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    Arrow Convegno sul card. Siri il 4 maggio p.v.

    Convegno, giovedì 4 maggio a Genova:

    La vita e le opere del Cardinale Siri nel primo centenario della sua nascita

    Riflessioni e testimonianze per ricordare questo grande pastore della Chiesa di Genova

    La Diocesi di Genova, con la collaborazione ed il patrocinio della Regione Liguria, del Comune di Genova e dell'Autorità Portuale di Genova, ha organizzato un Convegno per ricordare il centenario della nascita del Cardinale Giuseppe Siri avvenuta il 20 maggio 1906.
    Verranno proposte alcune relazione volte ad approfondire la vita e le opere di questo grande pastore della Chiesa di Genova unitamente ad alcune testimonianze di quanti hanno lavorato personalmente al suo fianco per tanti anni.
    Per l'occasione saranno anche presentati i volumi "Il Cardinal Giuseppe Siri. Il Pastore" a cura di don Mardo Doldi edito dalla Libreria Editrice Vaticana e "Genova e «ha Shoà». Salvati dalla Chiesa" di M. Macciò pubblicato dalla Editrice Buona Stampa.
    Il Cittadino. Settimanale Cattolico di Genova pubblicherà un inserto speciale nel numero in distribuzione a partire dal 2 maggio.




    Il convegno si svolgerà giovedì 4 maggio ed avrà il seguente programma:

    Sala del Gran Consiglio di Ore 9.30 - 13.00
    Palazzo Ducale



     Saluto Autorità
     RELAZIONI
    Il pastore della Chiesa Genovese: unità della Chiesa e disciplina dei cattolici Dr. Nicla Buonasorte Il Cardinale Siri e i Papi del suo tempo
    S. E. Card. Tarcisio Bertone Il Cardinale Siri e la società italiana del suo tempo
    Sen. Giulio Andreotti Il Cardinale Siri nel periodo 1943-1945
    On. Carlo Russo

    Ore 15.00 - 17.30
    Sala delle Compere di Palazzo San Giorgio

     Saluto Autorità
     TESTIMONIANZE
     Relazione introduttiva: Il profilo umano e spirituale del Cardinale Siri
    S. E. Mons. Giacomo Barabino, Vescovo emerito di Ventimiglia-Sanremo, già Segretario particolare del Cardinale Siri
     Mons. L. Molinari, Responsabile Cappellani del Lavoro
     Prof G. M. Gazzaniga, Presidente Comitato Scientifico del Galliera
     Mons. F. Anfossi, Direttore Caritas di Genova
     Dr. G. Gavotti, Coordinatore Commissione storica della Chiesa genovese del dopoguerra
     Presentazione dei volumi:
    M. Doldi, Il Cardinal Giuseppe Siri. Il Pastore, Libreria Editrice Vaticana
    M. Macciò, Genova e «ha Shoà». Salvati dalla Chiesa, Editrice Buona Stampa

    Ore 18.00
    Cattedrale di San Lorenzo
     Concelebrazione Eucaristica presieduta da S. E. il Card. Tarcisio Bertone
    Aggiungo anche un link importante che riguarda sempre l'esimio e sommo cardinale: http://www.nonsolotigullio.com/edith...?IDpagina=1925

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    La verità contro la confusione

    17/05/2006

    Il cardinale Giuseppe Siri

    Il 20 maggio del 1906, nasceva in Genova Giuseppe Siri, geniale difensore dell'armonia di fede e ragione e strenuo oppositore al modernismo travestito da ostilità contro la filosofia dei pagani.
    Figlio di un portuale e di una portinaia, «colpa» che l'altezzoso salotto dei progressisti non gli mai perdonato, fin dall'infanzia il futuro principe della Chiesa fu consapevole della vocazione che (secondo il puntuale giudizio di Gianni Baget Bozzo) fece di lui «l'unica e sola figura di livello mondiale che Genova abbia posseduto negli ultimi duecento anni. La sua missione è stata quella di difendere la Chiesa, anzi di difendere la Chiesa da se stessa» (intervista ad Alessandro Massobrio, «Il Giornale», 16 maggio 2006).
    Il teologo Peppino Orlando, che da giovane fu agitato dagli stati d'animo dei contestatori, in età matura ha compreso i motivi dell'opposizione del grande cardinale all'irrazionalismo dei carismatici militanti nella «sinistra cristiana».
    Respingendo le suggestioni «profetiche» diffuse dai Dossetti e dai La Pira, il cardinale Siri affermava, infatti, la necessità di coniugare la teologia con gli argomenti della logica e dell'ontologia: «senza la logica e l'ontologia non si può accedere alla Bibbia, che è il discorso del Logos. Il cardinale mi disse: 'ricordati che dove non c'è logica non può attecchire la Grazia'» (intervista di Alessandro Massobrio a Peppino Orlando, «Il Giornale», 18 aprile 2006).

    Di qui la ferma opposizione alle tesi dei teologi che, nel Vaticano II, contemplavano una svolta radicale, quasi l'inizio dell'era che Gioacchino da Fiore intitolava allo Spirito Santo.
    Durante la fase più acuta della crisi postconciliare, il cardinale Giuseppe Siri pubblicò, nella rivista genovese «Renovatio» un articolo di fondo, che interpretava ironicamente il successo momentaneo della nuova teologia: «la Chiesa cattolica ha vinto le eresie, ma ha ben più difficoltà a vincere le confusioni» («Renovatio», anno X, 1975, fascicolo 2, pagina 140).
    Fondata nel 1966, con il beneplacito di Paolo VI il quale, convinto che fosse prossima una nuova primavera cattolica, non condivideva lo spirito dell'iniziativa, «Renovatio», fin dal primo numero (ottobre-dicembre 1966) fu lo strumento per la diffusione
    del programma anticonformista del cardinale: «garantire ed esplicitare l'oggetto primario della Rivelazione e contrastare le false dottrine che insidiano l'equilibrio spirituale e civile dell'uomo» (articolo di fondo di Siri).
    Come ha sostenuto Gianni Baget Bozzo, il cardinale Siri ha dunque rappresentato la più lucida opposizione al mito del Vaticano II, «al concetto che esso fosse una sorta di reinizio della Chiesa pensata in un quadro diverso dal cattolicesimo» («Panorama», 2 dicembre 1997).

    Baget Bozzo, che, con «alterna fortuna» vuole continuare la battaglia di Siri, accusa apertamente i nuovi teologi che hanno consentito la marginalizzazione del sacro: «chi semina vento raccoglie tempesta. Resa asettica la dimensione del sacro, che esprime la differenza tra Dio e l'uomo, altrettanto è avvenuto nella dimensione del mistico, che manifesta la loro unione. Per questo esiste oggi una mistica senza Dio» («Panorama», 12 marzo 1998).
    Puntualmente, Cornelio Fabro osservava che, nella Chiesa postconciliare, sono legioni coloro che, a imitazione delle scuole nominalistiche del Trecento e del Quattrocento, hanno imboccato con baldanza le vie nuove: «l'attività frenetica dei mezzi
    di comunicazione, l'invasione della società del benessere, l'affievolimento degli interessi speculativi, lo studio diretto dei classici del pensiero contrastato da una valanga di enciclopedie, dizionari e pubblicazioni di facile volgarizzazione e di altrettanto facili illusioni: tutte queste cose hanno non solo stordito il pubblico dei fedeli ma intimorito la stessa autorità, che ha dato l'impressione di non essere sempre in grado di fronteggiare con nuove proposte siffatto cataclisma, tuttora in atto» (confronta «Introduzione a san Tommaso», Ares, Milano, 1997, pagina 286).
    Si affacciano alla memoria le parole di Adriano VI: «la Sacra Scrittura insegna chiaramente che i peccati del popolo hanno la loro origine nei peccato del clero» (confronta Ludovico von Pastor, «Storia dei Papi», volume VI, pagina 87).
    Il cardinale Siri volle che, nella rivista «Renovatio», fosse dedicata una speciale rubrica all'insorgente fenomeno del neognosticismo.
    Secondo l'illuminato difensore dell'ortodossia cattolica, la «sostituzione indegna ed ereticale della Carità o amore alla Legge» costituisce il sintomo più inquietante dello stato confusionale, che pervade gli uomini di cultura cattolica dopo il Concilio Vaticano II («I contenuti», Lettera pastorale, IV, 4; in «Rivista diocesana Genovese», 1971).

