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  1. #1
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    Predefinito Domanda esegetico-teologica ai neocatecumenali

    Riprendo da un altro forum una domanda, secondo me interessante, che tuttavia non ha avuto risposta. La domanda non e' mia, ed essendo l'argomento molto interessante non posso esimermi dal riproporla qua :

    A pagina 224 del libro “O R I E N T A M E N T I ALLE EQUIPE DEI CATECHISTI PER LA FASE DI CONVERSIONE”, edito a cura del Centro Neocatecumenale “Servo di Jahvé in San Salvatore”, 1982, Roma, leggo:

    “Dio comanda ad Abramo: "Sali al monte Moria e sacrificami
    il tuo figlio". Perché Abramo, che è amato da Dio, si è messo in
    una posizione tale che stava cominciando a dubitare, ed era
    capace di non fare la volontà di Dio, per l'amore esclusivo che
    aveva a questo figlio.”

    Prosegue, sottolineando come l’amore di Abramo per il figlio sia pericoloso (pag.225).

    A questo punto, la mia domanda è la seguente: in quale documento della chiesa, o in quale testo dei padri, o in quale commentario biblico tradizionale (o anche non), viene affermata questa teoria, secondo cui Dio Chiede ad Abramo di sacrificare Isacco, perché quello lo amava troppo?

    Secondo il consenso unanime dei Padri, l’episodio è una figura del sacrificio di Cristo.

    Secondo la BJ, al di là di questioni di filologia che non posso condividere (sulla Formgeshichte), il sacrificio era legato al fatto che tutte le primizie ed i primogeniti appartengono a Dio, da cui la richiesta legittima, che voleva essere una prova della fede. Il superamento della prova, costituisce un esempio per tutto il mondo, che ancora oggi addita Abramo come “fedele per antonomasia”.

    Secondo la Bibbia Piemme, parimenti la richiesta, va letta nell’abbandono di Abramo alla fedeltà di Dio.

    Secondo la Bibbia CEI-UELCI (Salvatore Garofalo), è la prova definitiva della Fede di Abramo e figura del sacrificio del Figlio, mandato dal Padre celeste.

    Secondo la Bibbia ed. Paoline del 1968 (Pasquero), analogamente è una figura del sacrificio di Cristo, oltre che a rappresentare l’estrema prova di fede di Abramo.

    Secondo la Bibbia ed. Paoline del 1958, oltre a ribadire il medesimo concetto, si dice che l’amore di Abramo verso Isacco, è figura perfetta dell’amore del Padre, verso il Figlio.

    Secondo la Bibbia Fabbri, del 1964, (a cura di Mons. Nazari di Calabiana) la prova di Abramo è la massima prova che dovette sostenere sulla sua fede, ed indica la certezza nella fede della resurrezione, poiché Abramo era convinto che Dio poteva far risorgere i morti, restituendogli il figlio, centro delle promesse dell’Alleanza.

    Secondo mons. Virgulin, nella voce “Abramo” del Nuovo Dizionario di Teologia Biblica (San Paolo), Egli è presentato come prototipo dell’uomo giusto, e l’episodio di Gn 22, è da intendersi come l’esempio della fedeltà totale a Dio.


    Ora, non mi pare sia necessario continuare oltre, avendo presentato per sommi capi, l’opinione concorde di tutta l’esegesi, antica e moderna. Viene quasi da riflettere, al pensiero che questo sia uno dei punti su cui tutti sono d’accordo, e non ci sono “aggiornamenti”.
    Donde dunque questa teoria sull’amore disordinato e pericoloso (quasi un “idolo”) di Abramo verso il figlio?
    La scrittura infatti, non dice nulla, né su questo presunto disordine, ne su questa presunta volontà divina di correzione del presunto disordine.

    Se oltretutto la figura dell’amore di Abramo verso il figlio prediletto Isacco, è figura dell’amore del Padre verso il Figlio, occorre rilevare quanto sia impossibile che si tratti di una forma di amore eccessivo o comunque non ordinato.

    Inoltre, in nessun punto della Scrittura, e men che meno in questo, si addita Abramo come sull’orlo di una crisi di fede, o in procinto di disobbedire. Anzi, è la figura tipica del Giusto veterotestamentario, tanto più che alcuni moderni, hanno ipotizzato (con un giudizio eccessivo, ma esemplificativo) che Abramo sia in realtà una figura romanzata ed idealizzata, proprio per questa sua fedeltà talmente eroica da sembrare irreale.

    Allora perché fare simili affermazioni? Dove trovano il loro fondamento?

    NB.

    A volte si è detto che tale libro è per sua natura equivoco e frammentario, in quanto presenta la trascrizione di colloqui dell’Arguello avvenuti nel febbraio del 1972, e registrati magneticamente. Pertanto, mi dissero, eventuali imprecisioni, sono dovute a questo singolare metodo di compilazione.
    A prescindere a questo punto da qualunque giudizio sull’opportunità di utilizzare allora un testo così necessariamente impreciso e frammentario, mi viene da obiettare unicamente una cosa: il fatto che un concetto venga espresso oralmente , anziché per iscritto, non pregiudica assolutamente il contenuto. Prova ne sono le catechesi di Nostro Signore il Papa Benedetto XVI f.r., come ci è stato dato modo di vedere, allorquando i giovani, rivolgono delle domande spontanee sulla fede. Pertanto, credo che sia opportuno considerare tale concetto per come è riscontrabile in suddetta pubblicazione, essendo oltretutto nella circostanza assolutamente chiaro, preciso ed evidente, nel suo contenuto, senza alcuna possibilità di fraintendimento.
    "Let me close with a word to the people of the state of Texas.
    We have known each other the longest, and you started me on this journey.
    On the open plains of Texas, I first learned the character of our country:
    sturdy and honest, and as hopeful as the break of day.
    I will always be grateful to the good people of my state.
    And whatever the road that lies ahead, that road will take me home."

  2. #2
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    urca, piu' di 40 visite, 0 risposte. Nessuno sa dirmi nulla ?
    "Let me close with a word to the people of the state of Texas.
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  3. #3
    alzo gli occhi verso i monti
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    Citazione Originariamente Scritto da TheTexan
    urca, piu' di 40 visite, 0 risposte. Nessuno sa dirmi nulla ?
    cito dallo stesso volume e dalla stessa fonte:

    "
    Dio comanda ad Abramo: "Sali al monto Moria e sacrificami
    il tuo figlio". Perché Abramo, che è amato da Dio, si è messo in
    una posizione tale che stava cominciando a dubitare, ed era
    capace di non fare la volontà di Dio, per l'amore esclusivo che
    aveva a questo figlio. Cosa che può succedere a te.
    Guardate se è lo stesso Dio quello dell'Antico Testamento e
    quello del Nuovo Testamento. Se Dio dice ad Abramo di
    sacrificare suo figlio, pensate che cosa dice Gesù Cristo: "Chi
    non rinunzia a suo figlio, a suo padre, a sua madre, a sua
    moglie, alla sua stessa vita, non può essere mio discepolo".
    "Chi non odia suo padre non è degno di me". Questa traduzione
    'odiare' è letterale. Gesù ha parlato paradossalmente con questa
    espressione. Chiunque ponga qualcosa al di sopra di Gesù Cristo

    pag. 225

    e della sua volontà, riconosce un idolo come massimo dio,
    come unica verità. E quindi porrà sempre in primo piano l'amore
    che ha per se stesso o per sua moglie. E se Dio dice: Vai lì, e
    tu dici: ma mia moglie dice di no... e siccome l'amore alla
    moglie è superiore, non obbedierai a Dio. Quindi Dio è tua
    moglie.
    La stessa cosa succede ad Abramo con suo figlio.
    E l'unico modo che ha per salvarsi è fare quello che gli chiede
    Dio. Perché Dio non gli ha promesso, solo questo figlio, ma
    anche una discendenza più numerosa delle stelle del cielo. Ma
    incomincia a pensare: se tutto questo è stata una casualità e
    Dio non esiste? Perché forse anche qualche altro vecchio come me
    può avere un figlio. Abramo è attaccato a suo figlio e la
    situazione è pericolosa. Ma siccome Dio lo ama purificherà la
    sua fede, darà un nuovo impulso alla sua fede. E Abramo
    obbedisce.
    Dio inizia a salvare Abramo partendo dai suoi stessi
    presupposti: che sono i suoi desideri di avere un figlio e una
    terra. Forse anche con te Dio ha incominciato ad aiutarti
    dandoti una famiglia e dei figli e denaro. Ma la felicità che
    Dio ti vuole dare è molto più grande, va molto al di là."

  4. #4
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    "E quindi porrà sempre in primo piano l'amore
    che ha per se stesso o per sua moglie.[...]La stessa cosa succede ad Abramo con suo figlio.[...]Ma incomincia a pensare: se tutto questo è stata una casualità e
    Dio non esiste? Perché forse anche qualche altro vecchio come me
    può avere un figlio. Abramo è attaccato a suo figlio e la
    situazione è pericolosa. Ma siccome Dio lo ama purificherà la
    sua fede, darà un nuovo impulso alla sua fede."

    Dove nella scrittura, è contenuto il passo che riferisce i dubbi di Abramo?
    Quando la Chiesa (Magistero, concili, encicliche, ecc.) ha autorizzato o anche avanzato una simile ipotesi interpretativa?
    Dove si desume che Abramo è in "una situazione pericolosa"?
    Perchè la fede di Abramo deve essere purificata, da cosa era stata corrotta (e ovviamente, dove è contenuta tale prova)?

    Ricordo infatti EB (enchiridion Biblicum) n.518-519 (decreto della PCB del 27.2.1934) " la pontificia commissione ricorda agli esegeti cattolici di doversi sottomettere con la riverenza dovuta alla costituzione dogmatica del concilio di Trento, nel quale si stabilì solennemente <<che nelle questioni di fede e di morale che si riferiscono all'edificazione della dottrina cristiana, si deve tenere come vero senso della sacra scrittura quello che ha tenuto e tiene la santa madre Chiesa, alla quale spetta giudicare del senso e dell'interpretazione autentici delle sante scritture; e pertanto a nessuno è lecito interpretare questa stessa sacra scrittura contro questo senso ho anche contro l'unanime consenso dei padri (Conc. di Trento, sess. 4a, 8/4/1546, decr. "De Vulgata editione Bibliorum et de modo interpretandi s. Scripturam", cfr. EB 62, DH 1507 ; Conc. Vat. I, cost. dogm. "Dei Filius" cap.2, DH 3007)>>.inoltre ricorda tutti i fedeli che, riguardo all'autorità dei decreti della pontificia commissione biblica, Pio X di santa memoria, nel motu proprio Prestantia Scripturae sacrae del 18 novembre 1907, ha dichiarato:<<tutti sono tenuti a sottomettersi alle decisioni del Pontificio consiglio biblico, sia quelle finora già emanate, sia a quelle che saranno emanate nel futuro, allo stesso modo che ai decreti delle sacre congregazioni riguardanti la dottrina approvati dal pontefice; e colori quale avvertono tale decisione verbalmente o per iscritto non possono evitare la nota tanto di disobbedienza, tanto di temerità, né perciò sono esenti da colpa grave; questo indipendentemente dallo scandalo che arrecano e dalle conseguenze in cui possono incorrere davanti a Dio per ulteriori temerità ed errori pronunciati in aggiunta, come accade nella maggior parte dei casi>>."
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  5. #5
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    "Bisogna fare Comunità cristiane come la Sacra Famiglia di Nazareth che vivano nell'Umiltà , nella Semplicità e nella Lode , dove l'altro è CRISTO"
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    DAL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA:

    II. Ispirazione e verità della Sacra Scrittura
    105 Dio è l'autore della Sacra Scrittura. « Le cose divinamente rivelate, che nei libri della Sacra Scrittura sono contenute e presentate, furono consegnate sotto l'ispirazione dello Spirito Santo.
    « La santa Madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell'Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, scritti sotto ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa ». 123
    106 Dio ha ispirato gli autori umani dei Libri Sacri. « Per la composizione dei Libri Sacri, Dio scelse degli uomini, di cui si servì nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli stesso in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che egli voleva ». 124
    107 I libri ispirati insegnano la verità. « Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, si deve dichiarare, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle Sacre Lettere ». 125
    108 La fede cristiana tuttavia non è una « religione del Libro ». Il cristianesimo è la religione della « Parola » di Dio: di una Parola cioè che non è « una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente ». 126 Perché le parole dei Libri Sacri non restino lettera morta, è necessario che Cristo, Parola eterna del Dio vivente, per mezzo dello Spirito Santo ce ne sveli il significato affinché comprendiamo le Scritture. 127
    III. Lo Spirito Santo, interprete della Scrittura
    109 Nella Sacra Scrittura, Dio parla all'uomo alla maniera umana. Per una retta interpretazione della Scrittura, bisogna dunque ricercare con attenzione che cosa gli agiografi hanno veramente voluto affermare e che cosa è piaciuto a Dio manifestare con le loro parole. 128
    110 Per comprendere l'intenzione degli autori sacri, si deve tener conto delle condizioni del loro tempo e della loro cultura, dei « generi letterari » allora in uso, dei modi di intendere, di esprimersi, di raccontare, consueti nella loro epoca. « La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa nei testi secondo se sono storici o profetici, o poetici, o altri generi di espressione ». 129
    111 Però, essendo la Sacra Scrittura ispirata, c'è un altro principio di retta interpretazione, non meno importante del precedente, senza il quale la Scrittura resterebbe « lettera morta »: « La Sacra Scrittura [deve] essere letta e interpretata con l'aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta ». 130
    Il Concilio Vaticano II indica tre criteri per una interpretazione della Scrittura conforme allo Spirito che l'ha ispirata: 131

    112 1. Prestare grande attenzione « al contenuto e all'unità di tutta la Scrittura ». Infatti, per quanto siano differenti i libri che la compongono, la Scrittura è una in forza dell'unità del disegno di Dio, del quale Cristo Gesù è il centro e il cuore aperto dopo la sua pasqua. 132
    « Il cuore 133 di Cristo designa la Sacra Scrittura, che appunto rivela il cuore di Cristo. Questo cuore era chiuso prima della passione, perché la Scrittura era oscura. Ma la Scrittura è stata aperta dopo la passione, affinché coloro che ormai ne hanno l'intelligenza considerino e comprendano come le profezie debbano essere interpretate ». 134
    113 2. Leggere la Scrittura nella « Tradizione vivente di tutta la Chiesa ». Secondo un detto dei Padri, « Sacra Scriptura principalius est in corde Ecclesiae quam in materialibus instrumentis scripta 135 – la Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali ». Infatti, la Chiesa porta nella sua Tradizione la memoria viva della Parola di Dio ed è lo Spirito Santo che le dona l'interpretazione di essa secondo il senso spirituale (« ...secundum spiritalem sensum, quem Spiritus donat Ecclesiae – ...secondo il senso spirituale che lo Spirito dona alla Chiesa »). 136
    114 3. Essere attenti all'analogia della fede. 137 Per « analogia della fede » intendiamo la coesione delle verità della fede tra loro e nella totalità del progetto della Rivelazione.
    I sensi della Scrittura
    115 Secondo un'antica tradizione, si possono distinguere due sensi della Scrittura: il senso letterale e quello spirituale, suddiviso quest'ultimo in senso allegorico, morale e anagogico. La piena concordanza dei quattro sensi assicura alla lettura viva della Scrittura nella Chiesa tutta la sua ricchezza.
    116 Il senso letterale. È quello significato dalle parole della Scrittura e trovato attraverso l'esegesi che segue le regole della retta interpretazione. « Omnes [Sacrae Sripturae] sensus fundentur super unum, scilicet litteralem – Tutti i sensi della Sacra Scrittura si basano su quello letterale ». 138
    117 Il senso spirituale. Data l'unità del disegno di Dio, non soltanto il testo della Scrittura, ma anche le realtà e gli avvenimenti di cui parla possono essere dei segni.
    1. Il senso allegorico. Possiamo giungere ad una comprensione più profonda degli avvenimenti se riconosciamo il loro significato in Cristo; così, la traversata del Mar Rosso è un segno della vittoria di Cristo, e quindi del Battesimo. 139
    2. Il senso morale. Gli avvenimenti narrati nella Scrittura possono condurci ad agire rettamente. Sono stati scritti « per ammonimento nostro » (1 Cor 10,11). 140
    3. Il senso anagogico. Possiamo vedere certe realtà e certi avvenimenti nel loro significato eterno, che ci conduce (in greco: •<"(T() verso la nostra Patria. Così la Chiesa sulla terra è segno della Gerusalemme celeste. 141

    118 Un distico medievale riassume bene il significato dei quattro sensi:
    « La lettera insegna i fatti, l'allegoria che cosa credere,
    il senso morale che cosa fare, e l'anagogia dove tendere ». 142
    119 « È compito degli esegeti contribuire, secondo queste regole, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittura, affinché, con studi in qualche modo preparatori, maturi il giudizio della Chiesa. Tutto questo, infatti, che concerne il modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare ed interpretare la Parola di Dio ». 143
    « Ego vero Evangelio non crederem, nisi me catholicae Ecclesiae commoveret auctoritas – Non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l'autorità della Chiesa cattolica ». 144

  6. #6
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    <B>
    Genesi 22, l’epistola agli Ebrei, e una ermeneutica basata sulla fede
    James Swetnam, S.J.

