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    Predefinito Il federalismo integrale per Alain de Benoist

    Il federalismo integrale per Alain de Benoist
    di Intervista di Sergio Terzaghi [05/12/2005]
    Fonte:ariannaeditrice.it
    Dialogare con Alain de Benoist è un’esperienza formativa per chi crede che la politica abbia oramai divorziato dalle idee. Il sessantenne filosofo francese incarna il tipo umano del ribelle che però non si estranea dalla società, ma che vi partecipa al fine di attivare modalità che la possano mettere in cortocircuito. Nel suo sguardo si legge l’apertura e la disponibilità verso l’altro, att! eggiamenti poco inclini a numerosi professoroni, da anni asserviti al pensiero unico. De Benoist, ha una visione del mondo che avversa ogni tipo di dispotismo, auspicando la conservazione delle differenze culturali tra i popoli poiché queste rappresentano la ricchezza del mondo. Egli afferma il primato della politica sull’economia e denuncia come gli effetti dell’omologazione nelle società liberali, le ri*conducano ad una specie di “totalitarismo dal volto umano”. De Benoist, sostenendo che la politica sia chiamata a rinascere partendo dalla base, riprende con stile il pensiero del federalismo integrale.

    Professore, la Francia è lo stato giacobino per eccellenza. Come prende forma nella Sua persona la riflessione federalista?

    La Francia ha in effetti una vecchia tradizione giacobina, che non comincia però con la Rivoluzione: la tendenza alla centralizzazione, a spese dei poteri locali, é stata largamente avviata sotto l’Ancien Régime, la Rivoluzione non ha fatto altro che radicalizzarla. Questa tradizione é collegata alle modalità di formazione della nazione francese, la quale é nata dall’espansione progressiva d’un nucleo centrale, associata alla messa in atti d’un mercato nazionale e d’uno spazio giuridico unificato. Al contempo, non va dimenticato che ci sono sempre state resistenze alla centralizzazione, specialmente da parte della nobiltà, ma anche da parte degli strati popolari. Tutta una corrente di pensiero, che va da Henry de Boulainvilliers a Tocqueville, ha denunciato con forza il giacobinismo. Nelle province periferiche, con tratti più marcati, i regionalismi e le autonomie si sono mantenute sino ai giorni nostri. Nel XIX° secolo, uomini di sinistra come Proudhon, di destra come il giovane Maurras e, soprattutto, il giovane Barrès hanno richiesto esplicitamente il federalismo.

    Personalmente, sono giunto al federalismo a causa d’una spontanea simpatia per i movimenti regionalisti (bretoni, normannni, fiamminghi, alsaziani, corsi, baschi, ecc.), provata fin dalla mia gioventù, e per la derivante riflessione di filosofia politica. Il federalismo mi è apparso come il solo sistema politico capace di conciliare l’uno e il molteplice, vale a dire gli imperativi in apparenza contraddittori dell’unità, necessaria alla decisione, e della libertà, necessaria al mantenimento delle diversità. Ma ho anche subito l’influenza d’un certo numero d’autori come Paul Sérant e Thierry Maulnier, che scrissero negli anni sessanta “Le XXe siècle fédéraliste”, come Robert Aron, il quale fece parte dei “non-conformisti degli anni 30” e non smise di difendere le idee di Georges Sorel e il socialismo associativo - solidale francese, come Alexandre Marc, direttore di “L’Europe en formation” e teorico del “federalismo integrale”, ecc.

    La democrazia rappresentativa contemporanea ha in sè il rischio di non rappresentare nessuno, tanto meno il popolo. Cosa ne pensa?

    La crisi della rappresentanza affligge oggigiorno tutte le democrazie liberali. L’indebolimento dello Stato-nazione, il quale, come ho detto sovente, è divenuto, in una volta, troppo grande per rispondere alle aspettative quotidiane della gente e troppo piccolo per far fronte alle problematiche che si sviluppano oramai su scala planetaria, ha avuto per conseguenza la rottura di ogni legame sociale (lo Stato non è più produttore di socialità) e una frattura, sempre più accentuata, tra la classe politica e i cittadini. Quest’ultimi allora tendono a rifugiarsi nell’astensione o a votare per i partiti di pura protesta, i quali non rappresentano forze costruttive. E’ possibile rimediare a questa situazione soltanto ponendo in essere una democrazia partecipativa su tutti i livelli che, a partire dalla base, permette a ciascun cittadino di! partecipare alle vicende pubbliche.

