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Discussione: SME ecco la verità

  1. #1
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    Predefinito SME ecco la verità

    SME, il capolavoro indiscusso del leader della sinistra.
    SME, ovvero, il capolavoro del leader indiscusso della sinistra.
    Geniale.

    In realtà, in origine SME significava testualmente "Società Meridionale Elettricità", ma all’epoca dei fatti era prevalentemente un "polo alimentare" che comprendeva marchi storici italiani tra i quali Autogrill, Supermercati GS, Charms, Sanagola, De Rica, Cirio, Bertolli, Alemagna, Motta e molto altro.
    La SME era di proprietà dello Stato attraverso l’IRI, che deteneva un pacchetto del 64% delle azioni complessive.
    La valutazione di quei "quasi due terzi" della SME, sulla quale concordavano tutte le società del settore, si aggirava a quei tempi sui 650-700mld.
    Il Governo decide di venderla e ordina al CdA dell’IRI di effettuare i preparativi per l’asta pubblica imposta da quelle che sono le regole di privatizzazione.
    Ben presto "nell’ambiente" si inizia a vociferare che la francese BSN Gervais Danone sia disposta addirittura a superare i 700 miliardi, ma che incontrerà un avversario agguerrito nella cordata Barilla-Ferrero.
    Romano Prodi, in quel momento Presidente dell’IRI si oppone duramente alla vendita della SME, ma è solo un modo per "prendere tempo" per ritardare i preparativi dell’asta pubblica per aspettare una "coincidenza di cassa" della SME...
    Infatti il leader della sinistra, molto prima dell’inizio dei preparativi per l’asta pubblica, ha già venduto sottobanco, e a titolo personale, la SME a De Benedetti.
    E infatti, quando la "coincidenza di cassa" è matura, convoca a tempo di record una mega-conferenza stampa, e annuncia in fretta e furia al mondo di aver venduto la SME a De Benedetti.

    Scoppia il finimondo.
    Nell’IRI, dove nessuno sa nulla, tant’è che si viene a sapere della vendita della SME nel bel mezzo dei preparativi dell’asta pubblica che avrebbe dovuto venderla settimane dopo...

    Nel mondo politico, poiché nessuno del Governo, cui spetta la ratifica finale, sa assolutamente nulla, anzi, sta aiutando il C.d.A. dell’IRI ad organizzare l’asta futura...

    Nella magistratura, poiché Prodi non ha alcun titolo per poter vendere qualcosa a nome dello Stato o dell’IRI, o "impegnarsi" in alcun modo nei confronti di terzi...

    Nel mondo economico, poiché non si capisce come si possa avere la stupidità (o il coraggio) di vendere a 3 (TRE) miliardi una società per la quale i francesi ne offrono intorno ai 700 (SETTECENTO)...

    Partono le consuete denunce contro il leader della sinistra, al seguito delle quali la magistratura blocca la vendita.
    E quando pare che sia la volta buona che arrestano Prodi, si scopre che nel contratto con De Benedetti compariva una micro-clausoletta del tipo "salvo approvazione dell’IRI e del Governo", che riduce il contratto a semplice "proposta di contratto" (nonostante i trionfalistici annunci del Professore e dell’Ingegnere alla conferenza stampa).
    De Benedetti non ci sta, e chiama a sua volta in causa più volte la magistratura, ma, a causa della clausoletta, perde ovviamente tutti i ricorsi, e non trova ovviamente il benché minimo ascolto in alcun ambiente giudiziario.
    E, a causa della clausoletta, Prodi si salva ancora una volta in extremis dalla galera.

    Molto interessante il contratto firmato tra Prodi e De Benedetti.
    In breve, Prodi vendeva a titolo personale il 64% delle azioni della SME, ossia il pacchetto detenuto dallo Stato attraverso l’IRI, per 497 miliardi di vecchie lire, mentre l’asta che contemporaneamente i vertici dell’IRI e del Governo stavano organizzando, partiva da un prezzo-obbiettivo di circa 700.

