Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
    ardimentoso
    Ospite

    Predefinito I discorsi che fanno storia

    Cari Amici,

    in un´occasione emozionante e così piena di significato per la vita del nostro partito, la mia vuole essere un´umile e semplice testimonianza di una donna di destra che proprio grazie alla svolta di Fiuggi ha trovato la casa dove identificarsi e riconoscersi.
    Eravamo già in tanti di destra ma non di estrema destra eravamo contro la violenza ma volevamo essere liberi di esprimerci! Gli slogan partoriti da cattivi maestri che arrivavano a dire "né con lo Stato né con le brigate rosse" ci annichilivano.
    Volevamo un partito moderno ed Europeo, un partito non populista ma popolare, un partito non classista ma meritocratico. Eravamo cattolici ma non integralisti, la Lega non poteva convincerci perché allora sembrava rinnegare l´Unità d´Italia, uno dei nostri valori più importanti, Fiuggi ha rappresentato la svolta che volevamo.
    Alleanza Nazionale è stata la nascita di un partito moderno, europeo e che ha rimesso al centro i valori, che per molti sembrano ingombranti e perdenti ed ha avuto anche il coraggio di non coprire alcuni errori gravissimi della nostra storia. E con la nascita di AN è finita così l´egemonia di sinistra che ha condizionato la vita culturale sociale e politica di questo paese. Sin dai tempi della scuola e dell´Università siamo stati soffocati dalla sinistra, professori di sinistra, testi scritti da uomini di sinistra e nella società musica, cinema, televisione sempre per lo più di sinistra.
    AN è nata con lo spirito di allargarsi a tutti coloro che credevano a quello che ho appena detto ed ancora non avevano trovato la giusta casa, dove portare avanti con passione e determinazione le proprie idee i propri valori a testa alta facendoli diventare i valori della maggioranza della Nazione. Ed è proprio questa la ...... del nostro decennale che recita: eravamo in pochi a chiamare Patria l´Italia oggi siamo la maggioranza. Eravamo in pochi a parlare di sicurezza, oggi siamo la maggioranza.
    Quando torno con la memoria al discorso di Fiuggi di Gianfranco Fini che recitava: "lasciamo la casa del padre" penso al travaglio e al dolore suo e dell´intera classe dirigente, poteva sembrare un salto nel buio. `è voluto un grande coraggio e una grande lungimiranza ma sono felice oggi di dover dar loro atto che la scommessa di AN è stata vinta!
    Questo partito ha avuto successo, anche perché ha saputo aprirsi verso l´esterno, verso la società civile che guarda ad AN come un partito serio, un alleato intelligente e loda la nostra gente questo è e questo vuole da noi.
    Le donne sono in prima linea, pronte come sempre ma più consapevoli del loro apporto. Ci battiamo con forza per i nostri diritti ma ci ricordiamo prima dei nostri doveri. Pronte a mobilitarsi sul territorio, ad andare nelle piazze per crescere ancora.
    Le donne di AN si vogliono mobilitare per riaffermare quei valori, che molte di sinistra vedevano invece come ostacoli, per noi la famiglia è una risorsa, i figli la nostra continuità e quindi il nostro futuro, gli anziani coloro che ci tramandano i nostri valori la nostra storia e la loro saggezza. Questo siamo noi donne di AN.
    In questi 10 anni il cammino è stato lungo molto abbiamo seminato, molto ancora dobbiamo raccogliere, ma per fare questo per continuare a crescere dobbiamo aggregare ancora più italiani nel nostro progetto.
    AN, come dice il nostro presidente Fini vuole continuare a vincere, allora vincere e convincere.

