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    Predefinito PANTHEON / Charles de Gaulle

    Charles de Gaulle
    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.




    Charles André Joseph Marie de Gaulle (Lilla, 22 novembre 1890 – Colombey-les-deux-Églises, 9 novembre 1970) è stato un generale e politico francese. Come militare prese parte a entrambe le guerre mondiali. In particolare, nella seconda organizzò dalla Gran Bretagna la ricostituzione dell'esercito della Francia libera, i collegamenti con la resistenza nel territorio occupato dall'esercito tedesco e rappresentò presso gli Alleati la Francia stessa. Fu presidente della quinta Repubblica francese dal 1959 al 1969.

    Il militare (1912 - 1940)

    Nato a Lilla in una famiglia cattolica e colta, de Gaulle era figlio di un professore di storia e letteratura, che gli fece scoprire il nazionalismo di Barrès, la filosofia di Bergson e il cattolicesimo socialisteggiante di Péguy.

    Nel 1912 si diploma alla Scuola militare di Saint-Cyr, dove era entrato nel 1908, e viene assegnato al 33° Reggimento di fanteria di Arras, agli ordini del colonnello Philippe Pétain, futuro Maresciallo di Francia per la vittoria di Verdun, e futuro presidente del regime collaborazionista di Vichy.

    Entrato nella prima guerra mondiale come tenente nel 1914, viene presto promosso capitano. Ferito tre volte, nel 1916 viene fatto prigioniero e tenta per cinque volte di evadere dal forte di Ingolstadt, in Baviera - sempre ripreso perché la sua alta statura non gli consentiva di passare inosservato.

    Liberato dopo l'armistizio, manterrà sempre un amaro ricordo di questi due anni e mezzo di prigionia, considerandosi un soldato inutile che non era servito a niente.

    Rientrato nella carriera militare, è colonnello al momento dello scoppio della seconda guerra mondiale. Nel 1939, alla vigilia dell'entrata in guerra della Francia, sottolinea l'insufficienza della linea Maginot e l'opportunità di una difesa tramite i carri armati, ma non viene preso in considerazione. Promosso generale di brigata a titolo provvisorio, il 6 giugno 1940 entra come sottosegretario di Stato alla Difesa nazionale e alla Guerra nel governo di Paul Reynaud, penultimo presidente del consiglio francese della Terza Repubblica francese. In questa veste, de Gaulle si oppone all'armistizio con i tedeschi e lascia la Francia per la Gran Bretagna il 15 giugno 1940, allorché Pétain è nominato presidente del consiglio.

    France libre (1940 - 1945)

    In Inghilterra, Churchill sostiene De Gaulle come voce della Francia anti-nazista, contro il parere del suo governo che preferirebbe personaggi più di spicco. Alla fine passa la scelta di de Gaulle, e la BBC trasmette l'appello del 18 giugno ai francesi, da Londra, perché resistano ai tedeschi e alla richiesta di armistizio avanzata dal governo Pétain: è il segnale d'inizio della resistenza francese ai nazisti.

    Mentre in Francia il Regime di Vichy lo condanna a morte in contumacia per tradimento, in luglio de Gaulle comincia ad organizzare Francia Libera (France Libre). All'inizio si tratta di suscitare la resistenza ai tedeschi a partire dai possedimenti coloniali, che la madrepatria ha più difficoltà a controllare; queste forze vengono poi collegate alle forze di resistenza francesi, e France libre diventa France combattante.

    In quegli anni de Gaulle incarna davvero la Francia libera di fronte al mondo in generale e all'Inghilterra in particolare anche grazie alla preziosa collaborazione del Capitano Teyssot, suo "assistente" dal 1942 al 1944. La sua preoccupazione è salvaguardare da subito gli interessi e l'immagine della Francia durante e dopo il conflitto, a partire dalla garanzia del mantenimento dei possedimenti coloniali, senza perdere di vista un momento l'onore e la grandeur francesi. Per garantire l'indipendenza della propria organizzazione, de Gaulle volle che gli stessi aiuti finanziari che il Regno Unito forniva a France Libre fossero rimborsabili - e furono effettivamente rimborsati molto prima della fine della guerra.

    I rapporti di de Gaulle con Churchill sono spesso conflittuali e competitivi, ma sempre sostenuti da un forte rispetto reciproco. Altra è la situazione con Roosevelt: i due si detestano, e una battuta di de Gaulle con Churchill spiega in parte l'atteggiamento francese di fronte all'arroganza dell'americano: "Sono troppo povero per inchinarmi".

    La vittoria e la politica (1946 - 1958)

    20 agosto 1944. Il generale de Gaulle parla alla gente dal balcone del municipio di CherbourgMalgrado la scarsa collaborazione degli americani, de Gaulle riuscì a sbarcare ad Algeri nel maggio 1943. Lì crea con il generale Henri Giraud il Comitato francese di Liberazione nazionale (CFLN), per unificare la direzione dell'Impero liberato, e ne fu presto al comando. Nel giugno 1944 il CFLN prende il nome di "Governo provvisorio della Repubblica francese" (GPRF) ed arriva a Parigi liberata il 25 agosto 1944.

    Con la Liberazione de Gaulle riconosce il diritto di voto alle donne francesi, ed avvia varie riforme, dalle nazionalizzazioni all'istituzione di un sistema di sicurezza sociale moderno.

    Dal 3 giugno 1944 al 2 novembre 1945 è capo del governo provvisorio, e dal 2 novembre 1945 al 20 gennaio 1946 è presidente del consiglio. Ma la politica riprende il suo spazio e i suoi tempi, e l'uomo è impaziente, e non approva la costituzione della Quarta repubblica. Così nel gennaio 1946 de Gaulle si dimette, e nel 1947 fonda il suo movimento politico, il Rassemblement du Peuple Français (RPF), con l'obiettivo di trasformare la politica francese. Esso raccoglie grandi consensi elettorali tra il 1947 e il 1948 (35% dei voti alle municipali, 42% tra i senatori eletti), tuttavia rigettando in blocco il sistema della Quarta Repubblica, viene a sua volta emarginato dagli altri partiti politici. Progressivamente perde quindi importanza, diversi suoi deputati abbandonano il partito e alle elezioni municipali del 1953 l'RPF perde metà dei propri voti.