    De Benedetti non possedeva i 497 miliardi, quindi Prodi gli rateizzava opportunamente il pagamento.
    Per "opportunamente" si intende che le rate venivano fissate, sia in importo, sia in data, in modo da permettere allo spiantato ingegner di reperire i contanti necessari "altrove", ossia "non nelle sue casse" perché nelle sue casse regnavano le ragnatele...
    Ecco quindi il primo capolavoro der Mortazza: la "coincidenza di cassa" si concretizzava in circa 100 miliardi di "liquidità" per la prima (e l’ultima) volta presenti nelle casse della SME, quindi una rata era a posto...

    Secondo capolavoro: il leader della sinistra impegna nel contratto lo Stato a ricomprare istantaneamente dall’Ingegnere, attraverso le banche "statali" Mediobanca e IMI, quel 13% di azioni "in più" rispetto al 51% strettamente necessario al controllo totale della SME, e a pagarlo 114 miliardi.
    Ma... se la calcolatrice non è un’opinione, il 13% è circa un quinto del totale del pacchetto del 64% di azioni SME e se il pacchetto totale è stato venduto per meno di 500mld, perché un quinto non viene rivenduto istantaneamente a meno di 100, bensì a 114?!?

    Terzo capolavoro: il leader della sinistra impegna lo Stato ad "imprestare" 30mld all’Ingegnere, restituibili in tempi abnormi al tasso del 5% in un periodo nel quale i tassi di mercato erano tra il 15 e il 20%...

    Quarto capolavoro: l’affare andava concluso con quella incredibile fretta anche perché, oltre alla "coincidenza di cassa", c'era in ballo, nei conti della SME, un imminente "recupero fiscale" per quasi 700 MLD di perdite pregresse, che si traducevano in un ulteriore utile di circa 250 MLD per l’acquirente...

    Riassumendo, grazie al capolavoro contrattuale del leader della sinistra, De Benedetti acquistava un oggetto a 497 miliardi anziché 700, ma degli ipotetici 497mld, circa 100 erano dello Stato e non dell’Ingegnere, essendo nella cassa della SME, altri 114 erano dello Stato, e non dell’Ingegnere, essendo "una costola" sovrastimata di ciò che, fino a 5 minuti prima, era dello Stato, altri 250 erano già dello Stato, poiché "recupero fiscale" di perdite di qualcosa che, fino a 5 minuti prima, era dello Stato, e altri 30 erano imprestati dallo Stato.
    Cioè 497 – 100 – 114 – 250 – 30 = 3 miliardi... Anziché 700..........

    E che fine hanno fatto tutte le denunce?
    BOH!

    Improvvisamente salta fuori un'avventuriera di nome Ariosto, assidua frequetatrice di casinò che un bel giorno per dare un tono alla propria vita, si mette in testa di fare la gallerista di opere d'arte...
    Gli affari procedono bene, ma un bel giorno le vengono rubati dei quadri di valore e chiede il risarcimento alle compagnia di assicurazione, la quale, non stupida, fiuta l'inganno e la denuncia per frode...
    La Signora, non si sa perché, in Questura si ricorda di un fatto clamoroso... durante una festa si ricordò improvvisamente che Previti, tra un frizzantino e l'altro, disse a bassa voce di aver promesso ad un giudice un quadro di valore per manovrare la sentenza a suo favore... CHE COINCIDENZA!

    Alla Bocassini, non pareva vero... e con la bava alla bocca... convocò Previti...
    Iniziò cosi la telenovela del processo Previti...
    La Signora Ariosto poi ritrattò, beccatasi una giusta "querela", in lacrime aggiunse: "Non credevo che raccontare palle fosse reato".
    Poveretta...

    Non solo senza un prova...
    "il reato" ed il "suo corpo" non esistono proprio!

