Il popolo di Messori

di Mauro Leonardi




Studi Cattolici,
marzo 2006

Tra il primo e l’ultimo libro di Messori (Ipotesi su Gesù, Sei, 1976; Ipotesi su Maria, Edizioni Ares, 2005) sono passati milioni di lettori. Trent’anni fa un giornalista insoddisfatto di quanto veniva pubblicato su Cristo, scrisse il libro che avrebbe voluto leggere e scoprì di aver inventato la cronaca teologica, cioè un’apologetica da inviato speciale che veniva apprezzata in tutto il mondo: Ipotesi su Maria è (per ora) l’ultima tessera di questo mosaico. Molto si è scritto su Messori, sui suoi libri, e anche su questo; con quest’opera targata Ares possiamo capire qualcosa di più del who’s who dei lettori di Messori «sempre larghi con osservazioni e critiche» (p. 11). Gente che ottempera alla par condicio sessuale, sociale e di età, ma che vuole un’apologetica che dichiari apertamente da che parte sta. I signori ottantenni e le ragazzine quindicenni che leggono Messori vogliono un modo di pensare l’apologetica come quello che piace all’autore. Ciò non significa fornire dati rabberciati o far compiere all’intelligenza salti indebiti. Messori si vanta di non essere mai stato smentito da altri storici, e può a ragione dire che «dietro ogni affermazione c’è una bibliografia vagliata con cura, ci sono fonti sicure, c’è una ricerca che dura ormai da decenni» (p. 12). Apologetica in stile Messori significa semplicemente che i veritieri fatti correttamente esposti siano anche esplicitamente corredati dall’intenzione che li anima. Correttezza non è essere neutrali (appartenenza notificata solo dal paese di Utópia), ma dichiarare le proprie convinzioni al momento di presentare i fatti. Certo, il genere letterario è quello del giornalismo e sarebbe pertanto fuori luogo pretendere l’asciuttezza della scienza ma, se questo stile non avversa mai l’accuratezza storica, ben venga che qualche palato raffinato ne rimanga urtato. Per esempio parlando della apparizioni di La Salette, nel libro si ricorda che Maria in quell’occasione disse tra l’altro: «Faranno penitenza con la carestia. Le noci prenderanno la muffa e le uve marciranno».
L’autore racconta di aver scartabellato tra manuali di viticoltura e di storia agraria per tentare di sapere che ne fu di quella predizione e di aver scoperto che proprio l’anno dopo, nel 1847, giunse in Francia dal Nord America un devastante e sino ad allora sconosciuto flagello per la vite, la crittogama, alla quale succedette, nel 1868, la filossera (cfr p. 203). È evidente che nessun articolo storico di livello scientifico potrebbe accettare la conclusione di questa «ricerca», ma per il lettore di Messori gli indizi sono sufficienti, perché l’apologetica richiede l’amore e per l’amore, come per il tradimento, è l’apparenza a rivelare e non la dimostrazione (che anzi può perfino insospettire). L’apparenza, abbiamo detto, non la superficie. Apparenza significa parlare non dell’esteriorità, ma della forma, cioè di ciò che può essere visto correttamente dall’esterno, ma solo con il cuore. Si tratta della figura che mostra il nerbo della verità. E le pagine di Messori hanno tanto nerbo da increspare il foglio.
Se con Ipotesi su Gesù il popolo di Messori era forse composto esclusivamente di amanti di quell’apologetica, con Ipotesi su Maria è compiutamente dimostrato che quei lettori sono ormai diventati anche dei devoti. Di Dio e della Madonna ovviamente, non di Messori. Questa considerazione non è superflua se si pensa a quegli «autori» sempre e comunque garantiti dal media . Se è così allora devo dire che questo è un libro che fa pregare. Che aiuta a pregare. E che con questo libro il popolo di Messori diventa il popolo dei santuari.
