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    L'estremista moderato
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    Predefinito Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 1)

    • a cura di Valter Vecellio

    “L’intellettuale”, scriveva Nicola Chiaromonte, “non rappresenta nulla se non rappresenta l’individuo e la sua libertà, se non mantiene a qualunque costo il principio stesso della sua individualità, il diritto al dubbio e alla critica, il senso del vero e del falso, il rifiuto delle menzogne inutili. In questo la sua funzione è eminentemente sociale, eminentemente solidale dei diritti di ognuno, e dei più umili, cioè dei più silenziosi e dei più facilmente ingannabili”. E’ il Leonardo Sciascia che emerge dalla lettura della sua opera, i suoi libri, i suoi articoli e interventi, le note e le interviste.



    Intellettuale come furono e seppero esserlo Pier Paolo Pasolini, Ignazio Silone, Elio Vittorini, Ennio Flaiano, Alberto Savinio, per limitarsi a qualche nome. Nel caso di Sciascia attualissime e fulminanti, le sue definizioni; per esempio l’individuazione del “cretino”, nella sua essenza: colui che non osa dire la verità, quando questa va contro la sua parte. Soccorre al riguardo la lettura di una piccola nota di “Nero su nero”, a pagina 22 (nella edizione Einaudi, collana “Gli Struzzi”):



    Intorno al 1963 si è verificato in Italia un evento insospettabile e forse ancora, se non da pochi, sospettato. Nasceva e cominciava ad ascendere il cretino di sinistra; ma mimetizzato nel discorso intelligente, nel discorso problematico e capillare. Si credeva che i cretini nascessero soltanto a destra, e perciò l’evento non ha trovato registrazione. Tra non molto, forse, saremo costretti a celebrarne l’Epifania.



    Telegrafica riflessione, assolutamente coerente con il personaggio. Di Sciascia si è detto che coltivava quella che è stata definita la “dialettica del silenzio”. Nel senso che “parlava con impercettibili movimenti del corpo. Un battito di ciglia, un sorriso ironico, valevano più di tante parole”.



    Occorre rintracciare un’intervista rilasciata al settimanale “Europeo” (“Identikit del cretino di sinistra”, a cura di Giampiero Muggini, 22 novembre 1979), per saperne qualcosa di più, su questo “cretino di sinistra”. Si apprende, per esempio, che è un tipo “soddisfatto per aver raggiunto il potere, o che si illude di averlo raggiunto, o che spera di essere vicino a raggiungerlo”; e che “il cretino di sinistra ha titoli di antichità e di tradizione, è un personaggio vecchio quanto il cucco. Achille Campanile direbbe: le prime notizie attorno al cucco si hanno…Solo che non aveva questo nome, il cretino di sinistra. Era il cretino delle magnifiche sorti e progressive”.



    Sciascia poi spiega che le prime notizie con la precisa denominazione di cretino di sinistra, le ha avute leggendo un articolo di Georges Bernanos scritto al tempo della guerra civile in Spagna, “quando scrive che non sa se a rompergli la testa arriverà per primo un cretino di sinistra o un cretino di destra. Comunque quello del cretino di sinistra è un fenomeno complesso, perché si apparenta o si specchia nell’intelligente di sinistra o da questo nasce come per partenogenesi”.



    I due personaggi, in realtà, sono uno solo; calzante esempio è costituito da Andrei Malraux: “Uomo, peraltro, di grande intelligenza. E’ un episodio che racconta lo stesso Bernanos. Malraux e Bernanos si incontrano quando quest’ultimo aveva appena scritto “I grandi cimiteri sotto la luna”. Malraux gli fece i suoi complimenti. Perché? Ho semplicemente scritto la verità, rispose Bernanos. Sì, ma avete detto la verità contro la vostra parte; io non sarei mai stato capace di dire la verità contro i comunisti, replicò a sua volta Malraux, che in quel momento era comunista. Dunque, io per voi sono un imbecille, avendolo fatto. E allora dei vostri complimenti non so che farmene, concluse Bernanos. Malraux in quell’occasione è l’esempio di un imbecille di sinistra; di uno che non crede sia possibile dire la verità contro la propria parte che intanto è divenuta anche l’altra parte, appunto grazie alla necessità della menzogna, e cioè del riconoscimento fatto da Malraux che la sua parte può aver bisogno della menzogna o del silenzio della verità”.



    Ne ha trovati tanti sulla sua strada, di cretini, Sciascia. Cretini di sinistra, di destra; e anche senza etichettatura politica. Tra i loro segni distintivi la “spiccata tendenza alla saggistica e verso tutto ciò che è difficile. Credono che la difficoltà sia profondità”. Come salvarsene? Quale igiene adottare per anestetizzarli? “Fare tutto l’opposto. Essere concisi, semplici, chiari. Leggere romanzi. Ascoltare la gente. Andare in autobus e in treno”.



    1) Segue.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

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    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 2)

    • a cura di Valter Vecellio

    Molti anni fa, su “Lotta Continua”, venne pubblicato un articolo dal titolo: “L’alloggio di un pericoloso lettore”. Articolo molto ben fatto, sulla falsariga di un verbale di perquisizione da parte di agenti di polizia o carabinieri; e se ne ricava un efficacissimo ritratto.



    Verbale di perquisizione.

    L’appartamento è di costruzione recente, adiacente al parco di villa Sperlinga a Palermo. Le stanze e il corridoio sono riempite quasi esclusivamente di libri e di quadri. Litografie, acquarelli, stampe di battaglie dell’Ottocento, disegni a matita e a china, un ritratto di poeta siciliano, con i capelli in avanti come se fosse spinto da un forte vento, incisioni, una riproduzione di Ben Shan con una lunga scritta in Yiddish che ricorda le prime persecuzioni degli ebrei sotto i romani, una ironica stampa di una “guidatrice di tartaruga”, ovviamente annoiata.

    Uno dei locali sembra adibito a studio. Ci sono due tavoli (uno grande da lavoro,m uno più piccolo e più basso). Su quello da lavoro ci sono buste, adesivi postali per lettere espresso, una macchina da scrivere portatile, alcuni telegrammi riuniti con un elastico, un cesto contenente lettere poggiato per terra, un vecchio coltellino, un cane di metallo, delle monete fuori corso da tempo, una grossa foto incorniciata di Pirandello.

    Sul tavolo piccolo invece ci sono, impilati, libri di fresca data e una specie di lavagnetta, un gioco di bravura per cui manovrando insieme due manopole – una che traccia righe orizzontali e una che traccia righe verticali su una polvere grigia – si possono tracciare anche linee curve. Si chiama Telecram.

    Nella stanza, che ha un pavimento di piastrelle di marmo grigio, ci sono molti pacchetti di sigarette Benson & Hodges. Tutte le pareti sono coperte da una libreria che allinea volumi rilegati: le opere complete di Stendhal, di Bossuet, autori siciliani, Voltaire, la raccolta della Gazzetta delle Belle Arti in francese, vecchie edizioni di poeti latini, vecchie edizioni di Shakeaspeare. Quasi sempre i libri sono disposti in doppia fila: dietro Shakeaspeare, per esempio, ci sono le opere di Gramsci.

    Nella stanza accanto c’è un’altra libreria protetta da vetro. Lì ci sono Manzoni, Leopardi, Carducci, Pascoli, altri autori francesi, tutti rilegati. Tra i libri oggetti vari tra cui molti piccoli “ex voto” in metallo. Poi un altro tavolo e una poltroncina vicino alla finestra.

    Nel corridoio che unisce le stanze, altre pienissime scaffalature,, dove si trovano, per esempio, le vecchie edizioni della Medusa, di Longanesi, del Saggiatore. Altri libri sono immagazzinati in mobili chiusi. Altri ancora sono sistemati in mensole, anche in un piccolo locale dove una tovaglia su un tavolo indica che lì, si mangia.

    In un’altra stanza un pallone di plastica, un giradischi, dei dischi con favole, dei libri con figure, dei lettini indicano la presenza, passata o presente, di bambini. Anche in questo locale altri quadri, tra cui uno grosso, che sembra importante, che raffigura un uomo vestito di grigio seduto su una sedia con le mani incrociate.



    Prime risultanze.

    Chi abita nell’alloggio ama molto la lettura, per amore antico. E’ affezionato ai suoi libri, e preferisce quelli di lettura più vecchia. Sono quelli della rilegatura più vecchia e stanno nelle file avanzate degli scaffali.

    Inoltre ama la pittura e il disegno. Non sposta mai i suoi quadri, perché sulle pareti non ci sono differenze di colore. Non li espone per vanteria economica perché firme conosciute e stimate si possono trovare negli svincoli del corridoio. Ha con molti pittori o artisti rapporti di stima e di amicizia perché molti quadri sono dedicati con affetto.

    Chi abita l’alloggio non ha intenzione di lasciarlo, ci sta bene. Ha angoli della casa in cui mettersi a seconda della sua occupazione o del momento. Lì si scrive a macchina e si tiene una fitta corrispondenza. Il bambino (o i bambini) che frequentano la casa non mettono le cose in disordine o, se lo fanno, qualcuno rimette subito in ordine.