    [conferenza tenuta al Pontificio Istituto Biblico il 5 novembre 2003 a conclusione della sua attività di insegnamento accademico]


    Uno dei testi fondamentali nell’Antico Testamento, sia in se stesso che nell’interpretazione degli autori cristiani, è il racconto del sacrificio di Isacco da parte di Abramo in Genesi 22,1-18. 1 Un breve sommario sull'importanza di Genesi 22 nella ricerca scientifica della Bibbia e alla luce di varie tradizioni religiose si può trovare nel libro di R. W. L. Moberly, The Bible, Theology, and Faith: A study of Abraham and Jesus (Cambridge Studies in Christian Doctrine; Cambridge: University Press, 2000, 71-72. La presente conferenza deve molto a questo lavoro, sia nei punti di convergenza che in quelli di divergenza. L’espressione “sacrificio di Isacco” usata qui e nel resto della conferenza non significa che essa implichi naturalmente che in Genesi 22 Dio concede ad Abramo di eseguire il comando di Dio di offrire in sacrificio Isacco. L’espressione ebraica tradizionale “Il legamento (Akedah) di Isacco” viene usata per dimostrare quanto Dio sia ben lungi dal permettere che l’intenzione di Abramo di sacrificare il proprio figlio si realizzi. Ma non c’è dubbio che, per quanto riguarda l’intenzione, Genesi 22 presenti Abramo che sacrifichi il proprio figlio. L’autore della Lettera agli Ebrei usa il tempo perfetto del verbo greco prospherô (“offrire in sacrificio”) in 11,17 per mostrare come egli considerasse l’atteggiamento sacrificale di Abramo verso suo figlio come se avesse una permanente testimonianza nella Scrittura. In questo senso, Genesi 22 concerne il “sacrificio di Isacco” (cfr. infra).

    Il presente studio cercherà: 1) di capire il significato di Genesi 22,1-18 (Parte I); 2) di vedere come l’epistola agli Ebrei interpreti Genesi 22,1-18 (Parte II); 3) di indicare come il libro del Cardinale John Henry Newman, Grammatica dell’assenso, possa giustificare una ermeneutica centrata sulla fede, con riferimento all’esegesi sviluppata nelle prime due parti precedenti (Parte III). 2 Dato il tempo ristretto di questa conferenza, il trattamento sarà piuttosto schematico.







    Parte I. Genesi 22,1-18

    Il sacrificio di Isacco da parte di Abramo è stato un vero e proprio pomo della discordia nella storia recente della ricerca biblica.

    3 Cfr. Moberly, The Bible, Theology, and Faith, 132-161, per una presentazione in modo sommario. Discussioni più ampie si trovano in: D. Lerch, Isaaks Opferung christlich gedeutet: Eine auslegungsgeschichtliche Untersuchung (Beiträge zur Historischen Theologie, 12; Tübingen: J. C. B. Mohr, 1950): S. Spiegel, The Last Trial (New York: Behrman, 1979[traduzione dall’originale ebraico del 1950]).

    Con l’Illuminismo il sacrificio di Isacco è stato spesso visto come azione immorale. 4 Cfr. la condanna molto forte dell'azione di Abramo da parte del filosofo Immanuel Kant, come citato in Moberly, 128-129. Cfr., anche alcune osservazioni di esegeti contemporanei indicate ap. 162.

    Ma tale giudizio negativo era per lo più basato su interpretazioni del sacrificio di Abramo che non tengono conto del contesto. Nel modo in cui Genesi 22 viene interpretato come parte del testo canonico dell’Antico Testamento soltanto o dell’Antico e Nuovo Testamento insieme, in varie tradizioni religiose, i versi non presentano a questo proposito alcun problema insolubile.5 Il problema viene discusso bene da Moberly, The Bible, Theology, and Faith, 129-130. Daltesto stesso risulta evidente che esso faceva parte di una tradizione canonica, cfr.Moberly, 114.


    Ci sono tre categorie generali la cui pertinenza sembra essere utile in una breve discussione sulle implicazioni di Genesi 22,1-18 nel testo canonico dell’Antico Testamento: 1) l’alleanza; 2) il sacrificio; 3) la fede. Prese insieme, queste tre categorie permettono di entrare nel testo in modo appropriato.


    A. L’ alleanza

    Per capire bene il sacrificio di Isacco da parte di Abramo è molto importante tener conto del ruolo dell’alleanza nel testo canonico. Genesi 22,1 afferma che Dio “mette alla prova” (ebr.:nsh, gr.: peirazein) Abramo. Cioè, Dio prepara una prova per verificare se il suo figlio è “fedele” (ebr.: n’mn, gr. pistos). 6 Cfr. B. Gerhardsson, The Testing of God’s Son (Lund: C. W. K. Gleerup, 1966): “‘Fede’ qui è un elemento vitale, cioè ‘fede’ nel senso di ‘trattare YHWH come degno di fiducia’ (ebr.: h’myn, pisteuein), di credere in lui, di credere che egli manterrà le promesse con fede e amore e che onorerà il suo ‘impegno’. Ciò che viene richiesto al popolo in generale viene richiesto anche a ciascuno individuo in particolare” (26-27); “Quando l’Antico Testamento parla di YHWH che mette alla prova il suo figlio di alleanza, ‘tentandolo’ (ebr.: nsh, peirazein), significa che Dio prepara una prova per constatare se il suo figlio è fedele all’alleanza, se è n’mn, pistos. È quasi una formula fissa dire che Dio mette alla prova ‘per sapere’ (ld‘t) se il suo eletto è fedele o no” (27). [Se non indicato diversamente, la traduzione di citazioni non in italiano è responsabilità dell’autore.]


    Il testo di Genesi 22 è il culmine di una progressione che consiste in una chiamata, una promessa, e un’alleanza con giuramento. 7 Cfr. la discussione nella dissertazione di S. Hahn, “Kinship by Covenant: A Biblical Theological Study of Covenant Types and Texts in the Old and New Testaments” (Department of Theology, Marquette University; Ann Arbor, Michigan: UMI, 1995), 181-121.

    La chiamata si trova in Genesi 12,1-3, ed è composta di tre elementi che comportano ciascuno una benedizione: 1) una benedizione che riguarda una terra e una nazione (12,1-2a), 2) una benedizione che riguarda una dinastia (12,2b), e 3) una benedizione che riguarda il mondo intero (12,3 insieme con 12,2).
    8 Cfr. Hahn, 183-184.

    Queste tre benedizioni sembrano corrispondere ai tre episodi di alleanza nei capitoli 15, 17 e 22 della Genesi.
    9 La maggioranza dei commentatori è d’accordo che l’alleanza fra Dio e Abramo sia una alleanza di “donazione”; comprende, cioè, sei elementi fondamentali: 1) giuramento del sovrano (cioè, Dio); 2) benedizione del sovrano e maledizione dei nemici; 3) obblighi senza condizione da parte del sovrano; 4) nomina, da parte del sovrano, dei discendenti del vassallo come beneficiari; 5) lode del “nome” del vassallo da parte del sovrano; 6) menzione frequente da parte del sovrano delle virtù del vassallo. Cfr. Hahn, 168-171.

    In Genesi 15 l’episodio con la divisione degli animali indica un’alleanza nella quale i discendenti di Abramo vivranno come nazione in una terra stabilita. In Genesi 17 l’enfasi viene posta sul “nome” di Abramo che sarà reso grande: si tratta cioè di una dinastia. E in Genesi 22,16-18, il punto culminante, si tratta di una benedizione per tutte le nazioni.
    10 Cfr. Hahn, 185-186.

    Genesi 22,1-18 può essere quindi visto come il punto culminante della vita di Abramo, così come viene presentata nel testo canonico della Sacra Scrittura. Dopo questo episodio, Abramo compare nella narrazione soltanto in relazione alla morte di Sara (Genesi 23) e al matrimonio di Isacco (Genesi 24). La sua vita e il suo destino considerati nei suoi rapporti con Dio, sono delineati in Genesi 22.
    11 “Nella presentazione di Genesi della vita di Abramo e dei suoi rapporti con Dio, Genesi 22 è il momento culminante. Non è l’ultimo racconto su Abramo, perché ci sono ancora due racconti nei quali egli appare. Siccome però il suo acquisto di un luogo di sepoltura per Sara è un’anticipazione della sua stessa morte e sepoltura (Gen 23), e nel racconto esteso dell’acquisizione di una moglie per Isacco il centro si sposta da Abramo stesso al servo fedele di Abramo (Gen 24), questi racconti forniscono una specie di diminuendo e preparano la scomparsa di Abramo dalla narrazione. Genesi 22 è l’ultimo dialogo fra Abramo e Dio, e il suo contenuto si focalizza sulla natura dei rapporti fra Abramo e Dio” (Moberly, The Bible, Theology, and Faith, 72-73).

    Il giuramento di Dio fatto ad Abramo in Genesi 22 può essere considerato il punto culminante e conclusivo di tutta questa serie di episodi che toccano l’alleanza. 12 Cfr. la discussione in Hahn, 198-202.

    Il giuramento, incorpora, per così dire, il risultato positivo della prova di Abramo nella benedizione data a tutte le nazioni, in modo tale che la fede di Abramo ormai fa parte del destino della sua discendenza. 13 Cfr. R. W. L. Moberly, “The Earliest Commentary on the Akedah”, Vetus Testamentum 38 (1988) 320-321.



    Il contesto di alleanza in Genesi 22 è fondamentale per capire il significato del brano. Si tratta, cioè, della prova della fede di Abramo nel Dio dell’alleanza e nella fedeltà di questo Dio nel concedere le benedizioni promesse, nonostante l’evidente contraddizione fra queste promesse e l’ordine di uccidere Isacco. Inoltre, Abramo era sicuramente consapevole che si trattava di una prova, che si trovava di fronte a un dilemma cruciale in cui era secondario il suo affetto filiale. Ad essere in gioco era il senso di un’esistenza centrata su Dio non soltanto per Abramo stesso, ma anche per Isacco e per tutti coloro che dovevano dipendere da lui nei loro rapporti con Dio. 14 Moberly, dopo una acuta discussione (The Bible, Theology, and Faith, 102-106) su come l’onniscienza di Dio possa permettere la sua dichiarazione “adesso conosco” (cfr. Genesi 22,12), presenta questo sommario: “Nell’Antico Testamento argomenti riguardanti Dio non vengono mai discussi separatamente dalla dinamica relazionale con la quale Israele conosce Dio. Il testo più esplicito dove viene discusso l’onniscienza di Dio, Salmo 139, tratta tutto l’argomento dentro il contesto dei rapporti del salmista con Dio. Sarebbe uno sbaglio capire diversamente il ‘conoscere’ di Dio in connessione con il suo ‘mettere alla prova’. I testi si interessano di approfondire l’incontro fra Dio e popolo. Sebbene l’enfasi primaria cada sulla giusta risposta umana, questa risposta è morale ma allo stesso tempo relazionale, e questa relazione non viene concepita unilateralmente; anzi, Dio s’impegna talmente in questo incontro che il risultato lo coinvolge profondamente. Quando Abramo viene presentato come ‘uno che teme Dio’, la dichiarazione divina ‘adesso conosco’ invece di ‘adesso il popolo saprà’ indica che il rapporto approfondito in qualche maniera è un affare che tocca intrinsecamente Dio e allo stesso tempo costituisce la natura di una umanità matura” (106-107). Moberly prende il “timore di Dio”, che risulta nella conoscenza di Dio come oggetto della prova di Abramo, come equivalente della “fede” di Abramo che viene messa alla prova (79). Ma questa equivalenza sembra un po’ troppo facile e indica una mancanza da parte di Moberly di conoscenza del contesto dell’alleanza. “Il timore di Dio” da parte di Abramo in Genesi 22 sembra essere una virtù di Abramo che viene basata sulla fede di Abramo e viene mostrata dalla sua obbedienza.

    In altre parole: il comando di Dio ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco era una questione della massima importanza, sia per Abramo sia per Dio stesso.
    15 Cfr. la discussione in Moberly, The Bible, Theology, and Faith, 97-98.



    Che il comando di Dio ad Abramo fosse una questione seria per Dio stesso così come per Abramo non è stato forse notato abbastanza. Quando infatti Dio dà il comando ad Abramo, implicitamente mette a rischio tutto il progetto della sua alleanza con lui. Dal punto di vista narrativo Dio sta aspettando il risultato della reazione libera di Abramo a tale prova: un rifiuto di Abramo di sacrificare Isacco avrebbe indicato che Abramo non aveva superato la prova della sua fede. 16 “È la dimensione di una scelta umana che viene significata innanzitutto dalla parola nissa, la quale, in modo caratteristico come in Deuteronomio 8:2, presenta la risposta di Israele nei termini di una scelta fondamentale—‘per . . . metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avessi osservato o no i suoi comandi’. Ciò che distingue Abramo come ‘uno che teme Dio’ è il fatto che egli ha scelto di ubbidire a Dio. Ciò che il Deuteronomio presenta come possibilità umana, troppo spesso non realizzata, viene realizzata in Abramo. La crescita umana attraverso la scelta di ubbidire a Dio, questa è la posta in gioco . . .” (Moberly, The Bible, Theology, and Faith, 105).

    Di consequenza, il progetto di alleanza e tutti gli aspetti connessi erano presumibilmente destinati al fallimento, e la storia della salvezza avrebbe dovuto subire una svolta radicale.




    B. Il sacrificio

    Una seconda grande prospettiva a partire dalla quale Genesi 22 deve essere interpretato è quella del sacrificio. C’è qui una connessione tra sacrificio e il luogo in cui si svolge l’azione di Genesi 22. C’è fondato motivo di identificare il luogo (ebr.: mryh – “Moria”) menzionato nel versetto 2 con Gerusalemme. 17 Cfr. Moberly, The Bible, Theology, and Faith, 108-116. Moberly nota che l’enfasi data nel versetto 14 al luogo della prova con le parole “YHWH vede” indica che “la verità riguardante Dio è connessa con un luogo particolare dove quella verità viene effettuata” (109).


    Se quest’interpretazione è vera, allora Genesi 22 diventa il testo fondamentale dell’Antico Testamento per capire il sacrificio di animali come praticato nel tempio di Gerusalemme. Inoltre, questo spiegherebbe perché il Pentateuco parli così poco del significato di tali sacrifici.
    18 Cfr. Moberly, The Bible, Theology, and Faith, 117-118: “. . . Genesi 22 diventa il racconto fondamentale dell’Antico Testamento del significato di sacrifici di animali (come si svolgevano nel tempio di Gerusalemme). Per molto tempo è stato un enigma il fatto che le prescrizioni dettagliate del Pentateuco sul culto sacrificale dicano così poco sul significato di ciò che viene prescritto. Una possibile spiegazione, almeno per il Pentateuco come raccolta canonica, sarebbe che il significato di sacrificio è descritto così chiaramente in Genesi 22 che ulteriori spiegazioni sarebbero superflue”.

    Il tipo principale di sacrificio indicato nei libri del Levitico e del Deuteronomio è l’olocausto (ebr.: ‘lh, gr.: olokaustôma, olokauston).
    19 Levitico 1; Deuteronomio 12,6.11.13.14.27. Cfr. Moberly, The Bible, Theology, and Faith, 118.

    Questo tipo di sacrificio è precisamente quello che Dio chiede ad Abramo per Isacco, e quello che Abramo effettivamente compie con l’ariete alla fine del racconto (Genesi 22,2.13).
    20 “In Genesi 22 il sacrificio dell’ariete da parte di Abramo prende il posto del sacrificio di Isacco. Appena Abramo vede l’ariete, non ha bisogno di sapere ciò che deve fare, ma capisce subito il suo significato e così sacrifica l’animale al posto di Isacco. Il significato di questa sostituzione di un animale al posto del bambino viene presentato nel racconto precedente che descrive la prova imposta da Dio, il timore di Abramo, e il provvedere di Dio. Ciò significa che l’olocausto come offerta simboleggia il sacrificio di Abramo di se stesso come persona che teme Dio senza riserva. Il sacrificio poteva avere, e senz’altro difatti aveva, altri significati nella storia d’Israele (per non parlare di altri contesti). Ma il significato canonico e accettato è quello di Genesi 22, dove azione religiosa visibile e significato spirituale interno sono uniti come un tutt’uno” (Moberly, The Bible, Theology, and Faith, 118).

