Maurizio Blondet
28/04/2006

Più di un lettore continua ad accusarmi di aver «mancato di carità» verso il cardinale Martini.
Essi hanno letto la sua intervista all’Espresso, ed hanno trovato le sue aperture addirittura «moderate»; e le mie, ovviamente, oscurantiste e retrograde.
Mi dicono che «sarebbe ora» che la Chiesa aprisse di più sulle cose sessuali, l’uso del preservativo tra coniugi con l’AIDS, la fecondazione eterologa, gli embrioni a nolo, la Comunione ai divorziati...
Anche il barone Rees-Mogg plaude alle posizioni di Martini come prudenti e moderate.
Dopotutto, il cardinale dice no ad aborto ed eutanasia, su cui sono contrari tanti cattolici che, invece, sono per il preservativo e un po’ di sesso.
Martini, contrariamente al Papa, capisce che una religione dev’essere «sostenibile» (come esiste una «economia sostenibile», ecologicamente corretta); e visto che sul sesso i cristiani la pensano al contrario del Papa, quella chiusura ormai è insostenibile.
Che dire?
L’equivoco in cui tanti «buoni cattolici» cadono è una conseguenza diretta del «positivismo giuridico» assolutamente dominante nella legislazione degli Stati odierni.



Il «positivismo giuridico» - che è il contrario esatto del diritto naturale - afferma che «giusto» e «ingiusto» non sono qualcosa che è iscritto nel cuore dell’uomo onesto (nella sua «natura»), bensì ciò che la legge scritta, formulata e votata a maggioranza, dichiara tale.
Ne consegue che lo Stato si arroga il potere - spesso su pressioni di «opinioni pubbliche» chiassose e minoritarie - di dichiarare legale azioni che prima non lo erano, di «depenalizzare» delitti e reati.
E la gente si è abituata a pensare che la legalità - o la «giustizia» sia una condizione relativa ed evolutiva, cambiabile a maggioranza.
Che il cardinal Martini (e chissà quanti come lui) sia tutto chiuso in questa logica positivistica e politicista, lo dimostrano le sue parole.
Contro l’aborto, magari, obietta.
Però si rallegra della sua legalizzazione in tutt’Europa come di «uno sviluppo positivo», in quanto ciò «ha diminuito gli aborti illegali».
E in più, lascia capire che la questione - se eliminare un feto o no - è da lasciare «alla coscienza individuale».
L’idea dunque è questa: che l’aborto, in ogni caso, viene eseguito massicciamente, e di fatto non era perseguibile.
E il fatto che fosse illegale «costringeva» le donne ad abortire clandestinamente, senza le garanzie igieniche e sanitarie.
Così, la sua legalizzazione è «positiva», nel senso dell’igiene e della sicurezza medica.



Quest’idea trova applicazioni sempre più ampie nel diritto «positivo».
La droga?
Siccome non si può perseguire dato il suo uso massiccio, la si depenalizzi; o la si legalizzi, in modo che ci si possa drogare con siringhe pulite, sotto controllo sanitario.
Ma perché fermarsi lì?
Il furto, in Italia, resta impunito nel 98 % dei casi.
Però lo Stato si ostina a dichiararlo illegale.
Ciò costringe i ladri a correre dei rischi anche gravi, per esempio al rischio di cadere penetrando dalle finestre negli appartamenti da saccheggiare, al rischio di ammazzare e di essere ammazzati.
Se avessero il diritto di rubare, entrando dalle porte dopo aver suonato il campanello, la loro salute sarebbe meglio tutelata.
E l’omicidio?
In Italia, oltre 70 omicidi su 100 restano impuniti.
Ci si può rispondere che questo è spingere il paradosso troppo oltre, che in Italia nessuno chiede la depenalizzazione dell’assassinio.
Invece no.
C’è chi lo proclama: «uccidere un fascista non è reato», per esempio.



Solo da poche ore, alcuni gruppuscoli hanno pubblicamente minacciato di morte la signora Moratti, colpevole di una riforma della scuola discutibile e di avere «strumentalizzato la resistenza» partecipando al corteo del 25 aprile con in più il vecchio padre sulla carrozzella (mi è stato scritto anche questo).
Per ora, questi gruppi sono minoranza.
Ma nulla esclude che questo sentire diventi maggioranza, sentire comune, e sia promosso da un governo abbastanza estremista.
Allora, è possibile che il Parlamento vari una legge che legalizza l’omicidio, almeno per certe categorie demoniache, come «i fascisti» o «la Moratti».
Il tutto avverrà con le garanzie igieniche del caso, sotto controllo medico.
Come l’eutanasia, che sarà la prossima «legalizzazione».
A quel punto, che farà la Chiesa?
Io sono convinto - o almeno spero - che continuerà a dire che l’omicidio è male.
Che è vietato da Dio.
Che chi uccide si danna l’anima, si perde per l’eternità.