    Julio Meinvielle, un autore che il cardinale Siri conosceva molto bene, ha peraltro documentato l'esistenza di una fonte cabalistica dello gnosticismo, cioè «l'idea che non sia stata l'azione di Adamo la causa prima del male, bensì che l'esistenza
    del male sarebbe indipendente dall'uomo e si debba cercare la sua causa nella struttura del mondo, o meglio nel processo stesso della vita di Dio» (confronta «Influssi dello gnosticismo ebraico in ambiente cristiano», Roma, Sacra fraternitas aurigarum in urbe, 1988, pagina 69).
    Nella Chiesa i contestatori sedicenti progressisti diffondono i miti arcaici intorno ad un cristianesimo migliore di quello insegnato da Cristo che condanna il male e i malvagi.
    Senza dubbio «la roccia di Pietro resta e nessuno la scalfisce in se stessa, implicata com'è in un'impresa divina. Ma talvolta gli uomini possono ad altri togliere la visione della roccia... Se accadessero fatti che togliessero a taluni degli uomini la visibilità della roccia nella Chiesa, le conseguenze sarebbero gravi» (Giuseppe Siri, «La roccia», in Renovatio, anno II, 1967, fascicolo I, pagine 183-184).
    Ora il primo dei falsi problemi affrontati e risolti dal cardinale Siri, fu, appunto, l'incontrollata passione ecumenica, abusivamente elevata a locus theologicus, con la conseguenza della subordinazione dei princìpi alle esigenze dei fratelli separati.

    Alla fine del suo drammatico pontificato, lo stesso Paolo VI riconobbe le ragioni di Siri: «le difficoltà per ricomporre una vera fusione unitaria tra le diverse denominazioni cristiane sono tali da paralizzare ogni umana speranza» (Discorso del 19 gennaio 1978).
    Uomo di profonda fede e di splendida carità, Giuseppe Siri aveva visto l'insidia rappresentata dalla separazione (propiziato da influssi neognostici) della vita cristiana dalle verità oggettive, che costituiscono i pilastri della vera mistica.
    L'istinto vandalico degli uomini di Chiesa l'atterriva.
    Nelle sue memorie ricorrono espressioni di profondo disagio.
    Valga ad esempio la nota sull'inizio dell'attacco alla filosofia perenne: «questa mattina 14 novembre 1964 Léger ha dato l'assalto a san Tommaso. ... La contestazione è penosa ed amara. Io soffro di non essere in grado di combattere sugli spalti» (Benny Lai, «Il Papa che non fu eletto», Bari, Laterza, 1993, pagina 400) .
    L'attacco a san Tommaso, infatti, tradiva la dirompenza di una moltitudine di pensieri «convergenti verso una tendenza unica, un monismo ontologico, cioè verso una visione che conduce, coscientemente o incoscientemente, direttamente o indirettamente, ad un concetto d'identità di due 'parti' che non si devono considerare che analoghe» (confronta «Getsemani», Riflessioni sul movimento teologico contemporaneo, edizione a cura della Fraternità della Santa Vergine Maria, Roma, 1980, pagina 22).
    Siri rimase fedele all'insegnamento di Pio XII, illuminato difensore delle «due scienze filosofiche che, per natura loro, sono strettamente collegate con gli insegnamenti della fede, cioè la teodicea e l'etica: i falsi innovatori ritengono che la funzione di queste non sia di dimostrare con certezza qualche verità riguardante Dio o altro ente trascendente, ma piuttosto quello di mostrare quanto siano perfettamente coerenti con le necessità della vita le verità che la fede insegna riguardo a Dio ... Tutte queste affermazioni sono apertamente contrarie ai documenti dei nostri Predecessori» (Humani generis, II).

    Purtroppo il vento del Vaticano II, muoveva gli animi nella direzione opposta a quella indicata da Pio XII.
    Siri lo comprese fin dal dicembre del 1962, quando scrisse nel suo diario: «il Concilio ha rivelato che si va delineando una conduzione vaga della Chiesa e che ci sono rabbie contro la ragione, la teologia e il diritto. Si vede il fine del kerigmatismo, che è spesso quello di eliminare la Tradizione e che in moltissimi prevale la letteratura sulla teologia» (confronta Benny Lai, «Il Papa non eletto», opera citata, pagina 383).
    La Carità, secondo la tradizione cattolica, che Siri difese con virtù eroica, è una Legge: affermando che Dio è Carità, la dottrina indica il Logos della beatitudine increata e l'indefettibilità della perfezione, che appartiene a Dio per essenza.
    Il cardinale Siri sosteneva, pertanto, che la Legge è il raccoglimento dello splendore eterno e indeclinabile nella carità.
    Il disprezzo della legge è sempre coniugato con l'indifferenza religiosa e l'anarchia del pensiero, come confessa candidamente uno dei padri fondatori dell'apostasia della modernità, David Hume: «tutti i riguardi che si hanno per il diritto e la giustizia sono completamente privi di fondamento» (confronta «Saggi sui principii dell'intelletto umano», Bari, Laterza, 1957, pagina 211).

    Separare la Carità dalla Legge, in ultima analisi, significa scomporre la nozione di Dio, introdurre l'assurda gnosi della divina impotenza, per abbandonarsi alla deriva dell'emozione disperata, alle correnti del pensiero doppio, che predica la Bontà, negando l'Onnipotenza divina.
    La baraonda dei teologi per la morte di Dio, in ultima analisi, si riassume nella liturgia dello sdoppiamento: il dio dell'amore senza legge pone l'esigenza d'inventare il dio della legge senza amore, il demiurgo malvagio.
    Gli uggiosi e torrentizi discorsi dei predicatori televisivi, che «parlano piuttosto di consumismo che di nichilismo», contribuiscono alla confusione, riducendo il cristianesimo alla guerra del pneuma contro la materia, guerra dichiarata da quella suggestione neognostica, che Siri aveva denunciato fin dagli anni cinquanta.
    Di qui l'incapacità a comprendere la natura della legge divina partecipata alle creature: nel 1983, quando Siri dichiarò che l'Aids era la conseguenza di un diffuso disordine la banda dei teologi gridò allo scandalo.
    Dopo un decennio di meditazioni devianti, fu trovato (nella gnosi catara) il solo argomento atto a confutare il detestabile legalismo di Siri: «il suicidio sessuale è l'ultima forma possibile di carità» (Sergio Quinzio, nel Corriere della Sera, 13 dicembre 1993).

    In questa prospettiva, l'annientamento del corpo, opera del demiurgo, è il fine della vita religiosa.
    La forza della legge si rovescia nella passione dell'autodistruttore.
    La festosa accoglienza, che l'effervescenza ecumenica dei preti d'avanguardia riserva agli autori neocristiani, ai teorici della carità senza legge, è il sintomo dell'anarchia s-pensante, che si è diffusa grazie all'abbassamento delle difese immunitarie dell'intelligenza cattolica .
    Il caso di Massimo Cacciari, il didimo di Quinzio, incaricato d'insegnare la teologia cattolica da una fra le più prestigiose cattedre della cristianità, trascina la passione ecumenica negli ambulacri dell'umorismo oggettivo.
    Cacciari, infatti, è un a-teologo formato alla scuola del comunismo irrazionale e catastrofico.
    Come ha dimostrato un illustre discepolo di Michele Federico Sciacca, Pier Paolo Ottonello, egli deve la sua autorità accademica alla divulgazione del «Cristo di Nietzsche, superuomo tragico, assolutamente anticristiano» (confronta «Studi cattolici», febbraio 1997).
    Il pensiero di Cacciari oltrepassa il panteismo nascosto nelle nuove teologie e si riduce al giro della blasfemia intorno all'icona dell'oltreuomo.
    La riflessione cacciariana, infatti, ha per oggetto un Cristo riformato dal pensiero debole ed abbassato allo scenario della carità divina sconfitta.
    Crepita la ripetizione dell'elegante bestemmia di Quinzio: «Resurrezione? Nessuna [icona] mai fu più lontana dai colori della gloria... [Cristo] è perfettamente solo con i dormienti, con coloro che non credono e non vedono e non ascoltano. E tuttavia appare, fa dono di sé, dono perfettamente gratuito e inutile. Fa ritorno per mostrarsi ai ciechi» (confronta Massimo Cacciari, «L'Arcipelago», Adelphi, Milano, 1997, pagina 154; Sergio Quinzio, confronta «La sconfitta di Dio», Milano, Adelphi, 1992, pagina 37, aveva preceduto Cacciari, definendo la Resurrezione di Cristo «macchia cadaverica e promessa che muove al riso»).

