Fino alla morte contro nuove tasse
Al Direttore di Libero
Caro direttore, non c'è ancora il governo ma già ci alzano le tasse. Il centrosinistra ha finito la campagna elettorale tacciando di vile mendacio chi lo accusava di aumentare le imposte. Ed eccoci serviti: ieri Repubblica ha rilanciato alla grande quel che la settimana scorsa avevamo scritto in pochi, cioè che Romano Prodi pensa di esordire con un bell'aumento dell'Iva. Prodi nel giro di poche ore di fronte alle frementi telefonate dei leader dell'Unione ha dovuto smentire: solo speculazioni, non è stato deciso nulla. Ora io non so se in quella sorta di autogiustificazione firmata giorni fa da Tommaso Padoa Schioppa sul Corriere - un conto è la campagna elettorale bipolare, altro è governare mettendo d'accordo tante ricette spesso divergenti - bisogna leggere sin d'ora la sua firma sotto aumenti generalizzati delle imposte.Ma il nuovo incidente prodiano sull'Iva testimonia che dobbiamo tenere la guardia alta. E prepararci a una campagna a tambur battente. Non so se lo faranno i partiti del centrodestra. Ma penso che questa volta dovranno essere i liberisti doc e a prescindere da come votano, a organizzare think tank e squadre volanti con manifestazioni in tutte le province italiane, pronti a sfidare a duello verbale anche i capi delle associazioni industriali che sin d'ora son contenti, all'idea di più Iva. Libero che farebbe? Caro direttore io te la butto lì, ma penso che tu potresti fare tanto, se con il giornale che dirigi porgessi una mano per batterci alla morte contro "ogni" aumento di "ogni" imposta. Perché quando uno Stato ci grava con una pressione fiscale superiore al 40%, solo se costretto dalla dura protesta dei cittadini può diventare davvero liberale. Pensaci direttore, intanto che spiego ai lettori due cosette. Primo: perché è sacrosanto dire no per almeno sei buone ragioni all'aumento dell'Iva che Prodi aveva in serbo e che è stato costretto a smentire. Secondo: perché nel centrosinistra c'è una spinta irrimediabile all'aggravio fiscale, di fronte alla quale noi liberisti dobbiamo batterci senza tregua. I consigliori di Prodi dicevano che ritoccare l'Iva è un modo indolore e anzi salutare per rimettere rigore nei conti, come ha fatto la Germania della Grosse Koalition. Prima balla assoluta. La Germania praticava un'aliquota ordinaria dell'Iva al 16% e l'ha innalzata al 19, che rappresenta la media dell'Unione europea. Noi siamo già di un punto percentuale sopra la media europea, visto che l'ultima revisione generale dell'Iva in Italia - naturalmente fatta da Visco nel '97 - portò l'aliquota ordinaria dal 19 al 20%, mantenendo per settori da tutelare le aliquote ridotte al 4 e al 10, con una stangatine allora di ben 5.500 miliardi di lire. Dicono i consigliori di Prodi che l'aumento dell'Iva non fa che venire incontro all'esigenza di "tassare le cose" tanti anni fa avanzata dal nostro amico Tremonti. Seconda balla assoluta. È verissimo che, nella globalizzazione che vive di piena libertà dei capitali a sottrarsi alla rapina dell'imposizione di Stato, per gli ordinamenti statali si è fatto sempre più difficile accertare le capacità contributive del soggetto - persona fisica o giuridica - e dunque la competizione fiscale internazionale vede un certo ritorno dall'imposta personale all'imposta "reale" - quale l'Iva che colpisce cessione di beni e prestazioni di servizi e si applica sul prezzo del bene e del servizio medesimo, prescindendo dalla capacità contributiva dei soggetti interessati. Ma la concorrenza fiscale internazionale è al ribasso delle aliquote, non al rialzo: come si vede bene nei diversi Paesi dell'Est europeo che hanno adottato la flat tax, come la Slovenia che ha portato al 19% Iva, aliquota sui redditi delle persone fisiche e imprese, seguita da Estonia, Lettonia e Lituania. Quando al contrario si ritoccano verso l'alto le imposte indirette inseguen- do le aliquote delle imposte reali senza abbassare queste ultime, si è solo alla ricerca di facile cassa pubblica. E l'effetto è che i capitali scelgono altri Paesi meno esosi. Terza balla, e questa volta riguarda gli amichetti di Confindustria che battevano le manine all'aumento dell'Iva. Ieri alcuni dei loro economisti di riferimento hanno detto addirittura che alzare l'Iva come in Germania è un incentivo alla ripresa dei consumi. Da capogiro, visto che accrescere l'imposta sugli acquisti difficilmente può essere un incentivo ad accrescerli: in Germania funziona così perché l'aumento dell'Iva è stato posticipato al prossimo esercizio finanziario, e dunque tutti si affrettano a comprare prima della tagliola. Ma da noi Prodi vuole ritoccare l'Iva per far cassa subito e non nel 2008, dunque non ci sarebbe nessun effetto annuncio. Col risultato di deprimere ulteriormente la domanda interna, che è il nostro maggior punto debole. Quarta balla, sempre per Confindustria: dicono che più Iva non colpisce ma aiuta la ripresa italiana, perché la