    Previti sarebbe stato condannato per aver corrotto con un quadro di valore (che comunque non si é mai mosso da dove è tutt'ora appeso) un giudice, tentando di manovrare una sentenza, che non solo era già comunque favorevole, ma che nemmeno avrebbe dovuto avere luogo dato che PRODI NON ERA MINIMAMENTE LEGITTIMATO A REGALARE, OPS! VOLEVO DIRE SVENDERE LA SME A DE BENEDETTI, che risaputamente poi fece comunque ricorso...
    Dato che Prodi non era legittimato a firmare un contratto di favore al De Benedetti per la vendita della SME, ed il contratto doveva essere ritenuto nullo ad ogni effetto, tantomeno un giudice, visto che il De Benedetti fece pure incredibilmente ricorso, era chiamato ad esprimersi in un senso o nell'altro...
    Ed è questa l'assurdità dell'intera vicenda... era Prodi da arrestare STOP! Invece no, Prodi lo salva la sinistra con il decreto "Salva Prodi" che gli cancella l'abuso di ufficio...
    Pure De Benedetti, facendo ricorso, la fa franca.

    Morale della favola:
    beccano Previti (ovvero Berlusconi) per aver tentato di manovrare una sentenza che gli era comunque favorevole, sentenza illegittima (mia opinione) dato che quel contratto stipulato tra Prodi e De benedetti era incredibilmente nullo a prescindere...

    Questa non è l'altra campana...
    Questa è la storia VERA!

    •   Alt 

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  2. #2
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    Ecco.
    E poi il cagnolino tira la tendina e si scopre che il Mago di Oz non esiste ...

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Airbus A-380
    SME, il capolavoro indiscusso del leader della sinistra.
    SME, ovvero, il capolavoro del leader indiscusso della sinistra.
    Geniale.

    ... omissis ...

    Morale della favola:
    beccano Previti (ovvero Berlusconi) per aver tentato di manovrare una sentenza che gli era comunque favorevole, sentenza illegittima (mia opinione) dato che quel contratto stipulato tra Prodi e De benedetti era incredibilmente nullo a prescindere...

    Questa non è l'altra campana...
    Questa è la storia VERA!
    Airbus, cosa ti e' successo ? Sei improvvisamente rinsavito ?

  4. #4
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    era una citazione.......

    di un bananas di quelli programmati


    lo so bojangels, ma vorrei capirci qualkcosa di più non essendo competente in materia

  5. #5
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Airbus A-380
    era una citazione.......

    di un bananas di quelli programmati


    lo so bojangels, ma vorrei capirci qualkcosa di più non essendo competente in materia
    In "estremissima" sintesi:
    - si VOLEVANO le privatizzazioni (perchè lo si sapeva che lo Stato stava andando verso il tracollo; come poi, in "varia" misura, è andato)
    - Prodi stava per sbolognare un Moloch iperindebitato ad un privato che se ne sarebbe accollato i debiti per ALMENO 5 anni; ad un valore considerato congruo (stante l'indebitamento) da illustri esperti e dagli organi istituzionali preposti.
    - il tutto, però, faceva "rogna" all'allora capo del governo (Craxi); che per osteggiare l'acquirente (che non gli avrebbe MAI sganciato la tangente "obbligatoria") precettò un baùscia che INVECE glie ne doveva sganciare (di tangente) una GROSSA (23 miliardi dell'epoca, come ACCERTATO dalla Magistratura) per il secondo decreto Berlusconi e la successiva legge Mammì.
    E mandò a monte la privatizzazione.
    - conseguentemente, lo Stato dovette risanare (a suon di centinaia di miliardi) le aziende NON più privatizzate; per poi svenderle, COMUNQUE, a "spezzatino" dieci anni dopo.

