
Originariamente Scritto da
audace12
Straquoto,e' anche la mia posizione,mi sono ricreduto
Tra l'altro anche Mussolini e Hitler finanziarono la resistenza islamica in chiave anti-britannica:
Duce e Palestina (Rinascita, 30/11/2005)
Il trattato fa parte di una trilogia molto interessante del medesimo autore cioè «Il Fascio, la Svastica e la Mezzaluna»; «Una vita per la Palestina. Storia di Hajj Amin al-Husayni, Gran Mufti di Gerusalemme» ed infine appunto «Mussolini e la resistenza palestinese».
Il modo di scrivere è agile e scorrevole, cosa abbastanza inconsueta per uno scritto su un argomento così complesso come la politica estera del Duce nell'area del Mediterraneo orientale.
Stefano Fabei ci ha abituati, nei suoi lavori, a uno stile elegante e completo non cadendo mai nella pedanteria, che, purtroppo, caratterizza molte opere storiche intrise di polemiche su inezie per iniziati, noiose per la maggior parte dei lettori.
Il Capo del Fascismo era naturalmente vicino alle sofferenze della popolazione palestinese, in particolare, ed araba, in generale, perché era stato nominato «difensore dell'Islam»; questa vicinanza, che avrebbe caratterizzato, addirittura nel dopoguerra, per oltre un quarantennio, l'evoluzione, sempre più stretta, di proficui rapporti politico-diplomatici fra la nostra Nazione e il mondo arabo, sarebbe stata rinnegata dagli ultimi epigoni titolari del Dicastero della Farnesina.
Egli, oltre la naturale simpatia per la Causa Palestinese , politicamente, progettava di sostituire, all'influenza della Gran Bretagna sul vicino oriente, quella dell'Italia; Quindi, cercò di attuare questo suo proposito mediante l'attuazione di tre direttrici : quella delle rivendicazioni «legali», quella dell'espansione economica e quella della sedizione antibritannica.
La Palestina, così come il Levante, aveva esercitato una certa attrazione già sull'Italia liberale, anche se fu solo dopo il consolidamento del regime fascista che furono precisate le sue direttive espansionistiche nell'area e utilizzati e sviluppati i preesistetenti canali di «italianità».
«La lunga serie di rimostranze», come attesta autorevolmente il Fabei, «presentate al Foreign Office, per salvaguardare il patto della Società delle Nazioni e rivendicare una posizione privilegiata a tutti gli Stati membri della stessa e non al solo impero Inglese, rivela, come il governo fascista in Palestina operasse lungo le direttive della linea «legalitaria».
Tenuto conto di quello che era il limitato potere contrattuale dell'Italia dopo la grande guerra, Roma aveva avanzato allora due richieste. In primo luogo occorreva evitare la prevaricazione degli obiettivi sionisti e la consequenziale azione di danneggiamento del popolo palestinese e degli interessi religiosi cattolici. In secondo luogo era necessario tutelare gli obiettivi commerciali nazionali, impedendo alla «perfida Albione» mandataria di accaparrarsi e monopolizzare in funzione dei propri esclusivi interessi le risorse economiche della Palestina.
Allo scopo di garantire gli interessi italiani nella regione – interessi economici, religiosi e scolastici – il 26 aprile 1926 il ministro degli Esteri britannico Austin Chamberlain siglò con il marchese Della Torretta, ambasciatore italiano a Londra, un accordo che riconosceva la particolar posizione italiana in Palestina.
Subito dopo l'entrata in vigore del mandato della Società delle Nazioni sulla Palestina a favore del Regno Unito, l'Italia aveva assunto un atteggiamento piuttosto accondiscendente, molto più accomodante di quello adottato dal Vaticano; con il passare del tempo e con il delinearsi degli obiettivi della politica estera del Fascismo le cose erano tuttavia destinate a cambiare.