    Scontento dei risultati, de Gaulle si ritira dalla vita politica nel 1953 rimanendo appartato a Colombey-les-deux-Eglises. Gli restano accanto i sostenitori più fedeli come Jacques Chaban-Delmas, Michel Debré, Jacques Foccart, [1] Roger Frey, Olivier Guichard e André Malraux, i cosidetti "baroni del gollismo" che avranno un ruolo eminente negli anni successivi.

    Rientra in scena allorché la crisi delle dominazioni coloniali successiva alla fine della guerra bussa anche alle porte della Francia. I fallimenti in Indocina e in Algeria travolgono la Quarta Repubblica, in particolare la vicenda algerina, gestita in modo maldestro dai governi di coalizione e causa principale della crisi costituzionale del 13 maggio 1958. Il 1° giugno 1958 de Gaulle è nominato presidente del Consiglio, con poteri quasi equivalenti a quelli della prima Costituente.

    Come aveva annunciato, utilizza questo potere per far redigere una nuova Costituzione sulla base delle idee enunciate nel "Discorso di Bayeux". Questa Costituzione mira ad arginare la cosiddetta "dittatura parlamentare" (cioè quell'assetto istituzionale per il quale il potere di veto delle minoranze parlamentari, in un'Assemblea estremamente frazionata e rissosa, finisce per paralizzare le possibilità di azione dell'esecutivo, condanna i governi all'instabilità e genera una politica caotica).

    In settembre, l'approvazione della nuova Costituzione con l'83% di voti favorevoli ottenuti al referendum, segna il passaggio della Francia alla Quinta Repubblica con i poteri dell'esecutivo fortemente rafforzati.

    In novembre de Gaulle vince le elezioni con larga maggioranza e il 21 dicembre è eletto Presidente della Repubblica con il 78% dei voti dei grandi elettori. L'8 gennaio 1959 all'Eliseo avviene il passaggio delle consegne con René Coty, l'ultimo presidente della Quarta Repubblica.

    De Gaulle Presidente della Quinta Repubblica (1959 - 1969)

    Assunta la presidenza, de Gaulle persegue quelli che considera gli obiettivi strategici della Francia:

    - misure economiche di sostegno all'economia (con l'introduzione del nuovo franco);
    - forte affermazione, nel pieno della guerra fredda, dell'indipendenza della Francia sia dal blocco sovietico (de Gaulle è profondamente e radicalmente anticomunista), sia dal dominio statunitense sull'Europa (e a questo scopo dota la Francia di proprie risorse nucleari - la force de frappe - e pone il veto all'ingresso dell'Inghilterra, considerata la longa manus degli USA in Europa, nella CEE), nel 1964 la Francia riconosce la Repubblica Popolare Cinese;
    - concessione dell'indipendenza all'Algeria (nel 1962, sulla base di un referendum popolare), nella forte consapevolezza che la guerra d'Algeria non può essere vinta, nonostante la forte e violenta opposizione di una parte dei francesi (rivolte dei pieds-noirs, terrorismo dell'OAS, tentativo di putsch dei generali di Algeri) nell'aprile del 1961 ed attentati alla stessa persona di de Gaulle.

    La riforma del 1962

    Busto di de GaulleNel 1962 de Gaulle propone un emendamento alla Costituzione per consentire l'elezione diretta del Presidente della Repubblica, nonostante la forte opposizione di quasi tutte le forze politiche rappresentate all'Assemblea nazionale. Di fronte a ciò, la procedura di riforma costituzionale (che, regolata dall'articolo 89 della Costituzione, richiedeva - e tutt'ora richiede - almeno un'approvazione a maggioranza di entrambe le camere) si rivela irta di ostacoli. Charles de Gaulle decide allora di ricorrere al potere presidenziale - previsto dall'articolo 11 della Costituzione - di indire un referendum popolare su proposta del governo concernente, tra l'altro, un progetto di legge riguardante l'organizzazione dei pubblici poteri. L'Assemblea nazionale, per reazione al "colpo di mano" del presidente, sfiducia il governo di Georges Pompidou (5 ottobre) e de Gaulle decide di indire nuove elezioni. Anche se la forzatura della norma costituzionale è abbastanza evidente (l'articolo 11 si riferisce a leggi ordinarie, mentre le riforme della costituzione richiedono la procedura "rinforzata" di cui all'articolo 89), il 28 ottobre l'emendamento viene approvato dal corpo elettorale, con il 62,25% dei voti. Le successive elezioni politiche del 18 e 25 novembre vedono una notevole affermazione gollista.

    Nel 1965 è rieletto Presidente della Repubblica per un nuovo settennato. Ma anche a causa della candidatura del centrista Jean Lecanuet, François Mitterrand riesce a metterlo in ballottaggio. Continua a promuovere energicamente l'indipendenza e un forte ruolo della Francia in politica estera:

    - mantiene il rifiuto all'entrata della Gran Bretagna nella CEE e sostiene l'Europa delle nazioni contro ogni modello di Europa sovranazionale, immaginandola imperniata sull'asse franco-tedesco ed estesa, in prospettiva, dall'Atlantico agli Urali;
    - condanna l'intervento statunitense contro i comunisti in Vietnam (in questa chiave, nel 1966 ritira la Francia dal comando militare integrato della NATO ed espelle tutte le basi statunitensi dal territorio francese, pur continuando a partecipare all'Alleanza atlantica);
    - nel 1967 dichiara l'embargo contro Israele per la guerra dei sei giorni fulmineamente condotta (e vinta) contro l'Egitto.

    La fase di forte inquietudine sociale culminata nel Maggio francese pare riportare de Gaulle ai tempi dell'appello del 18 giugno o della guerra d'Algeria; inizialmente sceglie di allontanarsi da Parigi per incontrarsi a Baden Baden con il generale Jacques Massu, comandante delle forze francesi in Germania. In sua assenza, il primo ministro Georges Pompidou riesce a padroneggiare la situazione, e al rientro di de Gaulle, un milione di sostenitori del gollismo sfila per Parigi. Il Presidente scioglie l'Assemblea nazionale e stravince le elezioni del giugno 1968, con il partito gollista che ottiene 358 seggi su 487.