  6. #6
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    Predefinito

    Da Berlusconi - Dossier Economist tradotto in italiano

    Antefatti dell’affare SME
    Fino alla metà degli anni 1980, lo Stato controllava gran parte dell’economia italiana tramite
    tre holding, la più grande delle quali era l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI). Il giro
    d’affari dell’IRI era ingente, ma il gruppo era in perdita ed l’indebitamento enorme.
    Romano Prodi, a quel tempo un intraprendente e rispettato economista industriale di Bologna,
    ne divenne presidente nel novembre del 1982. Ex democristiano, precorreva i tempi: credeva
    nelle forze del mercato ed era favorevole ad una graduale privatizzazione.
    I politici avevano gestito l’IRI per acquisire voti; l'obiettivo di Prodi era vendere quelle parti
    dell’IRI che i privati avrebbero potuto gestire meglio.
    Prima candidata era una attività che era diventata una barzelletta nazionale. Era la Società
    Meridionale di Elettricità (SME), nella quale l’IRI aveva una partecipazione del 64,4%.
    Originariamente era una società quotata in borsa, poi acquisita direttamente dallo stato nel
    1962. La SME utilizzò i ricavi per crearsi una nuova attività principale: un impero alimentare.
    Durante i successivi venti anni, la SME divenne una pattumiera per società destinate al
    fallimento, un gruppo senza una strategia razionale. Si occupava di produzioni alimentari
    (pomodori tramite la Cirio, olio tramite la Bertolli e latte tramite la De Rica), di distribuzione
    alimentare (supermercati GS e ristorazione autostradale tramite Autogrill), e di gelati e cibi
    congelati (tramite Italgel).
    La SME aveva anche un contratto di amministrazione e gestione di un gruppo consociato
    chiamato Sidalm, che possedeva società che producevano biscotti, crackers e dolci. La Sidalm
    era un colabrodo – perse 47 miliardi di lire (allora circa 27 milioni di $) nel 1984 e necessitava
    di un’iniezione di capitale di 30 miliardi di lire per evitare il fallimento.
    La SME aveva managers capaci, come Giuseppe Rasero, assunto negli anni 1970 come
    direttore generale della distribuzione alimentare della SME, che proveniva dalla Unilever, un
    gigante anglo-olandese dell'industria alimentare. Fu nominato direttore generale della stessa
    SME nel 1982.
    Tuttavia, una combinazione di politici, di burocrati e di joint venture impedirono la vera
    ristrutturazione di cui il gruppo aveva bisogno.
    Anche così, questi managers ebbero un certo impatto sul gruppo. Nel 1984 la SME registrò
    profitti dopo tasse per 65 miliardi di lire su un giro d’affari di 2.500 miliardi di lire– il primo
    utile di questa dimensione da anni. I suoi conti consolidati per il 1984 mostravano debiti netti
    di 247 miliardi di lire e un patrimonio netto di 432 miliardi di lire. Il gruppo aveva circa 15.000
    dipendenti.
    L’industria alimentare italiana era molto frammentata e vendeva soprattutto nel mercato
    interno. Altrove in Europa, l’industria si stava consolidando in modo aggressivo; stavano
    emergendo gruppi pan-europei, come la BSN Gervais-Danone (ora Danone), un gruppo
    francese. La Danone non aveva certo le dimensioni dell’Unilever, ma era pur sempre molto più
    grande e solida della SME.
    Le privatizzazioni di Prodi
    Dal punto di vista di Prodi, era essenziale un maggior coinvolgimento del settore privato,
    magari tramite un partner. Non si riuscì a raggiungere un’intesa con il candidato più ovvio – la
    famiglia Fossati, partner della SME in tre joint-venture (compresa Alivar, una compagnia
    quotata in borsa, che possedeva il 60% di Autogrill). All’inizio del 1985, attraverso uno
    scambio di attività con la famiglia Fossati, la SME aveva eliminato uno degli ostacoli alla
    razionalizzazione del gruppo e aveva aumentato la sua quota azionaria in Alivar dal 50% al
    92%.
    Dopo di ciò, la SME propose di incorporare l'Alivar, l’8% della quale era ancora quotata in
    Borsa. La SME perciò dovette essere valutata. All’inizio del 1985, un eminente esperto in
    valutazioni, il professor Roberto Poli, valutò la quota di partecipazione del 64,4% dell’IRI in
    497 miliardi, e perciò l’intera SME in 772 miliardi di lire (allora 389 milioni di $).
