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    Predefinito E' dall'albero che si vedono i frutti

    Domattina ci sarò anchio a questa celebrazione in S. Pietro, si ordina un diacono che è da noi da un anno e con cui ho diviso le sue ansie e le sue gioie per questo gravoso impegno che a Dio piacendo si avvera.
    Un Santo Augurio a Cesar e agli altri diaconi anche quelli che non sono del RM.

    ***********************************************

    Sette nuovi presbiteri del Redemptoris Mater di Roma
    Verranno ordinati da Benedetto XVI domani


    Domenica 7 maggio, nella basilica di San Pietro, alle 9, la Messa per le
    ordinazioni presieduta da Benedetto XVI

    di Tanturri e Lalli

    Gioia, preoccupazione, desiderio. In una sola parola: attesa. Quella di un
    dono grande e dalle grandi responsabilità come il sacerdozio. Questi i
    sentimenti che animano i quindici diaconi che domenica 7 maggio, Giornata
    mondiale di preghiera per le vocazioni, verranno ordinati presbiteri da
    Benedetto XVI nella basilica vaticana (alle ore 9 l’inizio della Messa).
    Sette di essi si sono formati nel Collegio diocesano Redemptoris Mater.
    Gianni Contino, di Roma, classe 1972; Mauro De Paoli, romano anch’egli ma
    del 1971; Cesar Gustavo Fonseca Avila, ancora classe '71, originario
    dell’Honduras. E Giuseppe Marino, di Crispano, provincia di Napoli, del
    1967; Alessandro Palla, romano, classe 1974; Saran Marek, polacco, di
    trentadue anni; e Scipione Pantisano, originario di Crotone e "anziano" del
    gruppo con i suoi 51 anni.

    «Sono cresciuto nel quartiere Torrino e ho scoperto la mia vocazione quando
    è giunto nella mia parrocchia, Santa Maria Mater Ecclesiae, un prete molto
    giovane che mi ha fatto conoscere la gratuità dell’amore di Dio», racconta
    Mauro De Paoli, che ora collabora nella parrocchia Santa Assunta e San
    Michele Arcangelo. «Poi ho conosciuto il cammino neocatecumenale - continua
    -. Un momento formativo bellissimo. Sono entrato in seminario dopo la laurea
    in informatica e da allora la chiamata del Signore si è fatta ancora più
    pressante».

    «La mia vocazione è sorta fin dai tempi della Prima Comunione - ricorda
    invece Saran Malek, di Kazimierz, un paese vicino a Lublino -, ma si è poi
    assopita fino agli anni del liceo quando ho avvertito l’importanza di fare
    la volontà di Dio fino in fondo. So che è molto difficile essere presbitero
    oggi - aggiunge - e se guardo alle mie debolezze non posso che preoccuparmi.
    Ma se ripongo il mio sguardo verso Gesù non posso che avere fiducia».

    «Io ho conosciuto il Signore con le parole e con i fatti - commenta infine
    Cesar Gustavo Fonseca, giunto in Italia nel 1997 e ora nella parrocchia di
    San Bernardo da Chiaravalle -. Ho sentito che mi corteggiava, che mi faceva
    innamorare di lui. Da allora ho sperimentato la sua misericordia, il
    perdono, l’accoglienza. Ecco, vorrei riuscire a mostrare agli altri questa
    scoperta. Sono consapevole che la società in cui viviamo spesso rifiuta
    Cristo ma sono anche convinto che Gesù si fa comunque strada nel mondo».

    Oltre a loro, domenica riceveranno l’imposizione delle mani dal Santo Padre
    anche due giovani dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, padre Paolo Benedetti,
    ventiseienne di Brescia, che in questi anni ha prestato il proprio servizio
    diaconale a Santa Teresa d’Avila, e il romano 36enne padre Giorgio Petrucci.