    Ma l'anno dopo il Presidente perde, e con uno scarto minimo, un referendum su questioni relativamente banali (il trasferimento di alcuni poteri alle regioni e la trasformazione del Senato - che in Francia non ha mai avuto grande rilievo istituzionale - in sede di rappresentanza di organizzazioni professionali e sindacali regionali). Ma dissentono con lui perfino alcuni autorevoli membri del governo come Valéry Giscard d'Estaing, e nell'indire il referendum, De Gaulle preannuncia che, in caso di esito negativo ne trarrà tutte le conseguenze.

    Charles de Gaulle ha quasi ottant'anni, è entrato gloriosamente nella storia della Repubblica francese e sceglie egli stesso quando e come uscirne. Preso atto dei risultati del referendum, alle ore 0:11 del 28 aprile 1969 annuncia le proprie dimissioni con effetto immediato da mezzogiorno. Dopo un breve soggiorno in Irlanda (da dove vota per corrispondenza per il nuovo Presidente) si ritira a Colombey-les-Deux-Églises e lavora al séguito delle sue Memorie. Muore l'anno dopo, il 9 novembre 1970. Nell'annunciare la sua morte in televisione, il nuovo presidente della Repubblica Georges Pompidou pronuncia la frase: "La Francia è vedova".

    http://it.wikipedia.org/wiki/Charles_de_Gaulle
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    Predefinito Riferimento: HEROES / Charles de Gaulle

    PERSONAGGI

    Il saggio di Quagliariello ripropone l'attualità politica dello statista

    De Gaulle, la grandeur in cerca di un' Europa
    Un progetto decisionista oltre le singole nazioni


    di Sergio Romano


    Ho incontrato Charles de Gaulle due volte e ho assistito alla sua ultima conferenza stampa in un salone dell' Eliseo: un grande spettacolo teatrale in cui il generale mise in scena se stesso e trattò i giornalisti come comparse a cui toccava «porgere» una battuta per giustificare i suoi monologhi. Ma non ho mai assistito a uno dei colloqui che ebbe con gli uomini di governo italiani. Posso immaginare senza fatica, tuttavia, lo stile di quegli incontri.

    De Gaulle accoglieva solennemente i suoi visitatori italiani, ma non li «vedeva». Il suo sguardo attraversava le loro persone e vedeva in trasparenza soltanto l' Italia. Era convinto che il nostro sistema politico fosse uno dei peggiori d' Europa, e la presenza di un ministro italiano doveva evocare alla sua mente la fastidiosa immagine di ciò che la Francia sarebbe stata se egli non l' avesse salvata dal disastro in cui precipitò nel giugno 1940, e da quello in cui stava scivolando durante la crisi algerina del maggio 1958. Ma l' Italia era un' altra cosa.

    Per de Gaulle l' Italia era una «nazione», vale a dire una realtà storica indispensabile, una creazione dello spirito, una sorta di divinità terrena a cui rendeva un omaggio non protocollare. Non conosco altro uomo di Stato che abbia tanto amato l' Italia e contemporaneamente tenuto in così scarsa considerazione i suoi governi. L' amore per l' Italia era naturalmente il riflesso dell' importanza che la nazione aveva nel pensiero politico di de Gaulle.

    Nel suo grande libro sul generale, apparso ora presso il Mulino, Gaetano Quagliariello osserva che il gollismo è anzitutto una forma di nazionalismo, ma disegnato e modellato dalle convinzioni e dalle personali esperienze dell' uomo che ne fu protagonista. E' nata così un' opera molto ricca che è al tempo stesso biografia, saggio storico e trattato politico.

    La biografia, per la comprensione dell' uomo e della sua avventura, è fondamentale. Quando attira l' occhio del maresciallo Pétain e comincia una brillante carriera di ufficiale e scrittore fra gli anni Venti e Trenta, de Gaulle ha già uno straordinario bagaglio di esperienze culturali e militari. Ha assistito da ragazzo alla crisi delle forze armate francesi durante lo scandalo Dreyfus. Conosce il nazionalismo di Charles Maurras e quello di Philippe Barrès. Ha letto Henri Bergson, Maurice Blondel, Charles Péguy e la vivace letteratura antiparlamentare degli inizi del secolo. Ha combattuto a Verdun, è stato ferito due volte e ha passato gli ultimi due anni del conflitto in un campo di prigionia tedesco dove ha studiato le qualità militari dei suoi nemici. Distaccato in Polonia, si è battuto contro l' Armata Rossa nell' esercito del maresciallo Pilsudski. Rientrato in patria ha insegnato all' Accademia di Saint-Cyr, è diventato ufficiale di stato maggiore e ha assistito dagli uffici del ministero della Guerra alle crisi economiche e politiche degli anni Trenta: le ripercussioni in Francia del crac di Wall Street, la nascita delle Leghe nazionaliste e fasciste, gli scontri al Quartiere Latino, l' assalto al Parlamento nel febbraio del 1934, l' instabilità dei governi, la vittoria del Fronte popolare nel 1936.

    Nei libri pubblicati in quegli anni (piccoli trattati, scritti superbamente con uno stile ispirato da Tacito e Machiavelli), de Gaulle si occupa principalmente della modernizzazione delle forze armate francesi. Ma Quagliariello ricorda che non vi è pagina in cui le considerazioni sulla strategia e sulla tattica non emergano da una riflessione storica e morale sui destini della nazione francese. Dalle sue esperienze e dalle sue letture de Gaulle ha tratto la convinzione che l' Europa e la Francia attraversano una crisi di civiltà. Nel dibattito su comunismo e capitalismo è attratto dalla prospettiva di una «terza via» e immagina una società interclassista, composta da lavoratori, tecnici e produttori, tutti chiamati a collaborare nell' ambito di una economia solidarista e «corporativa». Nel dibattito storico sulla democrazia parlamentare non nasconde la sua preferenza per i periodi della storia di Francia in cui un uomo rappresenta la nazione e la guida verso i suoi destini. La nazione, nell' edificio del suo pensiero, è la chiave di volta, la pietra di fondazione, il contrafforte che conferisce equilibrio e stabilità all' intera costruzione. Ma non basta avere fede, saldi principi e profonde convinzioni. Occorre, come ricorda Quagliariello analizzando i suoi scritti, adattare il pensiero alle circostanze.