    Daniela Santanchè
    30.01.2005 - Discorso al Decennale di AN

  2. #2
    ardimentoso
    Ospite

    Predefinito

    Signor Presidente della Camera dei Deputati,
    Signor Presidente della Corte Costituzionale,
    Signor Vice Presidente del Senato,
    Onorevoli Ministri,
    Autorità,
    Signore e Signori,

    poco fa, quando ormai prossimo alla scadenza del mandato presidenziale, ho salito la scalea del Vittoriano, ho rivissuto lo spirito col quale lo feci la prima volta, il giorno stesso dell'insediamento, il 18 maggio di sette anni fa. Mi è tornato alla mente lo stato d'animo di allora. Nel silenzioso raccoglimento di fronte alla tomba del Milite Ignoto, simbolo di tutti i Caduti per la Patria, rinnovai nel mio intimo il giuramento, fatto poco prima in modo solenne di fronte al Parlamento, di non venir mai meno al mio dovere fondamentale, quello di essere garante della libertà dei cittadini e dell'unità della Patria.
    In questi sette anni questo giuramento è stato costantemente l'ispirazione del mio agire. Le radici del mio sentire sono l'amor di Patria, l'orgoglio di essere Italiano. Ho chiara nella mente un'idea dell'Italia, che so condivisa dai miei compatrioti. Negli anni del mio settennato ho esortato gli Italiani a sentire e ad esprimere con forza la propria identità nazionale. E' un sentimento che proviamo con particolare intensità in una giornata come questa.

    Celebriamo oggi il sessantunesimo anniversario del giorno della Liberazione e della riunificazione della nostra Italia. Abbiamo reso onore a enti e persone che hanno bene meritato della Patria. In queste giornate, molte memorie si affollano alla mente: più forte di ogni altra il ricordo di coloro che diedero la vita per la libertà di tutti, gli Eroi della Resistenza, sia armata sia civile.
    La Resistenza si espresse in molti modi. Ne furono primi protagonisti gli operai che scesero in campo contro la dittatura nel marzo del '43, astenendosi dal lavoro; i militari che dopo l'8 settembre si opposero alle forze che volevano sopraffarli, e i civili che in tante città si unirono a loro. Fu Resistenza quella delle centinaia di migliaia di militari deportati, che preferirono una durissima prigionia al ritorno in Italia al servizio della dittatura. Fu Resistenza la spontanea mobilitazione di popolo per salvare e proteggere militari e civili alla macchia, prigionieri alleati fuggiti dai campi, ebrei minacciati dallo sterminio.
    Fu punta avanzata della Resistenza la lotta armata delle unità partigiane nelle città, nelle pianure, nelle montagne, e quella combattuta dalle unità ricostituite del nostro esercito: esse riscattarono l'onta dell'8 settembre. Vorremmo che i nomi di tutti i caduti, di tutte le vittime delle stragi compiute dalle forze di occupazione o della violenza della dittatura venissero ricordati, in ogni Comune d'Italia, da lapidi che ne consacrino la memoria, a memento per le generazioni future. E' il loro ricordo che ci dà ancora forza per affrontare i problemi del tempo presente, con spirito unitario, animati dal forte sentimento dell'amor di Patria. Rendiamo onore, in questa giornata, ai soldati alleati che a prezzo di perdite immense vennero per liberare l'Europa dalla tirannide.