    Cinque i diaconi del Seminario Romano Maggiore. Damiano Fiume, 27 anni a
    dicembre, già da un anno svolge il proprio servizio a San Frumenzio ai Prati
    Fiscali. Qui, racconta, «ho potuto constatare un forte cammino comunitario,
    aperto alle nuove prospettive ecclesiali, e una realtà giovanile impegnata a
    fondo». Ora, dice trepidante, «mi preparo ad accogliere il dono del
    sacerdozio come una grazia non dovuta ma tanto attesa». Molto giovani anche
    Simone Caleffi e Rafael Starnitzky, entrambi del 1979. Il primo, nato a
    Parma, collabora nella parrocchia di Sant’Enrico a Casal Monastero, «curando
    la catechesi per i genitori che chiedono il battesimo dei neonati e per i
    cresimandi, giovani e adulti, ma anche seguendo gli Scout e i ragazzi della
    Gioventù Ardente Mariana». Una vocazione, la sua, maturata già durante gli
    anni dell’adolescenza, come quella di don Rafael. Un ragazzo nato a Tel
    Aviv, in Israele, ma trasferitosi prima in Germania, poi in Argentina e da
    ultimo in Italia. Don Rafael racconta di una vita fatta soprattutto di
    spostamenti, a causa del lavoro di suo padre - ambasciatore della Repubblica
    Federale di Germania -, in cui a fare da filo conduttore delle tante
    esperienze vissute c’è sempre stata la Chiesa: «Era la mia famiglia, che mi
    precedeva e mi accoglieva ovunque io andassi, e grazie ai suoi ministri il
    pensiero del sacerdozio, che avevo avuto già da bambino, divenne un
    desiderio travolgente e decisi di buttarmi fra le braccia di Dio!».

    Si definisce una «vocazione adulta», invece, Filippo Martoriello,
    trentasettenne di Roma che racconta: «Dopo un lungo discernimento ho
    intrapreso questo cammino. Oltre a prepararmi al sacerdozio, mi ha fatto
    crescere nella mia risposta di fede al Signore e al servizio alla Chiesa».
    Andrà a Santa Maria Stella dell’Evangelizzazione al Torrino. Il più "maturo"
    di loro è Fabio Laurenti, perugino di 42 anni: sarà viceparroco a San
    Filippo Neri alla Pineta Sacchetti.

    Paolo Antonio Casu, 43 anni, di Sassari, giornalista professionista, si è
    formato invece all’Almo Collegio Capranica, e da 4 anni collabora con la
    comunità di San Gabriele dell’Addolorata al Tuscolano. «Un contesto
    ecclesiale spiritualmente molto vivace» al quale dice di essersi
    profondamente legato, «anche grazie alla specialissima umanità del suo
    parroco».

    5 maggio 2006

    Inviato da : G.N. - catechumenium.it

    Nella foto : Ordinazioni presso il Redemptoris Mater di Douala , Camerun

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    Attenzione al carrierismo. L'invito del papa ai sacerdoti


    diMattia Bianchi/ 07/05/2006

    Benedetto XVI ha ordinato 15 nuovi sacerdoti. Nell'omelia della celebrazione in piazza San Pietro, l'invito a non seguire la carriera e il potere. Piuttosto, dice il papa - devono "servire e non servirsi, devono esserci per l'altro e per Cristo".
    CITTA' DEL VATICANO - I sacedoti non devono seguire la carriera, il potere, o cercare di "arrivare in alto, di procurarsi una posizione mediante la Chiesa". Piuttosto, devono "servire e non servirsi, devono esserci per l'altro e per Cristo". E' questo l'avvertimento lanciato da Benedetto XVI questa mattina, in una San Pietro particolarmente affollata. Il messaggio è stato lanciato durante l'omelia della Santa Messa in cui il papa ha ordinato 15 nuovi sacerdoti, 12 italiani, uno dall'Honduras, un polacco e uno da Israele. Riferendosi al passo evangelico di Giovanni "Chi sale… è un ladro e un brigante", il pontefice ha sottolineato che "salire indica l'immagine del carrierismo, del tentativo di arrivare in alto, di procurarsi una posizione mediante la Chiesa: servirsi, non servire".

    "E' l'immagine dell'uomo - ha scandito - che, attraverso il sacerdozio, vuole farsi importante, diventare un personaggio; l'immagine di colui che ha di mira la propria esaltazione e non l'umile servizio di Gesù Cristo. Ma l'unica ascesa legittima verso i ministero del pastore - ha proseguito il papa - è la croce. È questa la porta. Non desiderare di diventare personalmente qualcuno, ma invece esserci per l'altro, per Cristo, e così mediante Lui esserci per gli uomini che Egli cerca". Questo significa, ha ammonito ancora Benedetto XVI, "la totale donazione di se stessi a Cristo" anche "se questa dovesse essere in contrasto con i miei desideri di autorealizzazione e stima".

