MARIO DEAGLIO
Non è stato soltanto il presidente del Consiglio italiano a fare una clamorosa marcia indietro nel giro di pochi giorni dopo la promessa di ridurre a due sole le aliquote Irpef, il che avrebbe fatto volare i redditi netti di molte categorie di italiani. Nella coalizione di governo tedesca è sorto un vivace contrasto tra i liberali che premono per il sostanzioso taglio fiscale promesso agli elettori e la cancelliera Merkel che frena, rinviando di un anno (almeno) il sospirato taglio. In molti Paesi d'Europa, dalla Grecia alla Gran Bretagna le imposte vengono aumentate, non diminuite. Il presidente della Banca Centrale Europea chiarendo (e forse correggendo) quanto ha detto pochi giorni fa, dichiara che l'attuale ripresa produttiva non è consolidata e che pertanto le imposte non possono essere tagliate.
Il taglio delle imposte non è quindi così facile come si potrebbe pensare, non si tratta certo della bacchetta magica in grado di suscitare immediatamente la crescita. Ma non si era detto che il miglior rimedio alla crisi consisteva proprio nel mettere del nuovo denaro nelle tasche degli europei, in modo tale che la loro domanda aggiuntiva riavviasse l'economia? E perché, quando si viene al dunque, è sempre difficile, in tutta l'Europa e non soltanto in Italia, ridurre le imposte? Le risposte sono sostanzialmente tre.
La prima risposta è che, invece di ridurre le imposte, la maggior parte dei paesi - non l'Italia - ha già aumentato sostanzialmente le uscite pubbliche per interventi di salvataggio delle proprie banche o altre istituzioni finanziarie in difficoltà; ad aumentare le uscite pubbliche hanno inoltre variamente contribuito - questa volta anche in Italia - le spese per sostenere la cassa integrazione o istituzioni simili che hanno mitigato l'asprezza della crisi sulle famiglie ma non sono certo bastate a rimettere nessun paese su un adeguato binario di crescita. E nel frattempo la crisi ha fatto diminuire sensibilmente le entrate fiscali.
Per conseguenza il panorama dei deficit europei, oltre che degli Stati Uniti e del Giappone, è diventato orribile. Irlanda e Germania avevano entrambe un bilancio pubblico in sostanziale pareggio nel 2007, per il 2010 la Commissione europea prevede un deficit rispettivamente del 15 e del 5 per cento del prodotto interno lordo; l'Italia in questo senso si è comportata abbastanza bene passando da circa il 2 ad «appena» il 5,5 per cento previsto nel 2010 e scendendo così sotto la media della zona euro. Si tratta, però, di una magra soddisfazione perché nel 2011 il debito pubblico accumulato dall’Italia sarà, secondo le previsioni dell’Ue, pari a circa il 118 per cento del prodotto lordo; nel suo complesso l'intera area euro si sta avvicinando ai livelli italiani ma dovrebbe arrivare nel 2011 solo all'88 per cento, sempre secondo le previsioni della Commissione europea.
A questo punto - ed ecco la seconda ragione della difficoltà a ridurre le imposte - una sensibile riduzione della pressione fiscale da parte dei grandi Paesi europei farebbe aumentare fortemente sia il deficit sia il debito e comporterebbe il rischio di una perdita di credibilità del debito pubblico dei Paesi emittenti con conseguenze disastrose per l'intero sistema finanziario mondiale oltre che per il singolo Paese che si dimostrasse così temerario. Per questo il governatore Trichet non vuole che le imposte diminuiscano. Se proprio si pensa di usare ancora l'arma del deficit, appare preferibile un aumento di spesa pubblica legato a grandi lavori piuttosto che un aumento dei consumi privati che consisterebbero, in parte non piccola, di beni di consumo prodotti al di fuori dell'Unione Europea.
Vi è però una terza e più profonda ragione: una riduzione duratura delle imposte si potrebbe realizzare soltanto riducendo sensibilmente la spesa pubblica. Il che significa privatizzare una serie importante di servizi pubblici, oppure riorganizzarli in maniera più efficiente oppure ancora peggiorarne la qualità, in entrambi i casi riducendo sensibilmente il personale che li produce; potrebbe altresì significare la riduzione delle pensioni e di altri trasferimenti sociali. Nessuna di queste opzioni incontra il favore dell’opinione pubblica europea: gli entusiasmi per i benefici delle privatizzazioni sono ormai tramontati. Ogni giorno si registrano lamentele sul funzionamento dei servizi pubblici ma ben pochi sembrano volere davvero la privatizzazione della nettezza urbana, dell'acqua potabile, dei servizi anagrafici o delle carceri.
In altre parole, una struttura pubblica solida, magari un po' grigia e vecchiotta, e un ombrello assistenziale rassicurante costituiscono una parte profonda della cultura europea. La signora Thatcher ha modificato rapidamente e radicalmente questo stato di cose in Gran Bretagna al prezzo di profonde lacerazioni nella società britannica e di una sua generale perdita di solidità. L'Europa naturalmente non dice di no all'efficienza, ma sembra preferire che l'evoluzione in quella direzione sia lenta e che i privati siano chiamati a collaborare con il settore pubblico e non a fare i «padroni».
Se le cose stanno così, gli europei, e gli italiani in particolare, devono essere preparati soltanto a piccole discese della pressione fiscale che rimarrà strutturalmente più elevata di quella di Paesi maggiormente fondati sui valori individuali, a cominciare dagli Stati Uniti. L'obiettivo, in Italia e in Europa, non può essere quello di riduzioni «miracolose» del carico fiscale; è meglio pensare a un graduale e duraturo aumento dell’efficienza della spesa pubblica.
Pressione fiscale miracoli vietati in Italia e in Europa - LASTAMPA.it




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he fosse un politico ladro o un privato cittadino che cerca lucro (e ci credo,mica si lavora gratis) nessuno dei due gestisce "per il popolo",e noi lo prendiamo sempre nel culo.