    Queste memorie ci spingono anche a una più vasta riflessione sul nostro passato: sul lungo cammino che ha condotto l'Italia a quella giornata felice del 25 aprile 1945, quando siamo tornati a respirare, uniti, l'aria inebriante della libertà; e sul cammino che da allora abbiamo percorso fino ad oggi. E' solo dalla riflessione attenta sul nostro passato, remoto e recente, che possiamo trarre le linee-guida per i nostri comportamenti.
    Guardando indietro nel tempo, la mente corre alla conquista dell'unità nazionale, nel secolo del Risorgimento. Ma prima ancora che nascesse lo Stato italiano gli Italiani si sentivano uniti, perché avevano in comune una lingua, una cultura, una lunga storia di civiltà. La nostra identità nazionale ha radici profonde. Roma e la cultura classica; Roma fulcro del Cristianesimo; l'Umanesimo e il Rinascimento - le grandi forze che hanno fatto l'Europa - appartengono alla nostra storia, sono costitutive della nostra civiltà. Questi sono i nostri lontani ma ancora ben vivi punti di riferimento, le prime sorgenti del nostro essere e sentirci Italiani.
    Il Risorgimento fece l'Italia libera e unita grazie al confluire degli sforzi di poeti, di scrittori, di uomini di visione e di uomini d'azione, da Giuseppe Mazzini a Camillo di Cavour, ai Re sabaudi, a Giuseppe Garibaldi, ai tanti patrioti che in ogni parte d'Italia non esitarono a dare la vita per la realizzazione del grande sogno che li ispirava tutti: il sogno di un'Italia indipendente e finalmente unita. Un filo ideale ininterrotto unisce gli eroi del Risorgimento, e i soldati che combatterono la Grande Guerra come ultima guerra risorgimentale - i caduti furono 650 mila - ai protagonisti della Lotta di Liberazione, che pose fine all'infausto ventennio della dittatura fascista, complice la Monarchia. Non una tra le grandi Nazioni dell'Occidente può purtroppo vantarsi di non avere attraversato, nel corso della propria storia, in tempi e circostanze diverse, periodi oscuri.
    Quando gli Italiani tornarono a votare liberamente, il 2 giugno del 1946, scelsero la Repubblica. Ha avuto allora inizio un nuovo capitolo della storia d'Italia. La nostra società era solcata da profonde divisioni e da antagonismi ideologici tra forze politiche diverse. Fu merito e gloria dei Padri della Repubblica di aver dato vita, con spirito concorde, alla Costituzione, la Carta che ancora oggi stabilisce le regole del nostro vivere insieme. E' nel dettato della Costituzione che un Presidente della Repubblica, eletto come supremo garante delle istituzioni e delle libertà di tutti, trova le parole illuminanti, i principi, i valori, le regole che gli indicano con chiarezza quali debbano essere le sue scelte.
    La Costituzione è stata e rimane la mia Bibbia civile, il testo su cui ho riflettuto in ogni momento difficile. Io non sono mai stato un uomo politico, ma soltanto un cittadino al servizio dello Stato. Quando ero già avanti negli anni, mi sono stati affidati compiti politici, che mi sono sforzato di assolvere avendo sempre per sicuro riferimento la Costituzione.

    Avevo nel cuore, fin dal primo giorno del Settennato, una idea dell'Italia. Avevo in mente anche un'idea dell'Europa, che la nuova Italia democratica e repubblicana ha fin dall'inizio contribuito a costruire. Animava i padri fondatori della Comunità Europea una risoluta volontà di pace, sola via di salvezza per i popoli europei, per la civiltà che insieme hanno creato, e che avevano rischiato di distruggere. L'Europa unita e libera, non meno dell'Italia libera e unita, è la Stella Polare che fino ad oggi ha guidato il mio cammino.

    Questi sentimenti, frutto delle esperienze di una vita iniziata, nella gioventù, negli anni drammatici della seconda guerra mondiale e della lotta di liberazione, mi hanno ispirato stati d'animo a cui, divenuto Capo dello Stato, ho dato spontanea espressione: l'amor di Patria, l'adesione istintiva ai simboli della Nazione italiana, l'inno di Mameli, la bandiera tricolore, il vessillo levato in alto dagli eroi del Risorgimento.
    Mi ha guidato il rispetto delle grandi istituzioni nazionali, create dalla Costituzione repubblicana: il Parlamento; gli Organi liberamente eletti cui è affidato il compito di governare la Cosa Pubblica, nell'ambito nazionale e in quello locale; la Corte Costituzionale, di cui abbiamo appena celebrato il cinquantesimo anniversario; il libero, autonomo e indipendente Ordine giudiziario; le Forze Armate e le Forze dell'Ordine.
    Proponendo ai miei compatrioti questi miei sentimenti e convinzioni, ho avuto una risposta popolare corale, al di là di ogni attesa. Nel mio lungo viaggio in tutte le province d'Italia mi sono sentito sostenuto ad ogni passo da un largo consenso, espressione di uno spontaneo, forte, sincero patriottismo.
    E' scorsa davanti ai miei occhi l'immagine di un Paese molto più unito, molto più omogeneo, nei suoi sentimenti e nelle sue scelte, di quanto farebbe talvolta pensare l'eccessiva asprezza degli scontri politici di vertice. Tutto ciò mi ha dato forza per affrontare ogni nuova difficoltà, ogni momento di crisi, operando come mi suggeriva la Costituzione, come mi dettava la coscienza.

