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Discussione: Anastasia

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    Predefinito Anastasia

    Anastasia
    di Mollie Hardwick (*)

    Ogni qual volta un membro di una famiglia reale scompare, presumibilmente assassinato, in circostanze misteriose, c'è sempre qualcuno - spesso più di uno - che dichiara di essere lo scomparso. Tuttavia non sono mai state tante le persone, come nel caso dei Romanov, che hanno asserito di appartenere alla famiglia imperiale russa, che si suppone sia stata trucidata dalle guardie bolsceviche nel luglio 1918, dopo la rivoluzione d'ottobre e lo scoppio della guerra civile.

    I Romanov, lo zar Nicola II e la sua famiglia, erano felici e molto uniti e sembravano molto più inglesi che russi quanto all'aspetto e alle abitudini. Nicola, infatti, era il nipote della regina Alessandra, moglie del re Edoardo VII, e assomigliava talmente al cugino, re Giorgio V, che si sarebbero potuti credere gemelli. La zarina Alessandra era la nipote della regina Vitttoria, essendo sua madre la principessa Alice d'Assia. Avevano cinque figli: Olga, Tatiana, Maria, Anastasia e lo zarevič Alessio, un ragazzo di quattordici anni che soffriva di una malattia ereditaria, l'emofilia. La figlia maggiore Olga aveva ventitré anni, la minore, Anastasia, diciassette.


    Nicola II e i figli - Immagine tratta dal sito http://www.teacheroz.com/

    Nell'aprile del 1918, i bolschevichi portarono la famiglia imperiale nella città mineraria di Ekaterinburg, sugli Urali, nella villa di un mercante di nome Ipatiev che era stata trasformata in una prigione. In precedenza, la loro carcerazione era stata poco più che un arresto domiciliare; ma ora si trovavano sottoposti a un trattamento duro e ingiurioso da parte di guardie ubriache che si divertivano a umiliarli. In luglio, queste ultime vennero sostituite dalla Ceka, la
    polizia segreta. Le forze lealiste, al comando dell'ammiraglio Kolčak, si stavano avvicinando rapidamente a Ekaterinenburg e cià significò la condanna a morte dei Romanov.

    La notte del 16, i prigionieri vennero svegliati da Jacob Jurovskij, capo quadra della Ceka, che disse loro di vestirsi e scendere da basso, perché i loro salvatori si stavano avvicinando e dovevano quindi essere portati altrove. Lo seguirono fino a una stanza nel seminterrato, con loro erano anche il medico di famiglia, il valletto dello zar, il cuoco e la cameriera. Là, sotto una grandine di colpi d'arma da fuoco, morirono tutti.


    Immagine tratta dal sito http://worldroots.com/

    Lavorando svelti alla luce delle lanterne, gli uomini della Ceka avvolsero i corpi in lenzuoli e li caricarono su un carro in attesa. Dopo averli portati a un pozzo minerario abbandonato chiamato i "Quattro Fratelli", li smembrarono e li bruciarono in un falò cosparso di benzina; le ossa rimaste vennero dissolte nell'acido solforico e le ceneri e i resti vennero gettati nel pozzo minerario.

    Questi furono i risultati delle ricerche di Nikolas Sokolov, un investigatore al servizio del governo bianco della Siberia, nel gennaio 1919. Le informazioni che aveva ricavato dalle testimonianze erano meno impressionanti delle mute prove trovate nella miniera: centinaia di frammenti e di oggetti, tra cui due fibbile della cintura, una croce di smeraldi, una croce di zaffiri e diamanti, un orecchino di perle che la zarina portava sempre, tre icone, sei paia di corsetti da donna e il piccolo corpo mutilato dello spaniel di Tatiana, Jemmy. Questi macabri ritrovamenti, insieme con la stanza del seminterrato cosparsa di sangue, erano prove sufficienti per essere sicuri che la famiglia imperiale e i domestici fossero stati assassinati.


    La stanza macchiata di sangue in cui lo zar e la famiglia furono trucidati

    Eppure, qualche tempo dopo iniziarono a presentarsi dei sedicenti Romanov, ognuno dei quali dichiarava di essere riuscito a salvarsi dal massacro; saltarono fuori uno o due zar, diversi zarevič, una Tatiana e una Maria... e colei che ha provocato più discussioni di qualsiasi altra: Anastasia.

    C'erano stati non meno di quindici casi di donne che avevano rivendicato di essere la più giovane delle figlie dello zar. Tutti questi casi si sono dimostrati un'impostura, tranne uno in cui la pretendente, meglio nota come Anna Anderson, è stata al centro di una controversia che durò per più di mezzo secolo.

