare dietro le quinte, uno scrutare – di quella stessa umana materia prima, di quegli stessi personaggi – più risposte, e appunto segrete, reazioni: ma con più abile mano, con più indiscreti, anche se acuti, mezzi. E’ una trasmissione insomma, in cui si opera il massimo sfruttamento di quel filone sadico (o masochistico) al quale la televisione si è dedicata fin dal suo primo apparire in Italia.
E diciamo subito che “specchio segreto” poteva soltanto essere realizzato in Italia, dalla televisione italiana: in un paese, cioè, in cui al mito che la televisione generalmente, in tutto il mondo, rappresenta (per cui nessuno è disposto a negare il suo consenso ad apparire, comunque, parte di un tal mito), si aggiunge una carenza costituzionale di quel rispetto che all’individuo, alla personalità e dignità di ciascuno, viene tributato presso altri popoli anche attraverso una minuziosa codificazione o prassi dei diritti. Una simile trasmissione fatta in Inghilterra o in America, manderebbe in fumo l’ente televisivo che si attentasse a mandarla in onda: il risarcimento di danni che un giudice inglese o americano assegnerebbe allo studente che spiega Baudelaire al “provocatore” Moranti o alla ragazza che lo stesso Moranti accusa di furto nei grandi magazzini, sarebbe tale da far passare per sempre la voglia di concepire simili cose. E sarebbe interessante, a conclusione del ciclo, che Nanni Loy ci facesse vedere in che modo è riuscito ad ottenere, dai protagonisti, l’autorizzazione a trasmettere le scene girate a loro insaputa: se tutti l’hanno accordata senza recriminare, alla sola magica promessa della messa in onda: se qualcuno ha chiesto concreta contropartita o se ha preteso di rivedere la scena che era stata girata: se c’è stato qualche caso di rifiuto o di più o meno energica reazione alle sirene televisiva.
Comunque “specchio segreto” è una cosa che interessa straordinariamente, che fa pensare e che diverte, che offre eccezionale materia di riflessione e ricchissimi spunti per un ritratto dell’uomo italiano. E le considerazioni che immediatamente si affacciano sono due: che gli italiani, quasi tutti e quasi sempre, hanno del tempo da perdere; che gli italiani hanno scarse capacità critiche, cioè di valutazione, di distinzione, di discrezione.
La prima considerazione è in realtà l’elemento fondamentale della trasmissione di Loy, la ragione stessa per cui è stato possibile concepirla e realizzarla. La seconda ne implica altre: quella convinzione che in Italia possa accadere di tutto, dal ripristino del mercato degli schiavi al seviziamento di una commessa (e a proposito di questa scena, della commessa seviziata, Loy ha sottolineato come l’unico a reagire sia stato, a Milano, un meridionale: ma esprimendo quasi un giudizio di “arretratezza” sul meridione non ancora adattatosi a un comportamento, rispettoso della libertà privata, di tipo inglese: mentre c’è da sottolineare, al contrario, come soltanto in quel meridionale sia insorto l’impeto sentimentale ed insieme giuridico di soccorrere la ragazza); quelle differenze tra nord e sud, non soltanto nel senso del gallismo, ma anche nel senso di una disposizione e prontezza all’arrangiamento, al profitto, ed anche alla disinteressata solidarietà e consolazione più pronunciate nell’uomo meridionale; quell’anarchica repugnanza a far ricorso alla legge, a testimoniare, ad accusare, ad accettare – per gli altri come per sé – che all’infrazione segua la punizione e così via. Ogni episodio girato da Loy ci conferma o ci rivela un elemento, un dato di fatto, del nostro modo di vivere e di concepire la vita, del nostro modo di essere, del nostro costume, dei nostri vizi e delle nostre virtù. Uno specchio vero, insomma, e spietato: e potrebbe, qualcuno dei personaggi che vi affacciano, quando più ne ridono, rivolgersi a noi con le parole finali del “Revisore” di Gogol: “Di che ridete? Di voi stessi ridete”.