All'inizio degli anni Trenta l'Italia stava, da un lato, intensificando la sua attività di penetrazione, non lasciandosi sfuggire, dall'altro, nessuna occasione per denunciare, con continue rimostranze, qualsiasi violazione alle norme del mandato o abuso operato ai danni degli interessi italiani dall'amministrazione mandataria in Palestina, facendo attenzione a quanto potesse in qualche modo determinare una revisione del sistema dei Mandati. Le note con cui il ministero degli Esteri britannico reagì alle suddette rimostranze si caratterizzarono per cortesia e capacità di eludere il problema.
Intanto in Italia stavano crescendo l'attenzione e l'interesse per il movimento panarabista che aveva visto il dicembre del 1931 riunirsi a Gerusalemme il Congresso Islamico, e venivano messe a punto diverse strategie in considerazione del progressivo acuirsi dell'ostilità tra l'elemento sionista e quello arabo palestinese e del sempre più evidente fallimento della politica della Gran Bretagna in Terrasanta, dove occorreva soffiare sul fuoco per spingere Londra a chiedere una trasformazione del mandato stesso. Il Duce aveva allora in mente l'istituzione di un vero e proprio regime internazionale in cui risultassero preponderanti le potenze europee cristiane cui sarebbe spettato il compito di svolgere una funzione super partes, di mediazione tra ebrei ed arabi.
Gli interessi dell'Italia in Palestina conobbero una certa espansione attraverso il potenziamento delle istituzioni laiche e religiose. Nel 1932 il ministero degli Esteri italiano aumentò le sovvenzioni e le iniziative di penetrazione culturale sia in Egitto sia in Palestina.
Furono intensificate, con un impiego significativo di mezzi, le manifestazioni a carattere cultural, come le fiere del libro, organizzate dai fasci locali. Tra il 1933 e 1934 l'Italia spese per la propaganda in Palestina 65.540.000 lire, senza contare le assegnazioni alla società «Dante Alighieri» che con le sue filiazioni moltiplicò le proprie attività. I risultati della campagna propagandistica erano così evidenti che il Foreign Office ritenne necessario superare le restrizioni finanziarie e creare in Palestina società culturali sul modello della «Dante Alighieri».
Furono organizzate, a prezzi molto accessibili, escursioni a carattere turistico-culturale in Italia, con la possibilità d'inserimento dei giovani in strutture quali l'Opera Nazionale Balilla e i Gruppi Universitari Fascisti. Il 2 ottobre 1933 fu creata una Società Turistica Italo-Palestinese, anche con capitali del Banco di Roma il quale, oltre a Giaffa, Haifa e Tel Aviv, aprì una filiale nella parte nuova di Gerusalemme, espandendo così i suoi interessi finanziari. Riguardo ai rapporti economici non possiamo non menzionare il successo che ebbe l'iniziativa del Banco di Roma di concedere il credito ipotecario agli agricoltori arabi. Tale iniziativa fu imitata subito dalle banche inglesi ma meglio sfruttata, sul piano politico, dai dirigenti fascisti del Banco.
Per incrementare il commercio italiano d'esportazione, sempre a Gerusalemme, ma con sezioni a Haifa e Tel Aviv, fu creata la Camera di Commercio italiana. Furono altresì riorganizzati i servizi della linea Trieste-Brindisi-Palestina, gestita dal Lloyd Triestino; ciò era diventato tanto più necessario dopo il 31 ottobre 1933 quando la mandataria aveva inaugurato il porto di Haifa. Ci fu allora anche chi, come Barbiellini Amidei, propose l'istituzione di biblioteche a bordo delle navi del Lloyd Triestino, per illustrare la politica dell'Italia fascista.
Il prestigio dell'Italia nei primi anni Trenta stava quindi crescendo in Palestina, così come si andavano intensificando i rapporti con gli esponenti del nazionalismo arabo. Nel novembre del 1933 il giornale indipendente d'orientamento nazionalista «al-Filastìn» di Giaffa affermava che era necessario l'inquadramento della gioventù secondo il modello offerto dall'Italia mussoliniana.