    La dottrina insegnata dalle cattedre neocristiane si riduce, infine, a questo sofisma: poiché il bene è separato dal potere della legge, e il dio buono lotta contro il dio potente, l'azione di Cristo è un sacrificio inutile.
    Il fondamentale principio di Sartre - l'uomo è una passione inutile - è tratto dalla nuova teologia alle conseguenze estreme: anche «dio» è una passione inutile.
    Naturalmente l'icona del maestro inutile, circondato dai ciechi, si adatta a perfezione a Cacciari, tripudiante tra gli ecclesiastici, che, per promuoverlo, imitano e tre scimmie di Benares: non leggono, non ascoltano, non riflettono.
    Cacciari è l'emblema dell'eresia franosa, che incombe sulla disinformazione dei cattolici.
    Incensato quale protagonista del cammino dell'ideologia moderna verso la fede, dimostra, invece, che l'ateismo laico è caduto nella fossa dei serpenti «religiosi», dove si agita il logos multiplo, compiuto rovesciamento del Prologo al Vangelo secondo Giovanni.
    Assembramento babelico, la teologia cacciariana, celebra lo sdoppiamento della ragione: «l'uomo è molti, l'uomo ospita in sé innumerevoli doppi ... fino a quello che tutti in qualche modo abbraccia: amico-nemico» («L'arcipelago», opera citata pagina 32).

    In modo paradossale e inconsapevole la teologia di Cacciari riabilita il pensiero di Stalin, secondo il quale la lotta di classe, la guerra amico-nemico, doveva prolungarsi nel processo ai dissidenti, e durare in eterno.
    Così l'eresia gnostica rinasce intorno all'idea della redenzione impossibile, della guerra perpetua e del sacrificio disperato.
    L'estraneità di Cacciari al concetto cristiano di persona, che Romano Guardini, un autore molto stimato dal cardinale Siri, opponeva alla mistica totalitaria, è evidente a chiunque, fuorché ai nuovi teologi.
    Romano Guardini affermava risolutamente che «essere persona significa anzitutto autoappartenenza nel numerico: sono Uno, sono solo Uno; non posso essere raddoppiato. ... L'uomo è persona per essenza» (confronta «Natura, Cultura, Cristianesimo», Morcelliana, Brescia, 1983, pagina 13).
    Naturalmente lo scisma mentale si estende a tutto il pensiero comunitario.
    L'uomo singolo consiste in una radunata di doppi belligeranti: pertanto la società a misura d'uomo, l'ecclesia neocristiana, deve farsi teatro di guerre continue. L'ospitalità offerta all'immigrato - il doppio esteriore - si perfeziona nella dinamica del conflitto, «come il tremendo divenire della lingua insegna, nulla assicura che hostis possa non trasformarsi in inimicus - nessuna persuasione potrà decretare che i nostri doppi non possano mai esplodere in aperta guerra civile» (ibidem).
    Chi non accetta questo punto di vista è infamato.
    Atti estremi della carità senza legge sono infine la riabilitazione della malattia mentale (la linea che procede da Basaglia e, attraverso Jung, approda a Galimberti) e la canonizzazione della guerra etnicistica.
    I dogmi dell'universalismo paroliberiere, in ultima analisi.
    Se fosse necessario dimostrare che la Carità, separata dalla Legge, mette capo al delirio, Cacciari sarebbe un Padre della Chiesa.
    Di fatto lo è quasi.
    Appare evidente che egli offre all'ammirazione dei nuovi teologi i fondamentali prodotti della chimica postcomunista: la mente bicamerale (o politeista) la guerra teologica tra i due emisferi divini - la Carità e la Legge, e la distruzione rituale. L'eucarestia rovesciata negli effetti della pasticca che libera la mente.

    La cultura della trasgressione nella parrocchia disastrata e nei centri sociali, è dunque ultimata dall'estasi religiosa dei lottatori continui.
    La carità & la santa guerra, la dis-unione ipostatica della realtà.
    La confusione profeticamente annunciata da Romano Guardini: «la moderna psicologia e psicotecnica penetrano profondamente e duramente in tutto ciò che è puramente psicologico ... la sfera del pubblico si estende tanto rapidamente all'interno che l'uomo moderno starà presto in strada, con tutta l'estrema spaventosità del significato della parola» («Natura, Cultura, Cristianesimo», opera citata pagina 12).
    Giuseppe Siri vide il pericolo del potere instaurato sul fondamento della superba stupidità, e non esitò a denunciare il pericolo.
    Nel maggio del 1962 formulò infatti una tesi fino ad allora inaudita: il pensiero moderno è contagiato dall'insana passione del vuoto e sta inabissandosi nelle forme dell'odio contro la vita e la materia creata.
    In opposizione alla nuova tendenza del moderno, l'illustre presule rivendicava il realismo cristiano, vantandone la conformità «all'evidenza immediata attraverso i sensi» e il rifiuto di «elucubrare a partire da una quota più alta della terra».
    La pastorale passò sotto l'ovvio silenzio della cultura laica e di quella cattolica, incapace di vedere la svolta in atto.

    Dichiarare la tendenza immaterialistica della filosofia moderna, quando il materialismo ateo trionfava ovunque, costituiva un messaggio indecifrabile.
    Nel tripudio del materialismo scientifico, gli sparuti cattolici, rimasti fedeli all'antimoderno cercavano sollievo nella vertigine spiritualista di Simone Weil, Cristina Campo ed Elémire Zolla, autori ritenuti tradizionali e perciò caldamente raccomandati dalla rivista dell'università cattolica, «Vita e pensiero» (al riguardo confronta la postilla di Gianni Baget Bozzo, «Le potenze di Zolla», in «Renovatio», anno IV, numero 2, aprile-giugno 1969, pagine 356 e seguenti).
    Si deve all'intuizione di Siri la scoperta della svolta in atto nella filosofia e nella politica rivoluzionaria dopo l'alluvione heideggeriana e postmoderna.
    Il cardinale Siri fece qualcosa di ancor più empio: non si lasciò sfuggire nessuna occasione per esercitare il suo temibile umorismo nei confronti del potere narcisistico. Intorno a lui le milizie del giornalismo servile e del salotto schiumavano.
    Siri non leggeva i giornali e scansava i salotti «intelligenti» (quelli che lo disprezzavano quale «figlio della portinaia»).
    Ma le sue parole facevano svanire il servilismo dei giornali e l'albagia dei salotti.
    Non reagiva, non protestava, non si lagnava.
    Di un illustre personaggio della Genova bene, che lo denigrava barbaramente, si limitò a dire: «nessuno indossa il frac meglio di lui».
    Contro Siri si costituì allora l'elegante partito della sinistra in frac.
    Della lucida intrepidezza del cardinale Siri fanno testo le pubblicazioni anticonformiste da lui scritte o ispirate: gli articoli duramente critici nei confronti di Basaglia, su «Renovatio», l'attacco di Cornelio Fabro alla trappola del compromesso storico nelle edizioni Quadrivium, la sua ricostruzione del 25 aprile, nella rivista diocesana.