    Esiste, pertanto, secondo lei, il problema della sovranità?

    Il problema della sovranità è un altro problema. Nell’ottica giacobina dello Stato-nazione, la sovranità è definita, sin dai tempi di Jean Bodin, come una nozione “indivisibile”: l’autorità sovrana è un’autorità alla quale non si potrà per definizione assegnare limiti. Una simile sovranità ha autorità su tutto, e tutto tende naturalmente al despotismo. Il federalismo non rigetta in nessun modo la nozione della sovranità, ma ne dà un’altra definizione. La sovranità non è indivisibile, ma è ripartita secondo il principio di sussidiarietà o della sufficiente competenza. Il potere sovrano non è un potere assoluto, rappresenta solamente il potere situato al livello più elevato e dove il campo di decisione è più esteso, quello che interviene solo quando i poteri locali, ai livelli inferiori, non sono in grado di risolvere i problemi prese! ntatisi.

    Johannes Althusius, uno dei primi pensatori federalisti, sosteneva che il sociale andasse costruito partendo dalla prima forma associativa, la famiglia, per poi concretizzarsi in comuni, province e regioni? Oggigiorno, è possibile adottare questa modalità?

    R: Dare nuova vitalità alle famiglie è certamente una delle condizioni per ricreare un legame sociale, perché la famiglia è uno dei luoghi d’apprendimento della socialità, dello stare insieme. Ma io credo che c’è un grave errore nel considerare la società globale come un sistema di “bambole-matrioska” dove si potrà passare, senza una vera rottura, dalla famiglia ai comuni e alle regioni. Questo errore è stato costantemente commesso da autori, generalmente di destra, che hanno assimilato la società globale a una grande famiglia (aventi spesso come scopo l’annettere la sovranità ad un padre di famiglia, di cui gli stessi soggetti sarebbero i “figli”). La famiglia dona valore alla dimensione privata dell’esistenza, i comuni e le regioni alla vita pubblica. I modelli relazionali dentro la famiglia sono rappresentati da un legame, tra genitori e figli, che è fondamentalmente differente dallo stesso che esiste in seno ad una società politica. Disconoscere la differenza naturale tra la dimensione privata e la dimensione pubblica dell’esistenza umana rischia di condurre, sia a un totalitarismo che sottomette alla politica tutti gli aspetti della vita privata, sia all’inverso cioè ad un liberalismo che mira alla “privatizzazione” generalizzata delle vicende pubbliche.

    Preso atto di questi rischi, appare però evidente come l’odierna società sia composta da individui atomizzati, slegati uno dall’altro. Vede la possibilità della nascita di un nuovo modello antropologico?

    Noi viviamo infatti un’epoca in cui l’individualismo intacca le cose più alte, ma in cui allo stesso tempo, e potrebbe essere per compensazione, si vedono nascere e svilupparsi spontaneamente nuove forme associative simili quali le “tribù”, le comunità, le reti, ecc. Il vero problema è attinente alla colonizzazione degli spiriti attraverso l’immaginario economico e mercantile. Il modello antropologico dominante è quello d’un uomo esclusivamente preoccupato di massimizzare il suo miglior interesse, vale a dire in generale di raggiungere una quantità sempre più grande d’oggetti consumati. Il messaggio implicito dei mass-media rende l’idea che le felicità sia sinonimo di consumo. Questo modello è tanto descrittivo quanto normativo: legittima a sua volta il materialismo pratico e l’idea che il comportamento egoistico sia il comportamento più normale che ci sia. In quest’ottica, il legame sociale si scioglie immancabilmente, perché l’altro appare prima di tutto come un rivale in un tessuto sociale trasformato in uno spazio di concorrenza generalizzata. Ciò dunque contrasta l’avvento d’un altro modello antropologico. Quest’ultimo esige la restituzione all’immaginario della capacità simbolica, la ridefinizione dell’uomo come un essere fondamentalmente sociale e politico, ed la risistemazione dei valori marcantili al loro posto, necessariamente subordinato.

    Esiste in Europa un problema culturale per i suoi molteplici popoli?