Allora, fratello mio, lettore come me, aggiungo che quando la tua preghiera ti sembrerà una follia, una pura follia, prendilo in mano questo libro. Quando tutte le ragioni del mondo per smettere di pregare ti verranno, fratello mio, lettore mio, prendilo in mano questo libro. Sentirai il gridare dei mercanti che entrano ed escono, il passaggio dei cammelli, le donne che chiacchierano, i discepoli che fanno ressa attorno a Cristo e ti dicono lascia perdere, è inutile, tanto Lui non ti può ascoltare, tanto Lui non ti può sentire, che adesso non può occuparsi più di te dopo tutto quello che hai combinato, e poi non vedi quanti sono gli altri malati che si accalcano, che tutti gli gridano, che tutti lo vogliono Cristo.
Quando tutti i pensieri, tutte le giustificazioni, tutte le cose ti vengono in mente e ti parlano per farti tacere, allora prendilo in mano questo libro, perché una caratteristica delle persone devote è di essere insistenti. È la prima cosa che si impara quando si prega nei santuari: a essere insistenti come i bambini. Questa qui è la prima cosa nei santuari.
La situazione del figlio dinanzi alla Madre. Parlare con la Madre con semplicità, mettendo davanti a Lei tutto ciò che ti sta nel cuore, dicendo a Lei quello che ti opprime, quello che ti esalta, comunicarle persino un momento di gioia. Parla, parla, parla, parla. Una sola parola ripetuta incessantemente, come la madre dice sempre la stessa parola di amore al figlio, tesoro, re, amore e ripete, ripete, ripete e sempre sono uguali e mai sono uguali: come il mare, fratello mio, lettore mio devoto, che va sempre portando le stesse onde, sempre diverse, sempre uguali, e quante cose dice il mare, eppure porta soltanto acqua, acqua, acqua, acqua e niente di più e quante cose dice il mare, sempre le stesse cose, fratello mio, devoto come me.
system e che perciò hanno pubblico adorante garantito per ogni evenienza: quello sì è un pubblico «devoto» di Tizio o di Caio. Da Ipotesi su Maria si evince come il carteggio del nostro autore con i propri lettori sia di notevole mole (un epistolario anche elettronico, dal momento che si firma con l’indirizzo della e-mail), ma anche che essi siano critici e consapevoli. Oltre a chiedere delucidazioni, mostrano dissenso o entusiasmo, e a volte giungono perfino a proporre (e a ottenere) che il loro scrittore tratti determinati argomenti. Si può quindi capire perché Vittorio Messori non abbia mai ceduto la propria esclusiva a nessun editore: perché, come pochissimi altri, può vantarsi di avere un pubblico in ogni casa editrice e oltre ogni casa editrice.
Il popolo di Vittorio Messori quindi è fatto di gente che ama l’apologetica fatta dai giornalisti e che non ha vergogna delle devozioni. Sono persone consapevoli che nel meccanismo della salvezza l’Ave Maria è l’estremo soccorso, l’àncora che consente di non perdersi. Mi immagino questo popolo come composto (almeno inizialmente) da uomini un po’ disorientati e soli che, intuendo il possibile passaggio della Verità si mettono a gridare, e si incaponiscono contro tutti quelli che li sgridano. Forse per questo mi ricordano un po’ Bartimeo, il cieco di cui parla il Vangelo (cfr Mc 10, 46-50). Probabilmente sarà perché la devozione, la vera devozione, ha molto a che vedere con la fede e con l’insistenza di Bartimeo che continua nonostante tutti lo scoraggiassero.
La devozione invece non ha niente a che vedere «con le bottiglie in plastica a forma di Madonna, le bocce con il santuario e la neve quando si scuotono» come dice il Frossard citato da Messori alle pp. 177-178 (e in questo dissenso mi rivelo un vero lettore di Messori). Ma se arrivato a questo punto mi è venuta voglia di tirare in ballo Bartimeo, sarà perché il famoso cieco di Gerico c’entra con me che sono un lettore di Messori, e un appartenente a quel popolo di cui parlo . Se è così allora devo dire che questo è un libro che fa pregare. Che aiuta a pregare. E che con questo libro il popolo di Messori diventa il popolo dei santuari.