    Ai comunisti che continuamente ringhiavano verso di lui, rispose narrando la vera storia della loro impresa più prestigiosa: lo sbaragliamento, da parte dei partigiani genovesi, di tremila tedeschi, ai quali sarebbero stati tolti automezzi blindati, mortai, mitragliatrici pesanti e leggere, fucili.
    Siri coprì di ridicolo i comunisti, che avrebbero dovuto ricevere l'atto di resa già firmato dai tedeschi, ma si occultavano nella paura blu.
    Fin dall'estate del 1944 Giuseppe Siri aveva convinto il comandante della piazza tedesca di Genova a non continuare la guerra ad oltranza e ad arrendersi, al momento in cui fosse assolutamente chiara la sconfitta della Germania e riconosciuta l'inutilità di altri spargimenti di sangue.
    Il 23 aprile «alle tre del pomeriggio, il console von Etzdort chiamò con urgenza il vescovo ausiliare ... e gli mostrò un telegramma dell'ambasciatore tedesco presso la RSI, Rudolf Rahn, che ordinava: consegnate Genova al vescovo Siri».
    Di conseguenza Siri tentò di comunicare con il CLN, ma «impiegai più tempo per trovare i responsabili e persuaderli a fare uscire i tedeschi dal porto con l'onore delle armi che a convincere quest'ultimi a non dar fuoco alle mine. Insieme con il porto sarebbe saltata anche la parte bassa della città vecchia. Una distruzione che avrebbe fatto di Genova una nuova Troia» (confronta Giuseppe Siri, «Memoria delle vicende genovesi 1944-1945», Genova, Rivista diocesana, maggio-giugno 1975).

    Diede poi un resoconto realistico della celebre battaglia di Genova: «non si trattò affatto di una battaglia. La piazza era completamente deserta.Un numero che non mi parve forte di persone alle finestre aprì il fuoco sulla colonna germanica. La risposta fu rabbiosa e terribile, direi all'impazzata. Io mi salvai dietro un portone, altrimenti sarei stato finito. Qui accadde un episodio dei più tristi. Comparve, armato di un fucile, un giovane aitante, quasi imberbe. Io gli urlai di non avanzare che lo avrebbero ammazzato senza scopo. Lui non badò a quel che dicevo e venne avanti: una raffica lo prese e gli squarciò il ventre... Corsi all'astanteria, venni con una lettiga e due coraggiosi barellieri e caricammo il giovane. Durante il tragitto il poveretto spirò. Gli chiusi gli occhi e ritornai a vedere cosa succedeva: era già finito tutto» (ibidem).
    Siri amava ricordare il detto paolino «passa la figura di questo mondo», una verità che il mondo non ha mai tollerato.
    Il tribunale mondano infligge condanne inappellabili a coloro che intendono lo spirito della legge.
    Per vendicarsi, progressisti di salotto e di sacrestia diffusero l'immagine di un uomo superbo e sfarzoso.
    Falsa l'immagine di Siri sfarzoso: quando Giovanni Paolo II si recò in visita a Genova e fu necessario adattare gli appartamenti della curia, gli arredatori rimasero letteralmente atterriti dalla povertà che circondava il cardinale.
    Assurda la leggenda intorno all'uomo superbo: il suo confessore, il cappuccino padre Candido sta pubblicando, per i tipi della genovese Ecig, una testimonianza intitolata «I fioretti del cardinale», che dimostra quanto il cardinale fosse umile e caritatevole.
    Il mondo dei vecchi stalinisti e dei maoisti affranti è passato.
    Quello libertino sta consumandosi nell'Aids, come Siri aveva predetto.
    I giornali pornografici tentano di nasconderlo, ma Dio sa ugualmente che il progressismo è tramontato nel grottesco anche per merito di Siri.

    Piero Vassallo

    FONTE

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    Grazie Augustinus. Se nn ci fossi, bisognerebbe invertarti

    E grazie all'Onnipotente per quell'eccezionale uomo di Chiesa che è stato il card. Siri.


    "Siriano" for ever


  6. #6
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    Lightbulb Il sen. Andreotti ricorda il card. Siri

    UN RICORDO DI SIRI, ARCIVESCOVO DI GENOVA

    Difensore della Tradizione e dei diritti degli operai

    Il nostro direttore ha tenuto a Genova, il 4 maggio 2006, una delle relazioni nella giornata dedicata ai cento anni dalla nascita del cardinale Giuseppe Siri. Ne pubblichiamo il testo

    di Giulio Andreotti

    30Giorni Aprile 2006

    Ringrazio il cardinal Bertone per l’invito, molto gratificante, a partecipare a questo solenne ricordo centenario di una stupenda figura di italiano e di pastore.
    La mia memoria va spontaneamente al lontano 1938, quando il Congresso nazionale della Fuci ci fece conoscere la straordinaria qualità di sacerdoti che aveva Genova, oltre i nostri assistenti don Costa e don Guano.
    Nella chiesa dell’Immacolata a Passo Assarotti don Giacomo Lercaro ci conquistò con una meditazione sull’eguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio (tema polemicamente attuale perché vi era stato il preannuncio delle leggi razziali); don Cavalleri affascinava con il suo modello di apostolato liturgico; don Pelloux, uomo di alto livello scientifico, confutava il contrasto tra scienza e fede, dimostrandone anzi in modo brillante la complementarità.
    Don Giuseppe Siri colpiva per la profondità della sua meditazione unita a una forma estremamente piana e divulgativa. Avrei iniziato presto ad apprezzarlo sempre di più andando a Camaldoli al suo corso di divulgazione teologica.
    La dolorosa divisione dell’Italia, legata alle vicende della guerra e dell’occupazione tedesca, obbligò a una parentesi in questo contatto con don Siri, che nel frattempo era stato nominato vescovo ausiliare del cardinale Boetto. Le vicende della nazione avevano portato alcuni di noi dirigenti fucini a militare nella lotta politica e, senza mai invasione dei campi, Moro, io stesso e altri (specialmente Paolo Emilio Taviani e Carlo Russo) avemmo un contatto di nuovo tipo con monsignor Siri, che pochi giorni prima del 2 giugno 1946 era stato chiamato a dirigere la Chiesa genovese. Ai lavori dell’Assemblea costituente prestò grande attenzione; in modo particolare (ma non esclusivamente) al tema dei rapporti tra Stato e Chiesa.
    Nel 1953 Pio XII lo nominò cardinale dandogli il titolo della chiesa di Santa Maria della Vittoria all’esterno della quale vi è la statua di santa Teresa del Bambino Gesù con la scritta: «Largius hinc super urbem sparge Theresa rosas». Con sconcertante superficialità i mezzi di informazione erano abituati – oggi un po’ meno – a definire vescovi e cardinali “progressisti” o “conservatori”. Ricordo il fastidio che dimostrava al riguardo il cardinale Spellman, presentato come prototipo dei non innovatori. All’indomani di un Natale, nel quale, nella stessa giornata, aveva celebrato come ordinario militare presso le truppe sia in patria che in Viet Nam, mi disse, con una punta di ironia, che molti suoi colleghi “progressisti” si erano concessi per il Natale una giornata di assoluto riposo.
    Certamente se conservatore vuol dire geloso difensore della tradizione della Chiesa Siri lo è stato in modo intransigente. In particolare reagiva con fermezza alle teorie invocanti una direzione collegiale della Chiesa stessa. In modo meno marcato si differenziò dal concittadino Lercaro sulle riforme liturgiche, in verità ritenute talora troppo semplicizzanti.
    Non si può dimenticare, del resto, che a evitare interpretazioni errate (spesso si confondevano espressioni di singoli “periti conciliari” come fossero proposizioni approvate) il cardinale Siri dette vita ad una rivista teologica intitolata Renovatio.

    Sul piano politico la sua ferma opposizione ai comunisti e ai loro alleati lo portò a una diffidente cautela verso ogni forma di apertura. E quando Moro chiese ai vescovi italiani il loro avviso, la risposta del cardinale Siri fu molto precisa.
    La contrarietà alle posizioni dell’estrema sinistra e l’apprezzamento per l’orientamento politico centrista (non dovrebbe mai dimenticarsi che la moderazione è una virtù) non volevano affatto dire propensione alla conservazione sociale. Del resto, nella preparazione della decisiva battaglia politica del 1948, De Gasperi si era sentito molto incoraggiato dall’appoggio che monsignor Siri dava ai programmi di riforma agraria e di sviluppo del Mezzogiorno d’Italia.
    Tra le “carte Siri” che io conservo ho trovato un articolo dell’Espresso del 22 marzo 1987 a firma Giampaolo Pansa dal titolo: Col 113 di Siri Dio salva il porto. Si narra l’intervento decisivo del cardinale in una delicata vicenda riguardante appunto il vostro porto, che è così importante non solo per la città. Leggo una citazione di Siri riportata in questo articolo di Pansa: «L’Italsider doveva essere rasa al suolo. Il cantiere di Sestri doveva sparire. E ora tutto è salvo. Mi sono battuto per questo. Ho mandato addirittura tre messaggi. So che Prodi rimase colpito. Gli dissi che aveva ragione nelle sue scelte, ma a me importava che quelle fabbriche non fossero chiuse».