    La soluzione che Prodi preferiva era la vendita totale della SME, insieme alla Sidalm, il gruppo
    consociato sull’orlo del fallimento. Ma c’erano tre problemi. Anzitutto, per ragioni politiche,
    l’acquirente doveva essere italiano. In secondo luogo, i potenziali acquirenti avrebbero cercato
    di acquistare solo i pezzi buoni del gruppo, come l’Italgel. In terzo luogo, nel gennaio 1985,
    nessun gruppo alimentare italiano era in condizioni di acquistare il gruppo SME. La Buitoni, un
    gruppo di pasta e dolci, era sull’orlo del fallimento; la Barilla, un produttore di pasta e biscotti,
    era controllata da una famiglia svizzera proprietaria di una fabbrica di armi; e la Ferrero, un
    gruppo dolciario allora con base in Belgio, non aveva mai fatto acquisizioni nei suoi circa
    quarant’anni di esistenza. Sembrava quindi che nessuna di queste fosse interessata alla sfida
    costituita dall’intero gruppo SME.
    Lei rese noto il suo interesse verso le società alimentari nel febbraio 1985. Il 3 aprile 1985 lei
    incontrò Rasero, che le disse che l’IRI era disposta solo a vendere la sua intera quota di SME e
    che la quota valeva circa 500 miliardi di lire. Secondo Rasero, lei avrebbe risposto che il
    prezzo era al di sopra delle possibilità delle sue società.
    Nel frattempo, De Benedetti, noto come imprenditore indipendente, stava cercando di
    diversificare le proprie attività. Il suo gruppo, le Compagnie Industriali Riunite (CIR),
    controllava l’Olivetti, una impresa di computer della quale la CIR aveva preso il controllo alla
    fine degli anni 1970 quando era in profonda crisi finanziaria. La CIR aveva risanato l’Olivetti
    con un drastico taglio di costi e individuando il futuro dell’industria dei computer nei personal
    computer e non nei grandi computer. De Benedetti nel 1983 aveva anche acquisito la AT&T,
    un gigante della industria telefonica americana, come importante azionista in Olivetti,
    indispettendo il Partito Socialista di Craxi.
    Lei aveva già una grossa partecipazione nel quotidiano il Giornale e, come lei, anche De
    Benedetti voleva avere un quotidiano. Nell’ottobre del 1984 non riuscì ad assicurarsi il controllo
    del Corriere della Sera, uno dei due grandi giornali nazionali, il cui controllo in seguito andò
    invece a Gianni Agnelli, con l’appoggio di Craxi, allora primo ministro. Per non essere da meno,
    De Benedetti si assicurò ben presto una piccola quota azionaria nella Mondadori co-
    proprietaria con “L’Espresso”, editore di una rivista con questo stesso titolo, de La Repubblica,
    l’altro giornale nazionale.
    La CIR, che dipendeva dall’Olivetti, aveva bisogno di un’attività che controbilanciasse il rischio
    di un mercato dei PC sempre più competitivo. Questa attività doveva avere caratteristiche
    complementari: basso rischio, mercati maturi e un forte flusso di cassa. L’industria alimentare
    corrispondeva a questo profilo.
    Con una mossa tipicamente opportunistica, De Benedetti soffiò la Buitoni sotto il naso della
    Danone. Nel febbraio 1985, offrì alla famiglia Buitoni il 10% in più del gruppo francese per la
    quota di controllo, e concluse l’affare in una serata. Una cosa divenne presto chiara per la
    CIR: la Buitoni e la SME avrebbero potuto integrarsi molto bene. La SME vendeva
    principalmente al mercato interno; la Buitoni era più internazionalizzata.
    De Benedetti colse l’attimo. A metà aprile contattò Prodi per chiedergli se la CIR (tramite la
    Buitoni) avrebbe potuto comprare la SME. Egli venne inizialmente respinto, ma alla fine strinse
    un accordo con Prodi (e i consulenti di entrambe le parti) durante due incontri fiume.
    Prodi per conto dell’IRI e De Benedetti per conto della Buitoni firmarono un accordo il 29 aprile
    1985. La Buitoni accettava di pagare 497 miliardi per la quota dell’IRI del 64,4% nella SME.
    Questo rappresentava 1107 lire per ciascuna azione SME, confronto al prezzo di mercato di
    1275 lire del 30 aprile. Il titolo era stato molto spumeggiante – era salito di quasi il 70% dal 1°
    gennaio. Ma l’offerta della Buitoni rappresentava un incremento del 38% rispetto al prezzo
    medio dei precedenti dodici mesi.
    In cambio delle concessioni fatte da De Benedetti durante le negoziazioni, il prezzo era