    Sul punto, si potrebbe riprendere la datata distinzione tra cultura e civilizzazione, che ricalca d’altronde la distinzione tra comunità e società, teorizzata da Ferdinand Tönnies. La civilizzazione tende verso l’unico, mentre le culture sono sempre più d’una. La diversità culturale dei popoli europei — diversità relativa nella misura in cui questi popoli hanno tutti un retaggio comune — é oggigiorno minacciata dalla progressiva omogeneizzazione degli stili di vita, indotti da una globalizzazione pilotata dalla superpotenza americana, ma che si definisce anzitutto come l’espansione planetaria della Forma-Capitale ad oggi totalmente deterritorializzata. Qui ancora, io credo che non si potrà contrastare questo processo se non attraverso un ritorno alla base, alla vita locale, alle comunità. Si tratta di contrapporre il locale al globale e, così facendo, di donare alla globalizzazione un altro contenuto, multipolare e differente.

    La scomparsa delle lingue locali è, secondo lei, un dato significativo?

    La scomparsa delle lingue locali è evidentemente un aspetto dell’impoverimento delle culture e della riduzione della diversità. All’epoca della Rivoluzione, i giacobini avevano già tentato di far sparire con metodo autoritario il “vernacolo” e i dialetti locali. La IIIª Repubblica francese ha proseguito in questa direzione cercando di ripiegare l’uso delle lingue regionali solo sulla sfera privata. Al giorno d’oggi, le lingue locali sono meglio accettate, e perfino protette, ma è tutto lo stile di vita caratteristico della società globale che è loro sfavorevole. Il sistema mediatico, e specialmente la televisione, gioca a riguardo un ruolo centrale: i bambini non parlano più come i loro genitori, parlano come parla la televisione. Allo stesso tempo, l’anglo-americano s’impone ciascun giorno un po’ di più come la lingua de! lla nuova koinè mondiale. Però, la situazione è molto differente a seconda delle regioni. Certe lingue locali sono evidentemente destinate a sparire, altre hanno buone possibilità di sopravvivere, soprattutto quando sono impiegate quotidianamente nelle regioni che hanno saputo conservare l’essenza della loro personalità.

    Quali sono, secondo lei, gli scenari che si prefigurano per i popoli d’Europa?

    La costruzione politica dell’Europa è ad oggi totalmente bloccata, a causa della persistenza delle logiche degli stati-nazione, per l’assenza totale di volontà da parte degli uomini politici, e a causa della burocrazia. Al posto d’approfondire le proprie strutture istituzionali, l’Europa ha scelto di allargarsi in fretta ad alcuni paesi i quali non hanno altra ambizione se non quella d’integrarsi in un vasto mercato transatlantico. Pretende oggigiorno di dotarsi d’una Costituzione senza aver posto in essere un potere costituente, e pensa di aprirsi alla Turchia, ciò mostra che non ci sono nemmeno accordi tra gli Europei circa i veri confini dell’Europa. L’equivoco maggiore riguarda il fatto che non esiste un accordo sulle finalità della costruzione europea. C’è questo problema di finalità che occorre tener presente. L’alternativa è chiara: o l’Europa, dando la priorità alla liberalizzazione, sposerà la dinamica d’un grande mercato mirato ad allargarsi il più possibile, e in questo caso l’influenza americana diventerà preponderante, oppure si appoggerà a una logica d’approfondimento delle proprie strutture d’integrazione politica grazie all’espediente offerto dal federalismo e dalla sussidiarietà, in una prospettiva essenzialmente continentale e con l’intenzione di bilanciare il peso degli Stati Uniti d’America.

    Quale Europa vorrebbe?

    Vasta questione, e penso di aver già risposto. Mi auguro che l’Europa divenga una potenza indipendente che possa giocare un ruolo regolatore della globalizzazione in un mondo multipolare, ma anche una Europa che non si rinchiuda nella sola logica della potenza, ma che possa essere il luogo d’un nuovo progetto di civilità.

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    Il federalismo etnico di Saint-Loup di Jérôme Moreau





    “La gioventù francese che ieri viveva nelle tenebre, a cui mancava un ideale, che aveva perso la fede nei destini della patria, sarà abbagliata domani dal compito che l’attende: rifare l’Europa…(1)”.



    Per la destra, per lo meno quella che non lo disprezza, Marc Augier detto Saint-Loup è il romanziere della civiltà minacciata e dell’Europa delle patrie carnali… Due temi che sono punto di riferimento dopo Solstice en Laponie, pubblicato nel 1939, dove l’autore espone già il suo timore per l’evangelizzazione e la colonizzazione delle popolazioni lapponi da parte dei mercanti della morale.

    Riflessione che prosegue sotto l’occupazione, soprattutto negli articoli su i Baschi ed i Bretoni dove Saint-Loup pone i primi fondamenti del “federalismo etnico” quale principio su cui vuole organizzare l’Europa (2).