Dell’erotismo
Libertino, secondo la definizione di Bayle, è colui che pensa liberamente. E questa definizione si attaglia all’editore francese Jean-Jacques Pauvert che, insieme a una biblioteca internazionale d’erotologia, che si va realizzando sotto il patrocinio dell’Unesco, insieme all’opera completa del marchese de Sade, pubblica testi filosofici o libellistici o narrativi di scrittori che hanno liberamente pensato. Ma la sua notorietà, fuori dalla Francia, è indubbiamente dovuta alla biblioteca d’erotologia, in cui già sono usciti una ventina di volumi che vanno dai quattro dedicati all’erotismo nel cinema alla “Metafisica dello strip-tease”, all’erotismo cinese, all’erotismo delle “Mille e una notte”, agli “Inferni” (cioè alle sezioni chiuse, non accessibili, delle pubbliche biblioteche), a un dizionario di sessuologia. I primi numeri della collana furono venduti anche da noi: ma intervennero subito sequestri e denunce. Un tribunale (quello di Bologna, se non ricordiamo male) assolve i librai imputati: forse considerando che non si dovesse impedire la circolazione in Italia di pubblicazioni patrocinate addirittura dall’istituto culturale delle Nazioni Unite, ma pare che la polizia e la dogana abbiano continuato a ritenere indecenti i libri di Pauvert. Del resto anche in Francia certi titoli si è fatto obbligo a Pauvert di eliminarli; e tutti i volumi in commercio portano una fascetta con una specie di veto ai minori.
Assurde preoccupazioni e precauzioni censorie quando invece l’unico modo di combattere le sollecitazioni erotiche letterarie e visive sarebbe quello di indulgervi fino alla saturazione. Che il problema dell’erotismo in cui si agita, si dibatte e si involge il nostro tempo non può avere che una soluzione: quella di portare alla luce della coscienza e del giudizio tutto ciò che per ora, forzatamente, viene respinto, censurato, condannato, tenuto nell’oscurità dell’inconfessato, dell’illecito, del proibito. E sugli effetti del più carico erotismo resta memorabile la battuta di Jean Paulhan, testimone al processo svoltosi contro Pauvert per la pubblicazione delle opere di de Sade. Richiesto dal giudice se non giudicasse pericolose per la pubblica e corrente morale le opere del marchese, Paulhar senza scomporsi rispose: “Pericolosissime: conosco una ragazza che, dopo averle lette, si è fatta monaca”.
Una rettifica
Dicevo, in una nota di questo “Quaderno”, qualche settimana fa, chi sa dov’è finito il busto di Pietro Speciale del Gagini: ingannato dal fatto che nella grande opera del Di Marzo ai Gagini dedicata non c’è alcuna indicazione del luogo in cui il busto allora si trovava. Il senatore Simone Gatto mi scrive che l’opera invece si trova ben collocata a palazzo Abatellis: proprietà privata, ma affidata alla Galleria Nazionale della Sicilia. Mi rammarico dell’errore, e più per il fatto che scaturisce da una mia scarsa e disattenta frequentazione della mirabile Galleria di palazzo Abatellis.
Quest’errore, comunque, mi ha portato a conoscenza di un altro ritratto di Pietro Speciale, un bassorilievo che si trova a Trapani nella collezione Barresi: ed è riprodotto nell’opuscolo “Sculture inedite o poco note del Laurana di Domenico e Antonello Gagini nel trapanese” che l’autore, Vincenzo Scuderi, mi ha gentilmente inviato. Debbo dire, però, che il ritratto che c’è a Militello, e di cui ho parlato, è molto più forte: e se quello di Trapani è attribuito a Domenico Gagini, è possibile quello di Militello sia di altra mano, del Laurana probabilmente.
