Chi mi conosce sa quanto poca è la mia simpatia per tutti quegli ex-comunisti filosovietici che in passato hanno osteggiato l’integrazione europea su imbeccata di Mosca, presentando la CECA prima, e poi (e soprattutto) la CED ed infine la CEE come una sorta di longa manus dell’imperialismo yankee e del capilalismo borghese. Tra questi c’è stato fin dai primi anni della sua attività politica anche il “compagno” Giorgio Napolitano (eletto alla Camera dei deputati nelle liste del PCI fin dal 1953).
Tuttavia (come ho cercato di spiegare meglio in un thread del forum “Politica Italia” – V. Giorgio Napolitano, pag 1, 4° mess. - ), il caso di Napolitano è un caso ... anomalo, nel senso che il suo europeismo (secondo me) non è un opportunismo politico maturato con il crollo del comunismo e dell'URSS, bensì è autentico e sincero – benché insufficiente come ogni europeismo che pretenda che l’integrazione europea proceda senza un vero salto di qualità (il quale non può essere timidamente, furtivamente e solo in minima parte federale, ma apertamente e decisamente federale).
Dell’autentico europeismo di Napolitano è segno emblematico l’essere stato eletto dal PE (a grande maggioranza) presidente della “Commissione Affari Costituzionali” nel periodo più caldo: quello del Trattato di Nizza (dicembre 2000), della Dichiarazione di Laeken (dicembre 2001), della “Convenzione sul futuro dell’Unione Europea” (febbraio 2002 - giugno 2003) e dell’Ampliamento (con l’ingresso di ben 10 nuovi Stati, 1 maggio 2004). [Napolitano ha ricoperto quella carica per tutta le legislatura 1999-2004 del PE].
Difficilmente Napolitano potrà giocare un ruolo analogo a guello giocato da Ciampi sulla scena europea. E tuttavia, con quelle premesse che pronosticavano (ahimé!) un D’Alema come nuovo Capo di Stato ... agli europeisti – tutto sommato – è andata bene! Non ci sono più personaggi della statura (culturale, politica, morale) di un Ciampi: per gli europeisti, dunque ... meglio di così non poteva andare!
Sulla sincerità dell’europeismo di Napolitano, credo che siano significativi, con uno sguardo retrospettivo, due suoi articoli che trascrivo più sotto, [pubblicati tempo fa su ”II Riformista”, rispettivamente il 2 giugno 2005 e il 4 giugno 2003].
La sincerità di cui parlo traspare palese dal modo appassionato con cui Napolitano (di solito pacato) polemizza con la stessa linea politica de Il Riformista, confutando l’europeismo alla maniera britannica, (quello che vuole la democrazia non più in là del livello nazionale, che dice di volere l’unità dell’Europa ma si intestardisce nel voler mantenere agli Stati la sovranità assoluta) e difende invece il riformismo di Spinelli e Monnet, quello che vede l’europeismo come «fusione di interessi» attraverso una «parziale fusione di sovranità»: sovranità condivisa, e quindi non più esercitabile dal solo (ed anacronistico) "Staatsvolk" ma da quel demos europeo che già da decenni vive e cresce nella realtà geopolitica europea.
Buona lettura!
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1.
Il Riformista, 2 giugno 2005
POLEMICHE.
L'EUROPEISMO E IL RIFORMISTA
di Giorgio Napolitano
Volete che i capi della sinistra italiana si facciano populisti come Fabius?
Caro direttore, l'editoriale di Stefano Cingolani e il commento di seconda pagina - apparsi entrambi martedì - sul risultato del referendum francese, non mi hanno stupito, nel senso che hanno ripreso una vecchia bandiera polemica del Riformista, ma per altri aspetti mi sono sembrati davvero stupefacenti.
Comincio dal bersaglio più vago e più comodo che si è voluto rilanciare: «l'europeismo acritico». Dove sia e in che cosa consista questa deplorevole specie di europeismo, ancora una volta non lo si spiega. Gli europeisti più convinti e più impegnati, specie a sinistra, non hanno mai mancato di indicare limiti e contraddizioni della costruzione europea. Lo hanno fatto di fronte ai Trattati precedenti e anche di fronte al «Trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa» firmato a Roma nell'ottobre 2004. Essi sono stati sempre critici per il ritardo nello sviluppare la dimensione politica dell'integrazione europea, così come per le resistenze che sono state opposte alla semplificazione e democratizzazione degli assetti istituzionali e dei meccanismi decisionali dell'Unione (e, ancor prima, della Comunità), alla definizione e realizzazione di più incisive politiche comuni.