    Se dovessi indicare fra i suoi maestri quello che maggiormente influì sul suo carattere sceglierei anch' io, come l' autore di questo libro, Bergson, filosofo dell' intuizione e dello slancio vitale. De Gaulle è un volontarista empirico, un decisionista pragmatico e, nel più nobile senso della parola, un giocatore d' azzardo. Ne dà la prova nel giugno del 1940 quando salta su un aereo, vola a Londra e crea dal nulla una «Francia libera». Ne dà la prova nel maggio del 1958, quando si serve della crisi algerina per emergere dal deserto e conquistare il potere. Ne dà la prova nel maggio del 1968 quando rompe il cerchio dell' impotenza con un improvviso viaggio a Baden per un incontro segreto con il generale Massu. La sua scomparsa e il suo ritorno sono, nella fase più pericolosa degli «avvenimenti», una sorta di sacra rappresentazione gollista. De Gaulle finge di morire per meglio rinascere e trionfare.

    Le pagine dedicate da Quagliariello al «maggio francese» sono fra le migliori scritte su quel periodo in qualsiasi Paese, Francia compresa. Il lettore avrà capito a questo punto perché de Gaulle e gli uomini politici italiani fossero fatti per non capirsi. Il generale detestava i partiti; gli italiani li consideravano polmoni e arterie del corpo politico nazionale. Il generale credeva nella nazione; gli italiani credevano nelle ideologie. Il generale credeva nel primato della politica estera ed era continuamente proiettato verso l' esterno; gli italiani erano introversi e convinti che il mondo fosse un quadrilatero compreso tra Botteghe Oscure, piazza del Gesù, Montecitorio e Palazzo Chigi. Il generale era continuamente alla ricerca di una grande querelle, di una grande disputa con cui mobilitare gli animi e le coscienze dei francesi; gli italiani preferivano discettare di «apertura a sinistra» e «convergenze parallele». Il generale credeva alla responsabilità del leader di fronte al suo popolo e lo dimostrò con due clamorose dimissioni, nel gennaio 1946 e nell' aprile del 1969; gli italiani preferivano l' irresponsabilità e con poche eccezioni (fra cui Cossiga) erano convinti che il potere logorasse soprattutto chi non l' ha.

    Alla fine di questo bel libro Quagliariello si chiede che cosa rimanga del gollismo. Il sistema costituzionale creato a Parigi fra il ' 58 e il ' 62 sopravvive alla scomparsa del fondatore ed è diventato un rispettabile modello per altri Paesi. Ma il contesto in cui de Gaulle riteneva di potere realizzare le ambizioni nazionali francesi è stato completamente sconvolto dalle vicende degli ultimi quindici anni. Sopravvivono alcuni tic verbali e stilistici: il sentimento della grandeur, il piglio decisionista, la fronda antiamericana. Ma in un mondo in cui ogni nazione europea constata ogni giorno i limiti dei suoi poteri e della sua influenza, l' abito confezionato per il generale de Gaulle è diventato per la Francia un po' troppo largo. Mi chiedo, chiudendo il libro, se un po' di gollismo non sia invece ciò di cui avrebbe maggiormente bisogno l' Europa di domani.

    Gaetano Quagliariello, «De Gaulle e il gollismo», Il Mulino, pagine 884, euro 40


    http://archiviostorico.corriere.it/2...30923077.shtml
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  3. #3
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    Predefinito Riferimento: HEROES / Charles de Gaulle

    De Gaulle, il suo e il nostro tempo

    di Marco Gervasoni

    Un recente sondaggio indica che, per la maggior parte dei francesi, De Gaulle è il personaggio più importante del XX secolo. Qualche anno fa, un libro dello scrittore Régis Debray spiegava come De Gaulle fosse un personaggio la cui attualità è ancora tutta da scoprire, un protagonista del XXI secolo. In questi anni, tuttavia, si sono intensificate, e non solo da sinistra, le critiche alla creatura di De Gaulle, la Costituzione della V Repubblica e, per un certo periodo, nel dibattito pubblico il tema, inimmaginabile fino a cinque anni fa, è stato: «è necessaria una VI Repubblica?».

    Gaetano Quagliariello, De Gaulle e il gollismo, Il Mulino, Bologna 2003


    Un recente sondaggio indica che, per la maggior parte dei francesi, De Gaulle è il personaggio più importante del XX secolo. Qualche anno fa, un libro dello scrittore Régis Debray spiegava come De Gaulle fosse un personaggio la cui attualità è ancora tutta da scoprire, un protagonista del XXI secolo.1 In questi anni, tuttavia, si sono intensificate, e non solo da sinistra, le critiche alla creatura di De Gaulle, la Costituzione della V Repubblica e, per un certo periodo, nel dibattito pubblico il tema, inimmaginabile fino a cinque anni fa, è stato: «è necessaria una VI Repubblica?».