(“L’Ora”, 9 gennaio 1965)
Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…
LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 87)
• A cura di Valter Vecellio
QUADERNO
Il dialogo
Sono stato, davanti al televisore, spettatore assiduo e appassionato degli scrutini per l’elezione del Presidente della Repubblica. Parteggiavo, naturalmente, per l’onorevole Fanfani; e dico naturalmente perché credevo (e credo) che i motivi per cui l’onorevole Fanfani poteva essere elevato alla suprema magistratura dello Stato non appartenessero alle combinazioni, alle mutazioni, alle astuzie e ai dispetti della cronaca politica, ma fossero validi oggettivamente, razionalmente, storicamente. Da più parti si è salutata l’elezione dell’onorevole Saragat con l’espressione “un marxista al Quirinale”, dando cioè all’avvenimento il crisma del fatto storico; ma paradossalmente, il fatto storico sarebbe stato quello di mandare al Quirinale un cattolico come Fanfani. Perché il dialogo tra comunisti e cattolici ormai non ha bisogno di intermediazioni; e il cercare termini intermedi significa differirlo e confonderlo.
E tuttavia debbo dire che l’ineluttabile prospettiva di questo dialogo mi inquieta. La mia forma mentis è quella della tolleranza e del rispetto, non del dialogo. E questa inquietudine mi ha accompagnato nella lettura del libro ora pubblicato, “Il dialogo alla prova”, in cui cattolici e comunisti italiani affrontano, come dice l’editore nella premessa, “un confronto leale, nei principi e nelle coscienze, sul problema dell’esperienza religiosa e del suo significato nella società di oggi e di domani”.
Il dialogo in effetti c’è. Su un piano, per così dire, interlocutorio: e con tanta buona volontà da una parte e dall’altra (ma più, direi, dalla parte comunista). Quel che non riesco a vedere (evidentemente per mia insufficienza) è un risultato che non sia di netto vantaggio per i cattolici; cioè un modo, per loro, di riconoscersi e rinvigorirsi in quella alternativa che grosso modo possiamo chiamare francescana (in interna opposizione a quella che possiamo chiamare domenicana) e di riguadagnare così quella classe alla quale è ormai destinato lo Stato.
Il canonico razzista
“Il dialogo alla prova” (cui hanno collaborato da parte comunista, Lucio Lombardo-Radice, Luciano Gruppi, Alberto Cecchi, Ignazio Delogu e Salvatore Di Marco; e da parte cattolica, Mario Gozzini, Nando Fabro, Ruggero Orfei, Giampaolo Meucci e Danilo Zolo), è stata una delle mie letture di queste vacanze: periodo in cui le mie letture sono guidate, più del solito, dal caso. E infatti subito dopo ho letto un vecchio libro, pubblicato a Palermo nel 1748: “L’ebraismo della Sicilia ricercato ed esposto da Giovanni Di Giovanni canonico della Santa Metropolitana Chiesa di Palermo ed Inquisitor Fiscale della Suprema Inquisizione di Sicilia”; libro considerato dagli studiosi fondamentale, in quanto rappresenta il primo ed unico tentativo di una organica storia degli ebrei in Sicilia.
Letto in giornate in cui il messaggio natalizio ci viene ricordato da ogni parte e in qualsiasi forma, questo di monsignor Di Giovanni è un libro che ci rammemora gli effetti, o almeno certi effetti, di un avvenimento di cui famiglie e popoli in questi giorni ricreano e celebrano la fiaba. Grandissimo avvenimento, nella storia del riscatto umano; ma con una sua controparte di oscurità, di follia, di strage, di subdola o aperta malafede. E viene da pensare che, in fondo, le radici del nazismo sono in questa oscurità, in questa follia, in questa malafede che il cristianesimo si è trascinato nei secoli della sua storia e di cui monsignor Di Giovanni è cospicua espressione. E si ha un bel dire che noi giudichiamo con occhi di oggi una situazione storica che non poteva essere diversa: ci sono principi che sono di perenne attualità; ed è tanto vero che circa due secoli e mezzo prima che il Di Giovanni pubblicasse la sua storia, i rappresentanti del popolo siciliano scrivevano uno dei documenti più toccanti che mai siano stati scritti in difesa degli ebrei.