    pagabile a rate. La Buitoni accettò anche di comprare, per una lira, la disastrata Sidalm, nella
    quale avrebbe iniettato 30 miliardi. Il solo impegno fornito dalla Buitoni fu di mantenere la
    sede della SME a Napoli. (Il 26 maggio 1985, la Buitoni promise anche di mantenere la SME
    per 15 anni.)
    L’accordo stabiliva che la vendita era soggetta all’approvazione da parte del consiglio
    d’amministrazione dell’IRI – i dettagli del negoziato dovevano essere mantenuti riservati fino
    ad allora, nel tentativo di evitare ogni speculazione. (Il consiglio d’amministrazione dell’IRI
    approvò l’accordo all’unanimità il 7 maggio 1985.)
    Spunti di riflessione
    Prodi e De Benedetti annunciarono l’accordo con grande pubblicità in una conferenza stampa
    congiunta il 30 aprile 1985. Il giorno successivo, Il Sole-24 Ore, il giornale finanziario italiano,
    mise la cosa in prima pagina, e sviluppò l’argomento nelle pagine interne. “20 ore intorno a un
    tavolo, e poi la conclusione dell'accordo,” diceva il titolo.
    Clelio Darida, ministro delle partecipazioni statali, che Prodi aveva tenuto perfettamente
    informato dei colloqui dell’IRI con la Buitoni, dichiarò al Il Sole-24 Ore che era favorevole
    all’accordo. Renato Altissimo, ministro dell’industria, affermò che “la nascita di un grande
    gruppo alimentare italiano” gli dava grande soddisfazione.
    Prodi sottopose subito l’accordo a Darida. L’IRI designò il professor Luigi Guatri, un altro
    eminente esperto di valutazioni, per valutare la sua partecipazione nella SME. Il 4 maggio,
    quando questi riferì, egli concordò con la valutazione di Poli. Il suo rapporto diceva che non si
    poteva definire una singola cifra precisa, ma il prezzo di 497 miliardi offerto da De Benedetti
    era prossimo al valore massimo del range di valutazione.
    Nel consiglio dei ministri del 2 maggio, Craxi chiese a Darida di verificare se il prezzo fosse
    corretto e chiese un rapporto sulla vendita. Il 9 maggio egli scrisse a Darida affermando che
    l’IRI aveva agito “in modo unilaterale e pregiudizievole” per non aver cercato l’approvazione
    del governo prima del 29 aprile. Craxi voleva sapere se tutte le possibili offerte fossero state
    esaminate. Nello stesso giorno, Prodi chiese a De Benedetti di posticipare la data della
    conclusione dell’accordo dal 10 maggio concordato al 28 maggio.
    Il 23 maggio i quotidiano La Stampa pubblicò un’intervista a lei riguardo alla SME. Furono
    citate le sue parole: “Ora si sta cercando di promuovere l’immagine della SME come un gruppo
    d’oro che De Benedetti acquisterebbe ad un prezzo vantaggioso. In realtà il risanamento della
    SME è appena partito, e [De Benedetti] dovrà liberare [il gruppo] dal peso di così tanti anni di
    gestione politica…”
    Lo stesso giorno, all’improvviso, un avvocato romano poco conosciuto, Italo Scalera – un
    vecchio compagno di scuola di Previti – fece all’IRI un’offerta di 550 miliardi di lire per SME e
    Sidalm. L’offerta era fatta per conto di clienti che preferivano mantenere l’anonimato, le cui
    identità, disse Scalera, sarebbero state rivelate alla conclusione dell’affare. Darida chiese a
    Prodi di esaminare l’offerta.
    Il 28 maggio arrivò ancora un’altra offerta. Questa volta veniva dalle Industrie Alimentari
    Riunite (IAR), un consorzio tra la sua Fininvest, la Barilla, gestita da Pietro Barilla, e il gruppo
    Ferrero, gestito da Michele Ferrero. La IAR offriva 600 miliardi di lire (con una parte da pagare
    a rate) per la quota dell’IRI nella SME e nella Sidalm. Poiché lei e le altre due imprenditori in
    precedenza avevate espresso disinteresse verso l’intera SME, l’offerta era chiaramente una
    tattica per ostacolare l’acquisto della SME da parte della Buitoni. Una offerta ancora più alta fu
    presentata da una società chiamata Compagnia Finanziaria Mercato Alimentari (Co.Fi.Ma),
    gestita da Giovanni Fimiani, un uomo d’affari.
    La privatizzazione della SME divenne presto una farsa. Il 4 giugno, un direttore della Swiss
    Bank Corporation di Londra, dove c’erano molti azionisti della SME, spedì un furibondo telex
    al direttore della Consob, organo di controllo della borsa italiana. “Sembra strano”, scrisse,