    Close


    La categoria del sacrificio nell’interpretazione di Genesi 22 non ha sempre ricevuto la rilevanza che merita. Questa mancanza d’attenzione all’aspetto di sacrificio distorce l’esegesi del capitolo che deve aver guidato generazioni di fedeli lettori israeliti. Inoltre, questa mancanza distorce la possibile pertinenza che Genesi 22 deve avere per il lettore contemporaneo del testo canonico. Mostrando esattamente come il sacrificio possa avere influenza sull’esistenza umana come personificata in Abramo, Genesi 22 è di cruciale importanza per capire la rivelazione di Dio nella Bibbia.


    C. La fede

    Le prospettive riguardanti alleanza e sacrificio indicano la centralità della fede nella risposta di Abramo a Dio. Alleanza e sacrificio trovano il loro centro in Dio così come egli si manifesta ad Abramo (alleanza) e come Abramo risponde al comando di Dio (sacrificio). Ciò che motiva Abramo è la fede.21 Il risultato della fede di Abramo come appare in Genesi 22 è che egli viene presentato come uno che “teme Dio” (ebr.: yr’ ’lhym, gr.: fobeisthai ton theon). Questa espressione sembra situare Abramo in un contesto più ampio dell’alleanza, cioè invocando la sua condotta come modello per tutti coloro che rispondono con ubbidienza a Dio. Cfr. Moberly, The Bible, Theology, and Faith, 94-97.

    Close Aver fede significa considerare Dio come affidabile (ebr.: h’myn, gr.: pisteuein), avere fiducia in lui, credere che egli manterrà i suoi impegni e onorerà i suoi doveri. 22 Cfr. sopra, n. 6.

    Close Siccome la fede di Abramo era basata sulla sua alleanza con Dio, egli era consapevole di ciò che era in gioco, e sapeva non soltanto ciò che Dio si aspettava da lui (ubbidienza) ma anche ciò che Dio si aspettava da se stesso (compimento delle promesse): la sua fede era una specie di conoscenza. Ciascuno dei due conosceva i doveri di se stesso e dell’altro. È grazie a questa conoscenza che Abramo poteva resistere alla prova che Dio aveva preparato per lui: Abramo sapeva che Dio in qualche maniera avrebbe provveduto alla soluzione di quello che, al di fuori del contesto di fede, era un problema insolubile. In altre parole, le parole di Genesi 22,8 (“Dio stesso provvederà un agnello per l’olocausto”) devono essere intese non come quelle ansiose di un padre sconvolto, indirizzate ad un figlio perplesso, ma come espressione di una certezza basata sulla fede.



    Quindi nel ricercare la pertinenza di Genesi 22 per il lettore di oggi, la fede è l’elemento più importante. Essa fornisce le basi per il significato religioso del testo originale e per l’importanza di quel testo per il lettore di oggi—o per il lettore di ogni tempo. 23 Sul tema del significato religioso di un testo biblico come elemento chiave per l’applicazione di quel testo alle circostanze di un’epoca posteriore alla redazione finale del testo cfr. le osservazioni di A. Vanhoye, già segretario della Pontificia Commissione Biblica, in P. Williamson, “Catholicism and the Bible”, First Things, #74 (June-July, 1997), 36: “ . . . la Bibbia consiste in una raccolta di scritti religiosi. Se l’interprete non spiega il significato religioso di un libro della Bibbia, la sua spiegazione è inadeguata”.

    Close Di conseguenza, qualsiasi tentativo di interpretare Genesi 22, se vuole affrontare la pertinenza del testo per il mondo contemporaneo, deve basarsi sulla fede di Abramo.


    Ci sono però due possibili modi di approccio alla fede di Abramo da parte del lettore contemporaneo. Il lettore può mettersi di fronte al testo nella prospettiva di fede di Abramo, o al di fuori di essa. Può cioè condividere in quanto possibile la fede di Abramo, vivendo con lui gli avvenimenti di Genesi 22, o può rimanere come spettatore di questi avvenimenti. La sfida ermeneutica di Genesi 22 sta proprio qui.

    Non c’è niente nel testo che costringa il lettore a scegliere di partecipare alla fede di Abramo, a incorporare (per così dire) la fede di Abramo nella propria fede. L’atteggiamento assunto dipende dalla libera scelta del lettore. La libertà di Dio nel chiamare Abramo e nel metterlo alla prova, la libertà di Abramo nel rispondere a questa chiamata e a questa prova, vengono rispecchiate nella libertà del lettore di fronte al testo, nella sua forma attuale. Ovviamente questo non riguarda solo Genesi 22; è una scelta che si presenta ad ogni lettore della Bibbia di fronte a qualsiasi testo. Ma in Genesi 22 questa scelta si presenta con una immediatezza quasi unica. 24 “Il fatto che per un lettore di un testo sia estremamente facile costruire significati diversi da quelli dell’autore indica che nulla nella natura del testo stesso esige che il lettore eriga a proprio ideale normativo il significato dell’autore. Qualsiasi concetto normativo nell’interpretazione implica una scelta richiesta non dalla natura dei testi scritti, ma piuttosto dall’obiettivo che si prefigge lo stesso interprete” (E. D. Hirsch jr., Teoria dell’interpretazione e critica letteraria [Bologna: Società editrice il Mulino, 1973]; edizione originale: Validity in Interpretation [New Haven–London: Yale University Press, 1967; traduzione di G. Prampolini], 35).





    Parte II. L’epistola agli Ebrei e Genesi 22


    L’epistola agli Ebrei presta una particolare attenzione a Genesi 22. Questa particolare attenzione può servire da guida nel comprendere come i primi cristiani interpretavano questo testo chiave nella loro comprensione della realtà di Gesù Cristo.


    A. L’epistola agli Ebrei e la fede di Abramo
    L’epistola agli Ebrei mette in rilievo la fede di Abramo nella sua esegesi di Genesi 22:

    17Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, 18 del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. 19Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo (Ebrei 11,17-19).
    25 Testo biblico di La sacra Bibbia della CEI, editio princeps, 1971.




    Il testo, teologicamente parlando, è suggestivo. Si mette in grande rilievo la “fede” (pistis). Nel capitolo 11 dell’epistola la fede viene attribuita a diversi eroi dell’Antico Testamento, e viene descritta in 11,2-3.6. 26 Uno studio approfondito dell’uso di Genesi 22 nella lettera deve tener conto di questi versetti. Ma un tale studio va al di là dei limiti di questa conferenza.

    Il verbo “offrire [in sacrificio]” ricorre due volte nel versetto 17. La prima volta viene usato nel tempo perfetto (prosenênochen, “offrì” nella traduzione della CEI, ma meglio “ha offerto”), cioè la disposizione d’Abramo a sacrificare suo figlio è il punto chiave di Genesi 22 che l’autore vuole scegliere come base per la sua interpretazione di tutto il testo. La seconda volta il verbo viene usato nel tempo imperfetto (prosepheren, “cercava di offrire”). Questo imperfetto conativo descrive come Abramo stava per essere messo alla prova (peirazomenos). I termini della prova sono espressi con chiarezza: Abramo stava offrendo il suo “unico figlio” (monogenê), proprio “che aveva ricevuto le promesse” (ho tas epaggelias anadexamenos). E si specifica quale fosse la promessa: “. . . del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome” (pros hon elalêthê hoti en Isaac klêthêsetai soi sperma). Queste osservazioni indicano che l’autore dell’epistola ha letto il testo di Genesi 22 con cura, e che ha capito i parametri della prova con precisione. Ciò che segue è una straordinaria interpretazione del ragionamento che sta dietro la fede di Abramo in Dio: “. . . Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti” (logisamenos hoti kai ek nekrôn egeirein dunatos ho theos).



    Il modo quasi ovvio in cui l’autore dell’epistola attribuisce ad Abramo la fede nella risurrezione dai morti non deve nascondere le implicazioni di ciò che viene affermato. Innanzitutto, il ragionamento di Abramo sembra essere ben fondato e verosimile, data la sua precedente fede nella nascita di Isacco dal suo corpo “morto” e dall’utero “morto” di Sara.27 Cfr. Ebrei 11,10-11 e Romani 4,19.

    Data la fede eroica manifestata in Genesi 22 non c’è niente di arbitrario o forzato in questa esegesi. Se la promessa di Dio di una discendenza per mezzo di Isacco (v. 18) doveva essere accettata con fede senza riserva, e se il comando di sacrificare Isacco era, per Abramo, richiesto da Dio, la fede nella risurrezione dei morti sembra essere una conclusione legittima, anzi, forse l’unica conclusione possibile. Inoltre, l’attribuzione ad Abramo della fede nella risurrezione dai morti è degna di nota. Abramo è all’inizio della fede dell’Antico Testamento, e questa fede è stata tradizionalmente compresa come agnostica riguardo alla risurrezione dai morti.28 I testi seguenti vengono talvolta citati per appoggiare l’idea che la fede nella risurrezione dai morti è presente nell’Antico Testamento: Isaia 26,19; Ezechiele 37,4-14; Daniele 12,2. I primi due testi non sono decisivi. Il terzo è più probabile come indicazione di una fede nella risurrezione individuale dai morti, ma è piuttosto tardivo.

    Nel testo di Ebrei un autore cristiano, che ha studiato profondamente le radici veterotestamentarie della sua fede cristiana, dichiara apertamente che Abramo credeva nella risurrezione dai morti. 29 Un commentatore su Ebrei nota seccamente: “Questa espressione e la fede in tal modo attribuita ad Abramo vanno ben oltre i dati scritturistici” (H. W. Attridge, La lettera agli Ebrei [Letture bibliche, 12; Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 1999] 550 [titolo originale: The Epistle to the Hebrews (Philadelphia: Fortress Press, 1989); tradotto da F. Ruggeri]). Oltre i dati scritturistici espliciti, sicuramente, ma ben oltre ciò che è implicito nei dati scritturistici, forse no. Un altro commentatore su Ebrei scrive: “Ciò che dice il versetto attuale sulla risurrezione viene chiaramente non dall’Antico Testamento o da altre fonti precristiane ma dalla primitiva tradizione cristiana” (P. Ellingworth, The Epistle to the Hebrews [New International Greek Testament Commentary; Grand Rapids, Michigan: William B. Eerdmans – Carlisle: Paternoster Press; 1993], 602). D’accordo. Ma l’inferenza di Abramo nel contesto sembra legittima, date le circostanze e la fede di Abramo.

    Infine, se l’atteggiamento interiore di Abramo nel sacrificare il proprio figlio Isacco è da capire come paradigmatico per l’atteggiamento interiore per i successivi sacrifici nell’Antico Testamento, questa espressione dell’autore dell’epistola è veramente impressionante. L’autore dell’epistola sembra attribuire questo atteggiamento, almeno in modo implicito, a tutti coloro che offrivano sacrifici nell’Antico Testamento.



    Ciò che sembra accadere in Ebrei 11,19 è che l’autore, guidato dalla sua fede nella risurrezione di Gesù (cfr. Ebrei 13,20), proietta questa fede nel mondo di Abramo. Ma questo modo di procedere non fa violenza al testo di Genesi nel capitolo 22. Inoltre, questa attribuzione ad Abramo della fede nella risurrezione si adatta al contesto della fede eroica del patriarca come descritta in Genesi 22. La seconda parte di Ebrei 11,19 conferma l’opinione che l’autore dell’epistola metteva in relazione la reintegrazione di Isacco con la risurrezione di Gesù, perché dice che tale reintegrazione fu un “simbolo” della risurrezione di Gesù.30 Ellingworth (Hebrews, 604) suggerisce che l’allusione alla risurrezione nel versetto 19 riguardi la risurrezione dei credenti piuttosto che la risurrezione di Gesù, perché l’autore dell’epistola ha più interesse nella risurrezione dei credenti che nella risurrezione di Gesù. È un’opinione contestabile: la risurrezione di Gesù occupa un ruolo centrale nell’epistola perché porta alla sua “perfezione” il sacerdozio di Gesù. Cfr. J. Swetnam: “The Structure of Hebrews 1,1 – 3,6”, Melita Theologica 43 (1992) 58-62, in particolare, n. 28; “Christology and the Eucharist in the Epistle to the Hebrews”, Biblica 70 (1989) 78-79 e n. 17.




    B. L’epistola agli Ebrei e il giuramento fatto ad Abramo

    L’epistola agli Ebrei fa allusione al sacrificio di Isacco nel versetto 6,14, citando il testo di Genesi 22,17. È utile conoscere il contesto di questa citazione.
    13Quando infatti Dio fece la promessa ad Abramo, non potendo giurare per uno superiore a sé, giurò per se stesso, 14dicendo: Ti benedirò e ti moltiplicherò molto. 15Così, avendo perseverato, Abramo conseguì la promessa. 16Gli uomini infatti giurano per qualcuno maggiore di loro e per loro il giuramento è una garanzia che pone fine ad ogni controversia. 17Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l’irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento 18perché grazie a due atti irrevocabili, nei quali è impossibile che Dio mentisca, noi che abbiamo cercato rifugio in lui avessimo un grande incoraggiamento nell’afferrarci saldamente alla speranza che ci è posta davanti (Ebrei, 6,13-18).
    31 Traduzione della CEI.

    Questi sei versetti, Ebrei 6,13-18, vengono citati per appoggiare l’esortazione dell’autore ai suoi lettori di mostrarsi diligenti e pronti ad imitare gli eredi delle promesse e ricevere le promesse per mezzo della fede e della perseveranza. Così si spiega la presenza di “infatti” all’inizio del versetto 16.

    Che l’autore di Ebrei abbia in mente Genesi 22 si nota non soltanto dalla citazione di Genesi 22,17 in Ebrei 6,14, ma anche dall’allusione al giuramento di Genesi 22,16 in Ebrei 6,13. Questo fa pensare che per l’autore di Ebrei il giuramento ha una stretta relazione con la benedizione e la moltiplicazione della discendenza di Abramo. Il significato dei “due atti irrevocabili” menzionati in Ebrei 6,18 è molto discusso. 32 Cfr. la presentazione ampia in W. L. Lane, Hebrews 1–8 (Word Biblical Commentary, 47; Dallas: Word Books, 1991), 152.

    Il testo di Ebrei 6,13-14 sembra dare una prima indicazione per la soluzione del problema: i “due atti irrevocabili” sono il giuramento di Genesi 22,16 e la promessa di Genesi 22,17. Questi due atti vengono messi insieme in Ebrei così come lo sono in Genesi. Le parole della promessa sono chiare—parlano della moltiplicazione della discendenza di Abramo.
    33 La promessa riguardo alla discendenza viene indicata dall’uso del singolare in Ebrei 6,17, “agli eredi della promessa” (tois klêronomois tês epaggelias).

    Il giuramento serve a rafforzare la promessa; così che quando Abramo riceve la promessa a conclusione della sua eroica perseveranza dopo il comando di sacrificare Isacco (6,15), la promessa è rinforzata da un giuramento. Abramo viene presentato come uno che ha “ricevuto” la promessa. Ma è evidente dal modo in cui l’autore dell’epistola usa le parole epitugchanô e komizô che anche se Abramo ha “ricevuto” (epitugchanô – 6,15; cfr. 11,33) la promessa rinforzata da un giuramento dopo il sacrificio di Isacco, egli non ha “ricevuto” (komizô) ciò che viene promesso—la discendanza. L’autore di Ebrei fa uso del verbo komizô per indicare la ricezione di ciò che viene promesso—cfr. 11,13.39.34 Cfr. anche Ebrei 10,36, dove i destinatari dell’epistola devono ricevere (komizô) ciò che viene promesso se hanno la costanza.

    L’intenzione dell’autore dell’epistola viene manifestata dalla quarta e ultima ricorrenza di komizô: in 11,19 egli dice che Abramo ricevette (komizô) Isacco dopo il sacrificio “come simbolo” (en parabolêi). In altre parole, l’oggetto della promessa ad Abramo dopo il sacrificio di Isacco—discendenza—viene ricevuto soltanto con la venuta di Cristo: Cristo stesso è questa discendenza.



    Se il contenuto della promessa ad Abramo è Cristo, il giuramento fatto da Dio in Genesi è un giuramento che al livello più profondo si riduce a un’azione simbolica che prefigura la concessione definitiva della cosa promessa che è Cristo. Si spiega così perché l’autore di Ebrei enfatizzi il giuramento fatto da Dio a Gesù al momento della risurrezione (cfr. 7,20-21). Questo giuramento fu prefigurato dal giuramento di Dio dopo il sacrificio di Isacco come Cristo fu prefigurato da Isacco. Questo è il giuramento che risulta nella concessione di ciò che fu promesso—la discendenza che è Cristo. 35 Per l’esposizione classica di questa interpretazione sul ruolo del giuramento di Salmo 110,4 (ma non con tutte le sfumature date qui) cfr. H. Köster, “Die Auslegung der Abraham-Verheissung in Hebräer 6”, in R. Rendtorff – K. Koch (ed.), Studien zur Theologie der alttestamentlichen Überlieferungen (Neukirchen: Neukirchener Verlag, 1961), 95-109.