    A testimonianza del suo continuo interessamento alle sorti di Genova posso leggere anche una sua lettera autografa indirizzata a me come ministro dell’Industria il 24 maggio 1967: «Sono in vera ansietà per la mia città che ha subito e subirà amputazioni e dove crescono i disoccupati. È questo il solo motivo per il quale oso scrivere e scrivere con fiducia. Apprendo stamane che venerdì 26 c.m. si radunerà la Commissione per la Disciplina petrolifera e che probabilmente darà il via a nuovi impianti. Ho convocato il dottor Garrone per schiarimenti relativi alla incidenza negativa sugli impianti qui esistenti e che rappresentano un elemento grande della economia genovese. Dallo stesso dottor Garrone ho così appreso che la concessione di nuovi stabilimenti recherebbe danno. Egli ritiene che la sua azienda verrebbe ad essere pregiudicata nelle sue attività e la sua espansione verrebbe ad essere definitivamente compromessa. Eccellenza! Le raccomando Genova. Voglia nella sua benevolenza accogliere e considerare il mio intervento: voglia considerare quanto sarà necessario impedire qui un aumento di malessere. E mi scusi: scrivo solo – ripeto – per il mio dovere di vescovo».


    Per connessione di materia citerò un’altra lettera autografa ricevuta dal cardinale Siri a commento di un mio intervento al Congresso nazionale della Democrazia cristiana di cui gli avevo fatto avere copia: «Grazie per il testo autentico del suo discorso al Congresso. Mi è stato utile perché non frastornato dai commenti interessati. È un discorso chiaro, onesto e che mira lontano. È difficile, quando si mira lontano, aver tutti i consensi, ma è doveroso per chi ha responsabilità mirare lontano. Ora sono in grado di sapere che molti commenti e molte interpretazioni hanno deviato la verità. La prego di non mettersi tra i “vecchietti”, perché credo che ella non appartenga a quella – sia pure onorabile – categoria. Dio le doni una santa Pasqua, serena e luminosa».
    Fin qui la lettera. Del resto, nel suo impegnativo incarico di assistenza spirituale alla Confederazione italiana dirigenti d’azienda, ebbe modo di illustrare e di approfondire le spinte alla concordia sociale che devono produrre sempre di più l’elevazione degli umili e la serenità della convivenza.
    Parlare di cooperazione tra le classi e di solidarietà non era di moda, ma il cardinale Siri non si è mai piegato alle mode; era eloquente il suo frequente memento del «serva ordinem et ordo servabit te».
    Su questa linea presiedette anche la Conferenza episcopale italiana che, quando lasciò, in carenza di un adeguato successore, fu guidata congiuntamente da tre cardinali. Nella lettera pastorale del 1962 aveva affermato che: «I rapporti tra la Chiesa e i fedeli sono stati determinati dallo stesso Divin Fondatore in modo chiaro e definitivo».
    Vi sono in questa lettera pastorale, intitolata Ortodossia: Chiesa-Fedeli-Mondo, enunciazioni molto precise sul rapporto con la politica: «L’azione in campo civico (se si vuole: politico) in quanto tale, per sé, non è di competenza ecclesiastica. Da questo principio si possono trarre tutte le ovvie e legittime conseguenze, a patto che si contemperino coi principi egualmente veri che seguono.
    L’azione in campo civico non può prevalere né sulla verità, né sulla legge morale.
    L’azione in campo civico ha sempre un aspetto che pone un collegamento chiaro col Magistero ecclesiastico. Si tratta dell’aspetto morale anzitutto: su questo aspetto e cioè sulla conformità o meno di una azione politica rispetto alla legge divina, è competente a giudicare la Chiesa e il suo giudizio vincola la coscienza dei fedeli se viene dato in forma sufficiente e conveniente a creare il vincolo. Si tratta poi dell’aspetto ideologico, di quello cioè in cui un’azione politica o diviene accettazione di una determinata dottrina o diviene appoggio diretto o indiretto alla medesima. In tal caso può accadere che non sia più salva la posizione mentale di cattolici rispetto alla scarsa dottrina della Chiesa e anche per questo caso il Magistero della Chiesa può esprimere il suo giudizio nel campo dottrinale o di sua competenza.


    C’è finalmente o può esserci nel fatto politico un terzo aspetto del tutto concreto e pratico ed è il collegamento tra il medesimo e certi o probabili danni della religione e della Chiesa. Questa ha il diritto di difendersi e ha il diritto di indicare ai suoi figli quello che ritiene pericoloso. I suoi figli non possono negarle né il diritto, né la capacità di giudicare delle azioni o delle conseguenze di azioni ai suoi danni.
    Gli atti della Chiesa, nella sua competenza, hanno valore per la coscienza di tutti e singoli i fedeli e possono spingere tale valore fino a creare la obbligazione di coscienza».
    Torno per un momento su un tema già toccato. Il tempo che è passato mi autorizza anche a parlare di una lettera del cardinal Siri (come presidente della Cei) a Moro sotto la data del 18 febbraio 1961. Io ne ricevetti cinque giorni più tardi una copia, inviatami dal cardinal Pizzardo: «Egregio onorevole» scriveva Siri a Moro, «nel momento in cui si ha motivo di credere che equivoci ed errate interpretazioni stiano oscurando la verità, ho il dovere di richiamare alla di lei attenzione quanto segue:
    l’atteggiamento della Chiesa nel giudicare i comunisti e coloro i quali li sostengono o sono con loro associati, non è affatto mutato;
    la “linea” di portare assolutamente i cattolici a collaborare con i socialisti, prima che da questi siano ottenute vere e sicure garanzie di indipendenza dai comunisti e di rispetto a quanto noi dobbiamo rispettare, non può assolutamente essere condivisa dai vescovi.
    Questo è accaduto, il modo e la forma nella quale è accaduto fa profondamente temere per l’avvenire.
    In nome di Dio la prego di riflettere bene sulla sua responsabilità e sulle conseguenze di quanto si sta compiendo».



    L’anno 1978 è stato straordinario nella storia della Chiesa. Paolo VI, succeduto a Giovanni XXIII, aveva guidato sapientemente la prosecuzione e la conclusione del Concilio. Dal conclave fu eletto il patriarca di Venezia Albino Luciani, figura eminentemente pastorale ma purtroppo non in buone condizioni fisiche (ricordo il suo volto pallido e molto teso il giorno della presa di possesso a San Giovanni in Laterano; ma certamente nessuno pensava a un pontificato di poche settimane).
    Il cardinale Siri celebrò il secondo dei Novendiali e tenne una significativa omelia: «Giovanni Paolo I» disse «ha aperto un’epoca. Nella semplicità ha ripreso il necessario discorso della fermezza sulla dottrina cattolica, sulla disciplina ecclesiastica, sulla spiritualità. Il popolo l’ha capito e l’ha amato».


    Per quel che valgono le previsioni, alla vigilia del nuovo conclave si concentravano questa volta nel binomio Siri-Benelli, accreditandosi al secondo una tendenza ritenuta più progressista, oltre alla duplice esperienza diplomatico-curiale e di governo di una importante diocesi come Firenze. Per Siri sembravano prevalenti la cultura teologica e la lunghissima guida dell’arcivescovado genovese.
    Due interviste del cardinale Siri ebbero nei giorni che precedettero il conclave forte risonanza. La prima, uscita il 2 ottobre, lo fece improvvisamente catalogare come progressista, per frasi come queste: «Il mondo cambia. Mao ha svegliato la Cina che dormiva da tremila anni: la Chiesa non può restare immobile». La seconda intervista è del 14 ottobre e metteva l’accento sulla sua contrarietà alla collegialità nella guida della Chiesa («Dio non l’ha prevista»). Fu anche spiritoso. Alla domanda su cosa pensava di una possibile scelta di un cardinale che avesse alle spalle solo esperienza curiale, rispose: «Crede che questo, anche se lo pensassi, lo verrei a dire a lei?».
    In un libro dell’onorevole Natta, già segretario del Partito comunista, edito dalle Edizioni Paoline (I tre tempi del presente), si parla di un incontro che lo stesso Natta ed Enrico Berlinguer ebbero con me in quei giorni. Si dice che io ero tanto sicuro della scelta di Siri che avrei cercato di rassicurarli, dicendo che non era il reazionario di cui si parlava ma un conservatore certamente di grande livello e di grande cultura. Io non ricordo questo incontro, ma ero convinto della scelta di Siri, del quale i cosiddetti esperti già indicavano il nome: Gregorio XVII.
    Sull’andamento dei conclavi vige l’obbligo del segreto. Questo non impedì all’arcivescovo del Guatemala Mario Casariego, che fu in casa mia nei giorni successivi, di dirmi che il testa a testa Siri-Benelli indusse alla scelta del “terzo uomo”.
    La circostanza che poche settimane prima gli stessi cardinali avessero scelto un italiano rimosse il timore di vedere sottolineata la scelta polacca, come se fosse ostile all’Italia.