    “…che un accordo definito e firmato, tra le parti possa venir in seguito essere rimesso in
    discussione in modo così pubblico. L'evidente caos… sta facendo… un danno enorme alla
    reputazione dei mercati finanziari italiani…”
    Il 9 giugno, L’Espresso pubblicò una sua intervista. Lei disse di non aver telefonato a Craxi per
    chiedergli di intervenire: “Al contrario, il fatto di essere amico del primo ministro Craxi
    costituiva un ostacolo.”
    Il governo dichiarò che tutte le offerte per la SME dovevano venir prese in considerazione, e, il
    15 giugno 1985, Darida emanò un decreto per bloccare la vendita.
    Particolari, particolari
    In tutte queste manovre era stato trascurato un dettaglio piccolo, ma molto significativo. Per
    anni, l’IRI, come richiesto da circolari ministeriali, aveva chiesto al governo l’approvazione per
    vendere le proprie aziende. Ciò tuttavia, a termini di legge, non era necessario.
    “Circolari ministeriali che dessero l’autorizzazione – accettate nel passato da parte dello IRI
    stesso, per debolezza e per desiderio di quieto vivere o per ignoranza– sono illegittime perché
    arrogano un potere senza un supporto legislativo,” ha scritto Sabino Cassese, uno dei più
    eminenti esperti italiani in diritto amministrativo, in un articolo di giornale del 22 maggio
    1985.
    Ciò nondimeno Prodi sottopose l’accordo al governo, forse per una delle ragioni suggerite da
    Cassese. De Benedetti ritiene che Prodi sapesse nell’aprile 1985 di non aver bisogno
    dell’approvazione del governo. La Buitoni debitamente citò in giudizio l’IRI per l’esecuzione
    dell’accordo firmato il 29 aprile 1985.
    Nel corso di una causa iniziata dalla Co.Fi.Ma di Fimiani, la Corte di Cassazione, nel marzo
    1986, confermò il punto di vista legale di Cassese. Per l’IRI non era necessaria alcuna
    approvazione del governo per la vendita della SME, disse la Corte di Cassazione, poiché l’IRI
    era soggetta alle normali leggi societarie.
    Questo avvenne tre mesi prima che la Buitoni perdesse la sua causa nel tribunale di primo
    grado nel giugno 1986. In questo tribunale, tre giudici, presieduti da Verde, ora uno degli
    imputati nel processo SME, stabilirono che l’accordo della Buitoni con l’IRI non era eseguibile in
    quanto sottoposto all’approvazione del governo, approvazione che non era stata data.
    La Buitoni perse anche in appello nel febbraio 1987. Questo tribunale criticò Verde ed i suoi
    due giudici a latere per la loro interpretazione della legge. Tuttavia, con una sentenza
    contorta, stabilì che anche se la legge non prevedeva l’approvazione del governo, sia la Buitoni
    che l’IRI avevano espresso il desiderio di assicurarsi l’approvazione del governo all’accordo. Lo
    avevano fatto, disse la corte d’appello, in una clausola di due righe nell’accordo del 29 aprile
    1985, che pertanto non era vincolante. Nel luglio 1988, in un giudizio ancora più contorto, la
    corte di cassazione decise a sua volta che l’accordo non era applicabile.
    Nella sua difesa del dicembre 1987, in una causa avviata dalla IAR, l’IRI stesso ha dichiarato
    che “era completamente libero... di decidere se, come, quando, con chi ed a quali condizioni
    eseguire un contratto.”
    Dato che non era necessaria alcuna approvazione governativa, non è irrilevante riflettere su
    come una persona che era stata incaricata di bloccare la vendita della SME avrebbe potuto
    raggiungere il suo obiettivo.
    Dal punto di vista di qualcuno che fosse a conoscenza della sentenza della Corte di Cassazione
    del marzo 1986 (che disse che l’IRI era soggetto alla normale legislazione commerciale), la
    Buitoni e l’IRI avevano raggiunto il 29 aprile 1985 un accordo valido che non era soggetto ad
    approvazione governativa.
    Dal punto di vista di questa persona, l’accordo tra l’IRI e la Buitoni era perciò vincolante. Così
    l’unica tattica che una tale persona poteva mettere in atto per bloccarlo con successo sarebbe
    stata quella di interferire nel corso della giustizia non appena la Buitoni tentasse di far
    rispettare l’accordo.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Airbus A-380
    Questa non è l'altra campana...
    Questa è la storia VERA!
    SEEEEEEEEEEEEE, vera, ci stanno ancora cose al di là dell'immaginazione,

