Mappe del pensiero
Neoilluminismo, padri e figli


Oggi le «forche caudine» laiciste impongono limiti e modelli a ogni posizione che cerca di affermarsi nel dibattito pubblico Ma il continuo richiamo all’eredità di Voltaire spesso nasconde contaminazioni con correnti nichiliste e «pensiero debole»

Per Rorty l'anticlericalismo è un «programma politico»; Habermas, prima di aprirsi al dialogo con i credenti, voleva «tradurre» i valori religiosi

Di Edoardo Castagna

C'è un certo paradosso nel continuo richiamarsi all'eredità dell'Illuminismo in tempi di «pensiero debole». Oggi i postmoderni sottolineano, da una parte, i limiti della ragione umana - che, sul versante morale, rinuncia a stabilire norme e valori validi al di là di un ristretto qui e ora - e dall'altra, si rifanno costantemente a certi principi, elaborati nel contesto culturale del Settecento europeo e ora trasformati in bussole universali. Resta l'interrogativo su quanto ci sia di realmente illuminista all'interno del "sistema" neoilluminista oggi imperante, variamente incrociato con i positivismi, i nichilismi e i relativismi che si sono via via affermati.
In Italia la corrente neoilluminista ha iniziato a formarsi subito dopo la Seconda guerra mondiale, soprattutto a Torino con Nicola Abbagnano, Norberto Bobbio e Ludovico Geymonat, anche se non mancarono gli apporti di area milanese di Antonio Banfi, Giulio Preti, Enzo Paci. Per Geymonat il nuovo razionalismo «deve essere ben più agguerrito e penetrante di quelli che caratterizzarono i secoli passati», capace di tener testa alle filosofie «mistiche e decadenti» e «di soddisfare le esigenze di ricostruzione e di logicità caratteristiche della nuova epoca». Già nel 1945 erano chiare le caratteristiche del paradigma neoilluminista: l'aggressività, la contrapposizione al sacro, l'adeguamento allo spirito moderno, il legame con la scienza. Un programma che ben si inseriva nel quadro della cultura di quell'epoca, concentrata sul campo del finito storico. Il neoilluminismo si strutturava come un orientamento filosofico empirista, attento alle scienze naturali e umane e alle nuove correnti etiche anglosassoni. Così i veri padri del neoilluminismo sembrano, più che i Voltaire o i Rousseau, i teorici delle etiche "razionali": dal neoutilitarismo di John Harsany alla metaetica non cognitivista di Richard M. Hare, ma anche fino all'etica del discorso di Jürgen Habermas.
Se oggi non si pensa più che la ragione possa illuminare qualsiasi punto oscuro che stuzzichi la curiosità umana, almeno la si ritiene capace di far bene i conti del pro e del contro. Espellendo tutto ciò che resta di "misterioso" nell'uomo e nel mondo, il modello scientifico è stato esteso anche alla morale, dove il calcolo delle conseguenze è rimasta l'unica guida etica. Lo schema, magari implicito, resta quello dell'utilitarismo, che attribuisce ugual valore a qualsiasi preferenza. L'uomo non ammette più alcuna istanza morale al di fuori dei suoi calcoli, e compito della ragione è quello di superare definitivamente gli agganci della morale alla religione, magari salvando il salvabile: «La società postsecolare - affermava Habermas prima di aprirsi, negli ultimi anni, a un più costruttivo dialogo con il pensiero cattolico testimoniato, tra l'altro, dal suo dialogo con Ratzinger raccolto in Etica, religione e Stato liberale (Morcelliana) - prosegue nei confronti della religione il lavoro che la religione compì a suo tempo sul mito. Sensazioni morali finora adeguatamente espresse solo dal linguaggio religioso potrebbero trovare una risonanza generale nella modalità della traduzione». Allo stesso modo, Abbagnano sosteneva che per scegliere un codice morale «l'uomo deve rivolgersi alla ragione critica e all'esperienza storica per decidere nel miglior modo possibile». Il corollario è uno spirito anticlericale e una riduzione della religione al privato. Per Richard Rorty «l'anticlericalismo è una visione politica, è l'idea che le istituzioni ecclesiastiche siano così pericolose per la salute delle società che la miglior cosa per loro sarebbe sparire». E anche Bobbio sottolineava che «oggi la maggior parte dei conflitti che turbano la pace nel mondo sono aggravati, resi più violenti e insolubili, da tradizionali inimicizie di carattere religioso».
La ragione si pone dei limiti e, al tempo stes so, non tollera che qualcosa sopravviva al loro esterno: nel paradigma neoilluminista l'originaria matrice settecentesca si è intrecciata con i filoni, solo apparentemente inconciliabili, del nichilismo e del relativismo. Se nel XVIII secolo l'Illuminismo era moralmente compatto - per Voltaire esisteva un'unica legge morale valida sempre e dovunque - oggi, invece, si è abbandonata l'idea di trovare una legge morale comune. Il relativismo è diventato un dogmatismo, che si crede in diritto di considerare tutto il resto come uno stadio dell'umanità superato. In assenza di un quadro di valori stabile e comunemente riconosciuto, l'appello alla libertà contro l'Ancien regime degli illuministi è degenerato in quel libertarismo, individualista all'estremo, che trova spazio su molta stampa italiana. Eugenio Scalfari, su "La Repubblica", ha offerto una sintesi del "lascito illuminista": «La relativizzazione dell'Assoluto in tutte le sue forme, un'intera e compiuta ontologia intrisa di scetticismo, sperimentalismo, irriverenza, rottura col passato, rifiuto dell'autorità e della sacralità, procedere con sentimento morale e razionalità intellettuale traendo dal buio alcune provvisorie certezze che galleggiano sull'oceano del caos».
I presupposti filosofici, insieme a un atteggiamento arrogante e sprezzante, hanno trasformato il paradigma neoilluminista in una specie di forche caudine attraverso il quale ogni pensiero deve passare, chinando il capo, se vuole essere ammesso al diritto di esistere nell'epoca della postmodernità. Gianni Vattimo arriva a scrivere che «la dissoluzione delle strutture sacrali della società cristiana, il passaggio ad un'etica dell'autonomia, della laicità dello Stato, a una meno rigida letteralità nella interpretazione dei dogmi e dei precetti, non va intesa come un venir meno o un congedo dal cristianesimo, ma come una più piena realizzazione». Dove la "realizzazione" coincide con l'adeguamento ai paletti posti dalla ragione, sia pur «debole». L'apparente paradosso di un "illuminismo" in tempi di pensiero debole si scioglie nel momento in cui l'autonomia del soggetto uscito «dallo stato di minorità» - questo sì un postulato genuinamente illuminista - è degenerata, per l'indebolirsi del quadro di valori ancora vivo nel Settecento, in un individualismo libertario, dove il soggetto, con le sue pulsioni e le sue preferenze più o meno motivate, diventa l'unica norma valida dell'agire sociale.


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Nell'immagine: Francois Marie Arouet (Voltaire) , 1694 - 1778 Francia