    La figura di De Gaulle, come sempre, divide. Per il suo carattere sfuggente, che richiede allo studioso desideroso di avvicinare la figura del generale una notevole dose di duttilità e una capacità di ricorrere al chiaroscuro. Tutti elementi abbondanti nello studio di Gaetano Quagliariello. Nell’introduzione al volume, l’autore spiega come il suo lavoro sia una «biografia politica sui generis», perché mantiene sì un ritmo cronologico e biografico, ma è attenta ad alcune questioni che investono la storia del Novecento, e non solo di quello francese. Per l’autore, De Gaulle è una figura interessante perché nella sua vicenda si incrociano svariati temi, dalla quello della transizione dei regimi a quello del carisma, investigando la figura del politico sia come creatore di leadership sia come riformatore istituzionale. Quagliariello, pur non credendo nei modelli e nella storia magistra vitae, è convinto che la riflessione su De Gaulle possa offrire elementi per il dibattito sulle riforme istituzionali nel nostro paese. È già chiaro da questi pochi accenni come l’attenzione di Quagliariello sia portata verso alcune questioni ben precise. Il De Gaulle di Quagliariello è, prima di tutto, un politico carismatico e un riformatore delle istituzioni, i due aspetti non potendo andare separati. Pur condividendo nelle sue linee generali questa interpretazione, mostreremo più avanti come esista un De Gaulle più sfuggente.

    Non è facile classificare De Gaulle. Prima di narrarne la vicenda politica, Quagliariello dedica il primo capitolo alla ricerca di una definizione del gollismo. Secondo l’autore, il gollismo come ideologia e pratica politiche scaturite dalla persona del generale e poi interpretate dai suoi seguaci nel corso del tempo, sarebbe: a) un nazionalismo; b) che sfugge al clivage destra-sinistra; c) aperto e cosmopolita; d) in cui l’azione politica si configura come un agire nell’emergenza; e) tendente alla costruzione di uno Stato limitato e alla depoliticizzazione delle istituzioni; f ) ispirato da una «mistica del progresso» e indirizzato verso la modernizzazione.

    Una volta collocato De Gaulle nelle diverse tradizioni e tendenze politiche francesi dal 1870 agli anni Trenta, Quagliariello procede a narrarne la vicenda. Si comincia dagli anni della prima guerra mondiale quando, fatto prigioniero dai tedeschi, il giovane ufficiale avvia una riflessione sui limiti istituzionali della III Repubblica, che si arricchirà tra le due guerre con la pubblicazione di volumi di teoria militare (il più noto è «Au fil de l’epée»), che parlano di esercito per indicare la necessità della riforma delle istituzioni, in direzione del rafforzamento dell’esecutivo. A ragione, tuttavia, l’autore mostra come il De Gaulle di questi anni non sia spinto da particolare interesse per l’agire politico e non si senta portato a un tale ruolo. Nel governo Reynaud, in piena drole de guerre, nel 1940, De Gaulle diventa sottosegretario al ministero della guerra, eppure tale incarico è ancora concepito come quello di un tecnico. È l’emergenza (tuttavia prevedibile) della sconfitta della Francia a far emergere il De Gaulle politico e a trasformarlo nel leader di tutto coloro che si oppongono all’armistizio, alla capitolazione della Francia e a Vichy. Qui De Gaulle si rende conto del proprio carisma o, per meglio dire, adatta il proprio carisma al ruolo che egli deve giocare. L’autore mostra con molta dovizia documentaria come il gollismo e la sua identità politica si compongano e si modifichino nel corso di pochi mesi, con la capacità di De Gaulle di costruire attorno al proprio carisma una rete ampia e vasta di alleanze.

    Ma il carisma di De Gaulle, un modo di praticare l’azione politica fortemente ancorato al quid dell’individualità, non è in sintonia con la vita politica organizzata in Francia dopo la liberazione. La IV Repubblica si definisce fin dall’inizio come regime dei partiti e assembleare e De Gaulle, in coerenza con le sue posizioni del periodo prebellico e con la lezione appresa dalla sconfitta e dalla Resistenza, ritiene che un regime di tale tipo sia nocivo alle sorti della nazione. Egli non si limita alle prese di posizione, come nel celebre discorso di Bayeux del 1946, ma organizza un partito, il Rassemblement pour la France (RPF). In ragione dell’alto numero di deputati che porta all’Assemblea nazionale e del suo essere antisistema, l’RPF, scrive Quagliariello, agisce come distruttore della Repubblica dei partiti, scompone il patto tripartito tra comunisti, socialisti e democratici cristiani del MRP, mette in difficoltà le successive coalizioni di Troisième force. Una volta superati i problemi della ricostruzione e stabilizzata la Repubblica, almeno sul piano interno, l’RPF comincerà però a perdere voti, e a dividersi tra gollisti che desiderano entrare nel gioco parlamentare e gollisti fedeli al generale, contrari anche solo ad appoggiare i vari governi. Con lo scioglimento del RPF, i primi fonderanno i Repubblicani sociali, creatura gollista da cui però De Gaulle prenderà le distanze. Egli ormai gioca la parte di Cincinnato: è convinto che la Repubblica dei partiti non potrà durare a lungo, si ritira dalla vita politica e pone in atto una strategia del silenzio, fondamentale per un nuovo rafforzamento del suo carisma.

    Sono gli anni del governo Mendès France. De Gaulle considera Mendès in qualche modo un suo allievo, è stato per poco tempo ministro delle finanze nel suo governo del 1944-1945, e ha nel frattempo sviluppato una diagnosi sui mali della IV Repubblica per tanti versi convergente con quella del generale. Le differenze tra i due sono tuttavia notevoli, come spiega con gran lucidità Quagliariello. Mendès è un «repubblicano di tradizione», legato all’idea della priorità del parlamento e diffidente nei confronti della personalizzazione carismatica del potere, anche se questa, come in De Gaulle, deve operarsi sempre attraverso l’elezione popolare. De Gaulle, dal canto suo, vede in Mendès colui che potrebbe riformare la IV Repubblica mantenendone però proprio quei caratteri per il generale massimamente dannosi. Ciò nonostante, il partito dei Repubblicani sociali, composto da gollisti ma senza l’adesione di De Gaulle, entra nel governo Mendès France, soprattutto per l’opposizione del presidente del consiglio alla CED, la Comunità europea di difesa. Nello stesso tempo, i Repubblicani sociali, nei loro congressi e convegni, delineano proposte di riforma costituzionale che anticipano quella che sarà la Costituzione della V Repubblica.