    Si sta ora iniziando, per effetto del voto del 9 e 10 aprile, un nuovo capitolo della storia politica della Repubblica, scandita dal succedersi di atti istituzionali dovuti; primo fra tutti, l'insediamento del nuovo Parlamento. In una giornata come questa, che celebra l'unità e la libertà della Patria, sento il dovere di rivolgere a tutte le forze politiche un forte invito a lasciarsi risolutamente alle spalle le asprezze della contesa elettorale, a ricreare tra di loro e nel Paese quel dialogo che è premessa e strumento del buon governo della Cosa pubblica.
    Il dialogo fra le parti politiche è l'essenza della vita di una democrazia serena e operosa, è l'essenza dell'istituzione parlamentare, luogo d'incontro di culture politiche rispettose le une delle altre. Il cuore di una Nazione libera batte nel Parlamento, l'istituzione punto d'arrivo della storia della civiltà europea, creata per dare vita, attraverso un vivace, leale confronto delle opinioni, sia a decisioni condivise riguardanti i principi e le regole istituzionali, sia anche a fruttuose convergenze nelle grandi scelte politiche. Con questi sentimenti rivolgo, in questa giornata del 25 aprile, i miei auguri di ogni bene a tutti gli Italiani.
    Viva la Repubblica.
    Viva l'Italia.

    Carlo Azeglio Ciampi
    25-04-2006 - Cerimonia di consegna del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi delle Medaglie d'Oro al Merito Civile nella ricorrenza del 61° anniversario della Liberazione

  3. #3
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    buon appetito!

    riproduzione integrale del discorso che ho tenuto ai convenuti al mio pranzo di nozze

  4. #4
    ardimentoso
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    Signor Presidente, onorevoli colleghi, qualunque sia l'occasione di discutere sulla Turchia, è chiaro che il dibattito diventa immediatamente politico, al di là dell'occasione più o meno giuridica che ne è alla base, come sta succedendo ora.

    Abbiamo firmato insieme, tutti i gruppi, un importante documento di compromesso che esprime un punto unitario, ma abbiamo sacrificato sull'altare di questa unità anche taluni elementi di correttezza.

    A mio avviso, il documento è estremamente duro rispetto alle richieste che rivolge alla Turchia e tale approccio non aiuta neppure gli amici greci, ciprioti ad essere più flessibili, a trovare anche loro una soluzione a questa situazione, di cui sono ampiamente e largamente responsabili. Non si può dimenticare chi ha respinto il referendum,non si possono dimenticare i motivi per cui ci si trova in questa situazione. Dico questo giusto per ettere le cose come stanno.

    Un paese che stava per diventare membro ha impedito a un Commissario dell'Unione europea di rivolgersi dalla TV di Stato e questo Commissario ha dichiarato di essere stato tradito nella fiducia riposta e nella parola data dalle autorità greco-cipriote. Lo dico perché non facciamo un favore neanche agli amici-ciprioti se non richiamiamo anche loro al senso di responsabilità per quanto riguarda questa situazione.