    es. perchè la destra in 5 anni di governo non ha fatto nulla a favore di previti e/o contro prodi


    ma non lo dire al kondor sennò sviene.
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da MrBojangles
    Ecco.
    E poi il cagnolino tira la tendina e si scopre che il Mago di Oz non esiste ...
    dalema...il presidente di oz.....
    Addio Tomàs
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  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da agaragar
    SEEEEEEEEEEEEE, vera, ci stanno ancora cose al di là dell'immaginazione,

    es. perchè la destra in 5 anni di governo non ha fatto nulla a favore di previti e/o contro prodi


    ma non lo dire al kondor sennò sviene.
    Ancora, in itaglia i processi, anke dopo la sentenza di cassazione, posson o essere rifatti, e penso ke sarà il caso di previti,

    questo si tradurrà in un aiuto a berlusconi, quin di la destra aiuta la sin istra e viceversa...
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  10. #10
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da agaragar
    Ancora, in itaglia i processi, anke dopo la sentenza di cassazione, posson o essere rifatti, e penso ke sarà il caso di previti,

    questo si tradurrà in un aiuto a berlusconi, quin di la destra aiuta la sin istra e viceversa...
    Non tutti i processi.
    Forse qualcuno per omicidio o strage; ma, non tutti.

 

 
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