Perché qui sta la differenza tra Chiesa e Stato «positivo».
Le leggi a cui la Chiesa chiama ad obbedire non sono norme formulate a maggioranza, con voto parlamentare; sono leggi dettate da Dio.
Non hanno nulla di arbitrario, né sono soggette ad «evoluzione» su pressione dell’opinione pubblica. La Chiesa non è una istituzione dello Stato, una sua «agenzia del benessere» come l’INPS e le ASL. Non depenalizza l’aborto, né certi usi sessuali, perché - semplicemente - non ne ha il potere.
Il potere è di Cristo.
Capisco che Cristo abbia messo la Chiesa in posizione sgradevole, sulle questioni sessuali.
Perché tutti, specie i giovani d’oggi («odio le rinunce», dice una pubblicità rivolta a loro in questi giorni) vorrebbero la garanzia della salvezza anche dopo aver passato la vita tra ballerine cubane.
Purtroppo, su questo, Cristo è rigoroso: dice che basta guardare una donna con concupiscenza, per aver già compiuto adulterio.
San Paolo rincara: non crediate che un lussurioso entri nel regno dei Cieli.
E’ questa la differenza tra Stato e Chiesa.
Qui, la pena che si rischia non è pecuniaria né carceraria a termine; è la dannazione, la perdita eterna.



La Chiesa avverte di questo rischio totale, per elementare dovere di carità.
E se lo fa meno oggi, ed evita di ricordare la tremenda possibilità dell’inferno, è perché manca di carità.
La sola opposizione coerente a questa condizione è quella dell’ateo vero.
Chi è convinto che Dio non c’è, sa che «tutto è possibile all’uomo», qualunque trasgressione e delitto.
Ma la posizione di tanti «buoni cattolici» che invocano dalla Chiesa «aperture» e depenalizzazioni, è assurda.
Chiedono alla Chiesa il permesso di peccare un po’, di trasgredire un po’, di fare meno rinunce. Non si assumono nemmeno la responsabilità dell’ateismo, la sfida dell’ateo: faccio quel che mi pare, commetto ogni delitto, perché il mondo è governato da forze cieche e dal caos.
A questi «buoni cattolici» bisogna ricordare che la Chiesa, per sé, non avendo una polizia né essendo uno Stato, non vieta loro niente «positivamente».
Facciano pure quello che vogliono, con ballerine cubane o con preservativi e fecondazioni eterologhe, aborti e omicidi.
Ma non s’illudano che, queste cose essendo dichiarate «legali», o «depenalizzate» dal Vaticano, smettano di portare alla perdita eterna della loro anima immortale.



Né i preti e vescovi dicano, come Martini, che la legalizzazione statale dell’aborto è «uno sviluppo positivo».
Che lo Stato giuridicamente positivista (ossia le cui leggi sono arbitrarie espressioni di volontà politica) abbia la mania di rendere legale tutto ciò che non proibisce e non riesce a punire, si capisce: deve in qualche modo difendere la sua «autorità», e perciò, quel che non riesce a vietare, prescrive ed ordina.
Ma la Chiesa deve essere contraria, contrarissima, alla «legalizzazione» di peccati e delitti anche comunissimi.
Un delitto o peccato «legalizzato» ha infatti questo effetto: che intorbida la coscienza delle persone. Sempre più spesso, esse commettono peccati nella convinzione di esercitare un diritto, legalmente approvato.
E ciò chiude a queste persone la possibilità del pentimento.
La Chiesa, che ci lascia peccare e delinquere, vuole e deve tenere aperta la possibilità del pentimento.
E’ sempre lì ad aspettarci e ad assolverci, come fece Cristo (così rigoroso) con l’adultera.
La Chiesa può purificarci - questo è in suo potere - anche all’ultimo istante, per presentarci a Dio lavati con sangue del Figlio.



Ma occorre che almeno, lo chiediamo.
Che ci dichiariamo peccatori, e non «titolari di diritti».
Perché, diceva il curato d’Ars, non c’è nessuno all’inferno per aver peccato troppo, essendo la misericordia di Cristo più forte di ogni atrocità; ma l’inferno è pieno di gente che ha mancato di pentirsi di un solo peccato (contrariamente a tanti teologi e Papi moderni, il curato D’Ars non credeva all’inferno vuoto; e i santi qua viventi e viventi in eterno di là, uniti a Cristo, sono la «vera Chiesa», il Corpo Mistico).
E’ per questo che la Chiesa non deve chiedere «legalizzazioni», né i suoi prìncipi considerare «positiva» la legalizzazione dell’aborto.
Sì, ora molte donne possono abortire senza rischi in igienico ambiente sanitario; ma il più grave rischio, la «perditio aeterna», il solo che deve preoccupare la Chiesa per carità, resta.
Ed è aggravato dalla coscienza torbida di «esercitare un diritto».
E' questo l’atteggiamento che induce a rifiutare la misericordia divina, e porta all’indurimento finale nel peccato.
Il solo vero, irrimediabile rischio per la salute, anzi per la Salvezza.
Insomma, la Chiesa perdona.
Ma non depenalizza.
Ora, spero di non essere smentito da qualche documento vaticano imminente.



