Dunque il motivo per cui l'Italia non è competitiva, e pare destinata ad un'inesorabile declino, risiede unicamente in una politica economica e fiscale del tutto sfasata rispetto a quella che è la direzione intrapresa ormai da decenni dalle altre grandi potenze economiche: la politica finalizzata ad un drastico ridimensionamento della pressione fiscale
Le imposte scoraggiano la produzione
Henry Hazlitt, Economics in one lesson, cap. IV
(Traduzione di Massimiliano Neri)
Esiste tuttavia un altro fattore che contribuisce a rendere improbabile che la ricchezza creata attraverso gli investimenti statali compensi pienamente la ricchezza distrutta dalle imposte ricevute per il finanziamento di tali investimenti. Non si tratta semplicemente, come spesso si suppone, di prelevare dal portafoglio destro della nazione per versare in quello sinistro. Gli investitori statali ci dicono, ad esempio, che se il reddito nazionale sale a 200 miliardi di dollari (sono sempre molto generosi nel fissare questa cifra), un livello di imposte per 50 miliardi di dollari all'anno significa trasferire solo il 25% dei fini privati a quelli pubblici. Questo sarebbe come dire che il paese è una gigantesca impresa commerciale e che tali operazioni implicano meri appunti contabili. Gli investitori statali dimenticano che si stanno appropriando del denaro di A per consegnarlo a B, o meglio detto, lo sanno molto bene, però al contempo alludono con gran magnificenza ai benefici che il processo porta a B; si riferiscono alle cose meravigliose delle quali questi potrà godere e che non avrebbe potuto neppure sognare se tale denaro non gli fosse stato consegnato. Sorvolano sulle conseguenze che A dovrà sopportare, guardano solo a B e si dimenticano di A.
Nel mondo moderno non si applica a tutte le persone un'identica percentuale d'imposte sul reddito personale. Il maggior carico fiscale ricade su un settore limitato dei contribuenti e a tale contribuzione sul reddito si affiancano sempre altri tipi d'imposte. La tassazione condiziona inevitabilmente le azioni e gli incentivi delle persone che devono sopportarla. Quando un'impresa perde cento centesimi per ogni dollaro di passivo e le si permette di conservare solo sessanta centesimi per ogni dollaro guadagnato; quando non può compensare gli anni di perdite con gli anni di attivo (o non può farlo adeguatamente), la sua linea di condotta viene modificata. L'impresa non intensifica la sua attività commerciale o, se lo fa, incrementa solo quelle operazioni che implicano un rischio minimo. Quelli che si rendono conto di tale realtà sono restii ad iniziare nuove imprese. In tal modo, gli imprenditori più navigati non generano nuove occasioni d'impiego o le creano in misura minima, mentre coloro che vorrebbero iniziare un'impresa, non lo fanno. Il perfezionamento delle installazioni e il rinnovo delle macchine industriali si produce ad un ritmo più lento e il risultato, a lungo termine, si traduce nell'impedire ai consumatori l'acquisto di prodotti migliori e più economici. In questo modo diminuiscono i salari reali.
Un effetto simile si produce quando i redditi personali sono gravati dal fisco ad un 50, 60, 75, o 90 percento. Le persone cominciano a domandarsi perché devono lavorare sei, otto, dieci mesi all'anno per lo stato e solo sei, quattro o due mesi per se stessi e la loro famiglia. Se perdono un dollaro intero quando ottengono passivi, ma possono conservare solo una parte di quello che guadagnano, giungono alla conclusione che è sciocco rischiare il loro capitale. In questo modo, il capitale disponibile decresce in maniera allarmante, perché rimane esposto all'imposizione fiscale ancor prima di essere accumulato. In definitiva, al capitale capace di dare impulso all'attività commerciale privata s'impedisce, in primo luogo, di esistere e nel caso che si accumuli viene scoraggiato l'avvio di nuove imprese. Il potere pubblico genera così quella disoccupazione che desiderava tanto evitare. Un certo carico fiscale, naturalmente, è indispensabile per compiere le funzioni essenziali d'ogni governo. Un livello d'imposte ragionevole, adeguato a tal fine, non interferisce seriamente con la produzione, perché i servizi pubblici che si offrono in cambio e che salvaguardano la produzione stessa suppongono una compensazione più che sufficiente. Ebbene, quanto maggiore risulta la percentuale di reddito nazionale assorbita dal carico fiscale, tanto maggiore sarà la dissuasione esercitata sulla produzione e l'attività privata. Quando il carico tributario totale oltrepassa limiti sopportabili, il problema di ricercare nuove imposte che non scoraggino od ostacolino la produzione diviene insolubile.
http://www.liberanimus.org/hazlitt.htm
Curva di Laffer
La curva di Laffer è una curva a campana che mette in relazione l'aliquota di imposta (asse delle ascisse) con le entrate fiscali (asse delle ordinate) che l'economista dell'università della South California (USA) impiegò per convincere l'allora candidato repubblicano alle presidenziali del 1980, Ronald Reagan, a diminuire le imposte dirette.
Secondo Laffer esisteva un'aliquota, corrispondente all'ascissa del punto più alto della curva a campana, oltre la quale un aumento delle imposte avrebbe disincentivato l'attività economica e quindi ridotto il gettito, favorendo nel contempo l'evasione fiscale.
Gli USA nel 1980 si trovavano, secondo Laffer e secondo gli economisti della supply side economics a destra di tale punto. Ragion per cui una riduzione delle aliquote avrebbe prodotto un aumento dell'attività economica e quindi delle entrate fiscali.
Mancava tuttavia una qualsiasi evidenza empirica di tale tesi. Quando il presidente USA Ronald Reagan ridusse le imposte, coerentemente con le previsioni le entrate fiscali aumentarono, ma non essendo stata contemporaneamente ridotta o contenuta la spesa pubblica, la quale in effettti aumentò spropositatamente, si annullò l'effetto del maggior gettito, incrementando il deficit pubblico degli Stati Uniti (fonte Internal Revenue Service USA). La colpa, dunque non fu della Curva di Laffer, che non assicura maggiori entrate, anche se effettivamente vi fu un incremento, ma della cattiva amministrazione.
Si dice, ironicamente, che una delle maggiori qualità della Curva di Laffer è che poteva essere spiegata ad un membro del congresso americano in mezz'ora e questo ne poteva parlare per sei mesi.
http://it.wikipedia.org/wiki/Curva_di_Laffer
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