E quelle resistenze sono venute essenzialmente dai governi nazionali, o da molti di loro, in primo luogo dalla Gran Bretagna. E' stato il Parlamento europeo a fare del «deficit democratico» il suo cavallo di battaglia: ottenendo tra l'altro dei risultati che sarebbe ora assurdo non vedere, essendosi tradotti, anche con la recente Costituzione, in un rafforzamento dei poteri dello stesso Parlamento europeo e del ruolo dei Parlamenti nazionali (e non è stata questa la sola innovazione volta a rendere più trasparenti e democratiche le procedure decisionali).
Bisognerebbe tacere tutto questo, per non cadere nell'«europeismo acritico»? Bisognerebbe scaricare la responsabilità per tutto quel che non va in Europa sulla «burocrazia di Bruxelles» (un apparato, tra l'altro, assai meno pletorico di quello di molti enti pubblici italiani)? Ed è forse un inammissibile scivolamento verso posizioni acritiche e verso «l'euroretorica» valorizzare - sul piano del giudizio storico e nel messaggio da trasmettere alle generazioni più giovani - i risultati del processo di integrazione avviato negli anni '50: la riconciliazione franco-tedesca, la pace e la stabilità nel cuore dell'Europa, l'abbattimento delle barriere che impedivano la «libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone», decenni di crescita economica e di coesione sociale? Naturalmente, non ci si può fermare qui e bisogna guardare in faccia a tutti gli elementi di crisi che presenta, da varii anni, la costruzione europea, provocando disincanto tra i cittadini e lasciando senza risposta loro gravi preoccupazioni. Ma non si possono svalutare le ragioni e i benefici della strada intrapresa, e si deve essere attenti e rigorosi nell'indicare le correzioni di rotta e le nuove scelte che oggi si impongono (e non diamo corpo a un altro fantasma, quello di chi propugnerebbe una semplice «continuità senza se e senza ma»).
Ma veniamo alla Francia. Nell'editoriale di Cingolani ho trovato un'ammirata rappresentazione della machiavellica «metamorfosi» di Laurent Fabius, trasformatosi da tecnocrate («énarque») distaccato e antipopulista, in capo del fronte del No alla Costituzione europea, che «ha cavalcato lo scontento e ha vinto». Dovrebbe essere questo il modello per i capi della sinistra italiana: farsi populisti, magari per non correre il rischio, paventato da Cingolani, di «lasciare lo scontento alla Lega»? Non so su che cosa possa fondarsi la benevola tesi che Fabius sia rimasto «social-libéral», «cosmopolita e xenofilo», socialista europeista sia pure con gli adattamenti suggeriti dalle circostanze. Possibile che proprio il Riformista non veda (questo il mio stupore) come in Francia i socialisti del No abbiano avallato paure e rifiuti che si risolvono nella rivendicazione di un rinnovato protezionismo, statalismo e assistenzialismo nazionale, contro ogni esigenza di riforma dello Stato sociale, di liberalizzazione dell'economia, di rilancio della produttività e competitività europea? Sempre sul Riformista di martedì, Enrico Letta ha giustamente ribadito la convinzione che «l'Europa rappresenti la soluzione, non il problema», e si è chiesto perché non riusciamo a trasmettere questo messaggio ai cittadini. Ma serie responsabilità hanno a questo proposito in Italia e altrove le forze politiche che si dichiarano europeiste ma non sprigionano iniziativa e capacità di convinzione sui grandi temi europei; ed egualmente ne hanno le organizzazioni sociali, inerti su quei temi, l'informazione e la cultura, disattente quando non prevenute.
L'Europa può rappresentare la soluzione e non il problema, se si va avanti, e non si torna indietro, sulla via dell'integrazione: senza riproporre la sterile disputa tra un modello federale che sarebbe fallito, e un non meglio precisato modello confederale. Si deve andare avanti sulla via della modernizzazione, delle riforme e della competitività indicata dalla strategia di Lisbona, e così tornare a produrre risultati che riguadagnino la fiducia dei cittadini nell'Europa. E la si deve riguadagnare anche attraverso il rilancio di altri progetti e azioni comuni: per il rafforzamento del ruolo internazionale dell'Unione, per la sicurezza, per il governo dei flussi migratori. Questa non mi pare una «bandiera logora»: ma la sola prospettiva sostenibile per le nostre forze di sinistra e per i nostri paesi.
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2.
Il Riformista, 4 giugno 2005
POLEMICHE.