    Nel 1958 la questione algerina diventerà talmente incandescente da mettere definitivamente in crisi il sistema politico e De Gaulle rientrerà in gioco. Quagliariello dedica pagine di grande finezza ad analizzare le plurime tattiche e strategie del generale: il comportamento di De Gaulle nella crisi del 1958 è un esempio di come lo storico della politica contemporanea debba intrecciare un approccio dedotto dall’individualismo metodologico, in cui ogni attore è studiato nella sua specificità, con il riconoscimento dell’eterogenesi dei fini e delle intenzioni non volute. Dal reticolo di decisioni dei vari attori politici durante la crisi di maggio 1958 scaturisce l’arrivo al potere di De Gaulle e la scrittura di una nuova Costituzione, a cui contribuiscono i socialisti di Guy Mollet. Per l’autore, Mollet è una delle pedine indispensabili alla strategia del generale, serve a fare apparire il suo governo d’emergenza, a cui si oppongono fin da subito Mendès France, Mittterrand e i comunisti, come una riedizione dei governi d’unità antifascista contro il pericolo di un golpe dei militari ribelli ad Algeri. Dalla crisi del maggio 1958 esce una Costituzione che, secondo Quagliariello, ha il suo fulcro nell’idea della «depoliticizzazione delle istituzioni» e che ispirerà le riforme costituzionali nei decenni successivi in Europa. Essa è il frutto di una lunga tradizione nella vita politica francese, quella del «partito inglese», che guarda al bipolarismo britannico e alle sue capacità di assicurare la governabilità assorbendo le tendenze nuove che si affacciano nel panorama politico e mettendo ai margini le ali estreme.

    Nei capitoli successivi, l’autore racconta un De Gaulle che risolve la questione algerina, fornisce di una nuova politica estera la Francia, modernizza il paese e pur tuttavia non si adagia sull’esistente. Prevalgono anzi gli atti di rottura, in politica estera soprattutto, ma anche in quella interna, con proposte di legge assai avanzate sul piano sociale e che prevedono la partecipazione dei lavoratori nelle imprese. Giustamente, Quagliariello mostra l’inanità e l’irrealizzabilità di queste riforme, ritenute però fondamentali da De Gaulle in vista del passaggio a una società in qualche sorta post-capitalistica. Le prese di posizione antiamericane in politica estera e le richieste di misure «sociali» all’interno del paese sono la causa e, al tempo stesso, l’effetto della solitudine del generale, che non comprende più larghi strati dell’opinione pubblica e, soprattutto, non sembra riconciliato con quella «secolarizzazione» del gollismo, come la chiama Quagliariello, portata avanti dal primo ministro Pompidou.

    La crisi di maggio (questa volta del 1968) fa entrare diversi attori in campo, non ultimi naturalmente gli studenti e i sindacati, ma larga parte della vicenda vede contrapporsi da un lato De Gaulle e la sua idea di poter affrontare la crisi ricorrendo al proprio carisma, dall’altro Pompidou per il quale, come scrive Quaglieriello, salvare le istituzioni della Repubblica fondata dal generale vuol dire abbandonare la via del governo carismatico e intraprendere procedure tacciate da De Gaulle di essere politiciennes, non ultima quella della costruzione di una solida macchina politica gollista che funga da partito del presidente. Per il controllo delle fonti, per la vastità degli sguardi e delle interpretazioni, per la capacità di dipanare questioni di enorme complessità, il volume di Quagliariello si pone come un’opera di referenza nella pubblicistica storicopolitica non solo su De Gaulle, ma sulla vita politica francese dagli anni Quaranta ai Sessanta. L’originalità del volume spicca non solo al confronto con la pubblicistica italiana ma anche con quella, ben più nutrita, d’oltralpe. Quest’ultima, oltre che a concentrarsi sulla eccezionalità biografica e sull’interiorità dell’uomo (come nella biografia di Eric Roussel),2 si è divisa tra coloro che ritengono De Gaulle l’autore del compimento dell’idea repubblicana originaria del 1877 (Odile Rudelle)3 e coloro, come René Remond, che vedono nel gollismo il continuatore della tradizione della destra bonapartista.4 Quagliariello si confronta con queste interpretazioni, riconosce la valenza delle une e delle altre, poi però fornisce una lettura di De Gaulle e del gollismo del tutto specifica. Per l’autore, De Gaulle e il gollismo sfuggono alla distinzione destra-sinistra, sia perché vi confluiscono elementi ideologici e culturali caratteristici della sinistra repubblicana e anche socialista francese, sia perché il gollismo si definisce come ideologia minima, capace di trasformarsi e di recuperare elementi estranei che poi finiscono per arricchirlo.

    Nello studio di Quagliariello si vede bene come il gollismo nei suoi elementi ideologici sia assai meno un agglomerato argomentativo proveniente dal verbo di De Gaulle e assai più il prodotto di una riflessione teorica da parte dei vari compagnon di De Gaulle, quali André Malraux, René Capitant, Jacques Soustelle, Michel Debrè, René Cassin, Jacques Chaban-Delmas. Se già si prendono questi nomi, molti di loro, prima di «creare» il gollismo, provengono dalla sinistra: Malraux è stato un compagno di strada del Fronte popolare negli anni Trenta, Chaban-Delmas un leader della sinisrta radicale, Soustelle e Capitant sono stati vicini ai socialisti. Grazie a loro De Gaulle assorbe elementi ereditati da quelle famiglie politiche. Con grande finezza, il generale sa utilizzare e fare propri questi apporti, e aggiornare la sua cultura politica che, all’inizio degli anni Trenta, non era niente più che un nazionalismo democratico con forte aperture al sociale per la denuncia del capitalismo come società del «macchinismo». Tutte queste tendenze nutrono De Gaulle in senso ideologico, ma acquisiscono legittimità solo attraverso De Gaulle e solo quando è lo stesso generale a sostenerle. In altre parole, nel gollismo non è possibile una dialettica politica specifica, in cui linee realmente alternative possano contrapporsi, perché l’azione politica procede dal carisma ed è definita dall’individualità del capo. Solo il capo può essere alternativo a se stesso. Giustamente i Mendès France e i Mitterrand vedevano in questa tendenza la tradizione del bonapartismo, ma tale democrazia carismatica è pure presente nell’immaginario della sinistra francese dal 1870.5 La grandezza di De Gaulle è stata quella di far uso durevole di questa visione carismatica di politica, di costruire un sistema istituzionale in cui il carisma è regolarizzato e trasformato in procedure.