    In seguito incontrai più volte il cardinale Siri all’Istituto Ravasco dove alloggiava in Roma, ma nulla disse mai sulla scelta dei cardinali. Sorridendo invece mi disse una volta che la proroga della sua permanenza in diocesi ben oltre il limite dei settantacinque anni in pratica dimostrava il termine non rigido. Aveva presentato regolarmente alla scadenza la lettera di dimissioni, senza mai sollecitare l’accoglimento.
    I diciassette anni trascorsi dalla sua morte non hanno davvero fatto dimenticare il vostro e nostro cardinale. Nei giorni scorsi, dovendo parlare su Pio XII in una giornata dedicata a far giustizia anche sull’effettivo e coraggioso impegno a difesa degli ebrei, sono andato a rileggermi la bellissima commemorazione che del papa Pacelli fece il cardinale Siri in una sintesi perfetta di storia e di altissime valutazioni.
    È un profilo che accredita una grande linea alla quale le nostre generazioni sono state formate. Bisogna voler bene al papa e non a un papa. Così e semplicemente. Profonda è l’affettuosa e motivata memoria che noi abbiamo per il cardinale Siri meditando sulla sua più che incisiva personalità con un affetto e una ammirazione che non sarebbero maggiori se nei quattro conclavi cui prese parte diversa fosse stata la scelta dello Spirito Santo.




    Vst il blog: http://vandeano2005.splinder.com/


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    Certuni, hanno inteso calunniare questo insigne principe e Vescovo della Chiesa (v. QUI). Ma le loro stesse fonti attestano e testimoniano il contrario di quanto sostengono. Solo calunnie. Ecco gli EMPI laicisti quello di cui sono capaci. Preghiamo Dio per queste anime prave, che calunniano la Chiesa. In fondo in tutto ciò vi è la logica del Vangelo: "Hanno perseguitato e calunniato me, perseguiteranno e calunnieranno anche voi".

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    Predefinito Un Ricordo Di Siri, Arcivescovo Di Genova

    Difensore della Tradizione e dei diritti degli operai

    Il nostro direttore ha tenuto a Genova, il 4 maggio 2006, una delle relazioni nella giornata dedicata ai cento anni dalla nascita del cardinale Giuseppe Siri. Ne pubblichiamo il testo