Allora, fratello mio, lettore come me, aggiungo che quando la tua preghiera ti sembrerà una follia, una pura follia, prendilo in mano questo libro. Quando tutte le ragioni del mondo per smettere di pregare ti verranno, fratello mio, lettore mio, prendilo in mano questo libro. Sentirai il gridare dei mercanti che entrano ed escono, il passaggio dei cammelli, le donne che chiacchierano, i discepoli che fanno ressa attorno a Cristo e ti dicono lascia perdere, è inutile, tanto Lui non ti può ascoltare, tanto Lui non ti può sentire, che adesso non può occuparsi più di te dopo tutto quello che hai combinato, e poi non vedi quanti sono gli altri malati che si accalcano, che tutti gli gridano, che tutti lo vogliono Cristo.
Quando tutti i pensieri, tutte le giustificazioni, tutte le cose ti vengono in mente e ti parlano per farti tacere, allora prendilo in mano questo libro, perché una caratteristica delle persone devote è di essere insistenti. È la prima cosa che si impara quando si prega nei santuari: a essere insistenti come i bambini. Questa qui è la prima cosa nei santuari.
La situazione del figlio dinanzi alla Madre. Parlare con la Madre con semplicità, mettendo davanti a Lei tutto ciò che ti sta nel cuore, dicendo a Lei quello che ti opprime, quello che ti esalta, comunicarle persino un momento di gioia. Parla, parla, parla, parla. Una sola parola ripetuta incessantemente, come la madre dice sempre la stessa parola di amore al figlio, tesoro, re, amore e ripete, ripete, ripete e sempre sono uguali e mai sono uguali: come il mare, fratello mio, lettore mio devoto, che va sempre portando le stesse onde, sempre diverse, sempre uguali, e quante cose dice il mare, eppure porta soltanto acqua, acqua, acqua, acqua e niente di più e quante cose dice il mare, sempre le stesse cose, fratello mio, devoto come me.
Nei santuari si imparano le frasi del Vangelo per ripeterle a memoria: «Se vuoi, puoi guarirmi!» (Mc 1, 40), e ridirle un’altra volta. «Credo, aiutami nella mia incredulità»! (Mc 9, 24).
Questa frase che è una delle più paradossali del Vangelo e una delle più belle. Imparala e ripetila. Ripetere. Ecco perché ho pensato a Bartimeo, a lui poveretto, che ripeteva e gridava, gridava senza vedere niente e gridava da lontano. «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me» (Mc 10, 48). E Gesù si ferma, guarda un po’. La preghiera attraversa tutte le mura e Gesù si ferma.
L’orazione dei santuari è l’orazione, è l’orazione dei santi, è l’orazione dei mistici, è l’orazione delle persone normali. Hai un peso, un masso nel cuore, ti opprime l’angoscia? Parla, parla. Madre tutto è possibile a te. Ti amo. Guarda, guarda, guarda che mi è successo, guarda i miei pensieri, guarda le mie azioni, guarda i miei desideri, guarda le mie ansie, guarda i miei insuccessi. Adesso guarda ancora i miei desideri. E poi le mie labbra. Guarda o Maria. Tutte le tue personali preoccupazioni, spirituali e temporali, senza aver paura di diventare banale, senza paura di raccontare a Maria addirittura fatterelli. Le tue cose, altissime e modestissime, devono venirti alle labbra immediatamente. Chiedi perché sei un bisognoso. Ringrazia anche, ringrazia molto perché lei ti vuol tanto bene. Consigliati con lei per riuscire giustamente; onestamente, castamente, fervidamente in quella giornata che stai incominciando. O ripòsati all’ombra della sera, accanto a lei, sotto il suo sguardo se è la preghiera che fai dopo una giornata spesa al suo servizio.