    Sia detto tra parentesi, la difesa dei popoli minacciati non si limita nel suo spirito al solo territorio europeo giacché egli affermava nel 1941, in un articolo sull’avvenire dell’Impero francese: “Il nostro dovere in Africa è quello di ristabilire nel quadro storico e razziale una grande civilizzazione araba ed una grande civilizzazione nera (3)”.

    Ed è sempre per l’Europa delle etnie che Saint-Loup ha seguito la fede gammata ed è andato a combattere sul Fronte dell’Est nel 1942. Egli era in effetti persuaso fin dal 1941 che la Germania preparasse una pace fondata su un federalismo etnico europeo. A questa convinzione si aggiunge ancora l'idea, diffusa precedentemente negli ambienti tedeschi rivoluzionari conservatori, che il futuro dell'Europa si trovi ad Est, in una Russia battuta dove si potranno attingere nuove forze: economiche, razziali, spirituali.

    Dopo la sconfitta è difficile per molti comprendere come Saint-Loup abbia potuto interpretare – benché non sia stato il solo – il pangermanismo hitleriano come un tentativo di unione dell’Europa sulla base delle etnie che la compongono. Otto Strasser che manifestava negli anni trenta la medesima volontà, l’intenzione di riorganizzare l’Europa su basi etnico-linguistiche, entrerà presto in conflitto con i seguaci ortodossi di Hitler. Probabilmente questo atteggiamento era dovuto all’anticomunismo fanatico che Saint-Loup aveva sviluppato a causa del suo contatto con i militanti di sinistra nel periodo tra le due guerre mondiali (4). L’esperienza del fronte russo segna però un radicale cambiamento nell’atteggiamento di Marc Augier, che non si fa più illusioni sulle intenzioni tedesche.

    Questa tendenza è manifestata in alcuni articoli su “Combattant Européen” che oscillano tra la fedeltà completa ed una certa presa di distanza dalle posizioni ideologiche tedesche. Così scriveva a qualche mese di distanza “Hitler non è che un uomo (5)” mostrando così il suo rifiuto verso un’Europa a dominazione tedesca: “ Non si tratta di fonderci in una specie di europeo. Non vogliamo essere germanofili o russofili. Vogliamo rimanere noi stessi, con la nostra eredità nazionale, pur adottando uno stile di vita moderno. E vogliamo arricchire questo stile con il genio francese che non è un mito (6).”

    La contraddizione apparente di questi due propositi deve essere compresa con lo iato tra un giuramento di fedeltà incondizionata e il pensiero proprio di Marc Augier. Questa confusione tra l’aspetto sentimentale e quello dottrinario che ha potuto, dopo il 1945, far passare Saint-Loup come un settario del Nazionalsocialismo proprio quando egli considerava lo stato nazione come un principio politico storicamente superato. Non è tuttavia errato osservare che questa contraddizione rimane in Saint-Loup per quelli che dopo la guerra hanno voluto far coincidere la sua esperienza nelle Waffen SS con la sua concezione del mondo. Nelle opere Götterdämmerung, Les Volontaires e Les Hérétiques, Saint-Loup, manifesta un viscerale attaccamento ai suoi camerati lasciando libero corso ai suoi fantasmi e concepisce l’esistenza di una frazione oppositrice federalista che avrebbe tentato di affermarsi all’interno del regime nazionalsocialista. Saint-Loup non ha mai deposto l’uniforme.

    Rifare l’Europa! Ma perché l’Europa delle etnie, delle patrie carnali? Perché nello spirito di Saint-Loup questa è la forma politica che più ha la forza di resistere alle ideologie massificanti - liberalismo, cristianesimo, comunismo - nascoste sotto la maschera dell’universalismo e dell’internazionalismo. Perché gli stati nazione hanno confini ideologici. Perché la patria carnale, terra dei padri, risponde ad una aspirazione di identità naturale.

    “L’Europa deve dunque essere riconsiderata a partire dalla nozione biologicamente fondata del sangue (…) e degli imperativi tellurici (…). Non può esistere che come somma di piccole patrie carnali nutrite di questa doppia forza. Infatti più lo spazio unificato si estende, più la realtà razziale si diluisce per mescolamento e più il territorio sfugge alla proprietà del singolo a profitto della massa (7).”

    Saint-Loup fa della razza il motore della storia di un popolo e dell’ibridazione la principale minaccia che grava su una civiltà. Poiché l’omogeneità razziale è un elemento di stabilità. La dottrina di Saint-Loup non si manifesta dunque sotto la forma di un nazionalismo aggressivo ma si avvicina maggiormente ad un differenzialismo etnico. In altre parole solo colui che ama e vuole difendere il suo popolo è capace di amare ed apprezzare i popoli stranieri.