IN RISPOSTA A UN NOSTRO EDITORIALE
di Giorgio Napolitano
La sinistra italiana non si lasci sedurre dalle solite sirene inglesi sull'Europa. Il Riformista propone una linea che contrasta con la storia migliore del riformismo
Dopo avere per qualche tempo tergiversato, ospitando anche interventi di diverso segno, il Riformista ha finalmente deciso, con l'editoriale del 2 giugno, di assumere (e forse di indicare alla sinistra riformista italiana) una linea pienamente caratterizzata, perfino in termini storico-teorici, sull'Europa («unita, ma confederale»). Non contesterò certo tale diritto e tale ambizione. Ma la simpatia che mi lega a questo giornale e al suo direttore, non mi può impedire di manifestare il mio sconcerto nel veder affermato in modo perentorio un orientamento che contrasta con quanto di meglio - sul piano ideale e nella visione del futuro - abbia espresso il riformismo italiano attraverso una lunga evoluzione, fatta di diversità e di convergenze, e nel veder presentata come visione alternativa a quella della tradizione europeistica una summa ripetitiva delle più vecchie pregiudiziali contro il processo di integrazione europea.
Non so se l'autore del ponderoso articolo pensasse di scrivere l'anti-Manifesto di Ventotene. Ma ha certamente mostrato di ignorare il percorso di riflessione storica e di pensiero politico che aveva condotto non solo Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi a lanciare il loro Manifesto nel 1942, ma Jean Monnet e Robert Schuman a proporre, con la dichiarazione del 9 maggio 1950 - accolta da cinque altri capi di governo, oltre quello francese (tra i quali, non c'è bisogno di ricordarlo, personalità di straordinaria statura e lungimiranza) - «la messa in comune delle produzioni del carbone e dell'acciaio», «la creazione di basi comuni di sviluppo economico, prima tappa della federazione europea». La verità è che già in quei primi pronunciamenti e atti fondativi, era superata l'idea che il Riformista rispolvera, di una Europa che si unisse sempre di più, ma «sommando Stati». Ben più moderna era già 50 anni fa, e rispondente alle durissime lezioni della storia europea della prima metà del '900, l'idea monnettiana di una «fusione di interessi» attraverso una «parziale fusione di sovranità».
Era una utopia? Sì, in qualche modo, ma una utopia che ha prodotto una formidabile realtà, quella dell'Europa comunitaria, dai Trattati di Roma a quelli di Maastricht e di Amsterdam. Il federalismo non è rimasto fermo alla visione del superamento degli Stati nazionali: troppo facile la polemica con un bersaglio di comodo. Se si legge il racconto dell'avventura europea nella esperienza, ad esempio, di Tommaso Padoa Schioppa, si verifica come quella visione schematica abbia da tempo ceduto il passo ad una piena comprensione della necessità di combinare, nella costruzione europea, la componente intergovernativa (in cui si esprime il persistente ruolo e peso degli Stati nazionali) e la componente sovranazionale. Ma quest'ultima, nella filippica del Riformista, è scomparsa. Jacques Delors ha inventato la formula "Federazione di Stati nazionali"; per l'autore dell'editoriale cui mi riferisco, l'orizzonte concettuale resta nei più scontati, arcaici limiti di una "Confederazione di Stati".
Non posso abusare oltre dello spazio concessomi; mi limiterò a rilevare che tutti gli argomenti che soprattutto da parte britannica vengono oggi opposti a una comune politica estera e di sicurezza europea, e in generale alla regola del voto a maggioranza, sono stati opposti nel passato agli sviluppi dell'integrazione economia, fino alla moneta unica (da cui d'altronde il Regno Unito continua a tenersi fuori): anche se il Riformista riconosce che «un'unione economica deve essere federale» (e perché mai allora si contrasta ogni armonizzazione fiscale?).
”La democrazia possibile è solo quella nazionale; la sola legittimità democratica è quella dei Parlamenti e dei governi nazionali” - ci dice con candore il Riformista. E' la ben nota tesi di Tony Blair (e la pensava così anche Margaret Thatcher). Ma perché si chiamano allora da più di venti anni i cittadini a eleggere un Parlamento europeo? E non c'è in quella elezione, in quella istituzione, il riconoscimento di un embrione di demos europeo, non identificabile con la stantia dottrina dello "Staatsvolk", e dunque di un embrione di democrazia sovranazionale?
Se la sinistra riformista - seguendo magari l'esempio del ripiegamento di Tony Brair su posizioni sempre meno europeistiche - cedesse allo spauracchio del «superstato federale accentrato» (ma chi ne parla non sa nulla della reale articolazione, sempre più decentrata, del processo attraverso cui si realizzano le politiche comuni dell'Unione); se essa rinunciasse allo storico obbiettivo di una Europa politica, capace di elaborare una sua linea unitaria e di portarla avanti su scala mondiale, precipiterebbe nella meschinità soffocante e senza avvenire delle più tradizionali, anacronistiche politiche nazionali.
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Ciao a tutti.
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«NO a nuovi trattati intergovernativi!»
«SI' alla "Costituzione Europea" federale, democratica e trasparente!»





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