    Conclusioni:

    L’alloggio è abitato da persone. Saltuariamente è frequentato da un bambino di tre anni che si chiama Fabrizio (il Telecram è suo). La donna si chiama Maria, l’uomo si chiama Leonardo Sciascia. Quest’ultimo è considerato da molte persone che pesano nella vita del paese come “un pericoloso disfattista” e negatore del “senso dello Stato”, “equivoco fiancheggiatore del terrorismo”. Recentemente un noto giornalista gli ha chiesto una ritrattazione delle ipotesi che prospetta nel suo ultimo libro..”.



    Non solo ritrattazione, a dire il vero. In parecchi avrebbero preferito che tacesse. A volte gli attacchi sono diretti, espliciti. Altre più insidiosi: un messaggio qua, un accenno là. Come la volta che Oreste del Buono, interpellato su “A che punto della notte” di Fruttero e Lucentini, trova il modo di buttar lì: “Sì, quei due sono bravi, non come quel Sciascia che adesso si crede un profeta, il tredicesimo apostolo, le nemesi, il necessario interprete”.



    Un segnale subito raccolto da Grazia Cherchi, fondatrice dei “Quaderni Piacentini”. Su “Linus” (per coincidenza: diretto da del Buono), sostiene che “L’Affaire Moro” è un libretto inutile; “La Sicilia come metafora” una stracca intervista; “Nero su nero”, una raccolta di note e noterelle, commenti e commentino, motti e mottetti, lamentazioni sul nostro paese, aforismi abortiti. In una parola: l’ultima produzione di Sciascia sarebbe null’altro che uno schifo.



    Una sinfonia di articoli e commenti per dire come si rimpiange lo Sciascia di un tempo, così in contrasto con quello recente; e per tutti, Ruggero Guarini, sul “Messaggero”: “…Sciascia è come ammalato di presenzialismo, sembra posseduto da una smania invereconda, subisce troppo la tentazione dell’attualità per essere un buon scrittore”.



    Insomma: Sciascia parla e scrive troppo; se ne torni piuttosto in Sicilia, altro che la politica, il dibattito culturale, le vicende come quella di Moro; se ne stia buono e in silenzio. Per fortuna l’invito non è stato raccolto.



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  3. #3
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 3)

    • a cura di Valter Vecellio

    Non è, a questo punto, operazione inutile riproporre alcuni giudizi e opinioni che all’epoca vennero date. Un “hanno detto” di cui è bene serbare memoria:



    …Come è suo costume, Sciascia dedica la sua intransigenza alle istituzioni, la sua pietà agli uomini.

    (Geno Pampaloni, “Todo Sciascia”, “Il Giornale”, 1 ottobre 1978)



    …Avanza il nostro uomo di lettere con un tomo di Voltaire nella sinistra e le massime di Charles Auguste Dupin infilate nel panciotto. Abile discendente dell’illuminismo, procede nella verbosa foresta di segni, attengo a ogni singola parola e allocuzione, soppesando gli incisi, rilevando contraddizioni, in breve aprendosi un varco tra le più infide, spesso interessate interpretazioni (di quei comunicati e quelle lettere)…A conferma della propria immagine Sciascia qui si vuole scrittore ancora più aguzzo e civile, proteso a valutare il peso di concretezza contenuto nei fatti, di proposito distorti di strumentalizzazioni assai più perverse, mascherati da imprevidenti e frettolosi commentati.

    (Giuseppe Saltini, “Uno Stendhal autarchico”, “Il Messaggero”, 22 ottobre 1978)



    …Estroso, bizzarro, capace di affascinare i colti e i meno colti, conoscitore sicuro del mondo siciliano vicino e lontano nelle sue pieghe più segrete…

    (Domenico Bartoli, “Quel desiderio sacrosanto”, “Il Tempo” 26 ottobre 1978)



    …Sciascia inclina sempre più a prendere le distanze dalle forme organizzate di realtà collettiva e a richiamare con aulico cipiglio i lettori alla meditazione sulla sorte morale se non metafisica dell’individuo…

    (Vittorio Spinazzola, “Sciascia, la pretesa della verità”, “L’Unità”, 28 ottobre 1978)





    …Sciascia si dichiara razionalista e illuminista, esalta Diderot e Voltaire, detesta Rosseau nemico della ragione, e in fatto di romanticismo dà ancora peso, a quanto sembra, a letture screditate come quella di Viereck. Ma anche il suo illuminismo, che in capo alla sua professione di fede mette i nomi di Hugo e di Stendhal (per non dire di Chateaubriand), sembra di un genere particolare. In tale contesto un’osservazione giusta e importante, va colta tuttavia. Non ha capito niente dell’Europa, dice Sciascia chi “ignora” l’importanza dei “Miserabili”, per la coscienza individuale e collettiva di due o tre generazioni. L’affermazione, forse eccessiva, per l’Europa, è certamente esatta per la Sicilia borghese o piccolo borghese: e la dice lunga sul “razionalismo” dello scrittore e sulla sua lettura di certi autori a cominciare da Manzoni…

    (Rosario Romeo, “Una Trinacria per Sciascia”, “Il Giornale”, 12 agosto 1979)



    …Con “Le Parrocchie di Regalpetra”, Sciascia si affermava, prendeva il via. Dentro c’era indubbiamente un retroterra culturale, cui giustamente tiene, ma che solo da allora gli è servito per l’articolazione in tanti libri di una sola grande storia, a cui lavora con regolarità, da artigiano che ama il mestiere, che lo diverte anche, e per cui può scrivere bene, senza “barare” col lettore…

    (Leonardo Sacco, “Il matriarcato rovina il Sud”, “Gazzetta del Mezzogiorno”, 22 agosto 1979)



    …Sciascia è dunque uno scrittore che per solito, con epiteto collaudato quanto malcerto, si è portati a definire “d’ispirazione virilmente civile”. Le sue indignazioni travalicano lo specifico spazio letterario, e la sua fama si è andata appunto accrescendo per motivi assai poco attinenti ai suoi impegni di prosatore. Dapprima il cinema, con dovizia pari alla malposta ambizione dei risultati, si è appropriato di alcuni suoi romanzi, poi, via via che le posizioni direttamente politiche dello scrittore assumevano maggiore incisività, prontezza d’intervento e un certo coraggio, la sua immagine si è vieppiù imposta…

    (Giuseppe Saltini, “Dalla Sicilia il limite e la ricchezza”, “Il Messaggero”, 28 agosto 1979)



    …La conclusione può essere una sola: una sola anche prima, per chi ha letto sempre Sciascia, ma soprattutto dopo questo suo ultimo libro (“La Sicilia come metafora”, ndr). E cioè che egli resta un alunno di Pirandello, sicilianissimo e insieme per niente siciliano, con una fantasiosa, creativa specializzazione, in quello che egli chiama il “romanzo poliziesco” e con una inclinazione letteraria che – questa sì – ha preso sempre più di stile, di gusto, di levità settecentesca e francese…

    (Giuseppe Galasso, “Sciascia come Sicilia”, “Corriere della Sera”, 10 settembre 1979)



    …La verità è colei che è. Alla luce di questa semplice, secca, perentoria affermazione è possibile, credo, capire quel che Sciascia intende quando parla della letteratura come della “più assoluta forma che la verità possa assumere”. Non si tratta certo di rivendicare alla letteratura una priorità metafisica, di assegnarle il gradino più alto di una ipotetica scala di valori: ma di ricordare che proprio chi parla per il piacere di parlare, per il “piacere del testo”, senza secondi o terzi fini, dice, può dire la verità. Lasciamolo parlare, dunque; e se possibile, ascoltiamolo.

    (Giovanni Roboni, “Sciascia, c’è del marcio in questo nostro Stato”, “Tuttolibri”, 22 ottobre 1979)



    una forte ipoteca grava da sempre sugli scrittori regionali; essa consiste nel sospetto che la loro sia una piccola verità, confinata entro gli angusti limiti di una terra che pochi conoscono. Eppure vige anche un principio opposto: che uno scrittore, cioè, sia tanto più universale quanto più è radicato nel particolare e tanto più vero quanto meno astratto…A questa alta ambizione, si è affacciato anche Leonardo Sciascia, che ha dichiarato essere la Sicilia, la sua Sicilia una metafora del mondo moderno, e di esserlo anche fisicamente, se è vero che egli dice, che ogni anno che passa, la realtà siciliana cresce di un palmo a invadere l’Italia e l’Europa.