    Secondo Quagliariello, in quest’ultima operazione – rendere durevole il carisma – avrebbe dato, assai più che De Gaulle, Pompidou, il quale per questo si sarebbe scontrato con il generale. Probabilmente le fonti della divisione furono anche altre. Esse andrebbero ricercate nelle diverse strategie di fronte alle riforme sociali. Le frizioni tra i due cominciano ben prima del 1968, come mostra Quagliariello esaminando il dibattito sull’emendamento Vallon, una proposta di legge voluta dal presidente della Repubblica che, se attuata, avrebbe portato alla rappresentatività dei sindacati nei consigli di amministrazione delle imprese. Vi è qui, in De Gaulle, soprattutto nell’ultimo, e soprattutto in politica estera, una forza di visione, si potrebbe dire una tensione utopistica, tanto più forte quanto il generale eccelleva in realismo e in capacità tattiche, votata non alla difesa dell’ordine ma alla sua continua rimessa in discussione. Certo, nell’idea di De Gaulle chi deve rimettere in discussione un ordine, sia pure quello proprio, è lo stesso leader, il capo, che incarna fisicamente e sente intuitivamente la propria nazione nelle sue varie parti sociali. Si capisce che, nella visione di Quagliariello, si tratta del De Gaulle più caduco, frutto di una cultura arcaica, fondata su una lettura del sociale paradossalmente anti-moderna, laddove invece, per molti altri aspetti, il gollismo reca una tendenza modernizzatrice notevole.

    Quagliariello ha ragione a vedere nell’ultimo De Gaulle, sia in politica estera che in quella interna, uno statista le cui proposte non trovano spazio nel quadro istituzionale da lui creato. Dopo le elezioni presidenziali del 1965, in cui De Gaulle entra in ballottaggio al secondo turno contro Mitterrand (esito che il presidente giudica come uno schiaffo dei francesi poco riconoscenti) e, soprattutto, dopo quelle legislative del 1967 (quando l’alleanza gollista-giscardiana per un soffio non perde la maggioranza dell’Assemblea nazionale), si stratifica di nuovo il clivage destra-sinistra, con una sinistra social-comunista e un centrodestra gollista-liberale. De Gaulle non sembra accettare questo ruolo.

    Forse qui però l’autore avrebbe potuto fornire più credito a De Gaulle, che aveva capito come questo bipolarismo fosse ancora provvisorio e come la crisi del 1968 fosse assai più radicale di quanto non pensasse Pompidou. Si può affermare che l’ultimissimo De Gaulle vedesse la crisi del 1968 come un nuovo inizio, come una situazione di emergenza per tanti versi simile a quella del 1940 o a quella del 1958. In tale situazione di emergenza il dovere del capo era quello di intervenire per allargare l’area della democrazia. Da molti punti di vista si può criticare il referendum sulla «partecipazione» indetto da De Gaulle nel 1969, il cui rigetto da parte dei francesi sarà la causa delle sue dimissioni, ma non si può accusarlo di essere privo di una finalità democratica, federalista e sociale.

    In quest’ottica si scopre come mai Quagliariello dedichi poco spazio a far emergere tale sensibilità politica inquieta, imprevedibile, se si vuole anche estetizzante, certo ambigua, ma anche ricca di stimoli, presente nello stesso De Gaulle e soprattutto in Andrè Malraux (a cui, tra i principali compagnon del generale, Quagliariello si interessa meno). Il De Gaulle di Quagliariello è infatti un costruttore, lucido, razionale, coerente, pur se capace di affrontare le intenzioni non volute, il cui progetto tuttavia negli ultimi anni si offusca.

    Esiste tuttavia anche un altro De Gaulle, sulfureo, imprevedibile, visionario, se si vuole frutto di una cultura «arcaica» del generale, risalente addirittura all’inizio del XX secolo (anche se la comprensione del 1968 è difficile trovarla in esponenti di governo francesi e di altri paesi più «aggiornati» del generale), ma la cui analisi potrebbe far capire altre cose. Razionalismo e utopismo convivevano abbastanza armonicamente nel generale, perciò sarebbe interessante indagare questo secondo volto anche per comprendere i vuoti e le falle di una Costituzione non così perfetta come potrebbe sembrare, come del resto le vicende dei decenni successivi hanno mostrato.6 Dopotutto, lo stesso Quagliariello ci ricorda come De Gaulle fosse assai poco legato a una visione giuridica della storia, e si potrebbe affermare che il suo costituzionalismo è prima di tutto il risultato dell’azione carismatica: dall’incontro dell’individuo con la storia deriva poi il testo, che potrà e dovrà essere modificato quando le circostanze lo richiederanno, fatto salvo che il timing sarà deciso dal leader. Questo antiproceduralismo gollista, che rende arduo il suo inserimento a pieno titolo nelle famiglie dei diversi liberalismi moderni, spiega le ambiguità della carta costituzionale. Si aprirebbe però qui un discorso complesso.

    Un De Gaulle (anche) di sinistra? La storia del rapporto tra De Gaulle e la sinistra è ancora tutta da scrivere. Certo è comprensibile che i Mendès France e i Mitterrand si siano opposti al generale, tuttavia con differenze rilevanti tra i due e sfumature importanti secondo i periodi e le fasi.

    Mendès France, che pure condivideva con De Gaulle la lettura negativa dei difetti della IV Repubblica e dei regimi assembleari, più dottrinario di Mitterrand, sarà fino alla fine un avversario tenace della Carta del 1958 e del sistema di potere presidenziale derivato dalla sua interpretazione in De Gaulle e nei suoi successori. Mitterrand, più duttile, negli anni Sessanta e Settanta criticherà non tanto la Costituzione del 1958 e le sue modifiche del 1962 (l’elezione diretta del presidente della Repubblica), quanto la sua attuazione da parte di Pompidou e di Giscard, in una piena direzione presidenziale. C’è da chiedersi tuttavia se Mitterrand, una volta eletto presidente, non abbia messo in atto, da un punto di vista istituzionale, una sorta di «gollismo di sinistra».