    Finalmente per chi come noi pensa e spera ad un'Europa politica, ad una forza politica, economica, morale, è chiaramente sorprendente che noi stessi non ci rallegriamo dei successi che il nostro potere dolce europeo già sta ottenendo in Turchia. Possibile che noi stessi non ci rendiamo conto che sono caduti recentemente diversi tabù, che in Turchia si discute di Armenia e lo si fa con l'appoggio del governo, nonostante tutto il Primo Ministro e il Ministro degli esteri hanno sostenuto l'apertura di questo dibattito. E' caduto il tabù curdo, basta pensare all'ultimo intervento del Primo Ministro sugli errori commessi al riguardo, l'assunzione di responsabilità con l'intervento di Diyarbakir. Questi sono i successi dell'Europa politica, sono i successi della nostra capacità di attrazione alle strutture e a sistemi democratici aperti e più rispettosi.

    E' vero, abbiamo il diritto di essere critici, ma non abbiamo il diritto di essere cinici; la morte precoce della Costituzione europea sulle forche elettorali di Francia e Olanda ha lasciato il continente senza una frontiera di maturazione ideale, facendo stagnare risentimenti, cinismi che non sono una politica.

    Non si fa politica in questo modo, non si fa una politica federalista, liberale dell'Europa che noi vogliamo come attrazione di libertà, di stato di diritto, di democrazia.

    Emma Bonino
    28.09.2005 - Parlamento Europeo: adesione della turchia all'unione europea

  5. #5
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    grazzie dande a duddi

