SCENARI
L’indigenismo è ormai una corrente culturale che a partire dal Sudamerica mette sotto accusa gli eredi degli antichi colonizzatori. C’è il rischio di nuovi populismi o nuove forme di razzismo?
Indios, attacco all'Occidente
In Bolivia sono giunti al potere con la vittoria di Evo Morales, ma anche in Ecuador e Perù sono in fortissima ascesa
Di Alessandro Armato
«Tornerò e sarò milioni». L'aveva profetizzato il cacique Túpac Katarí agli spagnoli prima di essere giustiziato per avere guidato una ribellione aymara contro la città di La Paz nel 1782. Sono passati poco più di due secoli e oggi, in un certo senso, quella profezia si sta avverando. Nella regione centro-andina (Bolivia, Ecuador e, in misura minore, Perù) i movimenti indigeni stanno arrivando al potere. Le ripetute dimostrazioni di forza degli indios ecuadoregni, l'exploit di Evo Morales in Bolivia e l'ascesa nei sondaggi pre-elettorali della controversa figura di Ollanta Humala in Perù, sono tutte facce del medesimo fenomeno.
Guidano questa "rivoluzione" i popoli aymara e quechua - di gran lunga i più numerosi - che abitano gli altipiani e le vallate andine, dove un tempo sorgeva l'impero incaico. Li affiancano un'infinità di altre etnie amazzoniche e andine minoritarie, tutti con l'aspirazione di metter fine a secoli di esclusione, emarginazione e abbandono. Rivendicano la difesa delle loro culture, delle loro lingue e, in alcuni casi, il riconoscimento dei loro territori. Chiedono il rispetto che meritano come popoli e la salvaguardia della natura di cui si sentono parte. Cose nient'affatto scontate in un continente dove la parola indio è quasi ovunque un insulto.
L'indigenismo politico non è una novità di questi ultimi mesi. I regimi nazionalisti e populisti, che hanno abbondato in America Latina a partire dagli anni Trenta, hanno fatto spesso ricorso all'indio come elemento centrale nella costruzione di un'identità nazionale, in contrapposizione all'occidentalismo. ù
Negli anni Settanta è apparso, in Bolivia, un movimento radicale, l'indianismo di Fausto Reinaga, che si ispirava in parte al Black Power statunitense e puntava al poder indio, facendo leva su un discorso razzista anti-bianco. Ma in genere si trattava di proposte che non venivano da indigeni o che non rappresentavano realmente i "popoli originari" (come preferiscono chiamarsi, dato che anche il termine "indigeno" ha in parte un'accezione dispregiativa).
La svolta verso la creazione di organizzazioni autoctone e autenticamente rappresentative è avvenuta all'inizio degli anni Novanta. Molto importanti sono state le contro-celebrazioni per il quinto centenario della scoperta dell'America, che hanno generato una profonda presa di coscienza indigena in tutto il continente. Ma il vero salto di qualità, quello politico, lo ha determinato l'avvento delle politiche neoliberiste (dalle privatizzazioni al progetto di un'area di libero scambio delle Americhe, Alca), a cui i movimenti indigeni hanno reagito, soprattutto in Ecuador e in Bolivia, con imponenti mobilitazioni e proteste di piazza, spesso dal forte sapore populista, che hanno riscosso enorme successo anche tra i non-indigeni. Paradossalmente, quindi, è stato proprio il messianismo liberista a risvegliare il messianismo indigeno. Hanno, inoltre, influito su questo processo l'apertura di spazi democratici reali dopo lunghi anni di autoritarismo, e una certa reazione identitaria alla globalizzazione come in molte altre parti del mondo.
Ma in che misura l'indigenismo è un fenomeno spontaneo? Nell'amministrazione Usa e nella destra liberista latinoamericana - l'asse che sembrava destinato a trionfare dopo il crollo del comunismo - sono in molti a credere che i movimenti indigeni siano il prodotto di una strategia dell'estrema sinistra per destabilizzare l'area andina e l'America Latina in generale. Nel Foroumdi San Paolo del 1990, a cui hanno partecipato quasi tutti i partiti di estrema sinistra, l'indigenismo sarebbe emerso come un modo per sostituire la vecchia lotta di classe con una nuova, ma sostanzialmente analoga, lotta tra "popoli oppressi" e "popoli oppressori".
In questa strategia rientrerebbero le proteste in occasione dei 500 anni della scoperta dell'America, il Premio Nobel a Rigoberta Menchú nel 1992, l'insurrezione zapatista nel Chiapas del 1994, su su fino alla "rivoluzione bolivariana" di Hugo Chávez e alla vittoria elettorale di Evo Morales in Bolivia. E a spalleggiare questo complotto, in buona o cattiva fede, ci sarebbero, oltre naturalmente agli stessi indigeni, schiere di antropologi innamorati del "mito del buon selvaggio", missionari ispirati alla teologia della liberazione e alla teologia india, movimenti ecologisti, ong internazionali, il mondo no global, giornali come Le Monde diplomatique, l'Unesco e via dicendo.
Non si può negare una forte ipoteca ideologica della sinistra sui movimenti indigeni. Semplice coincidenza di interessi o frutto di una cosciente manipolazione politica? È difficile stabilirlo. In Paesi dove, ancora oggi, i ricchi si identificano sostanzialmente con i bianchi, la classe media coi meticci e i poveri con i popoli amazzonici, andini e afroamericani, è naturale che le proteste indigene assumano anche l'aspetto di una lotta di classe. Quello che preoccupa è la possibilità che da questo tipo di contrapposizione insorga un fondamentalismo etnico capace di sfaldare l'unità nazionale.
Attualmente non c'è il rischio di un conflitto razziale. Creare allarmismi sarebbe irresponsabile. Ma lo sarebbe altrettanto sottovalutare un certo estremismo strisciante nei movimenti indigeni. Di fronte a questo pericolo occorre sottolineare con forza che razze e culture "pure" non esistono più da nessuna parte (con l'eccezione di remote aree dell'Amazzonia); Bolivia, Ecuador e Perù sono Paesi dove, per effetto di una secolare mescolanza razziale e culturale tra europei, indigeni e africani, prevalgono il meticciato e l'ibridismo. Un conflitto razziale sarebbe una farsa colossale.
Ma non bisogna cadere nemmeno in una sorta di versione latinoamericana dello "scontro di civiltà" dove a fronteggiarsi sarebbero il comunitarismo andino e l'individualismo occidentale, la Pachamama (la "Madre Terra") e il progresso scientifico e tecnologico, la spiritualità indigena e il consumismo global, la cultura rurale e quella metropolitana, il filo-americanismo e l'anti-americanismo...
Tutte contrapposizioni che si prestano facilmente ad essere manipolate tanto da chi appoggia i movimenti indigeni come da chi li avversa. Bisogna evitare la doppia strumentalizzazione di chi vuole usare il rancore e la frustrazione accumulati dagli indigeni nella storia per una rivoluzione anacronistica e fallimentare, come di chi cerca di ridurre i movimenti indigeni soltanto a un "complotto comunista" per favorire i propri interessi economici. La chiave sta nella capacità degli indigeni stessi di evitare gli estremismi. La strada è quella dell'integrazione nel rispetto delle identità e delle libertà individuali; quella della molteplicità nell'unità, dell'interculturalità.
Sorgente: Avvenire




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