    La storia inizia a Berlino, la sera del 27 febbraio 1920, quando una giovane donna cercò di togliersi la vita buttandosi nel canale Landwehr. Fu salvata da un sergente di polizia e portata all'ospedale. Dall'aspetto sembrava avere circa vent'anni, non aveva documenti di nessun genere e si rifiutava di rispondere a qualsiasi domanda su di lei o sui motivi che la avevano spinta al tentativo di suicidio. Trasferita alla casa di ricovero Dalldorf con "disturbi mentali di carattere depressivo", venne chiamata "Fraülein Unbekannt", la Signorina Sconosciuta. Aveva il corpo ricoperto di cicatricie sembrava terrorizzata da qualsiasi tipo di identificazione, perfino da una fotografia. Gli esami ai raggi-X misero in evidenza che le ossa della mascella superiore avevano subìto un colpo. Parlava il tedesco, con accento straniero.

    (continua)

    (*) L'intervento è tratto dal volume I grandi misteri insoluti, edito da Mondadori nel 1987. Seguiranno, quindi, aggiornamenti.

  2. #2
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    Predefinito

    Mentre le sue condizioni di salute miglioravano, le infermiere restarono impressionate dalla sua intelligenza, cortesia e grazia, tutte qualità di una "signora aristocratica". Qualcuno fu colpito dalla sua somiglianza ai Romanov, ma quando le mostrarono una fotografia della famiglia imperiale, si mostrò angosciata. Nell'autunno del 1921, dichiarò di essere Sua Altezza Reale la Granduchessa Anastasia Nicolaevna.

    Una paziente dello stesso reparto, Clara Peuthert, era sicura di riconoscere in Fraülein Unbekannt una Romanov e, una volta dimessa, informò i fuoriusciti russi di Berlino della sua scoperta. Uno di essi, il barone von Kleist, si convinse della verità di tali dichiarazioni e, nel maggio 1922, prese Fraülein Unbekann sotto la sua protezione. Nell'appartamento al quarto piano di Nettelbeckstrasse 9 la giovane donna divenne il centro dell'attenzione, circondata da un continuo andirivieni di curiosi, adulata, squadrata, tormentata da domande. Alcuni fuoriusciti dissero di aver riconosciuto immediatamente Anastasia, altri affermarono di non ravvisare la minima rassomiglianza.

    Il 22 giugno 1922, il barone von Kleist e sua moglie diedero un ricevimento. Ma l'impegno si dimostrò troppo forte per la loro ospite, che ebbe un collasso nervoso, tanto grave che fu necessario somministrarle della morfina. Sotto l'influenza della droga, il silenzio finalmente si ruppe. In modo sconnesso, per un periodo di alcuni mesi, la ragazza raccontò la sua storia, a frammenti, e a volte addirittura in maniera incontrollata, anche se il barone von Kleist, in un secondo momento, riuscì a dare al racconto una certa parvenza di coerenza.

    Quella sera di luglio, con la sua famiglia, aveva seguito i soldati dell'Armata Rossa nello scantinato di villa Ipatiev. Ricordava i colpi di pistola: suo padre era morto per primo, il corpo di sua sorella Tatiana era caduto su di lei, proteggendola dai proiettili. Poi aveva udito un violento colpo alla testa ed era svenuta. Poi ricordava di essersi ritrovata sdraiata su un carro agricolo, ferita gravemente alla testa e al corpo, in un viaggio durato settimane, forse mesi. Era stata salvata da una famiglia di nome Čajkovskij, in cui si parlava il russo e il polacco. Aleksandr Čajkovskij con molta probabilità apparteneva alle Guardie Rosse di Ekaterinburg, in quanto le aveva detto di aver trovato uno dei corpi - lei stessa - ancora viva e di averla condotta alla fattoria.


    Anastasia Romanov - Immagine tratta dal sito http://worldroots.com/

    Poi l'avevano portata a Bucarest: e questa parte della sua storia venne in seguito confermata dal tenente colonnello Hassenstein, ufficiale di comunicazione di un ponte che alcuni contadini volevano attraversare con un carro; gli fu detto che nel carro c'era la figlia minore dello Zar, Anastasia.

    A Bucarest, dove si fermarono un anno, i Čajkovskij vissero vendendo i gioielli che Anastasia, come le sue sorelle, portava cuciti nei suoi abiti: diamanti, una lunga collana di perle e altre pietre preziose. Nel 1927, dopo che la storia di Anastasia era stata resa nota, un testimone confermò di aver visto portare in gioielleria una preziosissima collana di perle proveniente dalla Russia; la sua descrizione del presunto venditore corrispondeva a quella di Aleksandr Čajkovskij.