Perché l’unico vero consiglio pratico che si impara nei santuari, è di non lasciare mai l’orazione, la preghiera Se non la lasci mai, se non la ritagli mai, hai fatto la cosa più importante, più importante dei metodi, più importante dei sistemi, più importante dell’elevatezza dei pensieri e del fervore dei sentimenti. In materia di orazione è la perseveranza il segreto. Questo continuare, continuare, questa perseveranza che ha soltanto l’amore, anche se ti sembra che non hai amore, ma è soltanto che hai questa lunga pazienza di stare alla porta e di bussare in continuazione. Malgrado il molto lavoro, malgrado la molta fatica, malgrado la inconfessabile svogliatezza, malgrado lo sforzo incessante dell’immaginazione, sulla strada dell’orazione c’è soltanto un male, ed è lo scoraggiamento. Nel libro di Messori, che a questo punto è diventato il libro dei santuari, s’impara ad avere una fiducia che giunge all’eroismo. A perseverare lungo la notte del sentimento, la notte del pensiero, la notte in cui l’oscurità è attraversata da mille passeri di distrazione. In questa notte profonda, perseverare è giungere alla meta; anche se non senti niente, anche se non provi niente, anche se non pensi, anche se ti pare che è inutile tutto ciò e che stai battendo la testa contro un muro, non lasciare l’orazione.
E allora lo trovi fratello mio un autore, che ti dica «Coraggio! Alzati, ti chiama!» (Mc 10, 49). Un Messori che ti dica: fatti coraggio, sta’ contento, abbi speranza, guarda che il Signore c’è. E ci chiama, guarda che il Signore ci ama. Corri, corri, va’. E allora ci si alza ancora nelle tenebre, non vedendo niente, lasciando cadere le vesti (cfr Mc 10, 50).
Questo sì, a Gesù si va soltanto nudi, per seguire Cristo non basta leggere un libro, bisogna anche spogliarsi, spogliarsi affinché il diavolo non trovi dove aggrapparsi. E il cieco è bellissimo. Immagina, immagina. Come si apre un varco tra la folla, tutti si appartano e questo uomo tentennante che avanza, lì sta il Cristo che lo riceve e dice: che vuoi? (Mc 10, 51). Perché il popolo dei santuari all’inizio ha molti desideri, ma poi ne ha uno solo, e alla domanda di Gesù dà l’unica risposta possibile, quella di Bartimeo: vederti Gesù. Bisogna rispondere soltanto quello che ha detto il cieco, perché un unico desiderio devi avere: Signore che ti veda (Mc 10, 51). Non voglio nient’altro, non voglio niente, non voglio niente, Signore, niente, niente. Soltanto vederti, vederti. Perché i milioni e milioni di persone che passano per i santuari arrivano chiedendo delle cose particolari, ed escono con una sola cosa particolare. La conversione. O almeno il suo inizio. Perché ogni orazione non deve portare alla soluzione dei problemi, ma a metterci al di là di ogni problema, porci sulla sponda di Dio.
E in fin dei conti è questo, in fondo, cui mira il libro di Messori: metterci, situarci tu e io a guardar la nostra vita dalla sponda di Dio. È quello che dobbiamo ottenere, il risultato che dobbiamo ottenere. Quello di metterci dal lato di Dio a guardare le nostre cose, la nostra vita, le nostre imprese, anche i nostri peccati, a guardarli dal lato di Dio. Non la soluzione del problema, ma il mettersi al di là di ogni problema, al di sopra di ogni questione fuggente temporale, povera, misera, metterti dal lato di Dio che vuol dire metterti dal lato della fede, della fede anche buia, della fede delle cose che non si vedono, che non si comprendono; della speranza quando non c’è più speranza.
O mettersi dal lato dell’amore quando il cuore è invece uno straccio, quando sembra un duro masso, quando dovremmo chiedere al Signore con il profeta: cambiami Signore il cuore di pietra e dammi un cuore di carne. Un cuore di carne bisogna chiedere al Signore, non un cuore di spirito che non esiste. Ci sono soltanto i cuori di carne, gli spiriti sono fantasmi.
E si alza allora uno, dal libro. Si alza con l’anima resa. Con l’anima resa, abbandonata. Signore eccomi qua, affronto la mia giornata, i miei compiti.
Ma vivo nelle tue mani.



Cor Jesu, adveniat Regnum tuum, adveniat per Mariam!!!!