    Identificando il giuramento del Salmo 110,4 con il compimento del giuramento di Genesi 22,16 e collocando il giuramento nel contesto esplicito della moltiplicazione della discendenza ad Abramo, l’autore dell’epistola ha effettuato una trasformazione profonda nella natura di questa discendenza. Adesso, la vera e definitiva discendenza di Abramo viene non tramite il suo figlio fisico, Isacco, ma tramite il suo figlio spirituale, Gesù Cristo, del quale Isacco fu un “simbolo”, proprio in riferimento alla risurrezione di Gesù (e, nel contesto di Ebrei, in riferimento anche al giuramento del Salmo 110,4 che viene menzionato con la risurrezione). L’autore dell’epistola agli Ebrei pensa che questa discendenza possa essere descritta meglio ricorrendo alla figura veterotestamentaria di Melchisedek, nel cui contesto Gesù Cristo emerge come il definitivo sovrano sacerdote. Come sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek, Gesù Cristo rimpiazza il sommo sacerdozio levitico che aveva dato finora identità ai discendenti di Abramo (cfr. Ebrei 7,11). Questo nuovo sommo sacerdote è il Figlio di Dio stesso (Ebrei 7,3). 36 Cfr. J. Swetnam, “Hebrews 1,1-4”, Melita Theologica 51 (2000) 51-68.

    Egli è la fonte della speranza definitivamente migliore, che è la causa dell’incoraggiamento dei destinatari. Colui per mezzo del quale Dio ha fatto il mondo (Ebrei 1,2) è colui per mezzo del quale Dio benedice in modo definitivo e moltiplica la discendenza di Abramo. Sul fondamento del sacerdozio di Cristo viene creato un nuovo popolo (cfr. Ebrei 7,12), un popolo esteso a tutto il genere umano. Per mezzo di un figlio spirituale, che trascende il tempo, la discendenza di Abramo si estende a tutti gli uomini di tutti i tempi, prima di Abramo e dopo di Abramo. Così l’autore dell’epistola interpreta Genesi 22,17, con la sua promessa che Dio benedirà e moltiplicherà la discendenza di Abramo.




    C. L’epistola agli Ebrei e la pertinenza della fede
    Come, davanti a Genesi 22, al lettore è richiesta una scelta ermeneutica, così gli è richiesta ugualmente una scelta ermeneutica davanti all’interpretazione di Genesi 22 nell’epistola agli Ebrei. Egli può scegliere di condividere o meno la fede che l’autore dell’epistola aveva nella pertinenza cristiana di Genesi 22. Può cioè scegliere di essere coinvolto nei ruoli di Abramo e di Cristo in Genesi 22 come visti dall’autore di Ebrei, o può rimanere un semplice spettatore. Questa è la sfida ermeneutica di Genesi 22 come presentata nella epistola agli Ebrei.
    Ogni lettore dell’epistola agli Ebrei si avvicina al testo con un insieme di preconcezioni, allo stesso modo in cui ogni lettore si avvicina a Genesi con un insieme di preconcezioni. E tali preconcezioni determinano in gran parte la sua scelta ermeneutica. Un cristiano che lascia penetrare la propria fede in ogni aspetto della sua vita si identificherà automaticamente con la fede dell’autore dell’epistola. Per un tale credente il credere di Abramo in Genesi 22 si colloca nella stessa categoria della fede che l’autore di Ebrei ha in Cristo che dà al racconto di Genesi 22 una nuova dimensione. Secondo l’interpretazione dell’autore, con l’avvento di Cristo il racconto di Genesi 22 assume un significato più profondo: la fede di Abramo diventa una fede nel potere di Dio di fare risorgere dai morti, e il giuramento fatto ad Abramo trova il suo compimento nel giuramento fatto da Dio a Gesù al momento della sua risurrezione affinché il suo sacerdozio terreno diventi un sacerdozio secondo l’ordine di Melchisedek, cioè un sacerdozio che trascende i limiti umani

    Un’ultima verità, anch’essa cruciale per la fede di Abramo come vista dall’autore dell’epistola agli Ebrei, deve essere notata: l’ubbidienza di Abramo viene premiata da Dio con il dono di Isacco come simbolo della risurrezione di Gesù. Così la fede di Abramo rientra nella Provvidenza Divina nel portare a compimento il ruolo di Cristo come sommo sacerdote per tutta l’umanità. Secondo Ebrei 11,17-19 Abramo ricevette Isacco come “simbolo” (parabolên), 37 Cioè, una realtà escatologica (cfr. Ebrei 9,9).

    cioè ricevette Isacco come simbolo della realtà escatologica che è Gesù risorto.
    38 Alcuni autori dicono che la risurrezione di Gesù non è così importante per l’autore dell’epistola come la risurrezione dei cristiani (per esempio, Attridge, Lettera agli Ebrei, 551, n. 34). Ma questa interpretazione ignora tutta l’evidenza patristica sui rapporti Isacco–Gesù, come Attridge stesso ammette. Questo punto di vista di Attridge dipende dalla sua interpretazione del “Figlio dell’Uomo” nel capitolo 2 dell’epistola, dove egli segue le opinioni correnti. Per un’interpretazione diversa cfr. J. Swetnam, “The Structure of Hebrews 1,1 – 3,6”, Melita Theologica 43 (1992) 58-62, in particolare 64, n. 28.

    La ragione di Abramo viene espressa in Ebrei 11,19a: “Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti”. Poi, il testo continua, “per questo (hothen) lo riebbe e fu come un simbolo”.
    39 Cfr. la discussion su hothen in Ellingworth, Hebrews, 603.

    In altre parole, la fiducia di Abramo viene premiata con il dono non soltanto di Isacco ma di Gesù che viene prefigurato da Isacco. Siccome Ebrei 11,17-19 si trova in una sezione dove la fede viene presentata come risultato di un premio da parte di Dio che “ricompensa” (misthapodothês – cfr. Ebrei 11,6), se ne deduce che il dono supremo della risurrezione di Gesù e tutto ciò che ne consegue è in un certo senso un “premio” per la fedeltà di Abramo che ha superato la prova imposta da Dio. 40 Cfr. la discussione di Ebrei 11,6 in Attridge, Ebrei, 318-319.

    Così il giuramento di Dio come ultimo atto di Genesi 22 contiene qualche cosa di nuovo per l’autore di Ebrei: il ruolo della fede di Abramo entra nel dono del Gesù risorto e di conseguenza in tutto ciò che questo dono significa per il mondo, come già sottolineato sopra. Dio ha riconosciuto la fede nell’alleanza di Abramo ed ha risposto nel linguaggio della sua fedeltà all’alleanza. 41 Questa interpretazione dell’autore di Ebrei segue il senso del testo di Genesi 22, dove il giuramento dopo il superamento della prova da parte di Abramo contiene qualcosa di nuovo rispetto alla promessa originale ad Abramo di una discendenza: i piani di Dio per la discendenza di Abramo sono ormai basati sulla volontà di Dio e l’ubbidienza di Abramo. (Questi due elementi, ovviamente, non sono di uguale importanza.) Cfr. sopra, Parte I,A (p. 2), e n. 13.

    Ma lo fa in un modo completamente inaspettato.


    Un ultimo passo è necessario per delineare una soddisfacente ermeneutica di Ebrei: occorre esplorare i presupposti che spingono il lettore cristiano a credere in una interpretazione cristiana della fede di Abramo.


    Parte III. Le precomprensioni della fede cristiana e il libro Grammatica dell’assenso del Cardinale Newman


    Nessuno si accosta a un testo scritto senza precomprensioni. Se questo è vero per qualsiasi testo scritto, lo è ancora di più per un testo religioso come la Bibbia. Ed è vero, in particolare, per il capitolo 22 della Genesi e per la sua interpretazione cristiana nell’epistola agli Ebrei. Sopra abbiamo notato che l’unico modo appropriato per una corretta interpretazione di Genesi 22 è quello che tiene conto del suo posto nel più ampio contesto della Scrittura. Infatti il sacrificio di Isacco da parte di Abramo per l’autore di Genesi 22 era da comprendersi in un contesto molto più ampio del testo stesso.42 Per esempio, l’uso della parola “provare” (ebr.: nsh) implica il contesto di un’alleanza (cfr. sopra, n. 6); la menzione di “Moria” (ebr.: mryh) suggerisce il contesto di Gerusalemme (sopra, n. 17); il termine tecnico “olocausto” (ebr.: ‘lh) suggerisce il contesto di sacrificio (sopra, n. 20).

    E questo contesto più ampio comprende questioni di culto e di morale talmente importanti che Genesi 22 è stato al centro delle discussioni delle relazioni dell’uomo con Dio.
    43 Cfr. Moberly, Bible, Theology, and Faith, 71-72.

    Data la natura fondamentale delle questioni coinvolte in Genesi 22, è impossibile che il lettore si accosti a questo testo senza precomprensioni o preconcezioni. Tali precomprensioni possono essere quelle di un credente o di un non credente; ma, quale che sia la loro natura, esse sono presenti e tale presenza deve essere presa seriamente in considerazione, perché incide inevitabilmente nella interpretazione del testo biblico.



    Sopra abbiamo notato, in funzione dell’ermeneutica contemporanea, che l’atteggiamento ermeneutico dipende da una scelta: il lettore sceglie il suo approccio al testo.44 Cfr. sopra, n. 24.

    Tale scelta, però, non avviene in un vuoto di valori: è inevitabile che alla base dell’atteggiamento ermeneutico del lettore ci siano le sue precomprensioni. Di conseguenza la scelta di un determinato atteggiamento ermeneutico deve essere valutato alla luce delle sue precomprensioni.



    È in questo contesto che sembra appropriato il riferimento al libro di John Henry Newman, Grammatica dell’assenso, 45 L’edizione che viene citata in questa conferenza è John Henry Cardinal Newman, Grammatica dell’assenso. Traduzione di U. Tolomei. Con una introduzione di C. Huber (Milano: Jaca Book / Brescia: Morcelliana. 1980). L’edizione usata nella versione inglese di questa conferenza: An Essay in Aid of a Grammar of Assent. With an Introduction by N. Lash (Notre Dame: University of Notre Dame Press, 1979 [Sixth Printing, 2001]).

    terminato dal Newman nel gennaio del 1870.46 Cfr. l’introduzione di C. Huber, in Newman, Grammatica dell’assenso, ix-xvii.

    L’intuizione fondamentale che permise all’autore di portare a termine il suo libro è quella che costituisce il nucleo del libro stesso: l’atto dell’assenso della persona umana non è il risultato di un atto riflesso che si chiama certezza, ma l’atto che risulta da una varietà di cause concomitanti che operano in ciò che il Newman chiama il “senso illativo”. 47 Cfr. Newman, Grammatica dell’assenso, 213: “Ho già detto che il solo, definitivo giudizio sulla validità di un’inferenza in materia concreta spetta all’azione individua della facoltà raziocinante. Della perfezione o virtù di questa facoltà ho parlato come del ‘senso illativo’ o ‘senso delle inferenze’; nella quale espressione la parola ‘senso’ interviene in modo parallelo a quello in cui interviene in ‘buon senso’, ‘senso comune’, ‘senso del bello’ e via dicendo. E qui confesso che non vedo il modo di portarmi oltre questo punto per rispondere al quesito.” Nella sua discussione sulla fede Newman tende a pensare in termini di che cosa si crede come il risultato dell’uso del senso illativo (“fides quae”). Ma concepire la fede come ciò che si crede presuppone logicamente a priori la fede nel senso biblico discusso in questa conferenza, “fides qua”, i.e. la fiducia in Dio che è la base per ciò che si crede.

    Il senso illativo, per Newman, è l’uso personale della ragione per una questione concreta. 48 Newman disegna un contrasto fra un giudizio su una cosa di ordine “scientifico” e un giudizio su una cosa di ordine “pratico”. Bisogna studiare il capitolo “Il senso illativo” (211-237) nel libro di Newman per capire il suo approccio. Una discussione dettagliata è qui impossibile. Come qualsiasi suggerimento geniale, questo suggerimento di Newman deve essere corretto, raffinato e approfondito.

    Egli insiste sulla natura personale di tale uso della ragione, 49 Cfr. Newman, Grammatica dell’assenso, 256: “Resta che di fronte ad ogni problema vertente sul concreto gli uomini differiscono, e non tanto nella loro attitudine a condurre un ragionamento quanto nei principi che governano il ragionamento: si tratta di principi personali; e dove manca la misura comune tra due menti manca la misura comune per le loro operazioni. La validità di una prova non si determina con alcun metro logico ma col senso illativo.”

    citando come autorità in questo senso Aristotele e la Scrittura.50 Cfr. Newman, Grammatica dell’assenso, 256-257. Non dà riferimenti precisi, ma citazioni. Ad esempio: “Vi sono giovani che si dimostrano buoni matematici o mostrano di valere in materie affini, ma non ve ne sono in cui abbondi il giudizio pratico, perché questa è una dote che si applica a fatti particolari i quali vengono appresi solo attraverso l’esperienza, e il giovane non ha esperienza perché questa si acquista solo con gli anni. Un ragazzo può essere un matematico ma non un filosofo né un fisico perché la prima scienza è di carattere astratto ma le altre due trovano i propri principi nell’esperienza; qui la gioventù potrà costruire delle asserzioni ma non delle convinzioni maturate, mentre là sa di che cosa sta parlando” (256-257). Newman si riferisce ad un brano dell’Etica Nicomachea di Aristotele, libro VI, capitolo 8 (cfr. J.A.K. Thomson, The Ethics of Aristotle: The Nicomachean Ethics Translated [Harmondsworth: Penguin Books, 1971], 182). Fra i testi biblici ai quali Newman sembra fare allusione c’è Giovanni 7,17: “Chi vuol fare la sua volontà [cioè, la volontà di Dio], conoscerà se questa dottrina viene da Dio, o seio parlo da me stesso”. Si veda anche l’epistola VII di Platone [#3444A-D] (Plato, with an English Translation: Timaeus, Critias, Cleitophon, Menexenus, Epistles, translated by R.G. Bury [Loeb IX; London: William Heinemann / New York: G. P. Putnam’s Sons, 1929), 538].

    Data la natura personale di tale uso della ragione in riferimento a una realtà concreta, il ruolo della coscienza nella religione è per Newman inevitabile:




    La grande maestra di religione che portiamo in noi è… la coscienza. Essa è la nostra guida personale; io me ne servo perché mi servo di me stesso; non potreipensare con altra testa dalla mia, come posso respirare solo con i mie polmoni. Nessun altro mezzo di conoscenza è così alla mia portata.51 Newman, Grammatica dell’assenso, 241. Cfr. le osservazioni di un autore recente: “[Newman] si interessa non di trovare più conoscenza del divino ma piuttosto di mostrare che l’esperienza religiosa può aiutarci a renderci conto della conoscenza astratta che già abbiamo di Dio. La domanda che egli pone a se stesso nella Grammatica è questa: ‘Posso arrivare ad un assenso dell’essere di Dio più vivido di quello che viene dalle nozioni dell’intelletto? Posso entrare io con una conoscenza personale nel circolo di verità che costituiscono quel grande pensiero? Posso ascendere a ciò che io chiamo una percezione immaginativa di quel pensiero? Posso credere come se stessi guardando?’ L’esperienza religiosa nella coscienza fa sì che egli possa rispondere a queste domande in modo affermativo. Perché là, nella coscienza, Dio viene percepito e incontrato, non come un’essenza astratta, ma come realtà concreta. La differenza che una tale esperienza crea nella nostra concezione di Dio e nei nostri rapporti con lui, è analoga alla differenza fra l’incontrarsi con una persona e l’ascoltare riguardo a lei” (J. van Schaljik, “Newman and Otto on Religious Experience’, Communio: International Catholic Review 28 [2002] 734).




    Degno di nota è l’uso del termine “conoscenza” nell’ultima frase: in merito alla religione, la coscienza è uno strumento di conoscenza. Ne consegue che la Sacra Scrittura non è una pura raccolta di verità astratte, ma un insegnamento autorevole.


    Le Scritture parlano in questo senso dalla prima all’ultima riga. La Rivelazione non è una pura raccolta di verità, o un testo filosofico o un testo dato al sentimento, allo spirito religioso, o una fiumana di massime morali… è un insegnamento autorevole che fa da testimone a se stesso e mantiene la sua unità in contrasto con la congerie d’opinioni ammassata tutto intorno; un insegnamento che parla a tutti gli uomini, sempre e ovunque nello stesso modo, ed esige d’essere ascoltato con intendimento da coloro a cui è rivolto: è una dottrina, una disciplina e una devozione largita direttamente dall’alto. 52 Newman, Grammatica dell’assenso, 240.






    Questo punto di vista è, naturalmente, il risultato dell’uso da parte dello stesso Newman della propria coscienza come strumento di conoscenza. Egli giunge alla convinzione di questo senso globale grazie, in parte, alla guida personale della sua coscienza, e a tale convinzione egli dà un reale assenso. 53 Cfr. Newman, Grammatica dell’assenso, 51: “Dunque: l’assenso reale, come l’esperienza che esso presuppone, appartiene all’individuo e pertanto, piuttosto che promuovere, ostacola gli scambi tra uomo e uomo. . . . Chiamo accidentali le caratteristiche dell’individuo, nonostante il dominio universale della legge, perché in esse confluisce variamente una pluralità di leggi; e finora non si sono ravvisate delle leggi che regolino tale confluire.”