    (Rodolfo Quadrelli, “Le contraddizioni dell’illuminismo di Sciascia”, “Il Tempo”; 7 ottobre 1979)



    …Anima lo scrittore un “illuminismo” che purtroppo qualcuno considera fuorimoda, fatto di concretezza e pensiero tollerante: una miscela razionale che molto servirebbe nei rapporti fra gli uomini. Ma anche per essere tolleranti occorrono delle certezze, bisognerebbe rispondere a svariate domande, uscire dai conformismi e dalle doppiezze e tornare al chi siamo, cosa vogliamo: !quel che è urgente in un paese come il nostro quasi sempre sommerso da una marea di conformismo, è il ristabilire i confini, le differenze, le identità…

    (Gilberto Finzi, “Le accuse di Sciascia”, “Il Giorno”, 7 ottobre 1979)



    …Ho sempre pensato che Leonardo Sciascia è l’ultimo grande scrittore di satire che ha ancora l’Italia. “Sono uno scrittore italiano”, egli ha detto una volta, “che conosce bene la realtà della Sicilia e che continua a essere convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi; di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire una metafora, che ci racconta i fatti della vita intensa,pirandellianamente, come il tragico “verum factum” per eccellenza”. Fatti e “misfatti” che Sciascia ci rappresenta con quella sua prosa semplice e piana (e quindi altamente classica) tanto simile al tono lento e assorto della sua voce…

    (Luigi Compagnone, “Il fatti della vita”, “Il Mattino”, 15 ottobre 1979)



    Di Leonardo Sciascia ho letto i libri e quell’ “Affaire Moro” che mi trova, per logica italiana, personalmente d’accordo. Li ho letti ed ammirati, così come guardo con attenzione quella attività pubblica e politica molto originale che Sciascia va conducendo da alcuni anni a questa parte in modo particolarmente clamoroso. Spesso mi sono detto: Sciascia è uno scrittore politico, se scrittore, nel senso di artista, di inventore, si può dire di un politico italiano e se politico si può dire di uno scrittore…

    (Goffredo Parise, “Un moralista della Sicilia”, “Il Corriere della Sera”, 23 ottobre 1979)



    …E’ il Leonardo Sciascia che ci è sempre piaciuto: uno scrittore da tutti ritenuto illuminista, chiaro e semplice, che invece è necessariamente oscuro perché impegnato in quel viaggio che distingue uno scrittore vero da uno falso, uno scrittore che pensa da uno che fa finta di pensare: il viaggio che si compie passando dal noto all’ignoto.

    (Ottavio Cecchi, “D’ora in avanti che cosa leggeremo?”, “L’Unità”, 15 novembre 1979)



    …La sostanza culturale di questo scrittore che crede di essere nipote di Voltaire, figlio di Pirandello e fratello di Borges è di derivazione squisitamente giornalistica…

    (Ruggero Guarini, “Ma se era già noto a Flaubert”, “L’Europeo”, 22 novembre 1979)



    …Leggendolo più volte mi sono chiesto se non sia il caso di vedere Sciascia fuori dai vecchi schemi. Magari chiedendoci se (come un altro narratore meridionale, Silone), non sia giunto a esprimere il massimo della sua vera vocazione come scrittore morale e cristiano. Infatti, lasciandoci dietro certo barocco spiritico di alcuni libri, la lunga inchiesta sul male come “mafia metafisica”, si sta facendo sempre più tragica, sempre più alta, sempre più limpida. Diciamo pure che la sua voce ormai riconferma un “classico””.

    (Alberto Cavallari, “Sciascia all’incrocio con Manzoni”, “Il Corriere della Sera”, 9 dicembre 1979)



    Un Voltaire in Sicilia. L’occhio scuro e inquisitore. Le mani che ogni tanto si agitano nell’aria come inseguissero qualcosa di invisibile. Lo scetticismo vellutato di osserva senza farsi coinvolgere troppo, Non vuole sporcarsi le mani, però gli piace stare alla distanza giusta per vedere e capire. Chi sia Sciascia in fondo all’anima, lasciamo perdere., Ma le parole che scrive, le confidenze che si lascia scappare mangiando un piatto di pasta con le fave, vanno nella direzione di un Voltaire siciliano che cerca di applicare la ragione, anche l’anticonformismo della ragione, a quel che succede nella vita quotidiana…

    (Walter Tobagi, “Il mondo delle ideologie”, “Il Mondo”, 11 dicembre 1979)



    Sciascia si è trovato molte volte al centro di polemiche. Inevitabile: lucidità, capacità intuitiva, prontezza nel cogliere l’essenza delle cose, coraggio e onestà intellettuale sono merce rara, chi la possiede, inevitabilmente, è lui a doverla pagare cara. Ne parleremo.



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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 4)

    • a cura di Valter Vecellio

    Saremo perduti senza la verità.

    Era un uomo, Leonardo Sciascia, di poche, brevi frasi, parole soppesate e quasi sofferte; chiunque lo ha conosciuto può testimoniare che un dialogo con lui era soprattutto fatto di lunghi silenzi, sguardi penetranti, qualche gesto, sorrisi ironici, guizzi e movimenti impercettibili…Figurarsi: quando venne eletto deputato nelle liste del Partito Radicale, deve essere stato un tormento per lui la vita parlamentare, quei riti, quel tanto parlare, quel ritmo a volte da pochade, così lontano dal suo modo di essere e vivere. Gli interessava soprattutto il caso Moro, e della commissione parlamentare d’inchiesta fece parte. La sua relazione di minoranza è ancor oggi uno dei pochi documenti su quella vicenda che il tempo non abbia logorato, ancora oggi una lettura preziosa e istruttiva.



    Pochi ed estremamente concisi i suoi interventi in aula. Qualche foglietto vergato a mano, che poi lentamente leggeva. “Ingovernabili sono i Governi”, è il primo discorso parlamentare di Sciascia. Fallito il tentativo di confermare Giulio Andreotti alla presidenza del Consiglio, e caduta anche l’ipotesi di un governo a guida socialista presieduto da Bettino Craxi, la scelta del presidente della Repubblica Sandro Pertini cade su Francesco Cossiga, che forma un “consiglio” con la presenza di alcuni tecnici. La composizione del governo viene comunicata ai presidenti delle due Camere il 4 agosto; e il 9 comincia il dibattito sul programma che si concluderà con il voto di fiducia.



    L’intervento “I posti di blocco a Palermo” è nell’ambito dello svolgimento di una serie di interpellanze sull’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine. Dal maggio 1975 al dicembre 1979, negli anni caldi del terrorismo, si contano 71 morti e 125 feriti per l’uso indiscriminato delle armi da fuoco da parte delle forze di polizia. In genere i caduti sono cittadini inermi che non si sono fermati all’intimazione dell’alt. Sciascia si rivolge al Governo “per conoscere i suoi intendimenti in relazione al tentativo di riprodurre surrettiziamente nel nostro ordinamento la pena di morte, per di più con esecuzione sommaria sul posto, attraverso l’estensione interpretativa dell’articolo 53 del codice penale, che configura un vero e proprio incoraggiamento alle forze di polizia all’uso delle armi, nella presunzione di stati di necessità, sulla base di intuizioni o di emozioni del momento”.



    L’intervento “Cossiga come Fouché” si riferisce alla vicenda per la quale il Parlamento in seduta comune deve decidere se il presidente del Consiglio Cossiga debba essere messo in stato d’accusa, e riguarda l’attività terroristica di Marco Donat Cattin, figlio di Carlo, ex ministro e vice-segretario della DC. Il giovane, che il padre non vede da molto tempo, è un militante di “Prima Linea”, e lo rivela agli inquirenti il “pentito” Patrizio Peci il 2 aprile 1980. Quando il padre viene a conoscenza della confessione di Peci, si rivolge al presidente del Consiglio per conoscere di cosa sia accusato il figlio; il colloquio si svolge il 24 aprile. Cossiga afferma di non aver fornito alcuna informazione, perché non v’erano neppure addebiti generici, ma di aver sostenuto l’opportunità che il giovane si costituisse. Carlo Donat Cattin invece sostiene di aver appreso che fino a quel momento non v’erano addebiti specifici, il che significa che v’era quanto meno l’addebito generico di partecipazione a banda armata. Il giorno dopo Donat Cattin cerca un contatto con il figlio attraverso un amico di Marco, Roberto Sandalo, al quale parla del colloquio con Cossiga. Il 29 aprile Sandalo, anch’egli militante di “Prima Linea”, viene arrestato, e dalle sue confessioni si apprende dell’incontro Donat Cattin-Cossiga. Di qui l’accusa al presidente del Consiglio di violazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento. Il Parlamento conclude con l’archiviazione.



    Mafia e antimafia

    C’è una pagina, di uno dei più famosi romanzi di Leonardo Sciascia, “Il Giorno della civetta”, che ogni magistrato e investigatore dovrebbe conoscere a memoria. Uno dei protagonisti della storia è il capitano dei carabinieri Bellodi: un ufficiale venuto dal nord d’Italia; ha combattuto la Resistenza, certamente è un democratico, forse simpatizza con qualche partito della sinistra, sicuramente è un laico. Costui si trova a dover fare i conti con il capo-mafia locale, don Mariano Arena; e a un certo punto è assalito da un dubbio, un sospetto. Per un attimo il capitano Bellodi ha la tentazione di fare ricorso a quei metodi spicci, al di là e al di sopra della legge che aveva usato Cesare Mori, il leggendario “prefetto di ferro”, lasciato libero da Mussolini di fare e abusare contro il brigantaggio prima, e i livelli “bassi” della mafia poi; perché quando Mori cominciò a lambire i livelli “alti” di Cosa Nostra, quelli che erano già compromessi con il regime – e anzi, del regime erano parte ormai integrante – venne nominato senatore; naturalmente per i suoi alti meriti e le sue indubbie qualità; cosicché, senza tanti complimenti, ma anche senza tanto clamore, se lo levarono dai piedi, in omaggio alla sempre aurea regola del “promuovi e rimuovi”.



    A ogni modo, Bellodi per un attimo si culla in questa idea, che ancora oggi qualcuno vagheggia: di un uso della forza e dell’arbitrio, ma in nome dello Stato, contro la forza e l’arbitrio, a scopo diciamo così privatistico; nell’illusione che il fine possa giustificare il mezzo, e negandosi che, al contrario, il mezzo qualifichi il fine.