    La Chiesa, inoltre, "non deve accontentarsi della schiera di coloro che a questo punto ha raggiunto. Non può ritirarsi comodamente nei limiti del proprio ambiente. Deve preoccuparsi di tutti - ha osservato - e ovviamente un sacerdote, un pastore d'anime, deve innanzitutto preoccuparsi di coloro che credono e vivono con la Chiesa, che cercano in essa la strada della vita e che da parte loro, come pietre vive, costruiscono la Chiesa e così edificano e sostengono insieme anche il sacerdote".


    Il preciso appello di Benedetto XVI per l’evangelizzazione in luoghi non convenzionali, a seguito dell’affermazione di Gesù: " E ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore" (Gv 10, 16) (Foto di Alessia Giuliani - Catholic Press Photo).
    Non si può fare il prete per "carrierismo", come "tentativo di arrivare in alto, di procurarsi una posizione mediante la Chiesa", per "servirsi, non servire". È decisa l’indicazione del papa ai 15 nuovi sacerdoti che ha ordinato questa mattina nella basilica di San Pietro. Altrettanto decisa è la sua critica all’"uomo che, attraverso il sacerdozio, vuol farsi importante, diventare un personaggio", che "ha di mira la propria esaltazione personale e non l’umile servizio di Gesù Cristo". Il prete invece, ammonisce Benedetto XVI davanti ai quindici giovani diaconi della diocesi di Roma (dodici italiani, un polacco, un israeliano e un honduregno), non deve "desiderare di diventare personalmente qualcuno, ma invece esserci per l’altro, per Cristo, e così mediante Lui e con Lui esserci per gli uomini". Ai nuovi sacerdoti, il Santo Padre ha indicato tre caratteristiche del vero pastore: "dà la propria vita per le pecore; le conosce ed esse lo conoscono; sta a servizio dell'unità". E li ha sollecitati al "compito pastorale pratico, di seguire gli uomini, di andare a trovarli, di essere aperti per le loro necessità e le loro domande". A proposito dell’unità, Benedetto XVI ha osservato che "la missione di Gesù riguarda l’umanità intera, e perciò alla Chiesa è data una responsabilità per tutta l’umanità, affinché essa riconosca Dio". Quindi, "la Chiesa non deve mai accontentarsi della schiera di coloro che a un certo punto ha raggiunto, non può ritirarsi comodamente nei limiti del proprio ambiente, è incaricata della sollecitudine universale, deve preoccuparsi di tutti". Se quindi il sacerdote deve "innanzitutto preoccuparsi" di coloro che non fanno parte della sua Chiesa, è però necessario "uscire ‘nelle strade e lungo le siepi’ per portare l’invito di Dio al suo banchetto anche a quegli uomini che finora non ne hanno sentito niente, o non ne sono stati toccati interiormente". Benedetto XVI ha concluso la sua omelia ricordando l’immagine del buon pastore che prende la pecorella sulle spalle: "L’immagine - ha detto - di Colui che ha preso sulle sue spalle la pecora smarrita, che è l’umanità, e la porta a casa".

    Il testo integrale dell'omelia

    In quest'ora nella quale Voi, cari amici, mediante il Sacramento dell'Ordinazione sacerdotale, venite introdotti come pastori al servizio del grande Pastore Gesù Cristo, è il Signore stesso che nel Vangelo ci parla del servizio a favore del gregge di Dio. L'immagine del pastore viene da lontano. Nell'antico Oriente i re solevano designare se stessi come pastori dei loro popoli. Nell'Antico Testamento Mosè e Davide, prima di essere chiamati a diventare capi e pastori del Popolo di Dio, erano stati effettivamente pastori di greggi. Nei travagli del periodo dell'esilio, di fronte al fallimento dei pastori d'Israele, cioè delle guide politiche e religiose, Ezechiele aveva tracciato l'immagine di Dio stesso come del Pastore del suo popolo: "Come un pastore passa in rassegna il suo gregge …, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine" (Ez 34, 12). Ora Gesù annunzia che quest'ora è arrivata: Egli stesso è il Buon Pastore nel quale Dio si prende cura della sua creatura, l'uomo, raccogliendo gli esseri umani e conducendoli al vero pascolo. San Pietro, al quale il Signore risorto aveva dato l'incarico di pascere le sue pecorelle, di diventare pastore con Lui e per Lui, qualifica Gesù come l'«archipoimen» – l'arcipastore (cfr 1Pt 5, 4), e con ciò intende dire che si può essere pastore del gregge di Gesù Cristo soltanto per mezzo di Lui e nella più intima comunione con Lui. È proprio questo che si esprime nel Sacramento dell'Ordinazione: il sacerdote viene totalmente inserito in Cristo affinché, partendo da Lui e agendo in vista di Lui, egli svolga in comunione con Lui il servizio dell'unico Pastore Gesù, nel quale Dio, da uomo, vuole essere il nostro Pastore.