    Nel 1919 Anastasia diede a Čajkovskij un figlio, e in seguito lo sposò. Ma poco dopo Aleksandr venne ucciso dai bolscevichi. Il bambino le era stato portato via e lei era partita, eludendo la sorveglianza della polizia e dei soldati, per la Germania, un Paese che aveva visitato da bambina. A Berlino il suo compagno di viaggio, Sergei Čajkovskij, scomparve. Sola, presa dalla disperazione, si era gettata nelle buie acque di un canale.

    Questo è tutto quello che avrebbe raccontato. Il tormento continuo cui era sottoposta la irritava e la deprimeva. Si rifiutava di parlare il russo, lingua che apparentemente collegava con l'orrore di villa Ipatiev. Con i von Kleist era infelice e, dopo l'agosto del 1922, continuò a trasferirsi dalla casa di un fuoriuscito all'altro. Nel gennaio 1924, l'ispettore di polizia Grünberg le offrì ospitalità nella sua casa di campagna a Funkenmühle. Ansioso di conoscere la verità sulla sua identità, Grünberg convinse la principessa Irene di Prussia, sorella della zarina, a incontrarla, sotto falso nome. Se Anna (come veniva adesso chiamata la ragazza) avesse riconosciuto la visitatrice, sarebbe stata una prova in suo favore.


    La donna che asseriva di essere Anastasia,
    fotografata in ospedale a Berlino (1920) -
    Immagine tratta dal sito http://www.romanov-memorial.com/

    Ma l'incontro fu un fallimento. La principessa Irene non rimase persuasa della somiglianza di Anna con sua nipote, e Anna ebbe una crisi isterica; in seguito disse di essere stata offesa e ferita dal fatto che la sorella di sua madre si fosse presentata come un'estranea, allo scopo di ingannarla.

    Scene simili si ripeterono molte volte negli anni a venire. L'orgoglio ostinato di Anna, unito al suo rifiuto di rispondere alle domande e al suo comportamento stravagante, finì col costarle l'appoggio di molti possibili sostenitori. I suoi oppositori vedevano nella sua strana condotta una prova della falsità della sua pretesa identità. Inoltre, il suo rifiuto di parlare il russo deponeva fortemente a suo sfavore, dato che la granduchessa Anastasia era una eccellente poliglotta, che parlava un fluente inglese (la lingua usata dalla famiglia imperiale) e aveva una buona padronanza del francese e del tedesco.

    (continua)

  3. #3
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    Predefinito

    L'imperatrice Maria Fedorovna, madre dello zar, si rifiutò fermamente di credere che suo figlio e la sua famiglia fossero morti a Ekaterinburg.Pensava che fossero ancora tutti vivi, in un luogo nascosto, e che la sedicente Anastasia di Berlino fosse una impostora. E sua figlia, la principessa Olga, condivideva questa opinione. La principessa ereditaria prussiana Cecilia andò a visitare Anna, ma le fu quasi impossibile comunicare con lei. Gli sprazzi di memoria di Anna - la melodia di un valzer, che la zarina era solita cantare in inglese, la faceva sciogliere in lacrime - non potevano controbilanciare il suo rifiuto apparentemente ostinato di cooperare con chi voleva in buona fede identificarla. Dei calchi in gesso e delle fotografie di segni particolari che Anna aveva in comune con Anastasia - cicatrici e un dito del piede deforme - vennero mostrati al granduca Ernst Ludwig d'Assia. Ma questi non ne fu impressionato.

    Il tutore dello zarevič, Pierre Gilliard, che aveva condiviso la prigionia con la famiglia andò a trovare Anna insieme con sua moglie, che era stata la nutrice di Anastasia. La visita fu inconcludente, ma un incontro tra la granduchessa Olga e la sua supposta nipote diede migliori risultati. Tuttavia, la granduchessa, con rammarico, non potè affermare di aver riconosciuto definitivamente Anna, anche se ammise che il caso presentava molti aspetti notevoli.


    Anastasia Romanov - Immagine tratta dal sito http://www.photobucket.com/

    Il resto della vita di Anna fu un avvicendarsi di conferme e smentite, di prove contrastanti e di dispute a proposito della cosiddetta "fortuna dei Romanov", che, nel caso fosse stata rinvenuta, sarebbe dovuta essere divisa tra i parenti dello zar. Nel febbraio 1928 Anna si imbarcè per l'America, dove trascorse qualche tempo insieme con la principessa Xenia di Russia, seconda cugina di Anastasia. Ora si faceva chiamare Mrs Anna Anderson. Ma in seguito l'atteggiamento della principessa verso la sua ospite cambiò; e ancora una volta, la rottura sembra essere stata determinata dal denaro. Nel 1938 ebbe inizio una battaglia legale, destinata a diventare la causa più lunga del mondo, quando Anna chiese la cancellazione della decisione, da parte della corte di Berlino, secondo cui l'intera famiglia imperiale era morta, e che quindi le proprietà dello zar in Germania dovevano passare ai suoi eredi di secondo grado.