    Newman conclude la sua opera presentando le ragioni per credere nella Chiesa cattolica come dono provvidenziale di Dio da accettare con fede.
    54 Cfr. Newman, Grammatica dell’assenso, 256: “Di conseguenza anziché dire che le verità della Rivelazione dipendono da quelle della religione naturale diremo, più giustamente, che la credenza nelle verità rivelate dipende dalla credenza nelle verità naturali.”

    Una fede, comunque, che è associata a un insieme di probabilità che danno la certezza risultante dall’uso legittimo del senso illativo. 55 Cfr. Newman, Grammatica dell’assenso, 254-255 e 236-237.





    Conclusione

    Siamo partiti con una presentazione, nella I Parte, di Genesi 22 con le sfide connesse con l’interpretazione. Date le espliciti connessioni con l’alleanza e il culto, è stata presentata un’esegesi basata sull’accettazione dell’alleanza e del culto come parte di quell’ordinamento religioso di cui l’Antico Testamento è una testimonianza scritta. È stato detto che la risposta appropriata a Genesi 22 è una risposta di fede, una fede che rispecchi quella del protagonista del racconto, Abramo. Il contenuto stesso di Genesi 22 suggerisce questa interpretazione di fede, ma si tratta di una lettura che considera la fede come causa conveniente, non come causa costringente. È stato anche detto che l’accettazione di Genesi 22 in uno spirito di fede è frutto di un’ermeneutica di libera scelta.
    Nella II parte è stata suggerita un’interpretazione di Genesi 22 così come vista dall’autore dell’epistola agli Ebrei. Questa interpretazione ruota intorno alla fede di Abramo e al giuramento di Dio fatto allo stesso patriarca dopo che questi ha superato la prova. Il giuramento di Dio in Genesi 22, secondo l’autore di Ebrei, conferisce a Cristo un ruolo che trasforma la discendenza fisica di Abramo a un livello che trascende quello fisico e comprende così tutta l’umanità. Come nel testo originale di Genesi 22, anche nella sua interpretazione in Ebrei la fedeltà di Abramo diventa parte della benedizione espressa dal giuramento. L’interpretazione data dall’autore di Ebrei era vista in funzione della sua fede in Gesù Cristo. Ed è stato indicato come fosse opportuna una lettura del testo accompagnata dalla fede, ma, anche qui, la fede era considerata come il risultato di un’ermeneutica di libera scelta. La fede veterotestamentaria del credente ebreo era incorporata nella fede neotestamentaria del cristiano.
    Infine, nella III parte, è stato fatto il tentativo di basare questa ermeneutica di scelta esegetica su un’ermeneutica di precomprensioni/preconcezioni esegetiche. Si è fatto riferimento al libro di John Henry Newman, Grammatica dell’assenso, per mostrare come il “senso illativo” proposto dall’autore fosse un elemento fondamentale per comprendere le precomprensioni di un credente cristiano (nel caso di Newman, del credente cattolico). Data l’importanza della coscienza nella formazione della precomprensione che sta alla base della fede cristiana, diventa qui ugualmente chiaro il ruolo della scelta morale.
    Tutto sommato, è l’esegeta come persona a essere responsabile dell’atteggiamento ermeneutico per l’interpretazione di un determinato testo della Scrittura, prima di tutto in considerazione della precomprensione che guida la sua scelta verso un certo tipo di approccio, poi in considerazione della scelta stessa. È evidente che Genesi 22 presenta Abramo come uomo di fede; è evidente anche che l’epistola agli Ebrei presenta Abramo, in Genesi 22, come un uomo di fede, considerando Gesù Cristo come il compimento di quella fede. Ma se l’esegeta debba mettersi in sintonia o meno con questa fede è una questione che dipende dalla sua scelta, una scelta al tempo stesso remota e prossima.
    Nell’attribuire un atteggiamento ermeneutico alla scelta personale, non bisogna dimenticare la tendenza del testo stesso: il testo stesso è un invito a condividere la fede dell’autore. È chiaro, dal modo in cui Genesi 22 è costruito e dal modo in cui l’epistola agli Ebrei considera Genesi 22 alla luce di Gesù Cristo, che gli autori di questi testi erano credenti e che li hanno scritti per altri credenti, attuali o potenziali. L’autore dell’epistola agli Ebrei parla spesso di “noi”, cioè di “noi credenti” (cf. 1,2; 2,3; 3,6; ecc.): è un credente, e credenti sono anche i suoi destinatari. Nel loro livello profondo questi testi invitano a condividere la fede dei loro protagonisti, non ad essere dei semplici spettatori di questa fede. Come osserva Kierkegaard in merito al testo biblico sull’obolo della vedova (Marco 12,41-44), accettare il racconto così com’è, cioè presupponendo la fede della vedova, trasforma l’offerta in qualcosa di “molto di più”. Questa è la sfida di Genesi 22, come appare sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.

    … colui che con “simpatia” accetta il libro e gli riserva un posto d’onore, colui che, con “simpatia”, accettandolo, fa di questo libro, attraverso se stesso e attraverso la sua accoglienza, ciò che il tesoro fece del soldo della vedova: santifica l’offerta, gli dà significato, e la trasforma in “molto di più”. 56 Citazione adattata dalla traduzione di T. Jacobsen dalla prefazione a Fire opbyggelig Taler, Søren Kierkegaards samlede Verker udgivne of A. B. Drachmann, J. L. Heiberg, og H. O. Lange, 2nd ed. IV (Copenhagen, 1923), 7. La citazione fu usata da Jacobsen nel suo articolo “The Myth of Inanna and Bilulu”, Journal of Near Eastern Studies 12 (1953) 160-187 e ristampata in Thorkild Jacobsen, Toward the Image of Tammuz and Other Essays on Mesopotamian History and Culture (edited by W. L. Moran; Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press, 1970), 61. Jacobsen usa la citazione per suscitare credibilità in un mito sumero scritto in un “vecchio libro di argilla”. Lo scopo della citazione di questo testo qui è quello di suscitare credibilità nella Sacra Scrittura. Una “fede letteraria” invocata da Jacobsen ha naturalmente un suo valore, ma una “fede religiosa” che salva presenta una dimensione completamente diversa. Qualsiasi fede che salva, ovviamente, dipende da Dio. L’attuale conferenza ha cercato di affrontare il problema di fede dal punto di vista dei componenti psicologici.




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    QUI E' RIPORTATA TUTTA LA CATECHESI ALLLA LUCE DELLA PAROLA SU ABRAMO E LA FEDE:


    DODICESIMO GIORNO
    A B R A M 0
    Forse qualcuno di voi pensa che quello che noi facciamo qui
    è di darvi una cultura biblica. Io non faccio nulla di simile.
    Solamente qualche cosa. Io sto per fare una cosa che credo molto
    più importante, poiché giungere a conoscere veramente questi
    libri e arrivare a scoprire in essi la fonte della vita, sarà il
    lavoro che faremo lungo tutto il catecumenato. Per ora facciamo
    una cosa molto semplice.
    E' come se avessimo qui una grande torta buonissima.
    Immaginatevi che io vi dica che questa torta è un'opera
    magistrale della pasticceria e incomincio a spiegarvi come è
    stata fatta questa torta e di che cosa è composta: la quantità
    delle uova, della farina, dello zucchero, ecc. Ma molto più
    importante del fare questo, perché veramente possiate arrivare a
    sapere che cos'è questa torta, sarebbe tagliarne un pezzo e
    darvela a mangiare un poi a ciascuno. Perché la torta è stata
    fatta fondamentalmente per essere mangiata.
    Io faccio questa stessa cosa nelle due catechesi che
    vengono ora. Invece di darvi delle spiegazioni su questo libro
    che è la Bibbia (insieme di libri), apriremo questo libro.
    Quello che faremo fondamentalmente sarà di darvelo da provare:
    farvi degustare la Parola di Dio. Per arrivare a questo, perché
    realmente la Parola dl Dio vi dica qualche cosa di esistenziale,
    parleremo in questi due giorni di due parole di Dio e ve lo
    daremo da gustare.
    Oggi prenderò un tema biblico: vi parlerò di Abramo.
    Attraverso questo tema spero che incomincerete a intravvedere un
    poco la meraviglia che è la parola di Dio, la meraviglia che è
    l'Antico Testamento.
    Perché molta gente pensa che l'Antico Testamento sia una
    cosa che non ha importanza e che quello che importa è solo il
    Nuovo Testamento. Forse molti di voi avete incominciato a
    leggere l'Antico Testamento e visarete accorti che parla di
    uccisioni, di guerre, molte cose strane, salmi, battaglie, ecc.;
    e non avete capito molto, al contrario avete letto il Vangelo e
    vi è parso più comprensibile e facile. Vi pare che il Dio
    dell'Antico
    208
    Testamento è un Dio giustiziere, più di qualsiasi altro, mentre
    il Dio del Nuovo Testamento vi è parso in un altro modo... Ma
    vedremo anche questo. Solo vi dico per ora che non si può capire
    il Nuovo Testamento, né Gesù Cristo senza il Vecchio Testamento
    e la storia del popolo di Israele. Gesù Cristo è un albero che
    fiorisce nel Nuovo Testamento, ma ha le sue radici in tutta la
    storia di un popolo.
    Molti di voi avrete forse dei pregiudizi sulla Bibbia. Per
    questo spero veramente che oggi il Signore vi faccia scoprire la
    meraviglia e la ricchezza della parola di Dio e vediate pertanto
    la meraviglia che sarà questo catecumenato. Il catecumenato sarà
    basato fondamentalmente sulla Parola, sull'aprire queste
    scritture, che prendono vita in mezzo all'assemblea. Queste
    scritture che da sé sole non solo altro che lettere e carta, ma
    che dentro a una Chiesa che ha la fede e lo Spirito Santo,
    prendono vita e fanno apparire Dio stesso in mezzo a noi,
    salvando.
    Se apriamo questo libro vedremo che è formato da una serie
    di libri, ognuno dei quali ha il suo nome. Il primo libro
    che incontriamo, si chiama GENESI. Oggi apriremo il Genesi,
    che è parola di Dio, e lo faremo presente. Vedremo quale
    potere ha questa parola rispetto alla tua vita di oggi.
    Dentro al Genesi ci concretizzeremo oggi in una parola che
    è ABRAMO. Abramo per molti di voi sarà una figura
    conosciuta perché lo avrete studiato nella Storia Sacra a
    scuola. Ma oggi scopriremo cose nuove di questo
    personaggio, che per voi forse ha avuto poco da dire alla
    vostra vita.
    Con Abramo comincia la storia della salvezza, perché Dio
    all'interno della storia viene a salvare. Noi siamo uomini e ci
    realizziamo nella storia, che viviamo nel tempo. E la nostra
    vita è relazionata con quella di altri uomini, passati, presenti
    e che verranno. Siamo dentro la storia dell'umanità. Dio mai è
    stato lontano da questa storia dell'umanità, ma ha agito dentro
    di essa. Dio dentro la storia dell'umanità, ha stabilito una
    storia parallela con i suoi interventi di salvezza. Questa
    storia è la storia della salvezza. Questa storia è quella che le
    scritture vogliono rendere manifesta: la storia della nostra
    salvezza. Tutto quello che è qui scritto, è scritto in funzione
    mia e tua. Oggi lo vedremo un po'. Questo libro ha una relazione
    molto diretta con la tua vita e i tuoi problemi.
    209
    I primi undici capitoli del Genesi costituiscono un
    preambolo, una introduzione a questa storia della salvezza. La
    prima cosa che la Bibbia presenta è che Dio ha creato l'uomo a
    sua immagine e somiglianza, e non lo ha creato perché soffra né
    perché muoia, ma perché sia felice, perché viva sulla terra come
    in un giardino, procreando, regnando ed essendo felice. L'inizio
    del Genesi dice che tutto quello che c'è in questo mondo l'ha
    creato Dio e che tutto quello che Dio ha creato è buono.
    Ma se parliamo di storia della salvezza è perché l'uomo
    deve essere salvato da qualche cosa. Pertanto il preambolo sarà
    presentare la caduta progressiva dell'umanità, il peccato
    dell'uomo; così comprendiamo da che cosa e perché Dio viene a
    salvare l'uomo.
    La prima cosa che appare, quindi, è che l'uomo si separa da
    Dio. Appare il peccato di Adamo e di Eva. E a motivo di questo
    separarsi da Dio l'uomo conosce la morte ontologica, scopre la
    morte dell'essere, scopre che cosa significa non essere amato,
    scopre che muore, scopre il male dentro se stesso. Conseguenza
    di questa scoperta è la nascita dell'egoismo.
    Conseguenza della separazione da Dio è quindi che l'uomo si
    separa dall'uomo: appaiono Caino e Abele.
    Conseguenza di questo è che il peccato degenera
    progressivamente l'umanità, fino al punto che tutta l'umanità
    rimane sommersa totalmente nel male, nel peccato, nella morte,
    fino al punto che l'umanità cammina diritta verso la
    distruzione: la torre di Babele.
    Però parallelamente la Scrittura, di fronte a questo
    peccato, presenta l'intervento di Dio, che non se ne sta nel
    cielo passivo, di fronte alla disgrazia dell'umanità: DIO DALLO
    STESSO PECCATO DELL'UOMO TIRA FUORI LA SALVEZZA E LA VITA.
    Dal peccato di Adamo ed Eva Dio trae una promessa il figlio
    di una donna schiaccerà la testa del serpente, simbolo del
    potere del male sull'uomo.
    Dal peccato di Caino che uccide suo fratello, Dio incide
    una "Tau" sopra la fronte di Caino per impedire che gli uomini
    lo uccidano.
    Dal diluvio universale, che è un simbolo del fatto che
    tutta l'umanità è rimasta sommersa sotto le acque della morte
    (tutta l'umanità è vittima della idolatria del mondo, cercando
    di scappare alla morte), da questo
    210
    diluvio Dio trae una alleanza con Noè: non permetterà più che
    l'umanità muoia. E come segno di questa alleanza lascia
    l'arcobaleno.
    Tutte queste parole di salvezza sapete che si compiono in
    Gesù Cristo, in Lui l'umanità vince la morte ed ha accesso alla
    vita eterna, in modo che non muore mai più.
    Vi abbiamo predicato che voi non morirete Gesù Cristo è la
    pienezza e il compimento di tutte le promesse di salvezza che
    Dio ha fatto attraverso la storia.
    Dopo questo preambolo Dio mette in moto un piano di
    salvezza per compiere le promesse atte ad Adamo, Caino, e
    Noè, cioè che salverà l'umanità. Dio mette in movimento un
    piano di salvezza, per tutti gli uomini; per liberare tutti
    gli uomini dal peccato e dalla morte.
    Questa storia di salvezza ha un inizio, un padre: ABRAMO.
    Per compiere le promesse di salvezza Dio incomincia ad agire ed
    elegge un uomo, che si chiama Abramo.
    Abramo non è né migliore né peggiore di nessuno. E' un uomo
    errante, un nomade che vive di pastorizia. E' un Politeista:
    crede in molti dèi come tutti quelli della sua epoca. Però
    quest'uomo ha una particolarità: quest'uomo è un fallito; perché
    già vecchio non ha né figli né una terra dove essere seppellito.
    Quando Abramo conosce Dio si trova in Ur di Caldea. E' un
    arameo. Dio daUr chiama Abramo. E' un pastore, un nomade, che va
    cercando pascoli per il suo bestiame da un posto all'altro. Dio
    per incominciare questa storia di salvezza sceglie questo
    vecchio. Cosa curiosa. E' un signore che ha fallito nella vita,
    dato che non è riuscito ad avere due cose importantissime per
    lui. E' un uomo maledetto perché non ha figli, cosa orribile in
    quell'epoca, cosa umiliante: è un impotente, è un uomo senza
    discendenza. Il suo essere e la sua persona finiranno con lui
    quando morirà poiché non può prolungarsi nella sua discendenza.
    Tutto quello che ha appreso, tutto quello che ha sofferto non lo
    può trasmettere a nessuno: non ha figli.
    In quell'epoca non avere figli era considerata una
    maledizione terribile. Inoltre questi nomadi vivono in tribù,
    come oggi i gitani, e tutto il clan si difende contro gli altri
    pastori. Si rubano gli uni agli altri e si appoggiano al clan
    familiare per avere sicurezza. Più forte è il clan e più
    sicurezza hanno. Per questo
    211
    conviene avere molti figli, perché quando sono grandi ti
    difendano. L'ideale di quest'uomo è di avere un figlio e non ci
    è riuscito.
    Inoltre vuole avere una terra sua nella quale vivere la
    vecchiaia ed esservi seppellito. Lo terrorizza l'idea di morire
    e non sapere dove sarà sepolto. Questa è un'idea molto primitiva
    e religioso-naturale secondo cui la terra ci dà l'essere (per
    questo molti popoli seppelliscono i morti nella posizione
    fetale, perché essere seppellito è tornato alla madre terra).
    Abramo non ha questa terra. E neppure la possibilità di
    ottenerla, perché in quel tempo la terra si conquistava e si
    difendeva con la forza e lui non ha figli per difenderla.
    Quando Dio appare, Abramo è un vecchio che non è riuscito
    ad avere una terra né dei figli. E siccome è un nomade è passato
    attraverso molti popoli e ha fatto sacrifici ad ogni specie di
    dei e di idoli perché gli dessero quello che lui sperava: un
    figlio e una terra.
    Quando Dio appare, Abramo è già stanco, si sente già
    vecchio, si sente sconfitto e senza desiderio di continuare a
    vivere. Non sa più che fare, perché la sua vita non ha più
    senso: sua moglie ha già passato l'età per avere figli, lui si
    sente senza vigore. Pensa: se da giovane non ci sono riuscito
    che cosa faccio ora che ho 75 anni e sono stanco e vecchio?
    Abramo non sa perché vive.
    In questo momento questo Dio, sconosciuto fino allora nella
    storia degli uomini, interviene e si manifesta.
    (Dio fa grandi silenzi nella storia : Dio non ha fretta). Ora
    interviene con Abramo. Figuratevi che sorpresa : un arameo
    vecchio e disgraziato avrà una relazione con me e con te.
    Dio io chiama e gli dice: "ESCI DALLA TUA TERRA E DALLA TUA
    PARENTELA, LASCIA IL TUO CLAN E LE TUE SICUREZZE E VIENI CON ME;
    IO TI DARO' QUESTO FIGLIO CHE DESIDERI, E QUESTA TERRA".
    Immagino che Abramo non sapeva chi gli parlava: egli ha
    sentito nel profondo del suo cuore che qualcuno gli dice di
    lasciare la sua terra e la sua parentela. Immagino che Dio gli
    avrà detto: fino ad ora le tue sicurezze, il tuo clan e i tuoi
    dèi non ti hanno dato terra né figli, no? Bene, fidati di me,
    che io te li darò.
    212
    E Abramo credette che queste; Dio era potente per dargli un
    figlio (nonostante fosse vecchio e sua moglie sterile) e per
    dargli una terra. E ABRAMO SI MISE A CAMMINARE CUSTODENDO DENTRO
    IL SUO CUORE QUESTA PAROLA CHE RACCHIUDE UNA PROMESSA. Non sa
    dove va, perché Dio non gli dirà altro per il momento, né gli dà
    alcuna garanzia. Ma Abramo si mette in cammino lasciando il suo
    clan e le sue sicurezze.
    Immaginate la moglie di, Abramo, Sara, che avrà pensato...
    Sarà stata continuamente a dirgli: ma sei matto? dove stiamo
    andando? Lasciamo i cugini che sono gli unici che ci possono
    difendere? stai male nella testa! ci ammazzeranno qua! quel che
    succede è che sei picchiato in testa!
    Ma Abramo il poverino continua a camminare senza sapere
    dove va. Lasciare la famiglia in quell'epoca significava
    restarsene per strada indifeso e senza possibilità.
    Dio per molto tempo non gli appare. Abramo continua a
    camminare facendo questo percorso (mostra il disegno sulla
    lavagna).
    Quando arriva a Canaan conosce una terra fertile e
    meravigliosa. Non capisce la lingua che parla quella gente. Si
    trova lì come uno straniero. Per di più vede che la gente di lì
    è forte ed è terrorizzato.
    Dio gli si manifesta di nuovo e gli dice: QUESTA TERRA CHE
    OGGI CALPESTI COME UNO STRANIERO, QUESTA RERRA GRANDE, BUONA E
    SPAZIOSA, SARA' TUA E DELLA TUA DISCENDENZA.
    213
    Abramo che ha sofferto tanto durate il tempo in cui Dio è
    stato in silenzio, abbandonato, camminando per la forza di una
    promessa che ha creduto, quando Dio gli appare, dice: un
    momento, non andar via! Dammi una garanzia che se no divento
    pazzo! Dammi la sicurezza che avrò questa terra, perché così non
    si può camminare.
    Dio accetta e fa un patto con Abramo secondo l'uso
    dell'epoca. Gli dà una garanzia. Preparano un buon banchetto con
    gli animali divisi in due metà. (Si faceva così: poi i
    contraenti passavano tra le due metà degli animali e dicevano:
    che così mi succeda se rompo il contratto. E poi ciascuno
    mangiava la sua parte). Così Dio comanda ad Abramo di preparare
    gli animali divisi in due. Dio stesso al tramonto passa in forma
    di colonna di fuoco consumando la sua parte. Ma non lascia
    passare Abramo. Abramo non deve mettere niente da parte sua: è
    solo Dio quello che passa in mezzo. Dio non esige nulla da
    Abramo, ma promette di dargli quello che ha sempre desiderato.
    Tutta l'alleanza è basata su Dio, non su Abramo.
    Dio gli dice: "CONTA LE STELLE DELLA NOTTE, SE PUOI: COSI'
    GRANDE SARA' LA TUA DISCENDENZA; CONTA LA SABBIA DEL MARE:COSI'
    ABBONDANTE SARA' LA TUA DISCENDENZA".
    Questa profezia si è compiuta: tutta la Chiesa cattolica
    con i suoi milioni forma la discendenza di Abramo. Noi siamo
    figli di Abramo.
    Dopo di questo Abramo continua verso il basso. Arriva
    un'epoca di carestia e deve scendere in Egitto, il paese
    dell'abbondanza. Le promesse non si compiono per niente. Abramo
    comincia a dubitare ed a pensare per conto suo: quand'è che Dio
    mi darà un figlio? Perché... Allora cerca di compiere le
    promesse per conto suo, con la sua ragione. Pensa, non sarà
    forse che il figlio che Dio mi ha promesso lo debbo avere
    andando a letto con la schiava di mia moglie? (Allora così la
    legge permetteva: la schiava che dava alla luce un figlio sulle
    ginocchia della sua padrona faceva sì che questo figlio fosse
    della sua padrona); Così fa Abramo ed ha un figlio da Agar. Gli
    pone per nome Ismaele.
    Allora la vita gli diventa un inferno, perché la schiava si
    cambia in signora perché si crede la più importante: Sara è
    sterile e non è stata capace di fare quello che ha fatto lei:
    dargli un figlio. Arriva un momento che Sara dice ad Abramo: o
    la schiava o io; o cacci via questa qui ora stesso con il suo
    figlio, o
    214
    me ne vado io. E il povero Abramo deve cacciare la schiava e
    Ismaele. Abramo ha sperimentato che non è con la sua ragione né
    pensando per conto suo che si compiranno le promesse.
    Dio torna ad apparire e gli dice: non sarà Ismaele il
    figlio della promessa, ma un figlio che nascerà da tua moglie
    sterile, da Sara.
    Poi Abramo scende in Egitto per la fame, e per fare le cose
    per conto suo, senza tener conto di Dio, si mette in un
    pasticcio terribile. Mente e dice che sua moglie è sua sorella,
    perché non lo uccidano. Ma tutto gli esce male.
    Abramo deve imparare camminando a credere in Dio.
    Sperimenta con la sua vita che cosa è credere.
    Abramo diventa l'amico di Dio. Prima di distruggere Sodoma
    e Gomorra Dio visita Abramo in forma di tre uomini. Vuole
    consultarlo come uno si consulta con il suo amico prima di
    prendere una decisione. Abramo riconosce in essi Dio e li
    obbliga a fermarsi perché si riposino, si lavino: gli chiede che
    non passino senza fermarsi, perché non per caso sono passati
    quel giorno davanti a lui. Allora Abramo contratta con Dio la
    sorte di queste città. Non fu trovato in esse alcun giusto.
    Questi uomini gli promettono che prima di un anno avrà un
    figlio.
    In effetti: Sara, sua moglie sterile, ha un figlio, che si
    chiama Isacco che significa "risa". Perché questo giorno Abramo
    rideva del fatto che a 90 anni avesse un figlio con sua moglie
    sterile.
    In seguito idolatra tanto questo figlio che Dio gli chiede
    che glielo sacrifichi. Dio vuole aiutarlo perché si è messo in
    una situazione molto pericolosa. Gli comanda di prendere suo
    figlio e di sacrificarglielo sul monte Moria. Abramo sale
    dicendo: Dio provvederà. Già sapete i fatti: quando lo stava già
    per ammazzare un angelo di Dio glielo impedisce e Dio provvede
    un agnello, che sta impigliato in un cespuglio, per il
    sacrificio.
    Abramo si stabilì in Canaan. Mori sazio di anni, di
    ricchezza e di felicità. In Abramo stesso si cominciano a
    compiere le promesse di salvezza.
    Questa più o meno è la storia di Abramo.
    E ora tu mi dirai: e a me, che mi importa di tutto questo?
    Queste sono le cose che successero anticamente, ma a me? per che
    cosa mi servono?
    Bene. Vi dirò quello che è la parola di Dio. Voi
    215
    conoscete questa storia, perché vi ho raccontato tutto questo?
    PERCHÉ' ABRAMO SEI TU PERCHÉ' ABRAMO E' UNA PAROLA DI DIO PER TE
    PERCHÉ ABRAMO SIAMO TU ED IO, PERCHÉ' ABRAMO E' LA FEDE.
    Vuoi sapere se hai fede? Non basta che ti abbiano
    battezzato da piccolino. Tutti quelli che sono in carcere sono
    stati battezzati da piccolini. E chi dice che hanno fede? Non
    basta che tu abbia fatto la prima Comunione e che vada a Messa
    tutte le domeniche. Che cosa è la fede? ABRAMO E' UNA PAROLA DI
    DIO PER TE. CON ABRAMO DIO VUOLE ILLUMINARE LA TUA REALTA' E TI
    VUOLE DIRE CHE COSA E' LA FEDE. Per dire cosa è la fede Dio non
    propina conferenze noiose o discorsi; Dio per dire che cosa è la
    fede ci dà una Parola: Abramo, una persona storica, un
    avvenimento.
    La Chiesa quando legge nella. Liturgia questa Parola e dice
    "Parola di Dio" non lo fa perché tu abbia una cultura biblica o
    perché tu sappia quello che è successo molti anni fa, ma perché
    questa Parola ha una importanza vitale per la tua vita concreta
    di oggi: è una Parola per te oggi. Perché Abramo sei tu.
    Se tu sei Abramo mi piacerebbe farti una domanda. Perché
    vediate che cosa è la Parola di Dio. Io ti dico: questa parola è
    per te, Abramo sei tu: la Parola di Dio viene oggi a cercare te;
    la Parola di Dio ogni volta che è proclamata cerca qualcuno che
    l'ascolti. La Parola di Dio domanda: dove sei? Sei dentro la
    Parola di Dio o sei fuori? Se sei fuori, cioè, se la tua vita
    non ha nulla a che vedere con questa Parola, siccome questa è la
    verità, è rivelazione di Dio; questo ti chiama a conversione.
    Oggi stesso ti invita ad entrare qui. Se sei qui questa parola
    oggi ti giudica, ti situa, ti dice coraggio, questo è il
    cammino.
    Bene, mi piacerebbe sapere ora dovevi coglie questa parola,
    perché tu sei Abramo. Mi piacerebbe sapere quando tu eri in Ur,
    cioè eri un idolatra- cercavi la. felicità nei soldi, nel
    lavoro, nella famiglia, ecc .... Mi piacerebbe sapere se tu come
    Abramo un giorno ti sentivi fallito, perché non eri felice, non
    ti sentivi realizzato, non sapevi nemmeno perché vivevi. Io ti
    chiederei allora: hai sentito qualche volta questo Dio che ti ha
    detto: Io ti darò la felicità che cerchi: esci dalla tua terra e
    dalla tua parentela, dalle tue sicurezze, dai tuoi idoli ed
    andiamo insieme?
    216
    (DOMANDE ALLA GENTE:}
    Sinceramente ti vedi identificato in qualche punto con la
    storia di Abramo, vedi qualche parallelismo tra Abramo e la tua
    vita? In che parte di questo cammino percorso da Abramo ti trovi
    oggi:
    -
    in Ur.

    -
    nel patto.

    -
    hai già ricevuto il frutto della promessa?

    -
    che cosa è quello che Dio ti ha promesso?

    -
    che cosa è nella tua vita Isacco?

    -
    quando hai ascoltato questa parola che ascoltò Abramo: esci
    dalla tua terra e dalla tua parentela...?
    Non so se avete cominciato a rendervi conto un po' della
    potenza e dell'importanza della Parola di Dio.
    Abramo sei tu. Questa Parola ti cerca. Non si tratta che tu
    interpreti questa parola come piace a te e che dica: per me
    Isacco è.... Questa Parola ha una interpretazione vera e tutte
    le altre sono false. La Parola di Dio non la può interpretare
    ciascuno come vuole. Ha una sola interpretazione che dà la
    Chiesa e che oggi io vi dirò in nome della Chiesa, perché io
    sono qui a parlare in nome del Vescovo. Non si può dire: io
    credo che Dio mi chiamò .... E io credo che questo è così....
    Vediamo in che misura tu sei Abramo.
    Abramo, dicevamo, è un uomo fallito. Abramo è forse la
    figura della Bibbia più esistenziale. Tant'è vero che
    Kierkegaard, che è un esistenzialista, ha scritto un libro su
    Abramo.
    Questa figura è una Parola di Dio per te oggi, una
    illuminazione della tua realtà di oggi. Dio non ti lascia solo,
    né orfano, ma vuole attraverso questa catechesi illuminare la
    tua realtà, situarti nella vita, perché tu possa ora capire
    perché ti è morta la moglie, perché sei un fallito sul lavoro,
    perché non sei felice; perché possa capire la tua realtà
    esistenziale di oggi, perché Dio non abbandona gli uomini. Per
    questo il popolo di Dio, tu, popolo di Dio, devi vivere della
    Parola di Dio. Per questo l'alimento dei cristiani è la Parola
    di Dio. "Perché non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola
    che esce dalla bocca di Dio". Per questo senza questa parola tu
    rimani cieco, perché non sai perché nell'ufficio non ti senti
    felice, perché non ti abbia lasciato