    Bellodi però non cade in questa tentazione; ed ecco che arriviamo al nocciolo della questione; ed è evidentissimo che Sciascia in questo Bellodi si identifica pienamente:



    “…Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nella contabilità generalmente a doppio fondo, delle grandi e piccole aziende, revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze e gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i vicini di casa della famiglia, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari; e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e a tirarne il giusto senso. Soltanto così a uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi…In ogni altro paese del mondo una evasione fiscale come quella che sto constatando sarebbe duramente punita; qui don Mariano se ne ride, sa che non gli ci vorrà molto tempo per imbrogliare le carte…”.



    Come si vede, Sciascia aveva capito tutto e l’aveva scritto, indicato. Nel 1960. Ha compreso, per esempio, che i mafiosi sono corazzati a sopportare qualunque cosa, detenzione e morte compresa: quella loro, dei congiunti, degli affiliati alla cosca; su una cosa però non transigono: il sequestro e la confisca dei beni che illecitamente sono entrati nella loro disponibilità. Guai a toccar la loro roba…



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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 5)

    • a cura di Valter Vecellio

    Sciascia, nel citato brano de “Il Giorno della civetta”, parla anche di quella “grande famiglia che è il regime”, i “vicini di casa della famiglia”, e i “nemici della famiglia”: trasparentissima allusione: si tratta di “vicini” che, evidentemente, sono troppo “vicini”; e anche i nemici, altrettanto evidentemente non sono, nei fatti, sufficientemente nemici: visto che poi sprecano il loro fiuto in chiacchiere, invece di annusare quella illecita ricchezza che, inevitabilmente, lascia una traccia individuabile, solo a volerla individuare.



    Bisognerebbe mettere, pensa Bellodi-Sciascia, “mani esperte nella contabilità”; certo non può essere un caso, se ancora non si fa quello che gli stessi finanzieri chiedono da tempo: smilitarizzare il corpo, mettendo così la Guardia di Finanza in condizione di poter garantire maggiore qualificazione, efficienza ed autonomia. Evidentemente, fa più comodo una Guardia di Finanza organizzata così com’è, piuttosto che come potrebbe e dovrebbe essere; e anche oggi, del resto, i tanti Mariano Arena, in Sicilia e fuori dalla Sicilia, se la ridono di gusto; e hanno ragione a ridersela.



    Di tutto ciò si ricava puntuale e sconfortante conferma ogni volta che le cronache ci riferiscono di tangenti legate agli appalti; le cifre sono da capogiro: miliardi come se si trattasse di noccioline. Quei miliardi nelle tasche di qualcuno, ci finiscono; e da qualcuno vengono ostentati, sfacciatamente spesi: simbolo di potenza, arroganza, impunità. Come quei personaggi ritratti in una celebre litografia di Bruno Caruso, senz’altro mafiosi, che dicono: “Noi facciamo quello che ci pare e piace”. Fanno quello che a loro pare e piace perché sono ancora pochi coloro che si danno pena di trarre “il giusto senso” a quello che pur vedono.



    Alla fine del romanzo Bellodi viene trasferito a Parma; ad alcune amiche curiose di sapere qualcosa intorno a quell’oggetto misterioso e sconosciuto che per loro era la mafia, il capitano racconta, a mo’ di apologo, la storia del medico di un carcere siciliano. Medico coraggioso, che si era messo in testa l’idea bizzarra che i detenuti mafiosi sani dovevano stare in cella e non nella confortevole infermeria a occupare il posto destinato a quei detenuti non mafiosi, che malati lo erano veramente, e lì sarebbero dovuti stare per diritto. Brano che mette i brividi e che conviene riprendere interamente:



    “…Il medico ordinò che tornassero, i mafiosi, ai reparti comuni, e che i malati venissero in infermeria. Né gli agenti né il direttore diedero seguito alla disposizione del medico. Il medico scrisse al ministero. E così, una notte, fu chiamato dal cercare, gli dissero che un detenuto aveva urgente bisogno del medico. Il medico andò. Ad un certo punto si trovò, dentro il carcere, solo in mezzo ai detenuti: i caporioni lo picchiarono, accuratamente, con giudizio. Le guardie non si accorsero di niente. Il medico denunciò l’aggressione al procuratore della Repubblica. Al ministero. I caporioni, non tutti, furono trasferiti ad altro carcere. Il medico fu dal ministero esonerato dal suo compito: visto che il suo zelo aveva dato luogo a incidenti. Poiché militava in un partito di sinistra, si rivolse ai compagni di partito per averne appoggio; gli risposero che era meglio lasciar correre. Non riuscendo ad ottenere soddisfazione dall’offesa ricevuta, si rivolse al capomafia: che gli desse la soddisfazione, almeno, di far picchiare, nel carcere dove era stato trasferito, uno di coloro che lo avevano picchiato. Ebbe assicurazione che il colpevole era stato picchiato a dovere”.



    L’apologo viene giudicato delizioso dalle amiche di Bellodi; e terribile da un vecchio compagno di scuola del capitano, poi diventato medico. Non sappiamo se lo trovò terribile per un riflesso condizionato, perché si riconosceva nel protagonista-vittima del racconto o perché temeva un giorno di dovercisi riconoscere. Ma anche noi lo giudichiamo terrificante, e di sconcertante, inquietante attualità; e potremmo fare più di un esempio concreto tratto dalla quotidianità. I capimafia, ora come allora, in carcere spesso fanno quello che vogliono; chi dovrebbe vigilare e aguzzare la vista, chiude entrambi gli occhi per quieto vivere e vigliaccheria, quando non c’è un interesse remunerato. E si colga il passaggio amarissimo: “…Si rivolse ai compagni di partito per averne appoggio; gli risposero che era meglio lasciar correre”.



    Quello che non sanno, non vogliono o non possono fare ministro e compagni di partito, lo assicura la mafia: basta chiedere facendo atto di sottomissione, così come anni dopo racconterà magistralmente Francis Ford Coppola, ne “Il Padrino”, nella scena del barbiere che chiede vendetta al “don” per l’onore oltraggiato della famiglia.



    “A ciascuno il suo” è del 1966, cinque anni dopo “Il giorno della civetta”. E’ ambientato nel 1964, ma nel racconto si intrecciano e mescolano fatti ed episodi di molto anteriori: come la lotta antimafia del prefetto Mori negli anni Venti. A Sciascia serve per raccontare l’evoluzione di Cosa Nostra, che riesce a cambiare modellandosi sulle nuove situazioni; restando tuttavia fedele a certi suoi immutabili canoni.



    Lo scrittore mette a fuoco le due realtà mafiose: quella locale, agraria, contadina, “antica”; e quella ormai nazionale, con legami e intrecci nel e con il “Palazzo”, la politica; e i conseguenti giochi e alleanze e complicità.



    Il professor Laurana, che è fatto della stessa pasta del capitano Bellodi, paga con la vita la sua ostinazione a cercare la verità; a un certo punto Laurana parla con l’amico Rossello dell’onorevole Abello: uno destinato a fare carriera. Abello è di destra; ma di una destra che sa stare più a sinistra dei cinesi; perché, per dirla con Rossello: “Destra, sinistra: sono distinzioni che non hanno senso”.



    Laurana chiede se Abello accetta completamente la linea che per ora segue il partito; ne ottiene una edificante risposta: “Perché no? Abbiamo rosicchiato per vent’anni a destra, ora è tempo di cominciare a rosicchiare a sinistra”.



    Ne “Il Giorno della civetta”, il delitto della mafia degli appalti rimane impunito perché Bellodi va a cozzare contro il muro dell’omertà e delle complicità, locali e nazionali. In “A ciascuno il suo” il professor Laurana, attratto dall’oscurità dei motivi che hanno portato all’iniziale duplice delitto, cerca di scoprire da solo la verità, ma nel momento in cui la conosce, viene ucciso.



    Bellodi e Laurana sono, nei fatti, due sconfitti; tuttavia Sciascia ne fa due personaggi irriducibili, che alla sconfitta non sanno e non vogliono rassegnarsi. Di Bellodi tutti ricorderanno la frase che chiude il romanzo: il capitano sapeva che sarebbe tornato in Sicilia: “Mi ci romperò la testa”. Quanto a Laurana, per venirne a capo, lo devono eliminare fisicamente.



    Nel maggio del 1979, su “L’Ora”, quotidiano palermitano, Sciascia scrive di mafia e cose mafiose e annota che, a suo giudizio, “la mafia, fa fenomeno rurale e diventato fenomeno cittadino e parapolitico, si è trattato di una specie di integrazione nel potere. La mafia non è più apparentemente riconoscibile come un tempo”. Un anno dopo, esattamente nel settembre del 1980, questa volta su “Il Giornale di Sicilia”, sviluppa ulteriormente l’analisi: rifacendosi a quanto già aveva indicato ne “Il Giorno della civetta”, sostiene che:



    “Il modo migliore per combattere la mafia è quello di mettere le mani sui conti bancari. Non capisco perché tra l’incostituzionalità del confino e l’incostituzionalità del controllo dei conti bancari, i governi abbiano sempre scelto la prima. Anzi, lo capisco benissimo: perché al confino si mandano sempre i soliti stracci, mentre per i conti bancari si sarebbe costretti ad andare più in alto”.