    Bisognerebbe domandarsi, allora, se la provocazione di Régis Debray, su De Gaulle uomo del XXI secolo, un visionario che avrebbe intuito con decenni di anticipo le trasformazioni del mondo, non sia più fondata di quanto a prima vista possa apparire. In ogni caso, il dibattito sull’eredità di De Gaulle nell’Europa del XXI secolo è tutt’altro che concluso.



    Bibliografia

    1 R. Debray, A demain De Gaulle, Gallimard, Parigi 1996.

    2 E. Roussel, De Gaulle, Gallimard, Parigi 2002.

    3 O. Rudelle, Mai 1958. De Gaulle et la République, Plon, Parigi 1988.

    4 R. Remond, Les droites en France, Aubier-Montaigne, Parigi 1982.

    5 M. Gervasoni, Il richiamo della Bastiglia. La sinistra francese e le immagini del potere, Unicopli, Milano 1997.

    6 M.Gervasoni, Storia d’Europa nel secolo XX. La Francia, Unicopli, Milano 2003.


    http://www.italianieuropei.net/content/view/678/1/
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  4. #4
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  5. #5
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    Questa è buona!
    De Gaule sul forum dei Conservatori, osannato come un messia, francamente mi mancava.

    Ma come! L'immagine stessa del progressismo europeo... siamo caduti così in basso??
    “Pray as thougheverything depended on God. Work as though everything depended on you.”

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    Questa è buona!
    De Gaule sul forum dei Conservatori, osannato come un messia, francamente mi mancava.

    Ma come! L'immagine stessa del progressismo europeo... siamo caduti così in basso??
    Ma, Ugo...

    ... come ti è venuta in mente una pazzia del genere?
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  7. #7
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    Immagine del progressismo no...
    ... ma per certi versi dell'arroganza francese sì.
    A pelle, non mi è mai piaciuta l'ostentazione della "grandeur" francese.
    Con i mangiarane io non voglio avere nulla a che fare
    Troppo puzza sotto il naso, troppa boria, troppe arie di superiorità ed autosufficienza!
    Scherzi a parte, sicuramente De Gaulle può essere ricordato dai francesi come un eroe nazionale, come un caposaldo della "maggioranza silenziosa" che ebbe ragione per un pò anche sulla cultura post sessantottina (elezioni del '68 stravinte dai gollisti).
    De Gaulle simbolo dell'onore, della resistenza contro l'invasore nazista, alfiere dell'ordine e del sentimento gallicano.
    Su questo non ci sono dubbi. Un pò difficile per me provare simpatia per le decisioni palesemente antiamericane ed anti israeliane (espulsione delle basi americane, fuoriuscita dal comando militare della NATO, con pericolosissimo indebolimento del blocco atlantico di fronte al nemico sovietico).
    De Gaulle tentò di trasformare l'Europa (con egemonia francese) in un blocco "neutrale" (o comunque autonomo) rispetto a quello americano e sovietico.
    Decisioni, dal punto di vista francese, comprensibili...ma antipatiche

  8. #8
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    Predefinito Riferimento: HEROES / Charles de Gaulle

    Citazione Originariamente Scritto da FalcoConservatore Visualizza Messaggio
    Immagine del progressismo no...
    ... ma per certi versi dell'arroganza francese sì.
    A pelle, non mi è mai piaciuta l'ostentazione della "grandeur" francese.
    Con i mangiarane io non voglio avere nulla a che fare
    Troppo puzza sotto il naso, troppa boria, troppe arie di superiorità ed autosufficienza!
    Scherzi a parte, sicuramente De Gaulle può essere ricordato dai francesi come un eroe nazionale, come un caposaldo della "maggioranza silenziosa" che ebbe ragione per un pò anche sulla cultura post sessantottina (elezioni del '68 stravinte dai gollisti).
    De Gaulle simbolo dell'onore, della resistenza contro l'invasore nazista, alfiere dell'ordine e del sentimento gallicano.
    Su questo non ci sono dubbi. Un pò difficile per me provare simpatia per le decisioni palesemente antiamericane ed anti israeliane (espulsione delle basi americane, fuoriuscita dal comando militare della NATO, con pericolosissimo indebolimento del blocco atlantico di fronte al nemico sovietico).
    De Gaulle tentò di trasformare l'Europa (con egemonia francese) in un blocco "neutrale" (o comunque autonomo) rispetto a quello americano e sovietico.
    Decisioni, dal punto di vista francese, comprensibili...ma antipatiche
    Quello che dovrebbe essere chiaro a tutti è che uno dei principi cardine del conservatorismo è l'interesse nazionale.
    De Gaulle fu conservatore, anzi un GRANDISSIMO conservatore perchè identificò la propria politica con il bene della Francia. Logico che sia andato a confliggere con gli USA, che avevano i "loro" interessi da difendere.

    Nella sezione "Heroes" ho pensato di inserire i massimi artefici del conservatorismo internazionale. Questo non significa condividere ogni aspetto della loro azione politica, che oggi può apparire errato o superato. Significa invece mettere insieme un pantheon di figure di riferimento per tutti coloro che a vario titolo si riconoscono nel conservatorismo.

    Ci sarà chi sentirà maggiori affinità con Churchill, chi con Adenauer, chi con De Gaulle. Ma il rispetto e la stima per questi giganti (di centrodestra) del Novecento devono accomunare tutti noi.
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  9. #9
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    Predefinito Riferimento: HEROES / Charles de Gaulle

    Durante il mio viaggio in Francia con la mia famiglia quest'estate, ho visitato anche la tomba di Charles De Gaulle....conservo una copia dell'appello ai francesci...indubbiamente, una grandissima e rispettabilissima figura
    Sto combattendo la Buona Battaglia, sto proseguendo la Corsa, sto tentando di conservare la Fede

    Sono un clandestino nel Regno dei Cieli

 

 

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