    217
    la tua ragazza, non sai perché sei ammalato, perché le cose ti
    vanno male, non sai nulla, rimani cieco, hai bisogno della luce
    di una Parola che illumini la tua realtà.
    Abramo è una parola che illumina oggi la tua realtà: è una
    Parola sulla Fede. Vuoi sapere se hai fede? Guardati in Abramo.
    Se questa parola oggi si compie in te tu hai fede; se sei fuori
    da questa Parola incomincia a pensare che devi convertirti,
    cioè, comincia a pensare che questa Parola ti invita ad entrare
    in essa. Perché non sono figli di Abramo quelli che nascono
    dalla carne. Perché Abramo ebbe due figli. Uno dalla schiava e
    un altro dalla libera. Ma colui che ereditò la promessa non fu
    il figlio della carne, non fu il figlio della sua ragione, ma il
    figlio della fede, il figlio che Dio aveva promesso di avere
    dalla sua moglie sterile.
    Per questo San Paolo dice agli Ebrei che si pavoneggiavano
    per il fatto che erano figli di Abramo perché erano discendenti
    secondo la carne: questa parola non si compie in voi soltanto
    perché siete nati in Palestina da sangue Ebreo e siete stati
    educati nel giudaismo, perché conoscete molto bene la religione
    ed andate al tempio tutti i giorni. Siete figli di Abramo se
    avete la fede di Abramo.
    Questa stessa cosa si dice oggi nella Chiesa. Non si è
    cristiani perché si è ricevuto il Battesimo da piccoli e si è
    nati da una famiglia cristiana, o perché si va a messa e si
    comunica tutte le domeniche. Sei cristiano se sei figlio di
    Abramo, se hai la fede di Abramo. Non per la carne sei cristiano
    ma per la fede.
    E San Paolo dice agli Ebrei: Se c'è un popolo che crede,
    benché siano gentili e incirconcisi, e confidano in Dio come
    confidava Abramo e si son posti in cammino come lui, questi son
    figli di Abramo.
    Abramo è un signore che cerca la felicità. Tu che cosa
    cerchi in questa vita? La felicità: la realizzazione di noi
    stessi, cerchi di essere. Abramo ha cercato di essere ma non ci
    è riuscito. Ha fatto molte cose nella sua vita, ma ora che è
    vecchio, non trova un senso alla sua vita. Egli ha tentato con
    le sue forze, con la sua ragione, con la sua intelligenza, con
    le sue conoscenze come hai tentato tu, ed ho tentato io, di dare
    un senso alla tua vita. E si è sposato, ha dato calci, ha
    sofferto, ha lavorato come un negro. Ciononostante è arrivato ad
    un'età in cui pensa che tutto quello che ha fatto non gli ha
    dato felicità.
    218
    Io sono stato, in Firenze, ospitato in un ospizio di
    anziani, mentre davo catechesi in città. Era un ospizio di gente
    che aveva lavorato in un circo. Ho vista realizzata lì la figura
    di Abramo nel momento in cui appare nella Bibbia: era gente che
    ha vissuto con i loro figli, con i loro fratelli e le mogli
    portando il circo di qua e di là. Noi mangiavamo e vivevamo con
    loro e benediciamo il Signore perché fu una grande catechesi che
    ci diedero. Dopo quattro giorni che ero lì si suicidò uno di
    questi vecchietti. Immaginate questa gente, che ha lavorato come
    negri, che ha lottato nella vita, che ha avuto figli, che ha
    messo la felicità nei figli, nella moglie, nel lavoro e nella
    vita, e che un giorno si sente vecchia, cammina con il bastone
    molto adagio, sedendosi a prendere il sole tutto il giorno,
    aspettando che la suora suoni la campana per il mangiare. E
    vanno a mangiare e possono mangiare solo certe cose.
    Io vedendo quegli anziani dicevo a me stesso: e questo tale
    che sta qui, che ha avuto tante illusioni, che cosa penserà
    adesso? Quest'uomo è stato un uomo giovane, orgoglioso, ha
    picchiato i suoi figli, ha lottato, ha fatto denaro, ha
    invidiato, oggi si trova qui sopra una sedia senza che nessuno
    venga a trovarlo, sapendo che di qua non uscirà e che ogni
    inverno muoiono molti tra di loro. Che penserà della sua vita?
    Che senso ha tutto quello che ha fatto? A che gli è servito. In
    funzione di che cosa è vissuto?
    Questa è un po' la figura di Abramo: un uomo vecchio che si
    sente fallito, quasi al limite del suicidio. Si trova a un punto
    di non voler più lavorare, perché trova la sua vita senza senso.
    Ma a questo uomo Dio dice: IO DARO' UN SENSO ALLA TUA VITA.
    Se questa è una Parola di Dio non è solamente per Abramo,
    QUESTA PAROLA OGGI DIO LA DICE A TE. Per questo la Chiesa la
    proclama oggi.
    Cioè: CHE SE OGGI, QUESTA NOTTE,QUI C'E' QUALCUNO CHE SI
    TROVA COME ABRAMO, LA CUI VITA SIA UN PO' FALLITA E SENZA SENSO,
    CHE SI TROVA STANCO E SENZA FELICITA', QUESTA NOTTE DIO DICE A
    LUI: IO TI DARO' UN SENSO, IO TI DARO' QUESTA FELICITA', VIENI
    CON ME, IO TI DARO' QUELLO CHE CERCHI.
    Queste catechesi, fratelli, sono una chiamata di Dio per
    tutti quelli che si trovano in Ur; una chiamata
    219
    ad uscire, a mettersi in cammino. PERCHE' ABRAMO E' ANCHE LA
    FIGURA DEL CATECUMENATO.
    Perché Abramo è un uomo che dovrà imparare a credere.
    Perché la fede non è come una magia che sopravviene
    istantaneamente. La fede è qualcosa che uno deve imparare
    camminando: LA FEDE E' UN CAMMINO. La fede deve essere
    purificata e maturata. Abramo deve imparare a credere. Per
    questo Dio gli fa fare questo cammino lungo.
    Dio, come Abramo, per mezzo di questa catechesi chiama te
    ad uscire da Ur e a metterti in cammino. Se hai posto la tua
    sicurezza nei soldi, nella famiglia, nei figli, nella moglie, e
    veramente non ti senti realizzato, Dio ti invita a lasciare le
    tue sicurezze, il tuo clan (non fisicamente) e a porre la tua
    confidenza non in essi ma in Lui. Ti invita a credere ad una
    promessa: In queste catechesi vi abbiamo promesso che lungo il
    catecumenato riceverete la sicurezza della resurrezione,
    riceverete la sicurezza assoluta che non morirete, che entrerete
    nella terra promessa, che Gesù Cristo nascerà in voi, che vi
    farà fare opere di vita eterna, lasciandovi uccidere dagli
    altri, amando il nemico. Già sapete che la Palestina è il
    simbolo del Regno dei Cieli. Bene: qui vi si promette che
    entrerete nella terra promessa, la terra in cui è già entrato
    Gesù Cristo risorto, che è l'eternità: Gesù, con la natura
    umana, è entrato nella divinità, nell'eternità; in Gesù Cristo
    l'umanità ha vinto la morte. Ormai un uomo può essere povero o
    ricco, perché se la morte non è stata vinta, se questa umanità
    finisce con la morte e tutto si decompone e si corrompe, mi
    direte voi a che serve la vita? Mangiamo e beviamo perché domani
    moriremo.
    Qui vi è stata fatta questa promessa. Questa notte la
    parola di Dio ti invita a credere in Dio, a metterti in cammino
    appoggiandoti in Dio; ti invita a credere che Dio è quello che
    dalla matrice morta che sei tu - sei sterile di opere buone -
    Dio può tirare fuori la vita, può farti nascere di nuovo e
    trasformare la tua vita; questa parola ti invita a credere che
    dalla morte che hai dentro di te - sei morto perché non hai
    vita, perché la trovi senza senso, perché non riesci a liberarti
    dal tuo egoismo, perché non riesci per nulla ad avere una
    discendenza felice, perché non riesci a progettare la tua vita,
    perché tu non puoi uscire dalla fossa, qualsiasi cosa tu faccia,
    perché ti corromperai qualsiasi cosa tu faccia - Dio può tirar
    fuori la vita, può dalla tua sterilità di opere di vita eterna
    fare nascere un figlio che
    220
    sarà la tua felicità. Questo.fi:glio si, chiama Isacco. Isacco è
    figura di Gesù Cristo.
    Nella Bibbia Isacco è Gesù Cristo: lui sì che sale caricato
    con la legna sul monte.
    Per Abramo la discendenza significa continuare a vivere in
    questo figlio. La discendenza per te è avere la vita eterna,
    avere Cristo risorto dentro di te. Questo è quello che abbiamo
    promesso qui.
    Qui non vogliamo ingannare nessuno. Qui dovrà continuare
    questo catecumenato che davvero abbia (alla fine) lo Spirito di
    Gesù, ami come Gesù. Ma questo non lo farete voi, perché non
    potete.
    Per questo il catecumenato è una gestazione. Noi vi
    consegneremo lo Spirito Santo, vi insegneremo ad avere fede, vi
    insegneremo a credere, vi condurremo nel cammino.
    Abramo dovrà imparare, come voi dovrete imparare a
    camminare, in molti momenti abbandonati solamente a questa
    Parola che vi abbiamo promesso. E quando terminerà questa prima
    parte di catechesi noi ce ne andremo, vi lasceremo camminare per
    un anno soltanto con questa promessa che avete ricevuto come
    Abramo; che in questo cammino arriverete ad avere un figlio,
    cioè, arriverete ad avere la felicità totale. E sarà un tempo
    meraviglioso. Poi ritorneremo ed esperimenterete qualcosa di
    nuovo.
    Farete la stessa esperienza di Abramo: Abramo non tiene
    conto di Dio e le cose gli vanno tutte storte; va in Egitto e si
    mette in un macello terribile. Ma queste bastonate che riceve
    sulla testa gli faranno sperimentare che quando si appoggia in
    Dio, tutto gli va bene ma quando si fida di se stesso... Perché
    Dio compie le sue promesse. Dio non è bugiardo. Anche tu
    imparerai questo. Fsperimenterai che quello che vi abbiamo
    promesso lo vedrai realizzato nella tua vita realmente.
    Immaginatevi fratelli come Gesù Cristo si trova in tutta la
    scrittura. Gesù Cristo è tutto quello che la scrittura annuncia.
    E Abramo in fondo annuncia la Stessa cosa di Gesù Cristo, che è
    la Parola di Dio fatta carne.
    Dice Gesù Cristo di Abramo: ABRAMO HA VISTO IL MIO GIORNO
    ED HA RISO.
    221
    Io vi domanderei: quando hai visto il giorno di Gesù
    Cristo? I Farisei che ascoltavano dire questo a Gesù, gli
    dicono: tu sei matto, non hai nemmeno quarant'anni e dici che
    Abramo ha visto il tuo giorno; noi diciamo giustamente che tu
    sei indemoniato, chi ti credi di essere? Che scemenze dici!
    Gesù dice: Abramo ha visto il mio giorno e ha riso. Abramo
    ha visto veramente il giorno di Gesù Cristo, ha visto la sua
    opera. Qual'è l'opera di Gesù? Lasciarsi ammazzare dai peccati
    di tutti gli uomini, entrare nella morte confidando che Dio non
    lo abbandonerebbe nella fossa; e Dio lo risuscitò di tra i morti
    per la nostra giustificazione. Questa è l'opera di Gesù Cristo.
    Quando Abramo ha visto questo? Quando ebbe Isacco. Abramo ha
    visto con i suoi occhi che il Dio di Jahvé, il Dio della
    scrittura (non c'è un Dio del Vecchio Testamento e un altro del
    Nuovo) dalla matrice morta di sua moglie, dalla morte, Dio trae
    la vita compiendo ciò che aveva promesso. E questo ha visto, ed
    ha riso.
    La fede non è credere qualcosa con gli occhi bendati; non è
    credere qualcosa con l'incertezza se esisterà o no. Per Abramo
    la fede è prendere il figlio, stringerlo tra le braccia e
    ridere. Quelli che hanno avuto figli - vi ricordate di quando
    aveste il primo? - è un'esperienza strana. Bene, immaginatevi
    quello che pensò Abramo quando ebbe questo figlio che sempre
    aveva desiderato e che mai aveva ottenuto: immaginatevi quello
    che avrà provato ad averlo ora quando lui aveva 90 anni e sua
    moglie era sterile.
    Tutte le donne importanti della scrittura sono donne
    sterili, affinché risplenda la gloria di Dio, affinché nessuno
    si possa attribuire la gloria di Dio dicendo: che è per i suoi
    meriti, perché ha risposto molto bene. Affinché nessuno pensi
    che è stato per i suoi meriti. Abramo non ha nulla: Dio non lo
    ha eletto perché lui sia buono o migliore di qualche altro. Come
    neppure ora Dio sta scegliendo te perché tu sia migliore. Anzi,
    dice San Paolo, Dio sempre sceglie il peggiore per confondere il
    mondo, sceglie il più peccatore e il più basso per confondere
    quelli che si credono qualcuno.
    Abramo ha visto il giorno di Gesù Cristo ed ha riso. Anche
    tu lo vedrai e riderai. Io vi dico questo: tu in questo cammino
    vedrai quello che noi ti abbiamo annunciato, che veramente la
    tua vita acquisterà un senso meraviglioso, che tu potrai amare
    tutti gli uomini come li ha amati Gesù Cristo, che avrai dentro
    di te
    222
    Gesù vivente, che la tua vita avrà un senso impressionante, la
    vita eterna, la shekinà; la presenza di Dio porrà la sua tenda
    in te e tu sarai realmente tempio di Dio. E tutto questo
    gratuitamente lo riceverai, perché Dio ti ama e ti vuole
    regalare una vita meravigliosa per sempre. Questo lo
    esperimenterai nel cammino catecumenale come lo hanno
    sperimentato Abramo e la Vergine Maria.
    Perché il cristianesimo non è una tortura. Gesù non è
    venuto a torturare nessuno, non è venuto per dire: sacrificatevi
    peccatori, soffrite e sopportate come io ho sofferto. Che
    nessuno dica cose simili. Gesù Cristo è venuto a soffrire perché
    tu non soffra, è venuto a morire perché tu non muoia: Lui sì che
    muore, tu no; in modo che ti si regala gratuitamente la vita, a
    te e all'ultimo disgraziato della terra, al più peccatore, al
    più vizioso, all'assassino, a chiunque sia si regala una vita
    eterna che non finisce mai.
    Guardate quello che dice San Paolo di Abramo: "Abramo
    sperando contro ogni speranza credette, e fu fatto padre di
    molte generazioni", secondo quanto gli aveva detto Dio: 'Così
    sarà la tua discendenza'; non vacillò nella sua fede
    considerando il suo corpo già senza vigore, era già un vecchio,
    aveva cent'anni, dice San Paolo, e il seno di Sara sterile. NON
    VACILLO' IN PRESENZA DELLA PROMESSA DIVINA. (Dio gli aveva detto
    : Io ti giuro che tua moglie avrà un figlio, benché sia sterile
    e tu che sei vecchio avrai una terra. Questo giuramento Dio non
    l'ha fatto ad Abramo soltanto, l'ha fatto anche a te)
    L'INCREDULITA' NON LO FECE VACILLARE, ANZI LA SUA FEDE LO
    RIEMPI' DI FORZA E DIEDE GLORIA A DIO PERSUASO CHE POTENTE E'
    DIO PER COMPIERE QUANTO HA PROMESSO. QUESTO GLI FU COMPUTATO
    COME SALVEZZA, GLI FU COMPUTATO COME GIUSTIZIA. E le Scritture
    non dicono che fu computato a giustizia solamente per lui, ma
    anche per noi, a cui deve essere imputata la fede, a noi che
    crediamo in colui che risuscitò dai morti Gesù Cristo Signore
    nostro, che fu consegnato per i nostri peccati e fu risuscitato
    per la nostra giustificazione" (Romani 4).
    Dice San Paolo: Abramo diede gloria a Dio. Sapete che cosa
    è dare gloria a Dio? Avere questa fede di Abramo: credere che
    Dio è tanto grande che può trarre da un vecchio fallito, da una
    moglie sterile, la vita. Credette perché Dio lo aveva promesso.
    Tu darai gloria
    223
    a Dio se credi che Dio può fare di te, che sei un peccatore,
    lussurioso, egoista, attaccato al denaro, un figlio di Dio che
    ami come Gesù Cristo. Tu credi questo? Questo lo farà Dio non
    tu. PER QUESTO IL CRISTIANESIMO E' UNA BUONA NOTIZIA PER I
    POVERI E I DISGRAZIATI. Il cristianesimo non esige nulla da
    nessuno, regala tutto.
    Il fatto che Abramo credesse che Dio avrebbe compiuto le
    promesse, gli fu computato come giustificazione. Ma questo la
    scrittura non lo dice solo per lui, ma anche per voi che credete
    alle promesse che vi annunciamo ora: credere che Dio è capace di
    trasformare la tua vita, credere che Dio ti ama tanto che può
    fare di te un uomo nuovo, credere che Cristo è morto per i tuoi
    peccati e che risuscitò per la tua giustificazione.
    Gesù Cristo è risorto per dimostrare che i tuoi peccati
    sono perdonati, perché vivente e risorto possa vivere dentro di
    te e ti possa perdonare. Perché Lui si è fatto peccato al posto
    tuo. Se Lui si è fatto peccato al tuo posto è pure morto e
    risorto al tuo posto, ed ora che è risorto vuole venire a
    donarti la sua stessa vita. Vi abbiamo annunciato fratelli che
    il primo uomo si chiama anima vivente; il secondo, GESU'
    RISORTO, SPIRITO CHE DA' VITA. Cristo è stato costituito
    primogenito di una nuova creazione. Gesù Cristo può dare la
    vita. Anche voi state per essere trasformati in Spiriti che
    danti la vita, e potrete dare la vita agli uomini, come, in
    questo momento, io sto dando la vita a voi, attraverso la Parola
    di Dio depositata in me, come Lui, il Signore, la depositerà in
    voi e darete la vita ad altri fratelli.
    Questo spirito che dà vita, che è Gesù Cristo, non è un
    individuo isolato; Gesù è l'amore totale a tutti gli uomini. Per
    questo la migliore forma di comprendere la nuova creazione che
    Dio ha fatto, è la Chiesa, è la Comunità. Perché Gesù, questo
    uomo nuovo, ama in modo tale che ha una nuova dimensione, il
    primogenito di una nuova creazione che Dio vuole fare in Lui per
    molti uomini: anche per te. Vuole che tu abbia questa nuova
    vita. Gesù risorto sta in un posto che Dio ha preparato per te e
    per me, perché la tua vita abbia una direzione ed un senso
    meraviglioso. Ma Dio non vuole che la tua vita acquisti questo
    senso alla fine, ma già da oggi. E per questo ti aiuta dicendoti
    quello che è la fede, ti sta illuminando oggi su quello che sarà
    il tuo cammino.
    Come Abramo, Dio ti sta chiamando da Ur. E ti sta
    promettendo qualcosa. Dovrai metterti a camminare. E
    224
    succederà con te la stessa cosa che è successa ad Abramo:
    nascerà questo figlio. Forse qualche volta dovrà anche essere
    provata la tua fede, perché forse anche tu ti attacchi troppo
    alla tua fede. Dio dice ad Abramo: Prendi tuo figlio Isacco e
    sali al monte e sacrificamelo qui. E' Dio che glielo dice.
    Molti hanno una idea di Dio molto sdolcinata. Pensano che
    Dio è "buonino" secondo il loro modo di vedere. Siamo ingannati
    dalle false immaginette della prima comunione. Una signora mi
    diceva: Ah, quando lei parla così soavemente, mi ricorda Gesù
    Cristo, ma quando si mette a gridare no.... Perché noi crediamo
    che Gesù Cristo era sciropposo, di zucchero, così, con le
    sopracciglie ritoccate e la mano così... State attenti! Stiamo
    per demistificare alcune idee di Dio, altrimenti non possiamo
    capire il Dio della Bibbia che è lo stesso Dio che si è
    manifestato in Gesù, che è un Dio potente. Gesù Cristo si
    arrabbia e dice ai Farisei: razza di vipere, perché siete tutti
    sepolcri imbiancati all'esterno, ma di dentro piene di porcherie
    e di carogne. Non credo che per dire questo parlasse così
    dolcemente...
    Voglio dire con questo che forse abbiamo un concetto di Dio
    particolare e diciamo: com'è che Dio chiede a un padre di
    sacrificare suo figlio? Non lo possiamo capire, perché noi
    vogliamo farci un Dio dolcino: Dio è come piace a Lui, non deve
    essere come vuoi tu. Perché Dio è superiore a te, ti trascende.
    Tu non puoi mettere nella tua piccola testa Dio, perché se Dio
    entrasse nella ragione, non lo serviresti, perché nessuno serve
    ad uno più piccolo di lui. Noi possiamo possedere Dio solo nella
    misura massima possibile: cioè nella speranza.
    Dio comanda ad Abramo: "Sali al monto Moria e sacrificami
    il tuo figlio". Perché Abramo, che è amato da Dio, si è messo in
    una posizione tale che stava cominciando a dubitare, ed era
    capace di non fare la volontà di Dio, per l'amore esclusivo che
    aveva a questo figlio. Cosa che può succedere a te.
    Guardate se è lo stesso Dio quello dell'Antico Testamento e
    quello del Nuovo Testamento. Se Dio dice ad Abramo di
    sacrificare suo figlio, pensate che cosa dice Gesù Cristo: "Chi
    non rinunzia a suo figlio, a suo padre, a sua madre, a sua
    moglie, alla sua stessa vita, non può essere mio discepolo".
    "Chi non odia suo padre non è degno di me". Questa traduzione
    'odiare' è letterale. Gesù ha parlato paradossalmente con questa
    espressione. Chiunque ponga qualcosa al di sopra di Gesù Cri
    www.
    geocities.com/Athens/Delphi/6919