    L’affermazione del diritto alla differenza si sostituisce all’imperialismo e Saint-Loup può stigmatizzare l’universalismo come ideologia razzista. E’ proprio quello che si vede in La Nuit commence au Cap Horn, eccellente libro con i caratteri dell’affresco epico: gli indiani della terra del fuoco sono vittime di un pericoloso progetto di un pastore evangelico pieno di buone intenzioni ma incapace di concepire un modo d’esistere diverso dal suo. Un popolo soccombe al colonialismo cristiano perché il cristianesimo è inadatto all’ambiente in cui questo popolo evolve.

    La morte di una civiltà attraverso l’arrivo di missionari, funzionari, commercianti. Questa tematica è anche quella di La peau de l'aurochs (8) pubblicato per la prima volta nel 1954 e finalmente ristampato. Anche in questo libro una civiltà è minacciata di scomparire; un'invasione dittatoriale, la conquista della meccanizzazione che si sostituisce poco a poco alla tradizione rurale e cattolica locale.

    Nelle opere di Saint-Loup la patria carnale appare allo stesso tempo come un'alternativa politica, sociale e religiosa. Politica inizialmente, poiché rappresenta un rifugio contro il imperialismo. Sociale in seguito, poiché mira a rafforzare il senso della comunità, che è istinto puramente etnico. Si basa su ciò che Saint-Loup chiama "socialismo dell'azione" che è destinato a diventare la pietra angolare della nuova Europa e che si definisce come un socialismo radicato, un atteggiamento del cuore, della volontà, di opposizione alla logica astratta del marxismo-leninismo. La patria carnale è infine un’alternativa religiosa che ci permette di ricollegarci alle nostre radici pagane. Ad una concezione eroica della vita che il giudeo-cristianesimo, religione salvifica, ha soffocato. La patria carnale deve concepirsi in un certo senso come un ritorno alle fonti spirituali e sensoriali dell’uomo. “Si tratta per l’individuo di attingere alle fonti di vita eroiche ed estetiche, di ricevere quindi l'insegnamento del combattimento naturale e di tutto ciò che implica: selezione delle aristocrazie con la lotta per la vita, nuova nozione del diritto che si stabilisce più con l'azione del forte e del migliore, infine ricerca ed applicazione della nozione estetica e della vera grandezza (9)". Il federalismo etnico di Saint-Loup porta in realtà una nuova concezione della società. Un paganesimo eroico e popolare che rimanda ad un'immagine più accettabile della persona umana.

    Nonostante le apparenti contraddizioni, l'itinerario politico di Saint-Loup obbedisce ad una logica perfettamente coerente, dove la volontà di affermarsi caccia le contrazioni ideologiche. Prende forma un mondo di grande salute fisica e morale dove tutti i popoli hanno il diritto di esistere, purché radicati nelle loro proprie culture. Nel tempo, Saint-Loup ha tessuto un opera sincera attraverso la quale si è espresso uno spirito libero, che ha pagato la sua libertà con la cospirazione del silenzio di cui si circonda il suo nome.



    Note:



    1 Marc Augier, "Jeunesse d'Europe, unissez-vous!", Conversazione del 17 maggio 1941 sotto gli auspici del Groupe Collaboration à la Maison de la Chimie - Paris

    2 Marc Agier, "A la recherche des forces françaises", in La Gerbe, 4-9-1941 e 2-10-1941.

    3 Marc Augier, "La route de l'huile", in La Gerbe , 6-2-1941.

    4 Occorre sempre avere lo spirito per comprendere l'itinerario politico di Saint-Loup, che ha fatto le sue prime esperienze politiche nell'ambito della sinistra "Fronte Popolare "." Infatti Marc Augier fu uno dei principali animatori e ideologi del movimento Auberges de jeunesse (ostelli della gioventù, ajisme), fu redattore principale del periodico “Cri des Auberges de Jeunesse” (rivista del centro Laïc degli Auberges de Jeunesse), incaricato nel gabinetto di Léo Lagrange sotto governo del fronte popolare nel 1936 e vicino a Jean Giono, il suo riferimento ideale e maestro, con cui partecipò all'esperienza pacifista del Contadour. Per tutto questo periodo del dopo guerra, sono il pacifismo e volontà d’unire la gioventù europea che motivano il suo impegno.