    Dopo la seconda guerra mondiale la storia di Anna, che viveva in una baracca militare nella Foresta Nera, divenne di dominio pubblico attraverso libri e film. Nel 1968 la Anderson sposò, in America, un professore di storia, John Manahan. Nel 1970, le udienze, i rinvii e gli appelli della battaglia legale finirono: la Corte Suprema della Germania Occidentale aveva respinto l'istanza di Anna per il riconoscimento, cinquant'anni giusti dopo che era stata tratta, in stato di incoscienza, da un canale di Berlino. Morì nel 1984, all'età di ottantatré anni.

    Forse la cosa più strana riguardo al mistero dell'identità di Anna, storia già abbastanza strana in sé, è che non ci sono prove concrete ed effettive che la famiglia imperiale sia stata trucidata in massa a villa Ipatiev. C'è la probabilità, questo sì, dal momento che, nonostante si siano spesso fatti avanti presunti Romanov scampati all'eccidio, non è mai emersa la certezza che si trattasse davvero di membri della famiglia imperiale. Non si trovarono mai dei testimoni attendibili.

    Solo una persona, un bolscevico fatto prigioniero, firmò sotto tortura una dichiarazione stilata dai Bianchi secondo la quale avrebbe visto i corpi dello zar e della sua famiglia stesi per terra in una pozza di sangue nello scantinato di villa Ipatiev. Poco dopo, il testimone morì di tifo... o probabilmente per torture eccessive. Nella miniera dei "Quattro Fratelli" non furono trovati resti riconoscibili umani: una scatola che si diceva contenesse una parte dei macabri ritrovamenti fece il giro di parenti e investigatori, ma non venne mai esaminata in modo soddisfacente e alla fine sparì senza lasciar traccia, così come fecero due delle tre copie della testimonianza estorta da Sokolov nel 1919. La terza copia, quando saltò fuori, fece sorgere strani dubbi sull'intera indagine, in quanto suggeriva che i risultati avessero delle motivazioni politiche, senza molti riguardi per la volontà effettiva. I russi bianchi avevano bisogno di qualche prova che i Romanov fossero stati massacrati, per diffamare la reputazione dei bolscevichi.


    Anna Anderson fotografata nel 1974 - Immagine tratta dal sito http://worldroots.com/

    A quanto pare, Sokolov non si prese la briga in indagare sulle voci che la granduchessa Anastasia fosse sopravvissuta alla strage. Nel 1938 Franz Svoboda, che nel 1918 era stato un prigioniero di guerra austriaco, dichiarò sotto giuramento che tra i corpi che vennero caricati dopo il massacro, ce n'era uno - di una ragazza - ancora vivo. Lui e un compagno l'avrebbero salvata e portata in una casa nei pressi. E la notizia di questa fuga ebbe una tale divulgazione che la Čeka fece affiggere in tutta Ekaterinburg degli avvisi denunciando che alcuni uomni appartenenti al plotone d'esecuzione si erano comportati insubordinatamente e avevano rapito membri femminili della famiglia, portando via anche gli oggetti preziosi. Questi "oggetti preziosi" erano i gioielli che l'imperatrice e le sue figlie avevano fatto cucire nelle fodere degli abiti. La Čeka fu tanto allarmata da questa notizia da istituire un gruppo di investigatori affinché perquisisse case e treni. Con così tanto fumo, è possibile che ci sia stato senz'altro del fuoco.

    E ora che tante tracce sono scomparse, è improbabile che il mistero di Anna Anderson verrà mai risolto. Sicuramente Anastasia si era aspettata di morire. Dopo la scomparsa della famiglia, nel 1918 a villa Ipatiev, fu rinvenuto un patetico frammento di una lettere di Anastasia indirizzata a un'amica, scritta in inglese. Aveva letto una poesia di Browning su una ragazza chiamata Evelyn Hope. "Morta a sedici anni!" Anastasia così finiva la lettera: "Non dimenticarmi!".

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    Riassumendo…


    Ekaterinenburg, 16 luglio 1918: la strage

    Ore 19:00
    Il comandante Jurovskij ordina alla Guardia rossa di non intervenire se, nel corso della notte, avesse udito degli spari.