maggiorazione grava sulle importazioni e non sull'export. In altre parole, è un incentivo distorcente a che le famiglie e le imprese italiane paghino di più per comprare prodotti avvantaggiati rispetto a quelli che costano meno che verrebbero dall'estero: capisco che possa piacere a Confindustria che a un sussidio non dice mai no e che è disperata di fronte ai promessi tagli al cuneo fiscale a rischio, ma per i consumatori italiani è il contrario di un guadagno. Quinta balla: più Iva in cambio di meno cuneo fiscale fa bene a tutte le imprese. Falso: spacca il mondo del lavoro a metà, perché com'è ovvio l'imposta grava di più sul mondo del lavoro autonomo e parasubordinato, che in Italia arriva quasi a sei milioni di capocce, mica uno scherzo. Esattamente quella parte di economia italiana che Prodi vuol colpire di più anche alzandogli i contributi, dal 19% attuale parificandoli a quelli del lavoro dipendente. Con l'idea che tanto voti a destra, quindi meglio tosarle un po' il vello. Sesta balla: più Iva equilibra il prelievo. Al contrario: prescindendo dal reddito dei contribuenti, essa grava soprattutto sui ceti più popolari e a minor reddito. Potrei continuare a lungo. Ma mi fermo. Bisogna opporsi, caro direttore. Con le unghie e con i denti. Anche perché la notizia vera è un'altra. Ed è una potente iniezione di fiducia per noi liberisti. È una serissima ricerca di tre meritori economisti, un danese e due svizzeri. Christian Bjornskov, che insegna a Silkeborg, Axel Dreher, dell'Istituto Federale di Tecnologia di Zurigo, e Justina Fischer, dell'Università di San Gallo. In un saggio appena messo in rete dal Social Science Research Network affontano "il" problema. Il titolo suona così: "Ma davvero più grande è meglio è? Effetti che la dimensione della mano pubblica esercita sulle aspettative economiche". Per carità, la comparazione tra i dati di ben 74 Paesi è fatta aridamente. Ma le conclusioni sono auree, per l'Italia di oggi. I tre gringos non partono da una dichiarazione di fede liberista. Richiamano all'inizio che vi sono due posizioni contrapposte. La teoria economica neoclassica standard, per la quale ruolo e maggior peso della mano pubblica nell'economia servono a fronteggiare meglio i fallimenti del mercato, e di conseguenza a massimizzare la soddisfazione di vita dei cittadini. E una seconda posizione, noi liberisti, per i quali ruolo e dimensione della mano pubblica servono più a mascherare i fallimenti del governo, che a rispondere ai fallimenti del mercato. Sono i politici alla ricerca di facili riconferme elettorali, le lobbies che vivono dei trasferimenti e dei sussidi pubblici nel mondo delle imprese, e la rocciosa constituency dei dipendenti dell'intero settore pubblico, le tre locuste dello statalismo, che chiedono più tasse e più Stato. Dicono che servono per migliori servizi pubblici a tutti: in realtà vogliono più risorse per sé, visto che i servizi pubblici si possono offrire altrettanto e anzi meglio se sono i privati a gestirli in regolari gare d'asta, e lo Stato vigila solo sugli standard di servizio. I tre economisti incrociano molti fattori. Il peso dello Stato nell'economia di ciascuno dei 74 Paesi. La soddisfazione sulle condizioni economiche di ogni opinione pubblica. Un indice di efficacia dell'azione pubblica, perché certo modelli istituzional- amministrativi divergenti sanno garantire allo stesso ammontare di risorse pubbliche rendimenti diversi. La prima conclusione è già esaltante. Ben 29 Paesi su 35, tra quelli che nel complesso vedono i contribuenti più ottimisti sulla crescita, stanno tutti in una fascia in cui la quota pubblica del Pil è inferiore al 30% : roba che l'Italia "pubblica" dovrebbe dimagrire di un terzo rispetto a quella attuale, per portarci nella zona di chi respira scegliendo in proprio, invece di dover piegare il collo per pagare Stato, Regioni e Comuni. Ma la chicca è alla fine. Quando si misura se e come la propensione al voto dell'elettore marginale influenzi la dimensione della mano pubblica e l'impatto sulle aspettative. La conclusione è indubbia: più un Paese è politicamente segnato da un'elevata conflittualità - e in questo l'Italia dell'ultimo voto è in testa alle classifiche - e più la traduzione dei seggi in Parlamento tende sia pur di poco più al centrosinistra, più la presa delle tre locuste stataliste si accresce, e più si deprime la fiducia di contribuenti e imprese. Ti credo che Prodi vuole alzare l'Iva. Ma senza maggioranza al Senato, le tre locuste stataliste si candideranno a esercitare su Prodi una presa ancor più asfissiante. Se Tremonti capogruppo azzurro alla Camera inizia a proporre disegni di legge a raffica per meno Stato e più sussidiarietà, ci sarà da divertirsi. Altro che più Iva. L'Italia non è condannata affatto a uno Stato obeso. Anzi per lo Stato vale quel che diceva Coco Chanel, che non si è mai magri e ricchi abbastanza.
OSCAR GIANNINO




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