    Rappresentante del CLAJ al Congresso Mondiale della gioventù che ebbe luogo a Stati Uniti nel 1937, si rese tuttavia conto che i delegati comunisti si consegnavano ad una intensa propaganda bellicista contro la Germania e l'Italia. Da quella data manifesta i suoi primi sentimenti anticomunisti. Varie volte, dopo il 1941, Marc Augier considererà del resto la crociata europea contro il bolscevismo come il logico prolungamento della sua azione passata nell'ambito del movimento Ajiste.

    5 Marc Augier, "La fidélité des Nibelungen", in Le Combattant Européen, 30-9-1943.

    6 Marc Augier, "Ce siècle avait deux ans", in Le Combattant Européen, 15-6-1943.

    7 Saint-Loup, "Une Europe des patries charnelles ?", in Défense de l'Occident, n°136, marzo 1976.

    8 Sint-Loup, Peau de l'aurochs.- Paris,Editions de l'Homme libre, 2000.

    9 Marc Augier, Les Skieurs de la nuit.- Paris, Stock, 1944, pp.16-17.



    Articolo tratto dal sito http://es.geocities.com/sucellus23/724.htm

    E’ possibile richiedere l’opera di Jérôme Moreau Itinéraire politique de Saint-Loup, Edition Aencre, pag. 288, al costo di 24.00 € presso la Librairie Nationale 12 rue de La Sourdière - 75001 Paris - France Tel : 01.42.86.06.92 - Fax : 01.42.86.06.98 Email: contact@librairienationale.com http://www.librairienationale.com



    Questa inchiesta storica è dedicata all’itinerario politico di Saint-Loup, dagli Auberges de Jeunesse all’addestramento dei Volontari sul fronte dell’Est e specialmente chiarisce i punti essenziali della visione del mondo di cui l’autore si fa araldo. Il suo gusto per l’avventura, per i grandi spazi, la passione per la velocità, la ricerca dell’azione gloriosa e dell’impresa sportiva… Egli ha previsto il risveglio dei popoli e la rinascita delle patrie carnali. Il suo messaggio chiama alla radicale sovversione del disordine attuale.



    Quindici anni orsono, il 16 dicembre 1990 si spegneva a Parigi Marc Augier, noto anche con lo pseudonimo letterario di Saint-Loup. Era nato il 19 marzo 1908 a Bordeaux. Militante di sinistra, aveva fondato nel 1935 gli Auberges laïques de la jeunesse ed aveva collaborato, durante il governo del Front Populaire con Léo Lagrange, al minsistero del lavoro che istituì la settimana corta e le ferie pagate. Delegato al Congresso mondiale della gioventù nel 1937, Augier si avvicinò ai movimenti giovanili fascisti e nazionalsocialisti. Collaboratore al quotidiano La Gerbe, diretto da Alphonse de Châteaubriant, fondò il movimento “Jeunes de l’Europe Nouvelle”. Volontario nel 1941 nella LVF raggiunse il fronte dell’est cui sono dedicati due suoi famosi romanzi “Les volontaires” e “Les hérétiques”. Sul fronte fondò “Le combattant européen”, organo ufficiale della LVF per poi divenire caporedattore di “Devenir”, il giornale della Charlemagne (la divisone Frankreich delle Waffen SS). Dopo la guerra si recò in Argentina dove divenne istruttore delle truppe di montagna durante Peron. In quel tempo scrisse “Face nord” e “La nuit commence au Cap Horn”. Da http://www.noreporter.org/dettaglioArticolo.asp?id=4776



    In edizione italiana sono usciti presso l’editore Volpe e Sentinella d’Italia (via Buonarroti 4 – 34074 Monfalcone) le seguenti opere di Saint-Loup:

    Saint-Loup, I volontari europei delle Waffen SS, Volpe, 1967

    Saint-Loup, Il sangue d’Israele, Sentinella d'Italia, 1975

    Saint-Loup, I velieri fantasma di Hitler, Sentinella d'Italia, 1978

    Saint-Loup, I volontari. Storia della LVF contro il bolscevismo, Sentinella d'Italia, 1983

    Saint-Loup, Gli eretici. Storia della Divisione SS “Charlemagne”, Sentinella d'Italia, 1985

    Saint-Loup, I nostalgici, Sentinella d'Italia, 1991



    Opere recensite nei numeri 1, 26, 67, 152 di Diorama Letterario http://www.diorama.it/biblio/autori_s.htm#saintloup

 

 

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