Da tutto quel che ho detto, spero sia chiaro come il «positivismo giuridico» egemone sia non solo un’aberrazione, ma uno dei tanti, troppi stigmata satanici del mondo contemporaneo.
Il fatto che a decretare la giustizia e la legalità sia la legge positiva, così com’è formulata nei codici, è il contrario del diritto come è stato praticato per secoli.
Parlo del diritto naturale, e della sua massima espressione storica, il diritto romano.
Nel mezzo millennio della sua storia, Roma emanò sì e no 300 leggi «positive», e per lo più erano espressioni malvage di volontà politica, per esempio le leggi di proscrizione di Silla.
Un altro esempio malvagio è la legge del Senato («non licet esse christianos») su cui Tiberio, giustamente, pose il suo veto imperiale, ma che legalizzò le successive persecuzioni.
Su quali codici allora si regolavano i magistrati romani?
C’erano sì le Dodici Tavole, arcaiche, sacralizzate, mai abrogate ed perennemente in vigore perennemente.
Ma queste leggi arcaiche prescrivevano, per esempio, lo squartamento del debitore e la consegna dei pezzi al creditore: una «legge» che i giudici romani smisero presto di applicare, ammesso l’abbiano mai applicata.
Come facevano allora?



Nel diritto romano, quasi tutto ciò che facevano i cittadini non riguardava la magistratura né la legge: concetto piuttosto ampio di libertà.
Solo quando un cittadino o anche uno straniero si rivolgevano al giudice con l’affermazione di aver subito un’ingiustizia, il diritto se ne occupava.
Allora, anzitutto - poniamo nel caso della violazione di un contratto d’acquisto di un cavallo o di una casa - il giudice cercava di stabilire quale fosse stata la volontà dei due contraenti.
Se il contratto era scritto, tanto meglio: quello faceva fede, nella sua interpretazione «secondo buona fede».
Dunque, per il giudice romano, la «legge» cui obbedire era la volontà dei cittadini espressa nella transazione; a meno che questa volontà non fosse contraria alla morale pubblica (un contratto con un sicario per un omicidio), questa era valida in assoluto.
Era la libertà, la legge.
L’esercizio delle volontà private.
Se il contratto non era scritto, c’era qualche problema.
Un caso discusso dai giuristi riguardava il venditore di un cavallo, che si lagnò della mancata restituzione, da parte del compratore, della cavezza.
Come regolarsi in questo caso?
Non c’era nessuna legge positiva.
C’erano però le sentenze del passato, che si andava a consultare: il cosiddetto «diritto comune», arricchito dai commenti dei giuristi.



In ogni caso, convocati le parti e i loro testimoni, il giudice - anche senza una legge scritta - aveva la ferma convinzione di poter stabilire chi dei due aveva torto, e chi «diritto» o ragione.
Per secoli, in Occidente, il diritto ha funzionato così, e così ancora funziona in parte nella conservatrice Inghilterra della «common law», diritto comune i cui fondamenti sono romani.
L’idea che una coscienza retta sappia sceverare il torto e la ragione - proclamare il diritto dell’uno contro l’altro litigante, è appunto il diritto «naturale».
Che non era per nulla arbitrario.
Rileggete l’angoscia di Pilato di fronte ai giudei che chiedono la morte di Gesù.
Lui, il governatore di mano pesante, lo scettico, continua a ripetere: «non trovo colpa in quest’uomo. Che ha fatto?».
Il fatto è che gliel’avevano portato con un’accusa precisa: «vuole farsi re», insomma lesa maestà imperiale.
Da magistrato romano, Pilato interroga l’accusato.
Quando questi gli dice «il mio regno non è di questo mondo», gli basta: di quale regno parli quel Galileo, se ne infischia, ma certo non è al trono di Tiberio che aspira.
«Non trovo colpa in quest’uomo», ripete.
Non basterà a salvare Gesù.
Ma Pilato, il romano, è il solo che ci prova.



Questo diritto romano era, in qualche misura, evolutivo.
Lo dimostra la celebre lettera di Plinio il giovane a Traiano.
Governatore in Bitinia nel 111-113, Plinio chiede all’imperatore come deve comportarsi con i cristiani: gli arrivano accuse anonime.
Tutti e due sanno, con imbarazzo, che la «legge positiva» - quello sciagurato «non licet» senatoriale li obbliga a procedere.
La risposta di Traiano, o piuttosto della cancelleria imperiale, dà alcune regole.
Fra queste: non perseguire attivamente, ma solo su denuncia.
E accettare solo denunce firmate, mai cominciare un processo sulla base di denunce anonime.
«Nam pessimi exempli nec nostri saeculi est».
Non solo creerebbe un precedente pessimo, ma «non è degno dei nostri tempi».
Il diritto romano, dunque, cambia secondo i tempi: ma nel senso di una sempre più esigente civiltà, sempre più cordiale verso la vita dell’uomo.
E’ in questo modo di fare diritto che Tomaso d’Aquino individuerà il «kathechon», l’enigmatica «cosa» che, secondo Paolo, «trattiene l’Anticristo» e ne frena la manifestazione nel mondo.
Il positivismo giuridico, che proclama legge il delitto o l’arbitrio, l’accelera.

Maurizio Blondet




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