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    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 6)

    • a cura di Valter Vecellio

    Sciascia, insomma, con largo anticipo aveva compreso come stavano le cose, e indicato una strada. Eppure per qualcuno lo scrittore coltiva l’idea che la mafia non fosse “quell’organizzazione pericolosa che Falcone aveva scoperto”. Davvero? Proprio Falcone non era d’accordo: intervistato da Mario Pirani per “La Repubblica” nell’ottobre del 1991, il magistrato dice di aver sempre considerato Sciascia un grande siciliano, profondamente onesto. In altre occasioni sostiene di essersi formato anche attraverso i suoi libri. Sì, quel Falcone che una volta morto tutti hanno celebrato, ma che quand’era vivo veniva accusato, nel corso di una puntata del “Maurizio Costanzo Show” di aver “disertato”, di aver lasciato il palazzo di Giustizia di Palermo per un “comodo” posto di Direttore agli Affari Penali a Roma, e che, a giudizio di un componente del Consiglio Superiore della Magistratura, Alessandro Pizzorusso, era diventato inaffidabile perché ormai al servizio dei socialisti; per questo andava negata la guida della Procura Nazionale Antimafia. Del resto, quando al Consiglio Superiore della Magistratura si doveva decidere se Falcone doveva diventare o meno capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo e gli venne preferito Antonino Meli, due dei tre rappresentanti di “Magistratura Democratica, la corrente progressista, votarono contro. Uno dei due, Elena Paciotti, divenne poi parlamentare europea dei DS e presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati.



    Un momento di grande polemica si ebbe con la pubblicazione, sul “Corriere della Sera” del 10 gennaio 1987, del famoso articolo sui “professionisti dell’antimafia”, poi compreso nella raccolta “A futura memoria”. Al di là dei casi specifici, è chiaro che Sciascia poneva una questione di metodo: e fece benissimo a porla.



    In proposito è consigliabile e utile la lettura di un brano del libro “I disarmati” di Luca Rossi. Riporta una cruda “riflessione” ad alta voce di Giovanni Falcone:



    “…Il fatto è che il sedere di Falcone ha fatto comodo a tutti. Anche a quelli che volevano cavalcare la lotta antimafia. Per me, invece, meno si parla, meglio è. Ne ho i ciglioni pieni di gente che giostra con il mio culo. La molla che comprime, la differenza: lo dicono loro, non io. Non siamo un’epopea, non siamo superuomini; e altri lo sono molto meno di me. Sciascia aveva perfettamente ragione: non mi riferisco agli esempi che faceva in concreto, ma più in generale. Questi personaggi, prima si lamentno perché ho fatto carriera; poi se mi presento per il posto di procuratore, cominciano a vedere chissà quali manovre. Gente che occupa i quattro quinti del suo tempo a discutere in corridoio. Se lavorassero, sarebbe molto meglio. Nel momento in cui non t’impegni, hai il tempo di criticare: guarda che cazzate fa quello, guarda quello lì che è passato al PCI, e via dicendo. Basta, questo non è serio. Lo so di essere estremamente impopolare, ma la verità è questa…”.



    Tutto si tiene. Gli stessi che accusavano Falcone di aver “tradito” polemizzarono con Sciascia, con attacchi di rara volgarità; lo si accusa di essere diventato un quaquaraquà: l’ultima delle categorie con cui il don Mariano Arena del “Giorno della civetta” cataloga il genere umano, a suo giudizio diviso in uomini, mezz’uomini, ominicchi, piglianculo e, appunto, ququaraquà.



    Un sedicente coordinamento antimafia di Palermo afferma che Sciascia si era posto al di fuori della società civile; ci si domanda se combatte ancora la mafia. Giampaolo Pansa scrive di un “vecchio” e di un “nuovo” Sciascia: il primo attento indagatore dei crimini e delle complicità con la mafia; il secondo che incitava a convivere con Cosa Nostra. Claudio Fava, sul quotidiano di Genova “Il Secolo XIX”, parla di uno Sciascia ormai “travolto dagli anni e dagli antichi livori”. A quali livori antichi si riferisca non l’ha mai spiegato; ma nel suo articolo si può anche leggere: “Certo, il sindaco Orlando sta riuscendo faticosamente a rimettersi in marcia nonostante Sciascia, nonostante la mafia…”.. E val la pena di richiamare l’attenzione a quel doppio “nonostante”: Sciascia e la mafia, si fa intendere, procedono di conserva e d’intesa.



    Sciascia del resto l’aveva previsto: chi muoverà critiche verrà marchiato come mafioso:



    “…Diceva Pirandello: beato paese, il nostro, dove certe parole vanno tronfie per via, gorgogliando e sparando a ventaglio la coda, come tanti tacchini, Ma lasciando da canto l’ironia (il cui linguaggio non sempre riesce decifrabile ai più), si può dire – e posso ben dirlo, dopo trent’anni di polemiche – che il nostro è un tremendo paese, dove basta ci si attenti a toccare il picchiotto, per bussare alla porta della verità, che si viene proclamarti untori anche da chi sa che le unzioni non esistono e che chi bussa non ha niente a che vedere con la peste…” (“Corriere della Sera”, 26 gennaio 1987).





    Come sia stato possibile scrivere delle autentiche infamità, ancora oggi ha dell’incredibile e dell’incomprensibile. Naturalmente le affermazioni di Sciascia, come quelle di tutti, sono opinabili, discutibili e non c’è nulla di male a sottoporle al vaglio della critica e del ragionamento; lui stesso amava dire: “Sono d’accordo con chi non è d’accordo con me”.



    Ma quelli che gli hanno rovesciato addosso non erano critiche, non sono opinioni di segno contrario, era un vero e proprio linciaggio: il tentativo violento e fascista di annichilirlo.



    Ci ripetiamo, ma contenti di farlo. Sulla mafia Sciascia aveva sempre avuto idee molto chiare e precise. C’è per esempio una sua lucidissima analisi per quel che stava accadendo in un paese ad alta densità mafiosa, Misilmeri, pubblicata nel febbraio del 1962 su “Il Giorno”. Una cronaca davvero esemplare:



    “…A Misilmeri c’è una vecchia mafia, ormai tranquilla, agiata, “forza d’ordine; una mafia che farebbe di tutto per non richiamare l’attenzione sul paese, che saggiamente ritiene di doversi accontentare del benessere di cui gode. I quattro o cinque omicidi che si sono verificati in questi ultimi anni sono da considerarsi in prevalenza, come “omicidi d’ordine”: a difesa delle postazioni di censo e di rispettabilità in cui i vecchi mafiosi ormai si trovano. Non uno della vecchia mafia rischierebbe, anche con la prospettiva di nuovi e ingenti guadagni, la propria attuale posizione: basta il reddito dei giardini, la libera professione o l’impiego negli uffici regionali dei figli…”.



    Dopo questa rapida radiografia della situazione di Misilmeri, che tranquillamente possiamo assumere come paradigma di quanto accadeva anche in altri paesi della Sicilia, Sciascia osservava:



    “…E’ l’eterna questione dei vecchi e dei giovani; e in questo caso, della vecchia e della nuova mafia; che ancora, per la prudenza e per l’amore del quieto vivere dei vecchi, non sono entrati in conflitto aperto, ma pare che tra non molto, e non soltanto a Misilmeri, finiranno con l’affrontarsi. Secondo alcuni, i tempi di questo inevitabile conflitto saranno anticipati – sbadatamente o coscientemente – dagli interventi della polizia. Se la polizia darà qualche fastidio ai vecchi, per essere lasciati tranquilli questi finiranno col perdere la pazienza con i giovani; e ci sarà quello che l’ex investigatore della Pinkerton Dashiell Hammett, autore di celebri romanzi polizieschi, chiama “il raccolto rosso”, cioè il raccolto di sangue che la polizia di solito previene quando riesce, con poco sforzo, a mettere in guerra tra loro due gruppi o due generazioni di mafie…”.



    Sciascia concludeva il suo ragionamento e la sua analisi sostenendo che a ogni modo “…la vittoria resterà inevitabilmente, come già in altri luoghi, in altre zone della Sicilia, è avvenuto, tra i giovani. Chi non ha niente da perdere è in grado di condurre più spericolatamente, più spietatamente, una simile guerra”.



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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 7)

    • a cura di Valter Vecellio

    Gli storici del fenomeno mafioso possono certificare che è quanto effettivamente accaduto. Purtroppo gli storici (e i sociologi, o i giornalisti che da storici si travestono), queste cose le comprendono molto tempo dopo: quando è tardi e ormai inutile; Sciascia invece scrive quando i fatti non si sono ancora verificati; quando sono pochi a interessarsene: con lui Michele Pantaleone, Mauro De maturo, per fare qualche nome. Chi avesse pazienza e possibilità di sfogliare i giornali dell’epoca, non troverà molti autori che scrivono di mafia. Forse perché qualcuno concordava con il cardinal Ruffini, che la mafia era sostanzialmente un’invenzione; oppure perché condivideva l’opinione di Vittorio Emanuele Orlando, secondo il quale, “se mafia è onore, senso del coraggio…allora anch’io mi onoro di essere mafioso”; oppure per paura e vigliaccheria; oppure, semplicemente, per incapacità di capire e cogliere il senso del fenomeno e delle cose.



    Se si legge una recensione a un paio di libri sulla mafia del 1957, si è tentati di parlare di profezia, o “semplicemente”, Sciascia vedeva là dove tanti si limitavano a guardare.



    “…Se dal latifondo riuscirà a migrare e a consolidarsi nella città, se riuscirà ad accagliarsi intorno alla burocrazia regionale, se riuscirà ad infiltrarsi nel processo di industrializzazione dell’isola, ci sarà ancora da parlare, e per molti anni, di questo enorme problema”.