L’antisemitismo del canonico Di Giovanni è rigido, feroce, mai minimamente incrinato da un moto di pietà, e costantemente chiama a riscontro il sentimento di avversione dei siciliani nei riguardi degli ebrei, le sommosse che in certi paesi della Sicilia si verificavano contro gli ebrei, le violenze di cui erano oggetto, le persecuzioni, le angherie. E monsignore le ritiene ispirate nel cuore dei cristiani, queste atroci manifestazioni contro gli ebrei, dal divino volere; ma è più giusto ritenerle ispirate da gente come lui. Non è un caso, infatti, che si verificassero nei giorni della settimana santa; e spesso per diretta esortazione dei predicatori.
Ma il passo che più colpisce, nel libro, come espressione di vera e profonda malafede, è quando monsignore viene a parlare delle testimonianze in giudizio. In molti comuni siciliani il problema era stato così regolato: il cristiano non poteva testimoniare contro l’ebreo, né l’ebreo contro il cristiano. Legge piuttosto equa, in un tempo in cui era impensabile l’indifferenza della legge nei confronti della confessione religiosa. Ma monsignore se ne indigna: “Noi confessiamo candidamente, che in alcuni luoghi della Sicilia era ricevuta una sconvenevole usanza, di rigettare ne’ giudizi la testimonianza de’ cristiani contra gli Ebrei in quella stessa maniera, che si rigettava la testimonianza degli Ebrei contra i Cristiani. Questa prava costumanza così in alcuni animi aveva gittate profonde le radici, che per isvellarla bisognò che il Parlamento pubblicasse uno statuto: in virtù del quale si comandò, che intorno a questo punto si stesse alle ordinazioni d’ambe le leggi, cioè a dire della Canonica, e della legge Civile. Le quali di pari conseguimento invece di vietare, che il Cristiano desse testimonianza contro l’Ebreo, proibiscono di buona ragione, che l’Ebreo possa testimoniare contra il Cristiano. E con ragione, perché ad uno, che professa la fede di Gesucristo, verità sustanziale, non può così facilmente cadere il pensiero di mentire…”. Affermazione, quest’ultima che in un paese come il nostro, in cui nemmeno allora dovevano mancare le pratiche della omertà e della falsa testimonianza, e detta da uno che come confessore doveva averne vasta esperienza, ha tutto il carattere di una nera e sciocca menzogna.
Si magnifica il porco
A Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa, c’è una trattoria, ormai famosa, in cui servono del porco cucinato in modo peregrino o consueto: ma in ogni caso impareggiabilmente. Dal risotto alle costate ripiene, dalle salcicce alla gelatina. E’ un piccolo locale, e di sera si trova difficilmente posto: come accade in tutti i posti deputati dalla moda.
Più che gustare la costata ripiena, siamo andati a Chiaramente per vedere i luoghi in cui Serafino Amabile Guastella, delizioso narratore e finissimo studioso di tradizioni popolari, è nato e vissuto; ma spesso capita che con un viaggio si fanno due servizi. Che erano, nel caso nostro, due servizi complementari: poiché nella trattoria ci siamo ancora trovati, e in pieno, nel mondo del Guastella: quelle parti dipinte, a modo di inganni, di scodelle e cannate siciliane e con una iscrizione, dentro una scodella programmatica e imperiosa: “Qui si magnifica il porco”. Iscrizione che a Chiaramonte si può ancora intendere in senso gastronomico e libertino, quale poteva piacere al Guastella; ma che suonerebbe diversamente se applicata a certi aspetti della nostra vita sociale, del nostro costume.
(“L’Ora”, 11 gennaio 1965)
Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…
LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 88)
• A cura di Valter Vecellio
QUADERNO
La pietosa verità di Casanova
Tanto rumore s’è fatto, intorno alla pubblicazione del testo originale della “Histoire de ma vie” di Giacomo Casanova, che la lettura dei primi due volumi, ora pubblicati, nella traduzione italiana, è quasi una delusione. E il “quasi” va a onore di Pietro Chiara (l’autore de “Il piatto piange” e della “Spartizione”), alle cui cure è stata affidata l’edizione e che, in minuziose note apposte ad ogni capitolo, mette a frutto i risultati raggiunti, in un secolo e più, dai casanovisti; cioè da quegli studiosi che hanno trovato una vera e propria specializzazione nella ricerca e nel controllo dei fatti e dei personaggi di cui il Casanova racconta (e in testa a questi casanovisti è da mettere il diplomatico americano John Rives Childs). Ma bisogna dire che, più o meno, i casanovisti sono convinti della veridicità della “Histoire” anche se il punto di partenza della loro appassionata ricerca è stato probabilmente quello della diffidenza. La stessa diffidenza che in prima sente qualsiasi lettore della “Storia della mia vita”: il puntiglio, per così dire, di non essere fatto fesso.