    Bilbo o Frodo Baggins, non ricordo bene

  6. #6
    ardimentoso
    Ospite

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    Signore deputate, signori deputati, mi rivolgo a voi direttamente senza la lettura di un testo scritto per sottolineare con un piccolissimo gesto il senso di apertura, di confronto e di dialogo che vorrei prevalesse in questo Parlamento.
    Ringrazio allo stesso modo chi ha voluto votarmi e chi, altrettanto comprensibilmente, mi ha negato il suo voto. Vorrei così richiamare alla pari dignità politica di ognuna e di ognuno in quest'aula, del Governo come dell'opposizione, della maggioranza come della minoranza. Vorrei che ognuno di voi e ogni parte politica potesse contare sul mio assoluto rispetto di questo principio.
    Saluto le donne e gli uomini del nostro paese. Saluto il Presidente della Repubblica, Carlo Aurelio (Commenti)... Carlo Azeglio Ciampi (Applausi) - chiedo scusa al Presidente ed a voi - anche per il modo autorevole e popolare con cui rappresenta il paese.
    Attendo l'elezione del Presidente del Senato, al quale fin da ora assicuro la mia collaborazione. Saluto il presidente della Corte costituzionale.
    A Pier Ferdinando Casini, che mi ha preceduto in questo importante incarico (Vivi, generali applausi - Numerosi deputati si levano in piedi) con una capacità e con un senso delle istituzioni che spero di potere imitare, va il sincero ringraziamento mio e di tutta l'Assemblea (Generali applausi).
    Auguro a tutte le deputate ed a tutti i deputati, all'insieme dell'Assemblea, buon lavoro. Ne ha bisogno il paese, ne hanno bisogno le nostre istituzioni democratiche.
    Credo che il primo compito che tocchi a tutti noi è di lavorare ad una forte valorizzazione del ruolo del Parlamento della Repubblica italiana. Si tratta, credo, di una necessità storica in questi nostri tempi difficili. Tempi di un passaggio impegnativo per la democrazia in Italia e in Europa.
    Viviamo ogni giorno il rischio di un distacco del paese reale dalle istituzioni, il rischio di una separazione della quotidianità della vita delle donne e degli uomini dalla politica, il rischio che, in questo quadro, una parte della società - quella più debole, quella più spogliata - venga trascinata fuori dal quadro della politica. La politica tutta vive una sua crisi; eppure dal nostro paese viene alta e grande una domanda di politica, come si è visto anche nelle recenti partecipazioni alle elezioni, una domanda esigente e, a volte, aspra. Il Parlamento non potrà da solo risolvere questi grandi problemi, affrontare questa dura crisi, ma può concorrere alla rinascita e allo sviluppo di tutte le forze democratiche, di partecipazione e di politica; concorrere con l'insieme delle istituzioni democratiche e attraverso la partecipazione delle donne e degli uomini del nostro paese, con cui penso possiamo lavorare alla riqualificazione dello spazio pubblico, che ognuna e ognuno possa vivere come propria comunità.
    Credo che dovremmo guardare con attenzione e cura a tutti i corpi, le amministrazioni, da cui dipende la vita dello Stato repubblicano. Rivolgo da qui un'attenzione a tutti i dipendenti pubblici, ai corpi dello Stato, alle sue amministrazioni centrali e locali, centrali e territoriali, affinché possano dispiegare tutta la loro potenzialità. Vorremmo concorrere a valorizzare la loro autonomia, le loro autonomie, che sono una grande ricchezza per il paese - tutte le autonomie, da quella della magistratura a quella del servizio pubblico di comunicazione e di informazione -, per far sì che tutti noi possiamo sentirci cittadini di uno Stato di diritto e cittadini conosciuti e riconosciuti. Più in generale, di fronte a questo Parlamento sta il compito di un rapporto positivo tra il paese reale e le istituzioni. Il popolo deve poter investire tutta la sua fiducia sulle istituzioni democratiche per nuove conquiste di libertà, di diritti alle persone, anche liberandoli in tanta parte del paese dai gioghi che subiscono, a partire da quello intollerabile di ogni mafia, per una nuova frontiera da costruire di giustizia sociale e di sicurezza delle cittadine e dei cittadini, sicurezza nel senso più alto di diritto all'accesso al futuro, quello cioè di poter contare sulla possibilità di costruire i propri destini.
    Per questo noi vogliamo contare sulla scuola come una parte fondamentale nella costruzione di una nuova convivenza; e vorrei qui ricordare il lavoro prezioso delle insegnanti e degli insegnanti che costituiscono un patrimonio per il futuro del nostro paese (Applausi). Un patrimonio con cui lavorare per sconfiggere la peggiore delle selezioni di classe, quella che può colpire in giovane età ragazze e ragazzi, spingendoli all'esclusione. E vorrei ricordare da questa tribuna la lezione, in cui vorrei tutti ci riconoscessimo, di una grande coscienza civile e di un riformatore del nostro paese che di questo tanto ci ha insegnato: don Lorenzo Milani (Applausi). Ma le istituzioni democratiche sono vitali se cresce con esse la società civile. Questa relazione sociale e umana, che fa la cultura grande di un paese, può essere oggi il fondamento anche di una nuova economia, non solo di una civiltà: l'Italia ha qui la sua risorsa più grande.