    Il Vangelo di questa domenica è soltanto una parte del grande discorso di Gesù sui pastori. In questo brano il Signore ci dice tre cose sul vero pastore: egli dà la propria vita per le pecore; le conosce ed esse lo conoscono; sta a servizio dell'unità. Prima di riflettere su queste tre caratteristiche essenziali dell'essere pastori, sarà forse utile ricordare brevemente la parte precedente del discorso sui pastori nella quale Gesù, prima di designarsi come Pastore, dice con nostra sorpresa: "Io sono la porta" (Gv 10, 7). È attraverso di Lui che si deve entrare nel servizio di pastore. Gesù mette in risalto molto chiaramente questa condizione di fondo affermando: "Chi … sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante" (Gv 10, 1). La parola "sale" evoca l'immagine di qualcuno che si arrampica sul recinto per giungere, scavalcando, là dove legittimamente non potrebbe arrivare. "Salire" – si può qui vedere anche l'immagine del carrierismo, del tentativo di arrivare "in alto", di procurarsi una posizione mediante la Chiesa: servirsi, non servire. È l'immagine dell'uomo che, attraverso il sacerdozio, vuole farsi importante, diventare un personaggio; l'immagine di colui che ha di mira la propria esaltazione e non l'umile servizio di Gesù Cristo. Ma l'unica ascesa legittima verso il ministero del pastore è la croce. È questa la porta. Non desiderare di diventare personalmente qualcuno, ma invece esserci per l'altro, per Cristo, e così mediante Lui e con Lui esserci per gli uomini che Egli cerca, che Egli vuole condurre sulla via della vita. Si entra nel sacerdozio attraverso il Sacramento – e ciò significa appunto: attraverso la donazione totale di se stessi a Cristo, affinché Egli disponga di me; affinché io Lo serva e segua la sua chiamata, anche se questa dovesse essere in contrasto con i miei desideri di autorealizzazione e stima. Entrare per la porta, che è Cristo, vuol dire conoscerlo ed amarlo sempre di più, perché la nostra volontà si unisca alla sua e il nostro agire diventi una cosa sola col suo agire. Cari amici, per questa intenzione vogliamo pregare sempre di nuovo, vogliamo impegnarci proprio per questo, che cioè Cristo cresca in noi, che la nostra unione con Lui diventi sempre più profonda, cosicché per il nostro tramite sia Cristo stesso Colui che pasce.


    Lo scambio del segno della pace tra il papa
    e uno dei 15 sacerdoti novelli
    (Foto di Plinio Lepri - AP Photo).

    Guardiamo ora più da vicino le tre affermazioni fondamentali di Gesù sul buon pastore. La prima, che con grande forza pervade tutto il discorso sui pastori, dice: il pastore dà la sua vita per le pecore. Il mistero della Croce sta al centro del servizio di Gesù quale pastore: è il vero grande servizio che Egli rende a tutti noi. Egli dona se stesso. Per questo, a buona ragione, al centro della vita sacerdotale sta la sacra Eucaristia, nella quale il sacrificio di Gesù sulla croce rimane continuamente presente tra di noi. E a partire da ciò impariamo anche che cosa significa celebrare l'Eucaristia in modo adeguato: è un incontrare il Signore che per noi si spoglia della sua gloria divina, si lascia umiliare fino alla morte in croce e così si dona a tutti noi. È molto importante per il sacerdote l'Eucaristia quotidiana, nella quale si espone sempre di nuovo a questo mistero; sempre di nuovo pone se stesso nelle mani di Dio sperimentando al contempo la gioia di sapere che Egli è presente, mi accoglie, sempre di nuovo mi solleva e mi porta. L'Eucaristia deve diventare per noi una scuola di vita, nella quale impariamo a donare la nostra vita. La vita non la si dona solo nel momento della morte e non soltanto nel modo del martirio. Noi dobbiamo donarla giorno per giorno. Occorre imparare giorno per giorno che io non possiedo la mia vita per me stesso. Giorno per giorno devo imparare ad abbandonare me stesso; a tenermi a disposizione per quella cosa per la quale Egli, il Signore, sul momento ha bisogno di me, anche se altre cose mi sembrano più belle e più importanti. Donare la vita, non prenderla. È proprio così che facciamo l'esperienza della libertà. La libertà da noi stessi, la vastità dell'essere. Proprio così, nell'essere utile, la nostra vita diventa importante e bella. Solo chi dona la propria vita, la trova.