Potenzialmente, dunque, qualsiasi lettore della “Storia” è casanovista. Solo che ad un certo punto, generalmente, si arriva a questa conclusione di buon senso: che la veridicità o meno delle memorie casanoviste resta al di là di ogni possibile controllo. Perché, per esempio, stabilire la identità di donna Lucrezia, di sua sorella, di suo marito (il che, se non ricordo male, ha fatto Benedetto Croce), è un conto; ma un altro è dar fede a Casanova che davvero, nella locanda di Marino, sia accaduto tra lui e donna Lucrezia quel che spassosamente racconta. E così per ogni altra donna certamente o approssimativamente identificata, per ogni altra avventura.
Il fatto è che Casanova resta, nonostante tutta la buona volontà dei casanovisti, un mitomane. Le sue avventure erotiche, numerose quanto si vuole,, sono a livello del prossenetismo, e del contagio venereo; e a parte l’impareggiabile quadro che egli ci offre del costume settecentesco, quel che nella “Storia” c’è di umano è appunto la sua senile mitomania, la sua senile e oscena immaginazione. Tra l’altro, quel che si era detto di questo testo originale, che Casanova impiegasse un linguaggio più diretto, più immediato, che insomma chiamasse le cose con il loro nome, non corrisponde al vero: anche qui, come nel testo corretto dal professor Laforgue (che è quello in circolazione finora), i fatti erotici Casanova li rappresenta per metafore insulse come “il tempio”, “il sacrificio”, “l’altare” e così via. E tutto sommato gli abusi del professor Laforgue si riducono ad un tentativo, piuttosto ingenuo, di fare di Casanova un figlio della rivoluzione: di quella rivoluzione che accendeva l’Europa mentre il vecchio avventuriero, nel castello di Dux, un po’ come D’Annunzio al Vittoriale, con oscena pietà di sé, riviveva il suo passato erotico.
Personaggi ed interpreti
Forse a conferire a Casanova un che di isterico contribuisce in me il fatto che la sua immagine fisica mi è irreversibilmente presente: ed è poi quella dell’attore Ivan Mosjoukine, interprete, ai tempi del muto, di un film cavato dalla “Storia della mia vita”.
Mosjoukine era un attore straordinario col suo volto affilato, spiritato, di nevrotica malinconia; uno di quei rari attori – come sarà poi Louis Jouvet – che riescono, volta per volta, ad essere interamente “quel” personaggio, senza portarsi appresso l’ombra di altri personaggi, di altre interpretazioni; mentre nel cinema di solito avviene il contrario, a tal punto che un attore diventa egli stesso personaggio, costretto com’è a interpretare quel tipo di personaggio, da cui è assurto alla notorietà ed al successo, per tutta una serie di films, e in definitiva per tutta la sua carriera. Mosjoukine passava invece da Casanova a Mattia Pascal: ed io, che l’ho visto da ragazzo, prima di sapere chi fosse Casanova e di aver letto il libro di Pirandello, lo ricordo come Casanova e come Mattia Pascal, senza che l’immagine dell’uno abbia interferenza con quella dell’altro. Non mi capita, insomma, come può capitare nelle alchimie e negli scarti della memoria, di vedere in Mattia Pascal l’ombra di Casanova, e in Casanova l’ombra di Mattia Pascal. Mosjoukine era Mattia Pascal. Mosjoukine era Casanova. Chi fosse poi questo attore, indubbiamente di origine russa, quale la sua vita, la sua carriera, la sua fine, non sono mai riuscito a sapere: aveva troppa qualità, una grande misura, uno stile, perché riuscisse ad essere un divo. E se gli avessero dato da interpretare un personaggio come il commissario Maigret, forse sarebbe riuscito ad essere Maigret: nonostante il suo fisico non si confacesse in nulla a quello del personaggio di Simenon.