    Un fenomeno che a un certo punto si trasforma e trasfigura, e Sciascia puntualmente coglie questa mutazione, ne dà conto, ammettendo, onestamente, di faticare a comprenderla. Solo che – sembra un paradosso, una contraddizione, ma a ben vedere non lo è – non capendo, Sciascia comprende benissimo.



    Conviene a questo punto citare quello che possiamo considerare un quasi inedito: è il resoconto di quello che Sciascia disse incontrando un gruppo di studenti e residenti a Lipari nel maggio del 1984. Lipari, per inciso, è il luogo dove ha ambientato la sua “Recitazione della controversia liparitana”. Non si tratta di un testo molto lungo:



    “Mi pareva fino a qualche anno fa di conoscere che cosa fosse la mafia…Mi hanno aiutato molto a capire la mafia, oltre che la famosa inchiesta di Franchetti e Sonnino del 1874, due stranieri: Hobsbawn e Hess, uno inglese e l’altro tedesco. Hobsbawn scopre con molta semplicità quello che noi affannosamente, per anni, per decenni, abbiamo cercato. Forse il punto di vista di un estraneo, il distacco che gli era consentito, essendo inglese, essendo studioso del fenomeno della mafia, gli ha permesso di avere questo potere. Hobsbawn dice: la mafia è la sola rivoluzione borghese che poteva avere la Sicilia. Hess da parte sua, scopre un’altra piccola verità: il mafioso non sa di essere mafioso. La mafia sta dentro la propria pelle. Questi due stranieri coi loro libri, mi hanno aiutato molto a capire. Ma oggi, a questo punto, non posso dire che la mafia sia quella di allora. Intanto la mafia in proprio produce droga. Quindi non è più intermediaria. Dalla droga ne deriva il capitale, che la mafia gestisce in proprio, non più come intermediazione. Il terzo punto è: la mafia non è più intermediaria tra il cittadino e lo Stato. Possiamo fare un esempio molto semplice. La mafia non uccideva i magistrati, non uccideva ufficiali di polizia. Non li uccideva perché era dentro. Perché da magistrati e polizia, in un certo senso, si sentiva protetta. Poi li uccide. Questo vuol dire che c’è stato un certo distacco tra le istituzioni dello Stato e la mafia, tra gli uomini politici e la mafia. Prima, in ogni paese, in ogni città, in ogni quartiere, si conoscevano i capi-mafia, venivano indicati a vista. Una volta ho intervistato persino, per un giornale, quello che veniva considerato il capo della magia siciliana. L’ho incontrato nello studio di un avvocato, venticinque anni fa, mi pare. Lui mi ha fatto una premessa: “Non dobbiamo pronunciare la parola mafia. Dobbiamo usare la parola amicizia”. Va bene, e così è andata l’intervista. Parlando di amicizia quando si doveva parlare di mafia. Comunque era uno che non si nascondeva. Oggi invece è impossibile sapere chi è che dirige la mafia. Io non do molto peso all’omertà, perché la considerazione dell’omertà dei siciliani porterebbe a dei giudizi etnici sui siciliani che io rifiuto. Io non credo che i siciliani siano nel sentimento mafiosi e omertosi come dicono. L’omertà è una necessità. E’ una pratica. Io ho raccontato a un ministro dell’Interno un aneddoto: c’è un piccolo industriale siciliano che riceve una lettera minatoria che gli impone di versare una cifra, duecento milioni. Quest’uomo si rivolge alla polizia. Non paga. La polizia prepara un piano per catturare gli esattori dei duecento milioni. Il piano viene preparato accuratamente, nel luogo dove avverrà l’incontro. Un sottufficiale dei carabinieri o della polizia – non ricordo bene – viene nascosto dietro il guidatore che era l’industriale, colui che doveva portare i soldi. Questa macchina arriva al luogo dell’appuntamento. Si trovano lì le persone che devono esigere i quattrini, ma sanno già che la cosa è preparata. Feriscono il guidatore e se ne vanno tranquillamente. Dopodichè questo povero industriale che aveva avuto l’incidente, viene ricoverato in una clinica ortopedica. Lì riceve una lettera che gli impone di versare non più duecento milioni, ma trecento. Questo l’ho raccontato al ministro dell’Interno quando ero deputato, e lui non mi ha chiesto altre indicazioni. C’è un rischio. Il rischio è questo: tutti si occupano di mafia. Tranne la polizia. Non si può perdere di vista questo: di mafia si deve occupare anche e soprattutto la polizia. Poi va benissimo che se ne parli a scuola, nelle famiglie, sui giornali e dovunque. L’educazione civica totale si può fare anche attraverso la letteratura italiana. Se il professore, quando arriva ad aprire “I promessi sposi”, al capitolo dei bravi, si ferma a dire: “Guardate, questa è la Lombardia dei Seicento. La Lombardia oggi non ha più questi fenomeni, mentre in altre regioni noi li abbiamo. La Lombardia non li ha più perché ha avuto la fortuna di avere il governo austriaco di Maria Teresa, l’illuminismo austriaco, allora credo che si avrebbe una nozione della mafia molto più precisa di quella che si può trovare nei testi moafiologhi”.



    L’impressione è che molto spesso Sciascia sia vittima di aggressori che neppure si danno pena di leggere bene quello che lui scriveva o diceva. Se lo avessero letto o ascoltato con attenzione, magari le loro aggressioni le avrebbe tentate molto prima.



    Un esempio: si prenda uno dei primi libri, “Pirandello e la Sicilia”, del 1961. Oltre al saggio di Pirandello, che era uno dei suoi autori favoriti, c’è uno scritto, intitolato “La Mafia”; per la prima volta era stato pubblicato su “Tempo Presente”, la bella rivista di Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte. Vi si apprende il concetto che abbiamo trovato nell’articolo di Misilmeri, ma con qualcosa in più. Sciascia parla del libro “Questa mafia”, scritto da un generale dei carabinieri: quel Renato Candida, che gli ispirerà il personaggio del capitano Bellodi ne “Il Giorno della civetta”. Sciascia aveva conosciuto Candida quando era un giovane ufficiale in servizio ad Agrigento, e lui era un maestro elementare nella poco lontana e natia Racalmuto. Un libro, lo giudica Sciascia, pieno di preziose informazioni: la divisione tra giovani e cecchi mafiosi, il desiderio di affermazione dei primi, la preoccupazione dei secondi dinon pregiudicare gli equilibri e le posizioni raggiunte, e il dissidio che inevitabilmente ne nasce e che porta all’altrettanto inevitabile guerra. Ma leggiamo:



    “…In politica è inutile dire in quali partiti militano questi vecchi mafiosi divenuti convinti “uomini d’onore” – uomini d’ordine in quanto interessati a che nulla turbi l’ordine di cui loro beneficiano…Mentre i giovani restano sbandati, e non è raro che si volgano ai partiti di sinistra”.



    E ancora:



    “…Di una mafia di sinistra (avendo finora i partiti di sinistra monopolizzato i termini della lotta contro la mafia), nessuno prima del Candida aveva parlato; eppure esiste, e in molti centri dell’agrigentino riesce a battere sistematicamente la mafia di centro-destra. Ciò non toglie che l’essenza della mafia risieda in quell’ideale di ordine di cui si è detto. Peraltro, è da notare che la scelta di un partito in Sicilia è determinata da circostanza che niente hanno a che fare con un ideale politico: rivalità di gruppi, di famiglie o semplicemente di individui; gelosie e invidie…Ho davanti agli occhi un opuscolo sulla vita del sindacalista Salvatore Carnevale, indubbiamente liquidato per sentenza della mafia; a un certo punto si legge che col Carnevale le vittime della mafia, sindacalisti ed esponenti della sinistra, sono finora trentotto; e viene il sospetto che si faccia un po’ di confusione. Perché bisogna distinguere tra delitti esterni e delitti interni; e se tra questi trentotto non ci siano soppressi per misura interna e per ragioni che non hanno niente a che vedere con la politica. Ma tant’è: un morto serve sempre, nel nostro retorico paese”.



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    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 8)

    • a cura di Valter Vecellio

    Come si vede, un buon lettore di Sciascia non può trovare “sorprendente” l’articolo che molti anni dopo pubblicherà sul “Corriere della Sera”. La diffidenza per la retorica montante, l’allarme per il diritto stravolto sono una costante in Sciascia.



    Non contenti di insultarlo da vivo, lo hanno fatto anche da morto: quando Sciascia non poteva né replicare, né difendersi. Per esempio lo ha fatto, e ripetutamente, il sociologo Pino Arlacchi.



    In un lungo articolo pubblicato da “La Repubblica”, Arlacchi scrive che Sciascia non può essere considerato un maestro: né oggi, né ieri: perché gravissimi sarebbero stati i suoi silenzi, mentre altri sfidavano le cosche. E nel “Giorno della civetta”, la descrizione di Cosa Nostra sfiorerebbe addirittura l’apologia. In quanto al tanto celebrato impegno civile dello scrittore, Arlacchi sostiene che non vi sarebbe né ne “Il Giorno della civetta”, né in “A ciascuno il suo”. Anzi: a ben vedere, vi si scorgono segni di “qualunquismo e di codardia civile”. Al punto che “ è lecito esprimere un dubbio sulla consistenza e sulla qualità del suo impegno antimafia”.