    225
    sto e della sua volontà, riconosce un idolo come massimo dio,
    come unica verità. E quindi porrà sempre in primo piano l'amore
    che ha per se stesso o per sua moglie. E se Dio dice: Vai lì, e
    tu dici: ma mia moglie dice di no... e siccome l'amore alla
    moglie è superiore, non obbedierai a Dio. Quindi Dio è tua
    moglie.
    La stessa cosa succede ad Abramo con suo figlio.
    E l'unico modo che ha per salvarsi è fare quello che gli chiede
    Dio. Perché Dio non gli ha promesso, solo questo figlio, ma
    anche una discendenza più numerosa delle stelle del cielo. Ma
    incomincia a pensare: se tutto questo è stata una casualità e
    Dio non esiste? Perché forse anche qualche altro vecchio come me
    può avere un figlio. Abramo è attaccato a suo figlio e la
    situazione è pericolosa. Ma siccome Dio lo ama purificherà la
    sua fede, darà un nuovo impulso alla sua fede. E Abramo
    obbedisce.
    Dio inizia a salvare Abramo partendo dai suoi stessi
    presupposti: che sono i suoi desideri di avere un figlio e una
    terra. Forse anche con te Dio ha incominciato ad aiutarti
    dandoti una famiglia e dei figli e denaro. Ma la felicità che
    Dio ti vuole dare è molto più grande, va molto al di là.
    Uno dei problemi che Dio ha con te e con me è che la
    felicità che noi chiediamo è quella che noi immaginiamo, e
    capita che la felicità che Dio vuole darti è molto più grande e
    non la possiamo immaginare neppure. Dio lotta con questo. Ma
    via! Se l'unica felicità che Dio ci ha preparato fosse quella
    che noi pensiamo! Per questo l'uomo costantemente appiattisce e
    rimpicciolisce la sua vita. Per questo Dio viene continuamente
    in aiuto dell'uomo. E quando tu dici: io sono già felice, ho una
    buona carriera e un buon posto, ho dei figli meravigliosi e
    molto denaro, ho una macchina straniera e anche una casa per la
    villeggiatura, ha già tutto....
    Bene: forse il sesto ti nasce subnormale. O un tuo figlio
    si uccide con la moto che gli ha comprato quando finì la scuola.
    Dio non può permettere che ti appiattisca e ti
    rimpicciolisca, che ti imborghesisca in una vita meschina e
    piccolina quando è molto più al di là quello che Dio desidera
    darti. Non vuole che ti sieda, vuole farti camminare più in là.
    Vuole condurti a interrogarti sulla vita.
    La felicità che Dio vuole darti è molto più grande; forse
    questa idea che ti sei fatto di quello che vuoi ti
    226
    sta impedendo di avere una maggiore felicità, perché ti
    accontenti con della spazzatura. Ti accontenti di essere uno
    schiavo. Questo succedeva anche al popolo di Israele che era
    schiavo in Egitto e non voleva seguire Mosè: si adatta ad essere
    schiavo. Per questo Dio non permette che l'uomo si paralizzi e
    per mezzo di certi avvenimenti lo mette in movimento. Ho visto
    un film giapponese di Kurosava: Ikiru (vivere). E' un uomo che
    tutta la vita ha lavorato, tret'anni in un ufficio. Non si è
    preoccupato d'altro che di fare questa vita routinaria di
    lavoro. Vive con i suoi due figli, solo, perché la moglie è
    morta. Vive solamente per i suoi figli perché è l'unica cosa che
    ha. Sapete che gli succede? Va dal medico e risulta che ha un
    cancro allo stomaco. Si sente disfatto. Va a casa sua e senza
    accendere la luce resta seduto su una poltrona preso dai suoi
    pensieri. Allora entrano i suoi due figli che stanno parlando di
    quando morirà il loro padre per poter ereditare i risparmi.
    Improvvisamente tutta la sua vita è distrutta. Tutto quello che
    ha fatto non gli è servito a nulla perché i suoi figli non lo
    hanno mai amato. Tutto quello che ha risparmiato non gli serve
    ora che ha il cancro e gli restano pochi mesi di vita. Tutto gli
    crolla addosso. Allora pensa a vivere e a godere fino alla
    morte.
    Abramo obbedisce e sale al monte. Il figlio domanda: dov'è
    la vittima? E Abramo dice: Dio provvederà.
    Questa è una Parola di Dio. Immaginatevi questo povero
    vecchio che sarà andato con il cuore distrutto. Avrà detto:
    com'è possibile che Dio mi comandi questo? Com'è che mi può
    comandare di distruggere mio figlio? Questo paradosso obbliga
    Abramo a trascendere la sua ragione: non capisce nulla, ma pensa
    che Dio è potente e provvederà.
    San Paolo dice: Abramo pensava che Dio è così potente da
    poter risuscitare suo figlio. Per questo l'uomo che ha fede
    quando gli muore un figlio non gli succede niente. Sa confidare,
    non si affanna perché le cose vadano come vuole lui. Tutti noi
    vogliamo che ci spieghino quello che succede; vogliamo che Dio
    sia al nostro servizio. Abramo dice: Dio provvederà.
    Questa è una Parola di Dio. Come provvede Dio? Dio di
    fronte all'avvenimento di morte provvede un agnello; immaginate
    che avvenimento di morte ha sbramo: deve sacrificare suo
    figlio... ma Dio provvede un agnello. L'AGNELLO DI DIO CHE
    TOGLIE IL PEC
    www.
    geocities.com/Athens/Delphi/6919

    227
    LATO DAL MONDO. Gesù Cristo è l'agnello di Dio che ha provveduto
    per i tuoi avvenimenti di morte. Immagina che domani la tua
    fidanzata rompe con te, questo ti lascia distrutto. Perché Dio
    permette questo? Perché Dio permette che mia moglie abbia un
    cancro? Perché' Dio permette che questo mio figlio muoia? Perché
    là morte e la sofferenza? Tu esigi che questo venga spiegato
    perché non lo capisci. La croce è il simbolo della morte. E la
    gente dice: perché, se Dio è tanto buono, permette che i bambini
    muoiano di fame? LA CROCE SCANDALIZZA IL MONDO.
    La croce è quello che ci distrugge. Le croci che tu hai
    ogni giorno: il lavoro che non ti piace, che non hai soldi, che
    devi vivere con tua suocera, tutto quello che ti distrugge è la
    tua croce.
    E di fronte alla croce qual'è la risposta che Dio ha dato?
    Farla gloriosa. La croce è gloriosa e luminosa. Perché Dio
    provvede. Perché Gesù dice: tutto è scritto. PERCHE' IL SIGNORE
    DALLA MORTE E DAL MALE TRAE LA VITA E IL BENE. PERCHE' DIO HA
    PROVVEDUTO ALLA TUA CROCE, ALL'AVVENIMENTO DI MORTE CHE TU NON
    CAPISCI: GESU' CRISTO RISORTO; IN LUI QUESTA CROCE NON TI UCCIDE
    PIU',MA TI GLORIFICA.
    Perché sappiamo che la morte è stata distrutta. Chi ha la
    vita eterna e sa che non muore, che gli vengano croci, che gli
    vengano malattie e sofferenze, sa che non muore. Che gli venga
    una guerra: lui tranquillo con pace e con allegria. Questo ve lo
    assicuro io. Io ho visto una donna di trent'anni a letto per
    tutta la vita, più felice di me. E ho visto un lebbroso senza
    fede che si è suicidato.
    La croce è la pietra angolare. Per alcuni è roccia su cui
    innalzano la loro casa. Per altri è la pietra che cade loro
    addosso e li distrugge. Alcuni a causa sua si suicidano ed altri
    in essa vedono il volto di Dio, perché attraverso di essa
    scoprono che sono limitati, che essi non possono nulla, ma che
    c'e uno che li salva. Abramo aveva una croce molto più grande in
    Ur. Attraverso di essa ha potuto scoprire che Dio esiste ed è
    quello che ai vecchi, ai falliti, ai morti, ai peccatori e agli
    idioti li aiuta e li salva gratuitamente.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da TheTexan
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    Ti basta?

  9. #9
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    Prosegue, sottolineando come l’amore di Abramo per il figlio sia pericoloso (pag.225).
    E' pericoloso quello che fai tu!
    Estrapolando un concetto o una frase da un contesto generale ne devii il significato (lo fanno bene i TdG.).
    Ma voglio sperare sulla tua buone fede.

  10. #10
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    La lettura del testo di Arguello, ha suscitato un dubbio, sull’interpretazione eterodossa della fede abramitica e del sacrificio di isacco, dato dallo stesso, al riferimento citato. Dopo varie domande, la cui risposta fu la diserzione dalla discussione, molto onorevole certamente per chi ha come scopo annunciare Cristo ed amare i propri nemici. Se si tratta così chi non è nemico, figuriamoci chi lo è. Se si annuncia Cristo così, figuriamoci quando non lo si fa.

    Ciò premesso, devo dire di essere commosso dal fatto di apprendere che il niocat è conscio dell’esistenza ANCHE del catechismo della Chiesa Cattolica, donde snocciola non richieste, copia-incollandole, delle utili, più a lui che a noi, delucidazioni sull’ispirazione dei testi, e sull’interpretazioni della Scrittura, sottolineando che si deve interpretare secondo lo Spirito Santo, che ne fu l’ispiratore. Vero, infatti la Chiesa Cattolica, UNICA interprete della Scrittura, è anche l’UNICA ad essere assisitita dallo Spirito Santo. Chi da interpretazioni eterodosse, è assistito certamente dallo spirito, ma quello delle bottiglie che beve prima di accingersi a improvvisarsi esegeta. Lo Spirito Santo, checché ne dicano i vari miracolati o sedicenti tali, opera con la grazia per tutti, ma ispira solo il Papa, i Vescovi in comunione col Papa nel m.o.u., e tutta la chiesa in discendo. NESSUN ALTRO. Pertanto lo ringrazio, di aver ribadito quanto da me affermato a sostegno della mia tesi citando Trento e il Concilio Vaticano I, tutto mirabilmente esposto dal CCC ai punti 109-114.

    Lo ringrazio oltretutto di avermi dato sommamente ragione, postando una conferenza di nulla utilità per l’argomento quivi dibattuto. Infatti nessuno ha chiesto una esegesi del cap.22 di Genesi, e mi pareva di essere stato chiaro. Si chiedeva perché ARGUELLO HA DATO UNA INTERPRETAZIONE ETERODOSSA, e in BASE A COSA si è sentito LEGITTIMATO, e PERCHE’ TALE INTERPRETAZIONE NON SIA PUBBLICAMENTE DISAPPROVATA.

    Nella fattispecie, ringrazio di aver postato la conferenza del padre Swetnam, dove:

    -al punto A, dice che “Dio mette alla prova Abramo, per testare se era un figlio fedele”, esattamente come riportato da me citando la BJ, la CEI-UELCI, la Paoline, la Fabbri, la Ricciotti e la Piemme.

    -al punto A, sottolineato in rosso, si dice che è una prova della fede di Abramo, e che Abramo sapendo che era una prova, ha dimostrato la sua fede incrollabile esattamente come da me citato.

    -al punto B, parlando di sacrificio, si ribadisce come esso volesse essere una prova della fede di Abramo, e simboleggia il fatto che Abramo si è sottomesso senza riserve, esattamente come da me citato.

    -al punto C, dice che l’unico metro interpretativo del passo deve essere la fede, e qualsiasi ulteriore interpretazione, non può prescindere dalla fede di Abramo.

    Viene poi analizzata la lettera agli Ebrei, dove san Paolo, dice la sua (sotto l’ispirazione del Paraclito):

    17Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, 18 del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. 19Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo.

    Ossia vengono citate le posizioni che io avevo riportato nel primo messaggio. ossia quelle soprattutto di Nazari di Calabiana e Fedele Pasquero.

    Addirittura si cita un autore, Attridge, il quale afferma che è san Paolo a dare una interpretazione che non si fonda sulla scrittura. Il chè è un paradosso, dato che l’Apostolo vergava l’epistola sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, sebbene brillantemente chiarito dall’autore.

    Si evidenzia, anche con l’accostamento al salmo 104, come nel Genesi, il riferimento alla discendenza di Abramo, sia riferibile a Cristo, di cui Isacco è figura,e ai cristiani, alla Chiesa.

    Dice cose esattissime sul giuramento di Abramo, inoltre, ma che non erano tema da me enucleato, ne toccato dal testo di Arguello.

    In ultima analisi, la prolusione del dotto gesuita, dice semplicemente che l’alveo della corretta comprensione del Genesi 22, è più ampio di quello che è ricavabile dal solo citato libro, ma trova piena e totale esplicazione in Ebrei, giacchè san Paolo, spiega il senso del sacrificio di Isacco, in funzione Cristica. Insomma, Genesi 22, è un vero racconto, ma allegorico (secondo livello interpretativo) del dono del Padre del Figlio, del suo Sacrificio, e della vera promessa e discendenza, che da quel dono sono derivate. Una interpretazione che è identica a quella data dai padri e dalla Chiesa, ma che per sfortuna (vostra), non c’entra una beatissima mazza, con quello che ha scritto l’Arguello.
    L’unica concessione che in senso lato, e storpiandone il senso si può fare, è che il pio gesuita, afferma che la vicenda biblica può essere interiorizzata ed applicata anche alla vita del credente. Non è una novità, giacchè con la Bibbia, Dio parla direttamente al cuore dei fedeli. Almeno però, la si interiorizzi giusta.

    Ricordo infatti che Arguello, dice:

    - Che Abramo, anziché aver fede, dubitava;
    - Che era in procinto di disobbedire;
    - Che amava esclusivamente il figlio al posto di Dio;
    - Che dubitava dell’esistenza di Dio stesso;
    - che la fede di Abramo era corrotta e che Dio la purifica;
    - Che Dio chiede il sacrificio, non per provare la fede, ma perché voleva evitare che Abramo amasse troppo Isacco.

    E queste sono tutte cose che nella Bibbia non sono contenute, nei padri non sono menzionate, che la Chiesa non ha comandato, che una interpretazione basata sull’analogia della fede non consente, ne dal senso letterale, giacchè non è scritto, ne spirituale, giacchè porta a affermare conclusioni opposte a quelle proposte dalla Chiesa.

    Con che criterio si accetta ciò?
    Viene ciò condannato apertamente?
    Perché ha scritto una interpretazione eterodossa?
    "Let me close with a word to the people of the state of Texas.
    We have known each other the longest, and you started me on this journey.
    On the open plains of Texas, I first learned the character of our country:
    sturdy and honest, and as hopeful as the break of day.
    I will always be grateful to the good people of my state.
    And whatever the road that lies ahead, that road will take me home."

 

 
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