E in proposito, mentre la televisione ci ripropone una ennesima incarnazione di Maigret, c’è da notare come questo personaggio non abbia finora avuto la fortuna di trovare un interprete capace di inserirsi fisicamente nelle pagine di Simemon, di essere Maigret agli occhi dei lettori. Non c’è riuscito nemmeno di Jean Gabin, che pure ha i suoi numeri per interpretare un personaggio così terragno, così “fronte popolare”, come giustamente ha scritto Roberto Leydi. E figuriamoci se può riuscire Gino Cervi. E non è che non faccia del suo meglio: solo che Maigret è un altro.
De Amicis e Rapisardi
Edmondo De Amicis era stato in Sicilia, da militare, nel 1865-66. Quaranta anni dopo tornava a rivedere l’isola: e ne cavava un libretto che l’editore catanese Giannotta pubblicava nel 1908, un libretto pieno di acute notazioni, di cordiali impressioni, di malinconie, di entusiasmi.
Del carattere dei siciliani scrive: “Strano carattere, violento e tenace nella passione, debole e mutevole nella volontà, facile egualmente all’entusiasmo e allo scetticismo, eroico nei suoi impeti generosi e pazientissimo nelle sue rassegnazioni indolenti; nel quale quel fortissimo sentimento individuale, che in altri popoli è il suo grande propulsore delle iniziative, produce l’effetto di far curvare l’individuo dinanzi all’individuo, di far idolatrare la forza, di assoggettare le moltitudini a pochi padroni, di perpetrare lo spirito del feudalesimo nella politica, nelle amministrazioni, in tutti i campi…Un grande errore è però il giudicare il siciliano dalla collettività, come la maggior parte di noi italiani facciamo. Egli ha tanto da guadagnare a esser conosciuto individualmente e da vicino. Lavoratore, ragionatore, padre di famiglia, amico, ospite, egli si rivela tutt’altro uomo da quel che pare visto da lontano, nella moltitudine. Per questo c’è una grande diversità nel giudicarlo fra gli italiani del continente che hanno vissuto lungo tempo nell’isola e quelli che non v’hanno mai posto piede o non vi passarono che come viaggiatori. Questi sono ingiusti”. E’ un concetto che esprimerà anche il Lawrence, nella introduzione al “Mastro don Gesualdo”.
E si potrebbero stralciare altre impressioni, altri giudizi del De Amicis; ma più importerà al lettore questo ritrattino del Rapisardi: “Benché malato, egli non dimostra i suoi sessantatrè ani: è ancora dritto nella sua alta statura, ha i lunghi capelli ancora nereggianti, e negli occhi una espressione di energia vivacissima, tutta la fierezza dell’antico poeta ribelle, fulminatore di ogni superstizione e d’ogni tirannia, tribuno ardente degli oppressi e dei miseri, apostolo battagliero di libertà e di giustizia. E’ una figura elegante e fiera di poeta romantico del passato secolo o di rivoluzionario mazziniano dei tempi della Giovane Italia. Quanto diverso nella conversazione e nelle maniere dalla immagine che se ne fanno i suoi avversari, e anche la più parte dei suoi ammiratori! Il “bieco arcangelo fulminato” ha la parola affettuosa e il sorriso gentile…Cessa di sorridere, però, e s’oscura in viso e fa vibrare lo sdegno nella parola profetando che la viltà della borghesia liberale, clericaleggiante per terrore dello spettro rosso, finirà col dare l’Italia nelle mani del partito cattolico, il quale vi rifarà l rivoluzione a rovescio”.
Forse è il caso di tornare a leggere Rapisardi.