    di Giulio Andreotti


    Ringrazio il cardinal Bertone per l’invito, molto gratificante, a partecipare a questo solenne ricordo centenario di una stupenda figura di italiano e di pastore.
    La mia memoria va spontaneamente al lontano 1938, quando il Congresso nazionale della Fuci ci fece conoscere la straordinaria qualità di sacerdoti che aveva Genova, oltre i nostri assistenti don Costa e don Guano.
    Nella chiesa dell’Immacolata a Passo Assarotti don Giacomo Lercaro ci conquistò con una meditazione sull’eguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio (tema polemicamente attuale perché vi era stato il preannuncio delle leggi razziali); don Cavalleri affascinava con il suo modello di apostolato liturgico; don Pelloux, uomo di alto livello scientifico, confutava il contrasto tra scienza e fede, dimostrandone anzi in modo brillante la complementarità.
    Don Giuseppe Siri colpiva per la profondità della sua meditazione unita a una forma estremamente piana e divulgativa. Avrei iniziato presto ad apprezzarlo sempre di più andando a Camaldoli al suo corso di divulgazione teologica.
    La dolorosa divisione dell’Italia, legata alle vicende della guerra e dell’occupazione tedesca, obbligò a una parentesi in questo contatto con don Siri, che nel frattempo era stato nominato vescovo ausiliare del cardinale Boetto. Le vicende della nazione avevano portato alcuni di noi dirigenti fucini a militare nella lotta politica e, senza mai invasione dei campi, Moro, io stesso e altri (specialmente Paolo Emilio Taviani e Carlo Russo) avemmo un contatto di nuovo tipo con monsignor Siri, che pochi giorni prima del 2 giugno 1946 era stato chiamato a dirigere la Chiesa genovese. Ai lavori dell’Assemblea costituente prestò grande attenzione; in modo particolare (ma non esclusivamente) al tema dei rapporti tra Stato e Chiesa.
    Nel 1953 Pio XII lo nominò cardinale dandogli il titolo della chiesa di Santa Maria della Vittoria all’esterno della quale vi è la statua di santa Teresa del Bambino Gesù con la scritta: «Largius hinc super urbem sparge Theresa rosas». Con sconcertante superficialità i mezzi di informazione erano abituati – oggi un po’ meno – a definire vescovi e cardinali “progressisti” o “conservatori”. Ricordo il fastidio che dimostrava al riguardo il cardinale Spellman, presentato come prototipo dei non innovatori. All’indomani di un Natale, nel quale, nella stessa giornata, aveva celebrato come ordinario militare presso le truppe sia in patria che in Viet Nam, mi disse, con una punta di ironia, che molti suoi colleghi “progressisti” si erano concessi per il Natale una giornata di assoluto riposo.
    Certamente se conservatore vuol dire geloso difensore della tradizione della Chiesa Siri lo è stato in modo intransigente. In particolare reagiva con fermezza alle teorie invocanti una direzione collegiale della Chiesa stessa. In modo meno marcato si differenziò dal concittadino Lercaro sulle riforme liturgiche, in verità ritenute talora troppo semplicizzanti.
    Non si può dimenticare, del resto, che a evitare interpretazioni errate (spesso si confondevano espressioni di singoli “periti conciliari” come fossero proposizioni approvate) il cardinale Siri dette vita ad una rivista teologica intitolata Renovatio.
    Sul piano politico la sua ferma opposizione ai comunisti e ai loro alleati lo portò a una diffidente cautela verso ogni forma di apertura. E quando Moro chiese ai vescovi italiani il loro avviso, la risposta del cardinale Siri fu molto precisa.
    La contrarietà alle posizioni dell’estrema sinistra e l’apprezzamento per l’orientamento politico centrista (non dovrebbe mai dimenticarsi che la moderazione è una virtù) non volevano affatto dire propensione alla conservazione sociale. Del resto, nella preparazione della decisiva battaglia politica del 1948, De Gasperi si era sentito molto incoraggiato dall’appoggio che monsignor Siri dava ai programmi di riforma agraria e di sviluppo del Mezzogiorno d’Italia.
    Tra le “carte Siri” che io conservo ho trovato un articolo dell’Espresso del 22 marzo 1987 a firma Giampaolo Pansa dal titolo: Col 113 di Siri Dio salva il porto. Si narra l’intervento decisivo del cardinale in una delicata vicenda riguardante appunto il vostro porto, che è così importante non solo per la città. Leggo una citazione di Siri riportata in questo articolo di Pansa: «L’Italsider doveva essere rasa al suolo. Il cantiere di Sestri doveva sparire. E ora tutto è salvo. Mi sono battuto per questo. Ho mandato addirittura tre messaggi. So che Prodi rimase colpito. Gli dissi che aveva ragione nelle sue scelte, ma a me importava che quelle fabbriche non fossero chiuse».
    A testimonianza del suo continuo interessamento alle sorti di Genova posso leggere anche una sua lettera autografa indirizzata a me come ministro dell’Industria il 24 maggio 1967: «Sono in vera ansietà per la mia città che ha subito e subirà amputazioni e dove crescono i disoccupati. È questo il solo motivo per il quale oso scrivere e scrivere con fiducia. Apprendo stamane che venerdì 26 c.m. si radunerà la Commissione per la Disciplina petrolifera e che probabilmente darà il via a nuovi impianti. Ho convocato il dottor Garrone per schiarimenti relativi alla incidenza negativa sugli impianti qui esistenti e che rappresentano un elemento grande della economia genovese. Dallo stesso dottor Garrone ho così appreso che la concessione di nuovi stabilimenti recherebbe danno. Egli ritiene che la sua azienda verrebbe ad essere pregiudicata nelle sue attività e la sua espansione verrebbe ad essere definitivamente compromessa. Eccellenza! Le raccomando Genova. Voglia nella sua benevolenza accogliere e considerare il mio intervento: voglia considerare quanto sarà necessario impedire qui un aumento di malessere. E mi scusi: scrivo solo – ripeto – per il mio dovere di vescovo».
    Per connessione di materia citerò un’altra lettera autografa ricevuta dal cardinale Siri a commento di un mio intervento al Congresso nazionale della Democrazia cristiana di cui gli avevo fatto avere copia: «Grazie per il testo autentico del suo discorso al Congresso. Mi è stato utile perché non frastornato dai commenti interessati. È un discorso chiaro, onesto e che mira lontano. È difficile, quando si mira lontano, aver tutti i consensi, ma è doveroso per chi ha responsabilità mirare lontano. Ora sono in grado di sapere che molti commenti e molte interpretazioni hanno deviato la verità. La prego di non mettersi tra i “vecchietti”, perché credo che ella non appartenga a quella – sia pure onorabile – categoria. Dio le doni una santa Pasqua, serena e luminosa».
    Fin qui la lettera. Del resto, nel suo impegnativo incarico di assistenza spirituale alla Confederazione italiana dirigenti d’azienda, ebbe modo di illustrare e di approfondire le spinte alla concordia sociale che devono produrre sempre di più l’elevazione degli umili e la serenità della convivenza.
    Parlare di cooperazione tra le classi e di solidarietà non era di moda, ma il cardinale Siri non si è mai piegato alle mode; era eloquente il suo frequente memento del «serva ordinem et ordo servabit te».
    Su questa linea presiedette anche la Conferenza episcopale italiana che, quando lasciò, in carenza di un adeguato successore, fu guidata congiuntamente da tre cardinali. Nella lettera pastorale del 1962 aveva affermato che: «I rapporti tra la Chiesa e i fedeli sono stati determinati dallo stesso Divin Fondatore in modo chiaro e definitivo».
    Vi sono in questa lettera pastorale, intitolata Ortodossia: Chiesa-Fedeli-Mondo, enunciazioni molto precise sul rapporto con la politica: «L’azione in campo civico (se si vuole: politico) in quanto tale, per sé, non è di competenza ecclesiastica. Da questo principio si possono trarre tutte le ovvie e legittime conseguenze, a patto che si contemperino coi principi egualmente veri che seguono.
    L’azione in campo civico non può prevalere né sulla verità, né sulla legge morale.
    L’azione in campo civico ha sempre un aspetto che pone un collegamento chiaro col Magistero ecclesiastico. Si tratta dell’aspetto morale anzitutto: su questo aspetto e cioè sulla conformità o meno di una azione politica rispetto alla legge divina, è competente a giudicare la Chiesa e il suo giudizio vincola la coscienza dei fedeli se viene dato in forma sufficiente e conveniente a creare il vincolo. Si tratta poi dell’aspetto ideologico, di quello cioè in cui un’azione politica o diviene accettazione di una determinata dottrina o diviene appoggio diretto o indiretto alla medesima. In tal caso può accadere che non sia più salva la posizione mentale di cattolici rispetto alla scarsa dottrina della Chiesa e anche per questo caso il Magistero della Chiesa può esprimere il suo giudizio nel campo dottrinale o di sua competenza.
    C’è finalmente o può esserci nel fatto politico un terzo aspetto del tutto concreto e pratico ed è il collegamento tra il medesimo e certi o probabili danni della religione e della Chiesa. Questa ha il diritto di difendersi e ha il diritto di indicare ai suoi figli quello che ritiene pericoloso. I suoi figli non possono negarle né il diritto, né la capacità di giudicare delle azioni o delle conseguenze di azioni ai suoi danni.
    Gli atti della Chiesa, nella sua competenza, hanno valore per la coscienza di tutti e singoli i fedeli e possono spingere tale valore fino a creare la obbligazione di coscienza».
    Torno per un momento su un tema già toccato. Il tempo che è passato mi autorizza anche a parlare di una lettera del cardinal Siri (come presidente della Cei) a Moro sotto la data del 18 febbraio 1961. Io ne ricevetti cinque giorni più tardi una copia, inviatami dal cardinal Pizzardo: «Egregio onorevole» scriveva Siri a Moro, «nel momento in cui si ha motivo di credere che equivoci ed errate interpretazioni stiano oscurando la verità, ho il dovere di richiamare alla di lei attenzione quanto segue: l’atteggiamento della Chiesa nel giudicare i comunisti e coloro i quali li sostengono o sono con loro associati, non è affatto mutato; la “linea” di portare assolutamente i cattolici a collaborare con i socialisti, prima che da questi siano ottenute vere e sicure garanzie di indipendenza dai comunisti e di rispetto a quanto noi dobbiamo rispettare, non può assolutamente essere condivisa dai vescovi.
    Questo è accaduto, il modo e la forma nella quale è accaduto fa profondamente temere per l’avvenire.
    In nome di Dio la prego di riflettere bene sulla sua responsabilità e sulle conseguenze di quanto si sta compiendo».
    L’anno 1978 è stato straordinario nella storia della Chiesa. Paolo VI, succeduto a Giovanni XXIII, aveva guidato sapientemente la prosecuzione e la conclusione del Concilio. Dal conclave fu eletto il patriarca di Venezia Albino Luciani, figura eminentemente pastorale ma purtroppo non in buone condizioni fisiche (ricordo il suo volto pallido e molto teso il giorno della presa di possesso a San Giovanni in Laterano; ma certamente nessuno pensava a un pontificato di poche settimane).
    Il cardinale Siri celebrò il secondo dei Novendiali e tenne una significativa omelia: «Giovanni Paolo I» disse «ha aperto un’epoca. Nella semplicità ha ripreso il necessario discorso della fermezza sulla dottrina cattolica, sulla disciplina ecclesiastica, sulla spiritualità. Il popolo l’ha capito e l’ha amato».
    Per quel che valgono le previsioni, alla vigilia del nuovo conclave si concentravano questa volta nel binomio Siri-Benelli, accreditandosi al secondo una tendenza ritenuta più progressista, oltre alla duplice esperienza diplomatico-curiale e di governo di una importante diocesi come Firenze. Per Siri sembravano prevalenti la cultura teologica e la lunghissima guida dell’arcivescovado genovese.
    Due interviste del cardinale Siri ebbero nei giorni che precedettero il conclave forte risonanza. La prima, uscita il 2 ottobre, lo fece improvvisamente catalogare come progressista, per frasi come queste: «Il mondo cambia. Mao ha svegliato la Cina che dormiva da tremila anni: la Chiesa non può restare immobile». La seconda intervista è del 14 ottobre e metteva l’accento sulla sua contrarietà alla collegialità nella guida della Chiesa («Dio non l’ha prevista»). Fu anche spiritoso. Alla domanda su cosa pensava di una possibile scelta di un cardinale che avesse alle spalle solo esperienza curiale, rispose: «Crede che questo, anche se lo pensassi, lo verrei a dire a lei?».
    In un libro dell’onorevole Natta, già segretario del Partito comunista, edito dalle Edizioni Paoline (I tre tempi del presente), si parla di un incontro che lo stesso Natta ed Enrico Berlinguer ebbero con me in quei giorni. Si dice che io ero tanto sicuro della scelta di Siri che avrei cercato di rassicurarli, dicendo che non era il reazionario di cui si parlava ma un conservatore certamente di grande livello e di grande cultura. Io non ricordo questo incontro, ma ero convinto della scelta di Siri, del quale i cosiddetti esperti già indicavano il nome: Gregorio XVII.
    Sull’andamento dei conclavi vige l’obbligo del segreto. Questo non impedì all’arcivescovo del Guatemala Mario Casariego, che fu in casa mia nei giorni successivi, di dirmi che il testa a testa Siri-Benelli indusse alla scelta del “terzo uomo”.
    La circostanza che poche settimane prima gli stessi cardinali avessero scelto un italiano rimosse il timore di vedere sottolineata la scelta polacca, come se fosse ostile all’Italia.
    In seguito incontrai più volte il cardinale Siri all’Istituto Ravasco dove alloggiava in Roma, ma nulla disse mai sulla scelta dei cardinali. Sorridendo invece mi disse una volta che la proroga della sua permanenza in diocesi ben oltre il limite dei settantacinque anni in pratica dimostrava il termine non rigido. Aveva presentato regolarmente alla scadenza la lettera di dimissioni, senza mai sollecitare l’accoglimento.
    I diciassette anni trascorsi dalla sua morte non hanno davvero fatto dimenticare il vostro e nostro cardinale. Nei giorni scorsi, dovendo parlare su Pio XII in una giornata dedicata a far giustizia anche sull’effettivo e coraggioso impegno a difesa degli ebrei, sono andato a rileggermi la bellissima commemorazione che del papa Pacelli fece il cardinale Siri in una sintesi perfetta di storia e di altissime valutazioni.
    È un profilo che accredita una grande linea alla quale le nostre generazioni sono state formate. Bisogna voler bene al papa e non a un papa. Così e semplicemente. Profonda è l’affettuosa e motivata memoria che noi abbiamo per il cardinale Siri meditando sulla sua più che incisiva personalità con un affetto e una ammirazione che non sarebbero maggiori se nei quattro conclavi cui prese parte diversa fosse stata la scelta dello Spirito Santo.