    Cosa sarebbe, dunque, “Il Giorno della civetta”?Nulla più, risponde Arlacchi, “che la storia molto ben narrata, della sconfitta della giustizia dello Stato e dei suoi rappresentati di fronte a un delitto di mafia. Dei due maggiori personaggi del racconto, il capitano dei carabinieri e il capobastone locale, è il secondo che colpisce e sovrasta”. Infine, l’inappellabile sentenza: Sciascia è “stregato dalla mafia”. Altri hanno fatto di peggio: dandogli del mafioso tout court.



    Ora è perfino avvilente dover osservare che Sciascia in modo ironico, sornione, raffinato e lucidissimo, ha trattato il problema mafia fingendo di assecondarlo, di essere conciliante: in realtà aggredendola e azzannandola come meglio non si poteva.



    Basta, per mettere le cose a posto, Tullio De Mauro, fratello di Mauro, il giornalista de “L’Ora”, impegnato nelle inchieste di mafia, scomparso un giorno del 1970 e mai più tornato (neppure il cadavere è stato restituito). Dice De Mauro:



    “I libri di Sciascia ci hanno aiutato ad aprire gli occhi sul fatto che la mafia non era un fenomeno folcloristico siciliano. E Sciascia si è sempre esposto in prima persona. Io sono stato coinvolto amaramente nel 1970 dalla scomparsa di mio fratello. A Palermo, dove insegnavo, gli amici, i colleghi, gli studenti per strada non mi salutavano. Le persone che frequentavano la mia famiglia si contavano sulla punta delle dita. E Leonardo era lì, come in un’altra serie innumerevole di circostanze. Un sociologo dovrebbe valutare queste cose, come dovrebbe aver capito che Sciascia aveva intuito perfettamente la struttura internazionale della mafia e i suoi stretti rapporti con il mondo della politica”.



    Già, i rapporti con il mondo della politica: ne “Il Giorno della civetta” e in “A ciascuno il suo” – sempre ad aver la voglia di comprendere e la capacità di capire – si coglie benissimo il perverso intreccio tra criminalità organizzata mafiosa e politici corrotti. C’è ne “Il Giorno della civetta” un “sua eccellenza” preoccupatissimo per le interrogazioni parlamentari che l’opposizione ha presentato in relazione al delitto Colasberna; preoccupazione resa ancora più acuta e viva dal sapere che a occuparsene c’è Bellodi:



    “Uno che vede la mafia da ogni parte: uno di quei settentrionali con la testa piena di pregiudizi, che appena scendono dalla nave-traghetto cominciano a vedere mafia dovunque…”.



    E’ davvero impareggiabile il dialogo tra “sua eccellenza” e un altro politico:



    “Voi ci credete alla mafia?

    No, non ci credo, risponde l’altro.

    Bravissimo. Noi due, siciliani, alla mafia non ci crediamo; questo a voi (si rivolge a un terzo, ndr) che a quanto pare ci credete, dovrebbe dire qualcosa. Ma vi capisco: non siete siciliano, e i pregiudizi sono duri a morire. Col tempo vi convincerete che è tutta una montatura”.



    Montatura, s’intende, che non impedisce di dare la raccomandazione di seguire attentamente le indagini condotte da “questo Bellodi”, e alla fine di ottenerne il trasferimento.



    “A ciascuno il suo”, riprende il tema della mafia rappresentato ne “Il Giorno della civetta”. E’ il racconto, più in generale, di un fallimento: quello del centro-sinistra che aveva associato il Partito Socialista alla Democrazia Cristiana nel governo, suscitando speranze e aspettative, e provocando poi molte delusioni. Il cambiamento annunciato nella vita politica non c’era stato. Una volta di più – e maggiormente in Sicilia – le aspettative, le speranze dell’annunciato cambiamento erano state frustrate dalla sostanziale immutabilità del regime. Questa è la “morale”, posto che una “morale” si voglia e si debba ricavare, di “A ciascuno il suo”: libro scritto passionalmente, dove traspare un’indignazione talmente alta da rasentare punte di esplicito disprezzo. Arlacchi non lo capisce, toccherà farsene una ragione.



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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 9)

    • a cura di Valter Vecellio

    Le ragioni di certi attacchi postumi, le ignoriamo; non sappiamo darne spiegazione. Certo colpisce il sommarsi di queste polemiche “alla memoria” e il loro concatenarsi. Da manuale, per esempio, un velenoso articoletto di Riccardo Chiaberge, su “Il Sole 24 Ore”. Quando venne pubblicato l’articolo di Sciascia sui “professionisti dell’antimafia”, Chiaberge curava le pagine culturali del “Corriere della Sera”; quindici anni dopo la pubblicazione, Chiaberge rompe il silenzio e finalmente ci comunica il suo rammarico per quell’articolo, rammarico da estendere anche a Sciascia stesso; e infatti si chiede, con il senno dell’oggi, se anche lui non si sarebbe dissociato, se non proprio “pentito” per quel che aveva scritto. Noi sappiamo che Sciascia di quell’articolo non si pentì affatto, e alla luce delle tante polemiche che aveva sollevato – e proprio per quelle polemiche – in Sciascia si era radicata l’idea di aver visto,d etto e scritto il giusto e nella giusta misura.



    Ognuno evidentemente è libero di pensarla e ripensarla come crede e ritiene opportuno. Ma a Chiaberge, ai tanti Chiaberge in circolazione, bisognerà pur ricordare che Sciascia con quell’articolo poneva la questione della legalità e del rispetto delle regole che non era stato osservato dal Consiglio Superiore della Magistratura, attribuendo un incarico all’ottimo – su questo non si discute e non si discusse – Paolo Borsellino; incarico che certamente il magistrato meritava,ma a questo punto era opportuno cambiare la regola, e non aggirarla facendo finta che non ci fosse. L’altro esempio fatto riguardava un sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che “retorica aiutando e spirito critico mancando”, stava facendo carriera con vuote e altisonanti denunce e non si dava invece pena dei gravi problemi quotidiani della città, che ulteriormente incancrenivano:



    “Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci a esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall’acqua che manca all’immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno, molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo: e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno”.



    Questo era il problema. Scoppiò furibonda la polemica. Non si può che replicare con le parole dello stesso Sciascia, intervenuto successivamente su “L’Espresso” del 25 gennaio 1987:



    “C’è gente che magari sa scrivere, e scrive, e stampa sui giornali quello che scrive, ma non sa assolutamente leggere. E’ chiarissimo, nel mio articolo del 10 gennaio sul “Corriere della Sera”, che non del fatto che fosse stato promosso il giudice Borsellino mi allarmavo, ma del modo; ed invece eccoli, in molti, anche tra quelli che condividono la sostanza di quel mio articolo, a rimproverarmi di aver attaccato il Borsellino…”.



    E il giorno dopo, sul “Corriere della Sera”:



    “…Si sta verificando appunto questo: che nel credere la democrazia impotente nella lotta alla mafia, c’è chi crede di supplirvi con la retorica, con gli urli, coi cortei, e soprattutto, con quella che è stata denominata “la cultura del sospetto”. Quel sospetto da cui ad un certo punto Rosario Nicoletti si è sentito assediato e che lo ha reso “ingiusto contro sé giusto” (nella misura in cui si può sentire giusto, in Italia, un uomo che nel partito di maggioranza ha avuto per anni parte di un certo rilievo: personalmente giusto, voglio dire, ma riconoscendo ingiusto il contesto in cui si è mosso). Ma la democrazia non è impotente a combattere la mafia. O meglio: non c’è nulla nel suo sistema, nei suoi principi, che necessariamente la porti a non poter combattere la mafia, a imporle una convivenza con la mafia. Ha anzi tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia. Se al simbolo della bilancia si sostituisse quello delle manette – come alcuni fanatici dell’antimafia in cuor loro desiderano – saremmo perduti irrimediabilmente, come nemmeno il fascismo c’è riuscito. E si parla tanto di manette oggi, tante se ne vedono sui giornali e sui teleschermi: oggetti che saranno magari necessari, ma ciò non toglie che siano sgradevoli a vedersi e, quando simbolicamente agitate, addirittura ripugnanti. E perché non cominciano i giornali a scrivere nei titoli, invece che “manette al tizio”, che il tizio è stato semplicemente – ed è già tutto – arrestato? Siamo di fronte, secondo l’invaso uso di chiamare cultura l’incultura, a una “cultura delle manette”? E non c’è da temere che tale “cultura” si sia già insinuata nei luoghi che più decisamente dovrebbero respingerla: nella magistratura, nel giornalismo?...”.



