OMNIA SUNT COMMUNIA
POLITICA ECONOMICA
L'Unione e l'asimmetria europea
EMILIANO BRANCACCIO
Il Manifesto 22-4-06 pag. 10
Da anni la sinistra politica e sindacale italiana non riesce a esprimere
un'autonoma capacità di analisi e di proposta sul versante della politica
economica e sociale. Fino a qualche tempo fa ci si affannava anche dalle
nostre parti a inseguire il verbo dei teorici del bilancio in pareggio e
delle privatizzazioni. E oggi che i nodi vengono al pettine, ci si vorrebbe
rifugiare tra i pannicelli caldi di chi pretende di risolvere i mali
nazionali liberalizzando le licenze dei taxi, o di chi vorrebbe rifilarci i
comodi ossimori del «più Stato e più mercato». Appare francamente difficile
immaginare testimonianze più nette dell'abisso culturale e politico nel
quale gli eredi della tradizione comunista e del movimento operaio sono
piombati.
Il tallone d'Achille
Dall'abisso dovremmo tuttavia risollevarci, e in fretta. I tempi della
politica infatti corrono e noi per adesso fatichiamo anche solo ad
arrancare. Uno spunto prezioso per tentare di recuperare terreno è
rintracciabile nel contributo di Augusto Graziani al libro Rive Gauche,
recentemente pubblicato da manifestolibri. Al termine del suo intervento
Graziani punta l'indice sul problema chiave dell'Unione monetaria europea:
la persistenza di differenziali d'inflazione tra la Germania e gli altri
paesi «centro» da un lato, e l'Italia e gli altri paesi «periferia»
dall'altro. Conseguenza di questi differenziali è il formarsi di squilibri
persistenti negli scambi intra-europei, con i paesi centrali in surplus
sistematico e le periferie condannate invece a misurarsi con uno strutturale
disavanzo commerciale. Proprio questi squilibri, se trascurati, potrebbero
alla lunga rivelarsi il tallone d'Achille dell'unificazione monetaria
europea, la possibile causa scatenante del suo tracollo. Si tratta per
adesso di una eventualità remota, che tuttavia potrebbe attualizzarsi se gli
squilibri intra-europei venissero lungamente esasperati da shock esterni -
dovuti ad esempio al petrolio o alla concorrenza degli emergenti - che a
loro volta tipicamente agiscono in modo sbilanciato sui paesi membri.
Lo spunto di Graziani ci induce dunque a porre il seguente interrogativo: in
che modo i padri fondatori dell'euro hanno ritenuto di risolvere questa
minacciosa asimmetria interna agli assetti dell'Unione? Semplice: da un lato
esonerando i paesi forti dall'effettuare trasferimenti e politiche espansive
per contribuire al riequilibrio, e dall'altro imponendo ai paesi deboli di
rimediare ai loro deficit attraverso politiche restrittive, svendite di
capitale nazionale ai paesi centrali, e soprattutto tramite la riduzione del
lavoro a variabile dipendente, a mero residuo del sistema, con uno
schiacciamento sistematico delle tutele sindacali e del salario per unità
prodotta.
Come non riconoscere in questa lettura dei fatti la determinante principale
del dibattito politico di questi giorni? Gli imprenditori italiani esigono
dalla nuova maggioranza di governo una politica economica che permetta loro
di abbattere i costi e di liberarsi, almeno per qualche anno, dalla morsa
stringente del «vincolo esterno». Il rischio che stiamo correndo è che gli
esponenti del nascente, pur auspicato governo Prodi decidano di venire
incontro alle richieste delle imprese con la più prevedibile e disastrosa
delle ricette: ritocco solo cosmetico della legge 30, depotenziamento del
contratto nazionale, infima difesa dei salari mediante parziale
agganciamento all'inflazione attesa (magari all'inflazione media europea,
inferiore a quella italiana), riduzione del cuneo fiscale pagata con
l'ennesima stretta alla spesa sociale corrente e con ulteriori
privatizzazioni, specie nel campo dei servizi di pubblica utilità.
Il vero ostacolo
Se così davvero fosse sarebbe il colpo di grazia, sarebbe la nostra messa da
requiem. Alla sinistra, parlamentare e di movimento, spetta dunque il
compito urgente di individuare una linea di indirizzo alternativa, che
permetta di combinare la priorità nazionale del riequilibrio dei conti
esteri - comune del resto a tutti i paesi periferici dell'Unione - con
l'imprescindibile tutela degli interessi della classe lavoratrice. Si tratta
di una quadratura difficile, che tuttavia risulta ben radicata nella storia
del movimento dei lavoratori e appare tuttora alla nostra portata.
La quadratura verte sul debito pubblico, secondo tuttavia una modalità più
complessa di quella finora emersa dal dibattito di politica economica. Sul
piano dei rapporti con l'Europa, bisognerebbe infatti sancire l'esistenza di
un legame politico tra conti esteri e conti pubblici. Prodi ha in tal senso
promesso alle imprese nazionali la riduzione del cuneo fiscale di cinque
punti percentuali. Si tratta di una tipica misura emergenziale e pedestre,
un sostituto imperfetto della svalutazione che se non viene adeguatamente
affiancato da una politica industriale ed energetica pubblica e selettiva ci
farà presto ripiombare nella morsa del vincolo esterno. Ad ogni modo, sia
l'abbattimento del cuneo che la politica industriale costano. Nostro
obiettivo dovrebbe esser quello di fare ricadere questo costo esclusivamente
sul debito pubblico.
Chiunque abbia una minima conoscenza del dibattito sull'unificazione
monetaria sa bene che, di fronte a una simile strategia, l'eventualità di
innalzamento dei ratings sul debito pubblico non produrrebbe effetti di
rilievo, se non quello di una crescita marginale del valore di stato
stazionario del rapporto tra debito e Pil. Dovrebbe esser noto, infatti, che
l'intreccio di rapporti di debito e credito che è venuto ormai a costituirsi
nell'ambito del mercato integrato, rende impossibile distinguere il
rischio-default dell'Italia da quello degli altri paesi membri.
Contrariamente a quanto sostenuto dai cantori del pareggio di bilancio,
insomma, il fatto che sempre più titoli nazionali siano nelle mani di
operatori europei - e viceversa - non costituisce un vincolo ma apre al
contrario spazi di manovra politica inediti. Il vero ostacolo a questa
strategia verte pertanto esclusivamente sui parametri di Maastricht, messi
lì apposta non a caso proprio per impedire che le periferie dell'Unione
tentassero di affrontare lo squilibrio nei conti esteri attraverso
l'emissione di titoli pubblici sul mercato europeo. Da quando tuttavia la
stessa Germania ha violato i parametri la situazione appare politicamente
fluida e promettente. Un'azione sul debito pubblico rappresenta in tal senso
l'unica strada percorribile, allo stato dei fatti, per segnalare la nostra
indisponibilità politica a adeguarci a un meccanismo di riequilibrio
intra-europeo tutto basato sul depauperamento delle periferie e sul massimo
sfruttamento dei lavoratori, e per tentare di riaprire la partita sulla
riforma degli assetti generali dell'Unione monetaria. Delle due l'una,
dunque: se Prodi vuole ridurre il cuneo fiscale di cinque punti deve
abbandonare l'idea di aumentare l'avanzo primario dello Stato fino a cinque
punti. La pretesa di perseguire entrambi gli obiettivi sarebbe disastrosa
per i lavoratori e andrebbe pertanto respinta dagli esponenti della
sinistra.
TUTTO E' DI TUTTI




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