
Originariamente Scritto da
antonio
n un articolo sulla Stampa molto in anticipo sulla stretta finale per il Quirinale e sulla autoimposizione di D’Alema alla massima carica dello Stato, Lucia Annunziata stigmatizzava i detrattori dell’aspirante capo dello Stato e concludeva che il povero Massimo aveva da sempre pagato in termini sia politici che personali prezzi troppo elevati rispetto agli obiettivi raggiunti. (“Picchiate D’Alema” La Stampa 23/4/06). Può darsi, fatto sta che oggi come uomo più potente dell’Unione, uno che può contare su 200 voti, rivendica o meglio pretende per sé il Quirinale rischiando molto in prima persona, ammesso che nella politica italiana si rischi mai veramente qualcosa e ci sia corrispondenza tra responsabilità politica e potere, ma facendo rischiare molto di più, come già in passato, alla esigua maggioranza di governo, ai poveri elettori del centro sinistra e al paese nel suo insieme.
Al di là della legittima rivendicazione del maggior partito dell’Unione, peraltro non molto gratificato dal risultato elettorale, di una carica istituzionale, pretesa che non può comunque diventare un incubo per il governo che deve ancora nascere, non si può facilmente sostenere né che D’Alema sia un garante super partes della Costituzione, né che possa essere massimamente rappresentativo dell’intero paese, e nemmeno che possa rappresentare nel suo insieme l’elettorato del centro sinistra. Massimo D’Alema è un uomo di partito e di apparato che si è formato più alle Frattocchie che alla Normale dove è rimasto eterno studente, uno che è diventato segretario grazie ad una manovra, è diventato presidente del Consiglio a seguito di una manovra, è stato il motore della Bicamerale per molti aspetti più “incostituzionale” della riforma di Calderoli e Berlusconi, ha siglato con orgoglio “il patto della crostata” a casa Letta, ha rivendicato di non aver fatto una legge sul conflitto di interessi in quanto autentico “liberale”.
Silvio Berlusconi che obiettivamente non potrebbe desiderare candidatura migliore rispetto le sue illegittime ma molto concrete aspettative, allontanare da sé e per sempre lo spettro di Rebibbia o San Vittore che si è materializzato in queste ore per l’amico Cesarone e consolidare l’impero, si è visto costretto, per non rischiare il linciaggio da parte del proprio elettorato a rievocare lo spettro salvifico della falce e martello. Con grande disappunto di Giuliano Ferrara che tifa apertamente per Massimo D’Alema, e mettendosi contro due amici storici: Fedele Confalonieri che si sentirebbe comprensibilmente “rassicurato” e Marcello Dell’Utri che in una intervista al Corriere della Sera dà il suo consenso all’ex comunista garantista. Per fortuna nessuno ha posto la fatidica domanda a Cesare Previti mentre si presentava “spontaneamente” ai cancelli di Rebibbia.
Un consenso incondizionato viene anche da un illustre condannato della prima repubblica, Paolo Cirino Pomicino che non senza malcelata gratitudine lo ricorda come “l’unico esponente del grande PCI che non si è piegato al giustizialismo di piazza”.
Marcello Veneziani invece lo apprezza come “il più craxiano dei leader del centro sinistra e Giulio Tremonti lo definisce “molto bravo, molto capace, assolutamente serio” e aggiunge per ulteriore chiarimento “l’avrei assolutamente preferito a Prodi”.
Il giorno in cui l’Unione avrebbe dovuto formalizzare la candidatura di Massimo D’Alema o proporre una rosa ufficiale di nomi tra i quali in pole position il suo, non l’ha fatto ufficialmente per non “bruciarlo” ma come teme Giuliano Ferrara qualcosa potrebbe essersi inceppato nella macchina di D’Alema for president; qualche senatore diessino di area cattolica come Giorgio Tonini rilancia l’esigenza della maggioranza dei 2 terzi per tutte le nomine di garanzia; Avvenimenti in singolare sintonia con Capezzone lancia il nome di Mario Monti…
Se Berlusconi lo vuole al Colle, senza naturalmente compromettersi dopo una campagna permanente a colpi di bambini-concime e casematte del potere comunista, sa bene che non deve fare altro che tenere duro riproporre Letta e mantenere il veto, confidando che una posizione di sbarramento possa anche provocare un ricompattamento a fortezza dell’Unione sul candidato unico D’Alema. A quel punto pur “rischiando l’irrilevanza dell’opposizione” come paventa Giuliano Ferrara Berlusconi si sentirebbe personalmente “garantito” come gli amici Confalonieri e Dell’Utri ed il problema ricadrebbe tutto in casa del centro sinistra e sul neonato governo di Romano Prodi.
Al di là di altre considerazioni sulla figura di Massimo D’Alema molti commentatori che non gli sono ostili osservano che la sua elezione da parte del solo centro sinistra si ritorcerebbe contro di lui e la sua parte politica per un deficit obiettivo di consenso. Aldo Cazzullo della Stampa intervenendo ad 8 e mezzo e riferendosi ai suoi precedenti incarichi istituzionali ha parlato di “problema di consenso... non possiamo fare finta che l’opinione pubblica non esiste…”.
Allora forse non sarebbe stato meglio per il paese, per le istituzioni, per la vita del futuro governo, per il centro sinistra indicare da subito un nome come quello di Mario Monti a cui il centro destra non avrebbe potuto opporre un veto di nessun tipo; oppure, facendo ancora meglio, un nome di tale indipendenza ed autorevolezza giuridica ed istituzionale come quello, per esempio, di Stefano Rodotà, che pur se riconducibile ad un determinato orientamento culturale, avrebbe potuto trovare il consenso di qualche “liberale” non asservito e avrebbe comunque aggregato consensi una volta all’opera.
www.centomovimenti.com