    9) Segue.
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  10. #10
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 10)

    • a cura di Valter Vecellio

    “…I cortei,le tavole rotonde, i dibattiti sulla mafia, in un paese in cui retorica e falsificazione stanno dietro ogni angolo, servono a dare l’illusione e l’acquietamento di far qualcosa: e specialmente quando nulla di concreto si fa. I ragazzi bisogna lasciarli a scuola, che bene o male ancora serve. Se qualcosa di serio si vuole fare, perché non dare loro quella trentina di illuminanti pagine sulla mafia che si trovano nel libro “I ribelli” di Hobsbawm? Se ne può fare un opuscolo da distribuire largamente, e impegnando gli insegnanti a spiegarlo nel contesto della storia siciliana e nazionale. Costerebbe meno di quanto costano, in denaro pubblico, certe manifestazioni “culturali” contro la mafia. E qui tocchiamo un altro punto di un discorso che si deve pur fare sullo sperpero enorme del denaro pubblico per manifestazioni “culturali”. Ma tornando al sindaco di Palermo; spero che non mi si dirà che lo sto attaccando, se ricordo agli immemori (e un po’ se ne è smemorato anche lui) che il comune di Palermo si è costituito per la prima volta parte civile in un processo di mafia nell’ottobre del 1983, sindaco Elda Pucci: e che la deliberazione di conferire per asta pubblica l’appalto alla manutenzione delle strade della città porta la firma, settembre 1985, del commissario straordinario al comune Gianfranco Vitocolonna: il ricordo della cui morte, in un incidente dovuto alle occlusioni stradali operate nella sedizione contro il condono edilizio, porta a considerare la nessuna attenzione che i “professionisti dell’antimafia” hanno avuto per essa sedizione, in cui più d’una vena mafiosa era ravvisabile. Ma quali proposte concrete sono mai venute da un’antimafia siffattamente professata?...”.



    Il segno dei tempi che ci tocca di vivere (e patire) è dato da quanto abbiamo avuto occasione di leggere sul sito internet “Il Barbiere della Sera”; ha pubblicato il testo integrale dell’intervento di Raffaele Fiengo, giornalista-sindacalista, in rappresentanza dei giornalisti del “Corriere della Sera”, all’assemblea Hdp del 2 maggio 2002. vi si legge, tra l’altro, che numerosi sarebbero i segnali preoccupanti che farebbero presagire una minaccia all’autonomia e all’indipendenza del giornale e dei suoi redattori. Tra questi segnali, testualmente:



    “In queste ore una ristampa di un’opera poco apprezzata dai critici di un autore discusso (per vicende del passato che hanno gravato sul “Corriere della Sera” senz’altro in modo pesante) è l’occasione,m in assenza dunque di una autentica ‘notizia’ per dare forse un segnale di ‘nuovi corsi’…”.



    La ristampa dell’opera “poco apprezzata dai critici” è “Il Giorno della civetta”; “l’autore discusso” è Leonardo Sciascia. E’ probabile che Sciascia ne sorriderebbe. Noi no, anche perché non abbiamo sentito levarsi nemmeno una voce, contro le corbellerie dette da Fiengo.



    C’è una storia di mafia, pubblicata sul “Corriere della Sera” del 18 giugno 1978, che costituisce quella che fin dal titolo viene definita “una bella lezione in questa difficile primavera”. Lezione istruttiva, se solo l’articolo venisse letto.



    Si comincia citando il brano di una lettera che Sciascia aveva ricevuto nel 1972, da un tale chiamato Giuseppe Sirchia: “Mi creda, ho conosciuto Alberti nel processo di Catanzaro”, comincia l’articolo. “E le confesso che non può avere la stoffa del grande mito che gli hanno creato: è un povero diavolo, ma fa comodo e quindi bisogna adoperarlo come scudo. Incriminare Gerlando Alberti per loro è chiudere la partita: come sempre”.



    Sei anni dopo quella lettera, era il 22 maggio, Sirchia e sua moglie cadevano, davanti al carcere dell’Ucciardone, vittime, dirà la polizia (e con lei i giornali) del clan capeggiato da Gerlando Alberti. Sirchia, si chiede Sciaascia, aveva commesso un fatale errore di valutazione nel considerare, sei anni prima, Alberti “un povero diavolo”?



    “Il problema non è di sapere se Gerlando Alberti aveva o no la stoffa, se Sirchia sbagliava a compatirlo o a disprezzarlo come “povero diavolo”: il problema sono ancora e sempre “loro”: coloro che di Alberti – e di Sirchia – facevano mito e si facevano schermo. Sirchia non è mai andato, scrivendomi, ai di là di questo generico “loro”; ma ammetteva che c’erano, che ci sono; e per uno come lui, che dell’omertà faceva la regola dichiarata, l’ammetterlo era molto – forse anche troppo, a giudicare da come è finito…”.



    In Sicilia, aveva scritto Sirchia a Sciascia, l’omertà bisogna rispettarla in qualsiasi settore: politica, polizia, giustizia, ecc; poi aveva confidato di avere ancora molti guai e di sperare di uscirne e di potersi così rifare una vita. Una lunga lettera che si concludeva con una raccomandazione: non riferire ad altri le sue confidenze, perché lui, Sirchia, voleva vivere in pace, e solo questo desiderava.



    “Le sue confidenze! – annota Sciascia – si riducevano oggettivamente, nel senso dei fatti, a ben poco: solo una volta mi fece il nome di un uomo politico, per un fatto che non riguardava lui, ma un suo compagno di confinio. Ma più della confidenza che mi faceva, per me era interessante la sua confidenza: il suo rivolgersi a me in quanto siciliano che, diceva, rispecchiava nei libri “la cruda verità” della Sicilia, una vita “non sempre coerente alla vita civile e morale”. E appunto questa era stata la base della confidenza sua nei miei riguardi: la rappresentazione che trovava nei miei scritti della “cruda verità” in cui lui era vissuto e viveva. “Per mia mala sorte, ho accumulato buona parte di conoscenza delle sofferenze umane”. Rimpiangeva di non saperle scrivere, ma si confortava del fatto che io le scrivessi.

    La sua prima lettera diceva: è venuto qui a Linosa un giornalista tedesco, mi ha parlato dei suoi libri; vorrei leggerli, ma non so come fare per averli. Gliene feci spedire alcuni, non dimenticando “Il Giorno della civetta”. Tornò a scrivermi per ringraziarmi e darmi le sue impressioni: ma mi diceva che dell’ingiustizia di cui era vittima, del disagio suo e dei suoi compagni in quell’isola. Gli risposi forse un po’ duramente, riguardo all’ingiustizia, all’illegalità di cui si lamentava. Dalla sua risposta, e poi da altre lettere, ebbi chiaro il concetto che lui si faceva del giusto e dell’ingiusto: avrebbe accettato come giusta la sua condanna se altri fosse stato accanto a lui, nel confino di Linosa, nelle carceri. Perché io sì e “loro” no? Perché aver comprato un certo terreno è cosa mafiosa per mancino e non lo è per l’uomo politico che l’ha comperato assieme a lui? Perché se i giudici in Corte d’Assise ci assolvono altri giudici ci condannano al confino?

    Debolmente tentavo di rispondere a quest’ultima domanda: ma nulla avevo da opporre alle altre due: non potevo, anzi, che dargli ragione. Soltanto cercavo di esortarlo a dire ai giudici che lo condannavano, ai giornalisti che lo intervistavano, a me come uomo che scriveva sui giornali, le cose cui alludeva, i nomi che taceva. Una volta, che mi rivelò certi maneggi che le famiglie di alcuni confinati facevano affinché la pena dei loro congiunti venisse ridotta, gli scrissi che, se mi autorizzava, avrei fatto un articolo. Mi rispose:

    “Nella sua lettera mi dice che gli episodi da me raccontati bisognerebbe renderli pubblici per una battaglia giusta. In merito, le voglio raccontare un aneddoto di Sant’Antonio da Padova. Sant’Antonio era diorigine portoghese e, un giorno che si trovava in viaggio per predicare la sua fede, gli giunse un messaggio dove lo informavano che suo padre era stato accusato di omicidio. Subito il santo si recò in Portogallo e si presentò agli uomini di legge che avevano imprigionato suo padre e gli disse: “Mio padre è innocente, e ve lo posso provare”. Così recatosi al cimitero dove era sepolto il morto, fisse: “Scoperchiate la tomba”. Poi rivolgendosi al morto, disse: “Su, parla, è stato mio padre a ucciderti?”. Il morto, alzandosi, disse: “No, non è stato tuo padre”. Gli uomini di legge, rivolgendosi al santo, dissero: “Giacché gli hai fatto dire che non è stato tuo padre ad assassinarlo, chiedigli chi è l’assassino”. E il santo rispose loro: “A me interessava dimostrare l’innocenza di mio padre, scoprire l’assassino è compito vostro”. Sono sposato da sedici anni e sono stato assieme a mia moglie solo trenta mesi in varie riprese”.



    Perché questa pena si domandava Sirchia incredulo. In fondo non aveva sempre vissuto in Sicilia da siciliano, dentro il solo Stato che conosceva, dentro leggi e regole precise e scrupolosamente rispettate?



    “E poteva essere folgorato dalla rivelazione dell’altro Stato, se soltanto per lui e per altri come lui – pesci “piccoli” – si materializzava nel carcere, nel confino? Eccoli, i pesci grossi, ben liberi nel mare dei delitti e degli affari, che nuotavano intorno all’Italia-medusa, all’Italia-piovra che soltanto muoveva i suoi tentacoli per afferrare i piccoli. Ne disegnò l’allegoria: dell’Italia, della commissione antimafia. Mi mandò il disegno da Linosa: poi dall’Ucciardone, tramite il suo avvocato, il dipinto. Gli proposi una mostra dei suoi disegni, dei suoi quadri. Ma non volle: desiderava essere dimenticato, andarsene al Nord o restare a Linosa. “L’unica cosa che desidero è essere lasciato in pace e vivere assieme alla mia famiglia: lontano dalla Sicilia, anche se amo la mia terra più di ogni altra cosa al mondo”.



    10) Segue.
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