    Foto di Alessia Giuliani - Catholic Press Photo.

    Come seconda cosa il Signore ci dice: "Io conosco le mie pecore, e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre " (Gv 10, 14-15). Sono due rapporti apparentemente del tutto diversi che qui si trovano intrecciati l'uno con l'altro: il rapporto tra Gesù e il Padre e il rapporto tra Gesù e gli uomini a Lui affidati. Ma entrambi i rapporti vanno proprio insieme, perché gli uomini, in fin dei conti, appartengono al Padre e sono alla ricerca di Lui. Quando si accorgono che uno parla soltanto nel proprio nome e attingendo solo da sé, allora intuiscono che egli non può essere ciò che stanno cercando. Laddove però risuona in una persona la voce del Padre, si apre la porta della relazione che l'uomo aspetta. Così deve essere quindi anche nel nostro caso. Innanzitutto e nel nostro intimo dobbiamo vivere il rapporto con Cristo e per il suo tramite con il Padre; solo allora possiamo veramente comprendere gli uomini, e allora essi si rendono conto di aver trovato il vero pastore. Ovviamente, nelle parole di Gesù è anche racchiuso tutto il compito pastorale pratico, di seguire gli uomini, di andare a trovarli, di essere aperti per le loro necessità e le loro domande. Ovviamente è fondamentale la conoscenza pratica, concreta delle persone a me affidate, e ovviamente è importante capire questo "conoscere" nel senso biblico: non c'è un vero conoscere senza amore, senza un rapporto interiore, senza una profonda accettazione dell'altro. Il pastore non può accontentarsi di sapere i nomi e le date. Il suo conoscere deve essere sempre anche un conoscere con il cuore. Questo però è realizzabile in fondo soltanto se il Signore ha aperto il nostro cuore; se il nostro conoscere non lega le persone al nostro piccolo io privato, al nostro proprio piccolo cuore, ma invece fa sentire loro il cuore di Gesù, il cuore del Signore. Deve essere un conoscere col cuore di Gesù e orientato verso di Lui, un conoscere che non lega l'uomo a me, ma lo guida verso Gesù rendendolo così libero e aperto. Affinché questo ci sia donato, vogliamo sempre di nuovo pregare il Signore.

    Infine il Signore ci parla del servizio dell'unità affidato al pastore: "Ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore" (Gv 10, 16). È la stessa cosa che Giovanni ripete dopo la decisione del sinedrio di uccidere Gesù, quando Caifa disse che sarebbe stato meglio se uno solo fosse morto per il popolo piuttosto che la nazione intera perisse. Giovanni riconosce in ciò una parola profetica e aggiunge: "Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (11, 52). Si rivela la relazione tra Croce e unità; l'unità si paga con la Croce. Soprattutto però emerge l'orizzonte universale dell'agire di Gesù. Se Ezechiele nella sua profezia sul pastore aveva di mira il ripristino dell'unità tra le tribù disperse d'Israele (cfr Ez 34, 22-24), si tratta ora dell'unificazione di tutti i figli di Dio, dell'umanità – della Chiesa di giudei e di pagani. La missione di Gesù riguarda l'umanità intera, e perciò alla Chiesa è data una responsabilità per tutta l'umanità, affinché essa riconosca Dio, quel Dio che, per noi tutti, in Gesù Cristo si è fatto uomo, ha sofferto, è morto ed è risorto. La Chiesa non deve mai accontentarsi della schiera di coloro che a un certo punto ha raggiunto. Non può ritirarsi comodamente nei limiti del proprio ambiente. È incaricata della sollecitudine universale, deve preoccuparsi di tutti. Questo grande compito dobbiamo "tradurre" nelle nostre rispettive missioni. Ovviamente un sacerdote, un pastore d'anime, deve innanzitutto preoccuparsi di coloro, che credono e vivono con la Chiesa, che cercano in essa la strada della vita e che da parte loro, come pietre vive, costruiscono la Chiesa e così edificano e sostengono insieme anche il sacerdote. Tuttavia, dobbiamo anche sempre di nuovo – come dice il Signore – uscire "per le strade e lungo le siepi" (Lc 14, 23) per portare l'invito di Dio al suo banchetto anche a quegli uomini che finora non ne hanno ancora sentito niente, o non ne sono stati toccati interiormente. Il servizio dell'unità ha tante forme. Ne fa parte sempre anche l'impegno per l'unità interiore della Chiesa, perché essa, oltre tutte le diversità e i limiti, sia un segno della presenza di Dio nel mondo che solo può creare una tale unità.