    Perciò, vorrei che potessimo vivere insieme - insieme -, pur nella diversità delle posizioni politiche, un allarme: il rischio della crisi della coesione sociale,
    che può vivere l'Italia come tutta l'Europa, minacciata in questo periodo, come ci dicono i fatti di cronaca di episodi barbarici ancor più che impegni saggistici.
    Interroga la politica, questa crisi. C'è una fatica di vivere, un'incertezza, qualche volta una perdita di senso, in parti della società che vengono spogliate di futuro. Vivono, queste realtà drammatiche, insieme a tante esperienze di speranza, di innovazione, di investimento sul futuro. Per battere le prime, il Parlamento può inscrivere la sua iniziativa nell'impegno - comune - a costruire popolo, appartenenza, comunità.
    Sono un uomo di parte: un uomo di parte che, perciò, non teme il conflitto; che sa che la politica chiede scelte, confronto tra tesi diverse, anche opposizioni e persino contrapposizioni. Ma una cosa vorrei che fosse bandita nel nostro futuro politico: quella di lasciare scivolare la politica nella coppia amico-nemico, in cui c'è la negazione di quello che pensa diversamente da te. Abbiamo bisogno, insieme alle differenze, e persino ai contrasti, di costruire un concorso per realizzare un'Assemblea, questa, che parli a tutto il paese il linguaggio della convivenza, della convivenza anche oltre la politica, della convivenza come valorizzazione delle differenze, delle diversità da non negare ma, anzi, da nominare e da riconoscere: differenze di genere, attraverso le quali si manifestano due punti di vista diversi nel mondo; differenze etniche, tra nativi e migranti; differenze generazionali; differenze tra credenti e non credenti e tra le molte fedi.
    La laicità non è solo un'eredità del passato, e non è neppure solo la pur necessaria e condivisibile difesa dell'autonomia del legislatore. La laicità chiede, in Italia come in Europa, una sua rielaborazione, per farne l'orizzonte di una nuova convivenza, della costruzione di una cittadinanza universale in cui progettare il nostro futuro, un futuro che sta sospeso tra rischi terribili e grandi speranze. Progettare il futuro si può! Lo sapremo fare, quale che sia anche la radicalità del nostro dissenso, se sapremo riandare alle radici più profonde del nostro popolo e delle sue grandi culture.
    Questa legislatura si apre tra il 25 aprile ed il 1o maggio, due date importanti della nostra storia.
    Il 1o maggio, la festa del lavoro, ci ricorda il mondo e ci raccorda ad una questione fondamentale: il rapporto tra il lavoro e la vita, che decide, spesso, il livello di società e di civiltà. Per anni, non solo questi ultimi, si è vissuto un oscuramento nel mondo del lavoro: un lavoro che ha subito spesso una svalutazione sociale, alla fine della quale è spuntata drammaticamente la precarietà come il male più terribile del nostro tempo. Io penso che sia intollerabile. Perciò, dobbiamo riprendere il filo di un diverso discorso, per restituire il futuro alle nuove generazioni, che ce lo chiedono in molti modi, ma che ce lo chiedono così intensamente (Applausi di numerosi deputati).
    Il 25 aprile è la radice della nostra Repubblica. Vorrei che questa Assemblea potesse idealmente svolgersi a Marzabotto, in quel cimitero sopra una collina annegata nel verde, in un silenzio che esalta il ricordo del genocidio, degli orrori della guerra. Anche lì, signore deputate, signori deputati, è nata la nostra Costituzione, la sua irriducibile scelta di pace, riassunta nell'articolo 11 della Costituzione. C'è lì la ragione prima della nostra irriducibile lotta contro la guerra e contro il terrorismo.
    Noi piangiamo anche oggi le vite di soldati italiani uccisi a Nassiriya (Generali, prolungati applausi - L'Assemblea si leva in piedi); anche oggi portiamo la nostra umana solidarietà alle famiglie di questi cittadini. L'una e l'altra cosa ci fanno intendere il dolore per ogni vittima della guerra e del terrorismo. Perciò, vorrei che facessimo insieme, nell'avvio di questi nostri lavori, un pellegrinaggio, il pellegrinaggio che Piero Calamandrei indicava ai giovani.
    Ha scritto Piero Calamandrei: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità...
    (menia urla: NELLE FOIBE!)... andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione» (Vivi applausi di numerosi deputati): lì c'è l'origine della nostra Repubblica!
    Vorrei che questo pellegrinaggio fosse il viatico per il lavoro di questa Assemblea, in cui ognuno possa riconoscersi per trovare nelle radici le ragioni e la forza per progettare il futuro dell'Italia, dell'Europa e del mondo

    Fausto Bertinotti
    28/4/2006 - insediamento presidente della camera dei deputati

  7. #7
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    domani è un altro giorno

    ma non ricordo chi l'abbia detto. Federico Nietzsche, forse?

 

 

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