(“L’Ora”, 16 gennaio 1965)
Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…
LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 89)
• A cura di Valter Vecellio
QUADERNO
Un sonno sempre più profondo
Mentre scrivo questa nota, Winston Churchill è ancora in agonia. E mai parola agonia ha avuto il suo significato preciso, e direi anche visibile, di lotta, come in questo caso, per quest’uomo. Il vecchio lottatore che ancora, in una zona sempre più esigua della sua mente, della sua coscienza, lotta contro il profondo sonno della morte che lo invade. “Cade in un sonno sempre più profondo”: sono parole del bollettino medico, ma dette per Churchill assumono quasi un senso epico.
I giornali usano nei titoli parole come “preoccupazione” e “speranza”. In verità intorno a Churchill, in questo momento, non c’è né preoccupazione né speranza; c’è solo una grande, acuta attenzione. La morte non può prenderlo che così: col lento, subdolo, sempre più profondo sonno. E Churchill resiste. Non col corpo, che già, dice il medico, non ha più sensibilità alcuna. Resiste con l’ultimo, estremo, lontanissimo fuoco della volontà. Così come a volte, in guerra, si resiste per l’onore delle armi; e perché quando il sonno l’avrà del tutto spento abbiano ancora senso le antiche parole: “Morte, dov’è la tua vittoria?”. E il mondo un po’ avverte che al numero 28 di Hyde Park sta accadendo questo, che il gran vecchio non si è fatto sorprendere dalla morte, ma l’ha affrontata.
Questa può anche essere retorica. Ma il fatto è che personaggi come Churchill, che incarnano i decisivi e tragici momenti della storia, che danno il loro nome alla lotta disperata, alla speranza, alla vittoria, comportano anche la retorica: destinati come sono, per dirla foscolianamente, a vincere il silenzio, a rappresentare il sacrificio, la forza, la ragione delle generazioni umane e dei popoli che in loro confidarono, che a loro si affidarono, come alla parte migliore (ed è anche questa retorica, ma necessaria, ma inalienabile) di se stessi.
Churchill è stato l’Inghilterra: la grande Inghilterra che si sollevava con tutta la sua inflessibile e tragica decisione dell’acquatica, paludosa imbecillità del conservatorismo dei Chamberlain, degli Halifax. Ed è stato l’Europa, la ragione umana, la libertà, la civiltà, in quel triste inverno del 1940, in quel lungo inverno dell’Europa in cui la Russia e gli Stati Uniti erano ancora lontani dalla guerra e soltanto l’Inghilterra levava la mano di quest’uomo nel segno e nel saluto della vittoria.
Hanno ragione anche loro
Dalla Sicilia parte, firmata da ecclesiastici e da cattolici, una dichiarazione, che ha il tono di vera e propria diffida, indirizzata al Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana e, per conoscenza, al Vaticano. In essa si dice che “l’approssimazione, la faciloneria, l’arrivismo, l’empirismo, la spregiudicatezza politica che fin qui hanno caratterizzato la maggior parte dell’azione del Partito; l’adesione verniciata di cristianesimo di molti dei suoi esponenti a movimenti di idee e ad interessi contrari a quelli cristiani; la condotta stessa del Partito che ha imposto più volte ai cattolici, condizionandoli nei diversi periodi elettorali, di eleggere non adatti o non degni per un’attività politica che esige fede profonda, moralità ineccepibile, coscienza politica capace di affrontare i difficili problemi della vita associata, disinteresse personale”. E non c’è uomo onesto, credo, che possa (tranne due soli punti: la spregiudicatezza, che è piuttosto ardito qualificare come politica; e la fede profonda, che non pare sia un requisito necessario allo svolgimento del mandato parlamentare) rifiutare di sottoscrivere definizioni così rispondenti alla verità di fatto. E voglio aggiungere che personalmente non solo sono d’accordo con quel che, alla lettera, dice il passo sopra riportato; ma trovo ragionevole anche lo spirito con cui l’intera dichiarazione è informata. In effetti quel che gli ecclesiastici e i cattolici siciliani chiedono è che Pietro Nenni e il Partito Socialista Italiano tornino all’idea dell’alternativa, che il dialogo tra marxisti e cattolici vada a farsi benedire (a maledire, per usare una espressione più propria) che i radicali tornino ad avere una funzione: con tutte le logiche conseguenze. E così sia.
