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    Predefinito Circolo degli affabulatori - Alternativa -

    Decidere cosa raccontare implica infatti collocare la storia in uno spazio e in un tempo, categorie che, però, non corrispondono né allo spazio fisico del narratore né del lettore né al tempo in cui il narratore scrive o il lettore legge. Il racconto è un discorso, ovvero movimento, e come tale ha uno sviluppo e questo implica una temporalità in cui questo movimento accade. Un tempo, significativamente nel romanzo ottocentesco fondato sulla trama e sulla storia, il tempo procedeva cronologicamente. Si pensi alle saghe familiari, alle avventure di personaggi che arrivavano alla fine della storia (alla sua conclusione), dopo aver percorso anni di vita. Ma il tempo narrativo è importante anche oggi, per il romanzo cosiddetto moderno in cui contano i personaggi e la loro psicologia, gli stati d’animo, le esperienze intime. Anche se c’è un recupero della memoria e quindi si va all’indietro ed è un tempo passato, sia se si fantastica ad occhi aperti, sia se si racconta qualcosa in un flusso di coscienza.
    Forse oggi non si direbbe più come dire Musil, a Ulrich nel suo L’uomo senza qualità: “Quel che ci tranquillizza, osserva Ulrich – è la successione semplice, il ridurre a una dimensione, come direbbe un matematico, l’opprimente varietà della vita; infilare un filo, quel famoso filo del racconto di cui è fatto anche il filo della vita, attraverso tutto ciò che è avvenuto nel tempo e nello spazio! Beato colui che può dire: Allorché”, “Prima che” e “dopo che”! Avrà magari avuto tristi vicende, si sarà contorto dai dolori, ma appena gli riesce di riferire gli avvenimenti nel loro ordine di successione si sente così bene come se il sole gli riscaldasse lo stomaco”, non è

    Nel racconto moderno quel filo del tempo si è spezzato o, almeno, si è fatto una ingarbugliata matassa. Il nostro novecento mette in luce piuttosto la sfiducia nel progresso, la perdita dei valori della ragione della realtà e della scienza, la crisi della società borghese che hanno come conseguenza il ripiegamento dell’individuo su se stesso alla ricerca di un proprio tempo, di un proprio spazio e di una realtà che è prima di tutto psicologica, della coscienza. E’ in questo senso che il romanzo moderno è detto psicologico. Il tempo non è più cronologico ma interiorizzato. Al tempo fisico, cioè oggettivo, che procede nello spazio si preferisce il tempo associativo della coscienza. Ma ovviamente tutto questo non è una regola e non esaurisce la ricchezza della moderna narrativa e dei suoi tanti generi.

    Ma il tempo è, alla fine dei conti, solo una finzione, come finzione è lo spazio. Non possiamo certo assimilare o equiparare il tempo cronologico, reale in cui viviamo noi lettori e noi scrittori e il tempo dell’opera che leggiamo un racconto, un romanzo eccetera. Esistono un tempo cronologico e un tempo psicologico. Secondo Vargas Llosa il tempo dei romanzi è un tempo costruito partendo dal tempo psicologico e non da quello cronologico. “E’ un tempo soggettivo a cui il mestiere del romanziere conferisce oggettività ottenendo così che il suo romanzo assuma distanza e si differenzi dal mondo reale, punto obbligato per ogni opera di finzione che voglia vivere per proprio conto”. Vargas Llosa parla del racconto di Ambrose Bierce che s’intitola Accadde al ponte di Owl Creek. È ambientato durante la guerra civile nordamericana e racconta di un piantatore sudista catturato dopo aver tentato di sabotare la ferrovia. Sta per essere impiccato su un ponte. “Il racconto comincia quando la corda si stringe attorno al collo del povero uomo. Ma quando viene impartito l’ordine che porrà fine alla sua vita la corda si spezza e il condannato cade nel fiume. Nuotando raggiunge la riva e riesce a sfuggire alle pallottole. Il narratore onnisciente* racconta da una prospettiva molto vicina alla coscienza del protagonista che fugge nel bosco inseguito mentre ricorda episodi del suo passato e si avvicina ad una casa dove lo aspetta la donna che ama. La narrazione è dal punto di vista del protagonista ed è angosciata come lui. Raggiunge la casa, scorge la figura della moglie ma al momento di abbracciarla la corda che uno o due secondi prima aveva cominciato a stringersi all’inizio del racconto si serra attorno al collo dell’uomo. E allora si capisce: tutto è accaduto in un lasso di tempo brevissimo. La narrazione ha dilatato, creando un tempo a sé, particolare diverso da quello reale (che consta di appena un secondo). Il tempo dell’azione oggettiva della storia, la finzione del racconto ha costruito il proprio tempo, a partire dal tempo psicologico”.

