25 Aprile 2006
No all'autorizzazione a procedere
Sezione “la faccia come il culo”
«Le accuse della Procura di Palermo - dichiarava Marini il 16 aprile ’93 - sono incredibili. La gente è sconvolta, no all’autorizzazione a procedere». Dopo le risse tra Bertinotti e D'Alema, ora ai poveri elettori dell'Unione-Ulivo-coalizione o come si chiama toccherà digerire Franco Marini e la sua pipa alla presidenza del Senato. Certo dopo Marcello Pera anche Marini sembrerà un gigante, ma certo c'è ben poco da stare allegri. Nel frattempo "gli altri" si preparano a votare una new entry, il giovane Andreotti, uno che ebbe rapporti con la mafia (lo dice la Cassazione) per svariati anni della sua carriera politica e su cui quasi tutti i suoi potenziali elettori di oggi spararono a zero allora. Il commento di Marco Travaglio su l'Unità di oggi.
da l'Unità del 25 aprile 2006
Amnesy International
di Marco Travaglio
A leggere le cronache parlamentari della primavera 1993 viene la labirintite. Si perde il senso dell’orientamento. Il 27 marzo di 12 anni fa la Procura di Palermo chiedeva l’autorizzazione a procedere contro Giulio Andreotti per mafia. E chi era, oltre agli andreottiani, il deputato Dc più ostile a concederla? Franco Marini. «Le accuse della Procura di Palermo - dichiarava Marini il 16 aprile ’93 - sono incredibili. La gente è sconvolta, no all’autorizzazione a procedere». Poi fu scavalcato dallo stesso Andreotti, che chiese lui stesso il via libera all’indagine sul suo conto. Oggi il senatore prescritto si schiera col centrodestra contro Marini per la poltrona più alta del Senato. Lo voterà tutta la Cdl, eccezion fatta per la Lega Nord: uno dei pochi partiti coerenti con quel che sostenevano allora. Al Consiglio federale della Lega, al Lido di Venezia, andavano a ruba le magliette con disegnati Andreotti, Craxi e De Michelis in fuga, inseguiti da un drago leghista con lo spadone di Alberto da Giussano che urlava «Banzai! Alle elezioni vi bruciamo!».
Gianfranco Fini, la sera fatidica del 27 marzo, comiziava a Verona. Gli portarono la notizia e lui la diede in diretta. Applausi scroscianti. «L’avviso di garanzia ad Andreotti per mafia - tuonò - è la fine del regime: lo dimostra l’autentico boato che ha salutato la notizia da me data alle migliaia di veronesi che affollavano il mio comizio. I giudici si muovono su indicazioni convergenti di alcuni pentiti, come dimostrano anche i casi analoghi di Gava, Misasi e Cirino Pomicino. Pare proprio che il sistema si reggesse sulle tangenti e sulle organizzazioni criminali». L’indomani rincara: «Ormai mi sento a disagio nel frequentare questo Parlamento: chiederò ai gruppi missini di valutare l’opportunità di non partecipare più ai lavori della Camera e del Senato». Poi, citando anche Alfredo Vito, «Mister 100 mila preferenze» indagato a Napoli, definì «di una gravità inaudita il tentativo di questi personaggi di sottrarsi alle indagini, ora che non possono più condizionare la magistratura. Bisogna fare piazza pulita a Roma. Chiediamo verità su tutto, a cominciare dalle stragi. Chi ha trescato con i mafiosi e i camorristi da posizione di assoluto rilievo politico-istituzionale l’ha fatto per mantenere il potere e le stragi di Stato hanno stabilizzato il potere: è ora che venga fuori tutta la verità, dopo decenni di vile e canagliesca strumentalizzazione» (15-4-1993).
Ora Fini & C. si apprestano a votare Andreotti, insieme ai neoeletti Cirino Pomicino (Nuova Dc) e Vito (FI). Ne sarà felice anche il ministro uscente Altero Matteoli, che 12 anni fa era membro dell’Antimafia presieduta da Violante: «Il sistema - esultava - non ha più difese: perfino Andreotti, passato indenne da una miriade di scandali compreso quello Sindona, è indagato per mafia. Finalmente la magistratura può acclarare il livello di collusione mafia-politica!» (27-3-1993). Poi insinuò addirittura che l’appoggio del Pds al governo Ciampi celasse un accordo con la Dc per «salvare Andreotti dal processo». Tant’è che votò contro la relazione Violante, che citava Lima e Andreotti: troppo morbida, per lui, «all’acqua fresca», perché «scarica tutte le responsabilità su Lima, ovattando la parte su Andreotti» (9-4-93). Infine chiese le dimissioni di Violante «per evitare il sospetto che la sua relazione su mafia e politica, votata dalla Dc, sia servita a traghettare il Pds nell’area di governo» (29-4-93).
Particolarmente commovente il caso di Marcello Pera, che si appresta a votare Andreotti alla propria successione: nel ’93 lo definiva «un presidente del Consiglio dell’èra Gromyko», emblema del "trasformismo", del «vino vecchio in otri vecchi», del «tirare a campare qualunque cosa succeda», del «principio che le politiche non contano, possono cambiare a ogni stormir di fronde purché gli uomini che le fanno restino al proprio posto… Per queste figure logorate dall’uso, è venuta l’ora di inaugurare la serie “visti da lontano”… di pagare il conto per ciò che si é fatto o omesso di fare», insomma basta con i «traffici» e l’«impunità» dei «vecchi marpioni della Dc abituati nell’arte sopraffina del riciclaggio» (16-4-92). Anche Giorgio La Malfa, insieme alla Voce Repubblicana, difendeva i giudici e i pentiti, denunciando i rapporti fra Andreotti, la mafia e Sindona (combattuti dal padre Ugo). Qualcuno l’ha per caso sentito, oggi? Poi c’è Ferdinando Adornato, che 12 anni fa tonitruava: «Non siamo disposti a fare alleanze con chi applaude Andreotti al Meeting di Rimini!» (8-9-93). Ora sta anche lui in Forza Italia, che Andreotti non si limita ad applaudirlo: lo vota. Che pezzo d’uomo.


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