Una femminista del Settecento
Il nome di Francesco Paolo Di Blasi, e la tragica vicenda della congiura giacobina da lui capeggiata, in Sicilia quasi tutti conoscono. La lapide di piazza Indipendenza a Palermo; gli scritti pubblicati dal Guardione; il romanzo “I beati paoli” di Luigi Natoli; un po’ anche il mio racconto “Il consiglio d’Egitto”. Ostinatamente gli studiosi del giacobinismo italiano, che è poi prevalentemente meridionale, continuano a non far conto del Di Blasi (ma non lo dimenticherà, credo, il professor Giuseppe Giarrizzo che per la grande collana di storia e testi della letteratura italiana pubblicata dal Ricciardi, curerà una antologia di testi giacobini): ma questo è un altro discorso. Quel che voglio dire ora è che pochi invece sanno che il padre di Francesco Paolo, Vincenzo Di Blasi Gambacorta, fu un grande animatore della vita culturale nella Palermo del settecento. Fondatore dell’Accademia degli Orerei, particolarmente dedita alla poesia in dialetto, egli pubblicò nel 1753 una “Scelta di canzoni siciliane sagre e profane colle versioni latine”, dedicandola alla grandezza di Ferdinando Maria Tommasi e Caro principe e signore dell’Isola di Lampedusa. Un’antologia accurata nei testi e nelle versioni, e ben stampata. E contiene anche qualche ottava dello stesso Di Blasi.
Precedentemente, nel 1737, aveva pubblicato a Catania un curiosissimo libro: “Apologia filosofico-storica in cui si mostra il sesso delle donne superiore a quello degli uomini, consacrata dall’autore alla grandezza della signora Marianna Alliata”, un libro che è una specie di repertorio di tutti i casi, mitologici e storici, in cui le donne mostrarono pudicizia, pietà, costanza, zelo, prudenza, eroismo guerriero, fervore di fede. Si va da Abigaille, moglie di Nabal, a Zenobia, regina dei palmireni; un migliaio di donne più o meno celebri. Ma c’è da credere che qualcuno abbia risposto all’apologia del Di Blasi catalogandone almeno un altro migliaio di svergognate, di feroci, di nefaste poiché questi giuochi di erudizione erano tipidi dell’ambiente e dell’epoca, e l’argomento era tale da dividere in due partiti “il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo”. Infatti il Di Blasi racconta, nella prefazione, quale puntiglio galante, in un salotto palermitano, lo aveva costretto a pigliar netto partito a favore delle donne e poi sollecitato alla fatica, che oggi ci appare mostruosa, di scrivere il libro: “Essendomi ritrovato una sera in casa d’un nobile palermitano in compagnia di dame e cavalieri, ove per passare onestamente l’ozio si proponeano varie materie da discorrere, intesi dimandare se fosse il sesso maschile al sesso donnesco superiore. Allora un nobile, che si stima erudito, volendo mostrare la insussistenza del dubbio disse a franco labbro non esser ella cosa da dibattersi, anzi tanto è superiore (soggiunse egli con un dispreggevole sorriso) il nostro sesso a quello delle donne, che gli si farebbe gravissima ingiuria solamente con farne comparazione…Parve a me cosa giusta, per torre via le nascenti risse, prendere una strada di mezzo…”; ma il misogino gentiluomo a sentire che le donne erano da considerarsi uguali agli uomini ,andò in bestia; e i Di Blasi prese allora impegno solenne che non l’uguaglianza avrebbe dimostrato, ma addirittura la superiorità del sesso femminile. E lo fece per ben 338 pagine filate.
Ma il lungo salmo non poteva finire che nel solito gloria: “E sia il solo fine de’ desideri dell’uomo il godimento di quel fulgore di divinità che in esse risplende, e da lui si contemplano colla mente le virtù ed i saggi costumi che fanno bello e glorioso l’animo loro, e così ne caverà in premio il dolce frutto di un perfetto, sincero e verace amore, ch’è la beatitudine che può aversi in terra, cioè d’essere amato da belle e nobili donne, quanto l’onestà loro permette”.
(“L’Ora”, 23 gennaio 1965)