Infine ma non per ultimo, si vorrebbe offrire anche un breve giudizio, dato nel 1938 dall'ammiraglio Canaris comandante dell'Abwehr, riguardo al Gran Muftì di Gerusalemme, quando il Terzo Reich si andava ormai affiancando alla politica antibritannica, perseguita dall'Italia Fascista, nella regione: «Gli incontri e le conversazioni, in inglese e in francese, lingue padroneggiate bene da entrambi, permisero a Canaris di conoscere Hajj Amin per il quale iniziò a nutrire stima : gli si rivelò un uomo votato per la Causa Araba , molto intelligente ma più idealista che realista, e un po' troppo portato a trarre profitto dalle divergenze esistenti tra l'Abwehr, il NSDAP e la Wilhelmstrasse cioè il Ministero degli Affari Esteri Tedesco. La positiva impressione esercitata dal Muftì su Canaris contribuì ad accorciare le distanze tra il Reich e Hajji Amin: non si trattava di un agitatore politico-religioso ai suoi esordi, ma di un capo carismatico molto abile e capace. Gli arabi avevano in lui una gran fiducia di cui egli intendeva profittare per sviluppare la lotta in Palestina e nei Paesi circostanti sottoposti al controllo britannico. Canaris era convinto», come ci riporta acutamente lo storico, «che al-Husaynì si sarebbe rivelato un prezioso alleato»
Il testo approfondisce i molteplici aspetti della politica estera esercitata dalle Nazioni dell'Asse rispetto alle popolazioni mussulmane; purtroppo, per ragioni di spazio, ci si è limitati ad alcuni problemi politici, ma chi volesse informarsi, con completezza, sui numerosi rapporti intrecciati tra le potenze per il dominio del Vicino Oriente, troverà in questo libro un valido spunto per approfondire la questione.
Luca Redig
Guerra santa nel Golfo (
Rinascita, 07/02/2001)
Stefano Fabei è, con Renzo De Felice, l'unico ricercatore storico che in Italia abbia indagato con una certa assiduità il tema dei rapporti intercorsi tra fascismo italiano e nazionalsocialismo tedesco da una parte e paesi mussulmani dall'altra. Dopo aver pubblicato per le Edizioni all'insegna del Veltro un saggio su La politica maghrebina del Terzo Reich , questo studioso ha ricostruito la guerra d'indipendenza irachena del 1941. Si tratta di un episodio storico che la cosiddetta stampa d'informazione ha quasi sempre ignorato, anche quando la situazione venutasi a creare in Iraq e nel Golfo Persico dopo il 1990 ne avrebbe ampliamente giustificato una rievocazione per il pubblico italiano. Tanto più che la "guerra santa" combattuta dall'Iraq nel 1941 coinvolse direttamente anche l'Italia, dal momento che il governo di allora si schierò a fianco di Bagdad e offrì asilo politico ai dirigenti iracheni in seguito alla sconfitta del loro paese. Mezzo secolo fa, dunque, nell'aprile 1941, un gruppo di ufficiali dell'esercito iracheno, appoggiato da movimenti islamici e nazionalisti si impadronì del potere, deponendo il fantoccio anglofilo Abd el-Ilah. Il nuovo capo di Stato, Rashid Alì el-Gailani, non aveva mai fatto mistero delle sue simpatie per l'Italia e la Germania ed era assistito dal Gran Muftì di Gerusalemme, al-Husseini. Incoraggiato dalle iniziali vittorie dell'Asse, Rashid Alì ordinò all'esercito di attaccare le truppe di occupazione britanniche, trovando, in tale iniziativa entusiastici sostenitori in tutto il mondo arabo. La Royal Navy, intervenuta per ristabilire lo status quo, incontrò nel Kuwait un'accanita resistenza da parte della popolazione. È interessante notare che, per aver ragione dei loro avversari, gli Inglesi praticarono a modo loro la tattica degli "scudi umani", catturando alcuni dignitari locali e usandoli come ostaggi. In capo ad alcune settimane, gli Iracheni furono costretti ad arrendersi. Rashid Alì, che sopravvisse alla sconfitta e morì nel 1957, ebbe a dire verso la fine della propria vita: «Quelli che erano tenenti e capitani a quell'epoca, ora sono colonnelli e generali; sono sempre lì e non hanno dimenticato... Noi abbiamo creato un precedente».
Ma in Italia lotta assoluta contro l'immigrazione islamica