    Ore 24:00
    Il comandante Jurovskij ordina di svegliare tutta la famiglia, medico di corte e servitù compresi. Tutti si alzano e si vestono velocemente.

    Ore 01:00
    Undici persone escono dalle proprie camere, al piano superiore della casa. Scendono le scale. Sono calme, nessun presentimento le turba. Nicola II ha il figlio Alessio tra le braccia.
    Tutti entrano in una stanza che si trova in cantina. Alcuni hanno con sé un cuscino, la cameriera ne porta due. Credono di dover essere trasferiti in un’altra casa.
    Ma i revolver sono già stati consegnati da Jurovskij nelle mani di sette lettoni, presenti nella stanza. In tutto sono stati distribuiti undici revolver.
    Il comandante ordina di restare in fila. Poi dice ai Romanov che il comitato esecutivo degli Urali aveva deciso di fucilarli.
    Nicola guarda la sua famiglia.
    Il comandante ordina alla squadra di prepararsi.
    Grida, parole sconnesse: il tempo di capire.
    Viene aperto il fuoco, il tutto dura due o tre minuti. Nicola viene ucciso per primo dallo stesso comandante. Muoiono subito la zarina Alessandra Fedorovna, la figlia Maria, il cameriere, il cuoco, la dama di compagnia.
    Il dottor Boklin, il piccolo Alessio, Tatiana, Olga e Anastasia sono ancora vivi.
    Vengono finiti a colpi di baionetta. Quando tentano di trafiggere una delle ragazze, la baionetta non riesce a perforare il corpetto: è pieno di diamanti cuciti all’interno. La procedura dura altri venti minuti.
    Poi cominciano a portare fuori i cadaveri e li sistemano su un furgone traballante, coperti con teli: il sangue non deve colare.

    Ore 03:00
    Una miniera abbandonata. Qui spogliano completamente Tatiana, Olga e Anastasia. Scuciono i diamanti dai corpetti.
    Chi si azzarderà a rubare verrà fucilato all’istante.

    Ore 05:00
    Albeggia.
    I cadaveri devono essere eliminati. Tagliati a pezzi.
    Acido solforico.
    Benzina: i corpi vengono dati alle fiamme.
    Sono le 07:00 del 16 luglio 1918.



    Berlino, 17 febbraio 1920
    Un poliziotto vede una giovane donna che sta per buttarsi nel canale Landwehr. La salva. La trasporta all'ospedale.
    La donna è priva di documenti e in grave stato confusionale. Ha il corpo coperto di cicatrici.
    Qualcuno rimane colpito dalla sua somiglianza con i Romanov, ma passerà un anno prima che la sconosciuta affermi di essere la granduchessa Anastasia, scampata all’eccidio di Ekaterinenburg. Un neo bruciato sulla spalla, una deformità evidente all’alluce, un dito imperfetto della mano sinistra sembrano confermare.
    Racconta i particolari della sua fuga, ricorda la confusione generale, la paura, il sangue. Ma viene presa per pazza e ricoverata per due anni in un manicomio.
    Va poi a vivere in una baracca, nella Foresta Nera. Si fa chiamare Anna Anderson.
    E inizia un’interminabile battaglia, che coinvolgerà magistrati, Romanov in esilio e testimoni delle ultime vicende alla corte di Russia, perché venga ufficialmente riconosciuto che lei è davvero Anastasia Romanov.
    Alcuni, come il marito, lo storico John Manahan, sposato nel 1969, le credono ciecamente. Altri l’accusano di essere una truffatrice.



    Charlottesville, febbraio1984
    Anna Anderson muore a Charlottesville, in Virginia. Ha 83 anni.



    Mosca, giugno 1989
    Viene reso pubblico il ritrovamento dei corpi dei Romanov, sepolti per oltre settant’anni in un gelido bosco nei pressi di Ekaterinenburg, in una fossa comune. Vengono riesumati nel 1991. Nove scheletri: quattro appartenenti alla servitù dei Romanov, cinque a membri della famiglia imperiale. All’appello mancano due corpi. Spariti nel nulla.

    Con esequie di Stato, alla presenza del presidente Boris Eltsin, i resti della famiglia imperiale vengono sepolti a San Pietroburgo, nella cattedrale di San Pietro e Paolo.



    Nel 1994 il test del DNA sembra escludere una qualsiasi parentela di Anna Anderson con i Romanov. Ma il caso non è chiuso: nonostante tutto, studiosi ed esperti continuano a scavare nella vita della presunta granduchessa, alla ricerca di qualche elemento in grado di risolvere uno dei più grandi misteri della storia contemporanea.

 

 

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