    Anche Cerami, nel suo libro “Consigli ad un giovane scrittore” dice: “Quando un narratore alle prime armi immagina una storia, se la vede passare nella testa secondo il naturale corso del tempo: succede questo, poi quest’altro e via così. E’ vero che nella vita reale le cose si succedono a questo modo, senza un disegno prestabilito, senza un destino. Ma quanto viene raccontato dentro le convenzioni del linguaggio, è una scelta degli episodi più significativi di una vita o di una parte di essa; e non solo: questi episodi non sono necessariamente ordinati secondo cronologia. Pensiamo all’uso del flash back (retrospezione in italiano) al cinema. Interi capitoli o interi romanzi sono il racconto di episodi già vissuti dai protagonisti. La trama è la ricostruzione artificiale cioè per mezzo di artifici di una vicenda supposta realmente accaduta. Studiare un racconto, analizzarlo è un esercizio utile per comprovare che dietro una bella storia c’è sempre un sapientissimo lavoro di costruzione e che per un narratore conoscere bene i ferri del mestiere è condizione non sufficiente ma senz’altro necessaria. Federico Garcia Lorca, considerato ai suoi tempi l’artista più ispirato, a proposito della sua poesia dichiarò: “Se è vero che sono poeta per grazia di Dio – o del demonio – lo sono anche per merito della tecnica e dell’esfuerzo, e perché so con certezza che cos’è una poesia.

    Cerami consiglia di leggere un bellissimo racconto di Tolstoj: La morte di Ivan Il’ic (Nella Bur con la traduzione di Tommaso Landolfi o nei Grandi libri Garzanti). “L’artificio narrativo di Tolstoj è quello di far cominciare il racconto dalla fine: prende l’ultima scena e la mette all’inizio. Passa, nel secondo capitolo, a raccontare la vita del protagonista. Tolstoj, dice Cerami, ha organizzato il lavoro drammaturgico del racconto e condotto il suo invisibile, muto discorso con il lettore che non dimentica mai. E’ sul lettore che misura ogni passaggio, giocando sulle informazioni che nei momenti giusti passano dal personaggi al lettore e da un personaggio all’altro. Da un lato egli si lascia andare con il protagonista, vive dal di dentro il suo percorso psicologico, dall’altro governa millimetricamente la dinamica narrativa calibrata sul lettore. Lo scrittore che si trova ad elaborare una scaletta è con questo spirito che deve provare a farlo: stando con un occhio sui personaggi e con l’altro sul lettore o sul pubblico del cinema, del teatro e della radio”.

    A proposito di Cerami: egli vede nella narrativa e nella letteratura sempre la storia di un conflitto o interiore o esterno. Mentre per altri la narrativa si occupa dell’inconoscibile. E’ fatta di domande, non di risposte. E’ quel che in Oriente si chiama una “via” e in questo, nella sua stessa natura sta l’utilità anche sociale della narrativa.

    In proposito ho citato una frase di Milan Kundera: “ Con costanza e fedeltà, il romanzo accompagna l’uomo dagli inizi dei tempi moderni. Esso, fin da allora, è pervaso dalla passione del conoscere che l’ha spinto a scrutare la vita concreta dell’uomo e a proteggerla contro l’oblio dell’essere, che l’ha spinta a tenere il mondo della vita sotto una luce perpetua. In questo senso capisco e condivido l’ostinazione con cui Hermann Broch ripeteva: la sola ragion d’essere di un romanzo è di scoprire quello che solo un romanzo può scoprire. Il romanzo che non scopre una porzione di esistenza fino ad allora ignota è immorale. La conoscenza è sola morale del romanzo”.

    Cito anche Flannery O’Connor che ha scritto: “In futuro avremo dei grandi romanzi e non saranno quelli che il pubblico pensa di volere o quelli auspicati dai grandi critici. Saranno romanzi del tipo che interessano al romanziere. E i romanzi che interessano al romanziere sono quelli che ancora non sono stati scritti. Quelli che pretendono il meglio da lui, che esigono che operi al massimo della sua intelligenza e del suo talento e sia fedele alla particolarità della sua vocazione,. La direzione che molti di noi prenderanno ci porterà più verso la poesia che verso il romanzo tradizionale. Il problema, per un simile romanziere, sarà di capire fino a che punto si può distorcere senza distruggere, e per non distruggere dovrà scavare così a fondo in se stesso da giungere a quelle sorgenti sotterranee che danno vita alla sua opera. Questa discesa dentro di sé sarà allo stesso tempo una discesa nella sua regione; sarà una discesa attraverso l’oscurità del familiare in un mondo dove, come il cieco guarito del Vangelo, vedrà gli uomini come fossero alberi, alberi che camminano.”