    La Chiesa antica ha trovato nella scultura del suo tempo la figura del pastore che porta una pecora sulle sue spalle. Forse queste immagini fanno parte del sogno idillico della vita campestre che aveva affascinato la società di allora. Ma per i cristiani questa figura diventava con tutta naturalezza l'immagine di Colui che si è incamminato per cercare la pecora smarrita: l'umanità; l'immagine di Colui che ci segue fin nei nostri deserti e nelle nostre confusioni; l'immagine di Colui che ha preso sulle sue spalle la pecora smarrita, che è l'umanità, e la porta a casa. È divenuta l'immagine del vero Pastore Gesù Cristo. A Lui ci affidiamo. A Lui affidiamo Voi, cari fratelli, specialmente in quest'ora, affinché Egli Vi conduca e Vi porti tutti i giorni; affinché Vi aiuti a diventare, per mezzo di Lui e con Lui, buoni pastori del suo gregge. Amen!

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    Il sacerdozio non è un modo per fare carriera, avverte il Papa ordinando 15 presbiteri


    CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 7 maggio 2006 (ZENIT.org).- Ordinando questa domenica 15 presbiteri, Benedetto XVI ha messo in guardia sulla tentazione di vedere nel sacerdozio una via per raggiungere una posizione di prestigio.

    Nell’omelia della celebrazione eucaristica, il Papa ha insistito sul fatto che lo spirito del sacerdozio si oppone al “carrierismo”, al “tentativo di arrivare ‘in alto’, di procurarsi una posizione mediante la Chiesa: servirsi, non servire”.

    Il Vescovo di Roma ha criticato decisamente l’“immagine dell'uomo che, attraverso il sacerdozio, vuole farsi importante, diventare un personaggio”, “di colui che ha di mira la propria esaltazione e non l'umile servizio di Gesù Cristo”.

    “L'unica ascesa legittima verso il ministero del pastore è la croce”, ha avvertito il Pontefice. “È questa la porta”.

    “Non desiderare di diventare personalmente qualcuno, ma invece esserci per l'altro, per Cristo, e così mediante Lui e con Lui esserci per gli uomini che Egli cerca, che Egli vuole condurre sulla via della vita”.

    Secondo Benedetto XVI, “si entra nel sacerdozio attraverso il Sacramento – e ciò significa appunto: attraverso la donazione totale di se stessi a Cristo, affinché Egli disponga di me; affinché io Lo serva e segua la sua chiamata, anche se questa dovesse essere in contrasto con i miei desideri di autorealizzazione e stima”.

    “Entrare per la porta, che è Cristo, vuol dire conoscerlo ed amarlo sempre di più, perché la nostra volontà si unisca alla sua e il nostro agire diventi una cosa sola col suo agire”.

    Il Papa ha lasciato ai nuovi sacerdoti questo consiglio: che “Cristo cresca in noi, che la nostra unione con Lui diventi sempre più profonda, cosicché per il nostro tramite sia Cristo stesso Colui che pasce”.

    Dei quindici nuovi presbiteri, cinque si sono formati nel Seminario Romano, sette nel collegio diocesano “Redemptoris Mater” (nato dal carisma del Cammino Neocatecumenale), uno nell’Almo Collegio Capranica e due sono religiosi dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi.

    Dodici di loro sono italiani, mentre gli altri tre sono nati in Israele, Honduras e Polonia.
    ZI06050703

 

 

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