    Il cardinale Giuseppe Siri nato a Genova il 20 maggio1906 e ivi morto il 2 maggio 1989

    Il cardinale Tarcisio Bertone e il presidente Giulio Andreotti in occasione del Convegno tenutosi per il centenario della nascita del cardinale Giuseppe Siri, Palazzo Ducale, Genova, 4 maggio 2006

    Paolo VI saluta alcuni cardinali convenuti al Sinodo dei vescovi nell’autunno del 1967. Da sinistra sono riconoscibili i cardinali Siri, Lercaro, Santos e Felici

    Il cardinale Siri con una rappresentanza dei camalli di Genova


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    Giuseppe Siri nacque a Genova il 20 maggio 1906 da una famiglia modesta e solidamente radicata nei valori cristiani; entrambi i genitori erano al servizio dell’Onorevole Vacava. Il cammino di fede del futuro prelato iniziò presso la sua parrocchia, la basilica di Via Assarotti. Alla testimonianza di fede offerta dai genitori si allacciò presto quella del parroco Mons. Grondona, che Siri ricorderà sempre come maestro capace di insegnare, raccontando piacevolmente, senza però mai banalizzare, i contenuti della Dottrina.

    Nell’ottobre del 1916 il piccolo Giuseppe entrò in seminario; in tale occasione egli seppe esprimere la propria volontà al padre con parole tanto semplici quanto significative: “ho pensato e sono deciso a diventare sacerdote”. In seminario il giovane visse un’intensa esperienza di studio (in particolare approfondì la sua preparazione filosofica, teologica e storica), di meditazione e di vita spirituale.

    Dopo l’ordinazione sacerdotale (22 settembre 1928) e la laurea in teologia dogmatica presso l’Università Gregoriana. Giuseppe Siri iniziò la sua azione pastorale come predicatore e come ministro del culto. A tale attività si affiancò ben presto l’insegnamento in Seminario e nelle scuole superiori genovesi (fu docente di religione presso il Liceo Mazzini ed il Liceo Doria); a testimonianza della dedizione del prelato allo studio e all’insegnamento restano due volumi di teologia indirizzati ai laici, “La Rivelazione” e “ La Chiesa”, e due opere dottrinarie “La ricostruzione della vita sociale” e “Catechismo sociale”.

    Come collaboratore dell’allora Arcivescovo di Genova, il Card. Pietro Botto, Giuseppe Siri visse in prima persona la drammatica realtà della seconda guerra mondiale: fu ricercato dai nazisti per la sua attività pastorale e costretto a fuggire. Nell’aprile 1945 fu protagonista della trattativa che portò alla consegna nelle mani del cardinale Botto, dell’atto di resa del comando tedesco, il che evitò la distruzione del porto e il bombardamento della città.

    Il 30 maggio 1946 Monsignor Siri divenne arcivescovo di Genova e nel 1953 fu eletto Cardinale di Santa Romana Chiesa; il suo servizio alla Chiesa si esplicò anche attraverso i prestigiosi incarichi ricoperti nel corso degli anni (presidente dell’ente promotore delle Settimane Sociali, presidente della CEI dal 1958 al 1965 ecc..) e le missioni portate a compimento in qualità di legato pontificio.

    L’Azione pastorale del Cardinale negli anni della ricostruzione fu caratterizzata da una testimonianza profonda di fede e di carità e da numerose iniziative di rilevanza sociale; a tale proposito si possono citare la creazione dell’ente Auxilium, la difesa dei posti di lavoro nelle industrie genovesi, l’istituzione dei cappellani nelle fabbriche, la celebrazione della S.Messa nelle officine industriali, l’intervento attivo (sempre richiesto dalle parti) nelle vicende del porto. La partecipazione alla vita di Genova si manifestò anche attraverso le omelie e i discorsi: particolarmente atteso era il discorso di fine anno nella Chiesa del Gesù, momento di analisi e di valutazione critica delle vicende dell’annata. Si ricordano inoltre numerose lettere pastorali sui temi dell’ortodossia e, del sacerdozio e della famiglia.

    Molto intensa fu l’attività del cardinale durante al preparazione e i lavori del Concilio Vaticano II; varie testimonianze confermano che i padri conciliari apprezzarono vivamente i suoi interventi sempre essenziali e incisivi.
    Alla dimensione pubblica dell’esercizio del ministero (quella stessa dimensione spesso travisata da critici incapaci di percepire, dietro la severità e l’apparente distacco, la fedeltà alla dottrina ed il rifiuto di qualsiasi compromesso) si associava una dimensione privata in cui Giuseppe Siri seppe esprimere un’immensa tenerezza nella fede; nella casa arcivescovile, in cui il tenore di vita era estremamente semplice, feste (in particolare la festa di S. Giuseppe), malattie e lutti venivano condivisi con tutto il clero. Colpiscono molto alcuni particolari del “privato” del prelato citati dal relatore, soprattutto il ricordo del cioccolatino che in certe serate, al termine di giornate intensi, egli chiedeva al suo segretario dicendo che pensava “di esserselo meritato”.

    Il 15 ottobre 1986, con un discorso a braccio assai commovente, il cardinale si accomiatò ufficialmente dalla sua diocesi e lasciò la sede arcivescovile per ritirarsi nella villa Campostano, messa a sua disposizione da un Pio Istituto. Il suo successore Mons. Canestri, in segno di onore, gli chiese di presiedere la messa pontificale dell’Immacolata del 1988 presso la Basilica di Via Assarotti; fu quello il commiato del Cardinal Siri dalla sua parrocchia tanto amata e in tale occasione (l’ultima comparsa in pubblico del porporato) erano già visibili i segni della malattia che lo avrebbero portato alla morte il 2 maggio 1989.

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    Cool Un web-site tutto dedicato al card. Siri

    Citazione Originariamente Scritto da Augustinus
    Certuni, hanno inteso calunniare questo insigne principe e Vescovo della Chiesa (v. QUI). Ma le loro stesse fonti attestano e testimoniano il contrario di quanto sostengono. Solo calunnie. Ecco gli EMPI laicisti quello di cui sono capaci. Preghiamo Dio per queste anime prave, che calunniano la Chiesa. In fondo in tutto ciò vi è la logica del Vangelo: "Hanno perseguitato e calunniato me, perseguiteranno e calunnieranno anche voi".
    Carissimo Augustinus, continuo a sperare, a pregare e a darmi da fare perché quam primum si realizzi un sito totalmente dedicato all'opera e alla figura del card. Siri: un giusto riconoscimento per questo inimitabile uomo di Chiesa. Nel caso, tu dovresti essere della partita...

 

 
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