    Tornando a Varga Llosa: cita il racconto più breve del mondo di cui si ha notizia al momento. E’ di uno scrittore guatemalteco, Augusto Monterroso e si intitola Il dinosauro. “Si compone di una sola frase: Cuando despertò, el dinosaurio todavìa estaba allì (Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì). Qual è il punto di vista temporale? In quale tempo si trova il narrato? In un passato remoto; e il narratore è posto dunque nel futuro per narrare un fatto che accade: ma quando? Nel passato mediato o immediato rispetto a quel futuro in cui si trova il narratore? Nel passato mediato. Come posso sapere che il tempo del narrato è un passato mediato e non immediato, in rapporto al tempo del narratore? Perché tra quei tempi c’è un abisso insormontabile, uno iato temporale, una porta chiusa che ha abolito ogni vincolo o rapporto di continuità tra di essi.. Questa è la caratteristica determinante del tempo verbale adottato dal narratore: confinare l’azione in un passato (passato remoto) tagliato, scisso dal tempo in cui lui si trova. Ogni tempo verbale che si può usare rappresenta sottili sfumature, stabilisce una distanza diversa tra il tempo del narratore e quello del mondo narrato. Nei romanzi moderni la storia circola in essi, per quanto riguarda il tempo, come in uno spazio; infatti il tempo romanzesco è qualcosa che si allunga, rallenta, si immobilizza o comincia a correre in modo vertiginoso. La storia si muove nel tempo della finzione come attraverso un territorio, va e viene in esso, avanza a grandi falcate o a passettini, lasciando in bianco (abolendoli) grandi periodi cronologici e indietreggiando poi a recuperare quel tempo perduto, saltando dal passato al futuro e da questo al passato con una libertà che è negata a noi, esseri in carne e ossa, nella vita reale. Quel tempo della finzione è dunque una creazione, allo stesso modo del narrare”. Se Cerami ha parlato di un racconto di Tolstoj, Vargas Llosa menziona il racconto di un altro scrittore latino americano Alejo Carpentier, dal titolo Viaje a la semilla. All’inizio del racconto il protagonista, un marchese, è un vecchio agonizzante di cui si narra la vita verso la maturità, la giovinezza, l’infanzia e alla fine quando non è ancora nato, dentro la pancia. Non è la storia ad essere raccontata al contrario; il fatto è che in quel mondo il tempo progredisce all’indietro. Menziona anche un altro romanzo famoso Tristram Shandy di Laurence Sterne le cui prime pagine (diverse decine), raccontano la biografia del protagonista-narratore prima che sia nato, con ironici particolari sul suo complicato concepimento, sulla sua formazione nel ventre della madre e il suo arrivo nel mondo. I va e vieni del racconto fanno della struttura temporale di Tristram Shandy una creazione curiosissima e stravagante.

    C’è inoltre un romanzo, è sempre Vargas Llosa a scrivere, il famoso “Tamburo di latta” dello scrittore tedesco Gunter Grass in cui ci sono due sistemi temporali coesistenti. In questo romanzo il tempo scorre normalmente per tutti tranne che per il protagonista che decide di non crescere, di contrastare la cronologia, di abolire il tempo e ci riesce perché a colpi di tromba, smette di crescere e vive una sorta di eternità, circondato di un mondo che, attorno a lui, invecchia, perisce e si rinnova. Tutto e tutti tranne lui. Il grande scrittore argentino Julio Cortazar tenta di catturare il lettore in un labirinto temporale (un tempo senza tempo) senza possibilità di uscita con il suo romanzo più noto: Il gioco del mondo. Nel senso che seguendo le istruzioni della tavola d’orientamento proposta da Cortazar, il lettore non finisce mai di leggerlo perché alla fine, gli ultimi due capitoli rimandano l’uno all’altro. Si tratta di universi temporali, in sostanza a disegnare bene i quali provvede da anni la fantascienza con gli universi paralleli con la macchina del tempo di Wells… eccetera. Da ricordare L’Ulisse di Joyce che racconta ventiquattro ore di vita di Bloom.

    In conclusione sono i tempi verbali che un narratore usa quelli che ci permettono di capire il tempo reale (della finzione) nelle sue dimensioni di presente, passato e futuro. Secondo una teoria della narratologia si distinguono i tempi commentativi che sono il presente, il passato prossimo e il futuro e i tempi narrativi che sono l’imperfetto, il passato remoto, il trapassato prossimo e trapassato remoto, i condizionali. I tempi narrativi servono ad articolare un racconto in un primo piano e in uno sfondo. Per il primo piano si usa di solito il passato remoto, per lo sfondo l’imperfetto.

  2. #2
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    Se avete avuto la pazienza di leggere tutto il post qui sopra fatemelo sapere, così vi dico qual è la mia proposta

  3. #3
    Super Troll
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    un riassunto no?

  4. #4
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    Devo leggere tutto il pippone?

  5. #5
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    Pero el dinosaurio después de la edad de Cretacican está definitivamente extinto y él permanece tan allí exclusivamente como fósil.

  6. #6
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    Olè...?

  7. #7
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    era un esercizio di stile guatemalteco

 

 

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