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    Predefinito Europeismo autentico e sincero di Napolitano

    Chi mi conosce sa quanto poca è la mia simpatia per tutti quegli ex-comunisti filosovietici che in passato hanno osteggiato l’integrazione europea su imbeccata di Mosca, presentando la CECA prima, e poi (e soprattutto) la CED ed infine la CEE come una sorta di longa manus dell’imperialismo yankee e del capilalismo borghese. Tra questi c’è stato fin dai primi anni della sua attività politica anche il “compagno” Giorgio Napolitano (eletto alla Camera dei deputati nelle liste del PCI fin dal 1953).

    Tuttavia (come ho cercato di spiegare meglio in un thread del forum “Politica Italia” – V. Giorgio Napolitano, pag 1, 4° mess. - ), il caso di Napolitano è un caso ... anomalo, nel senso che il suo europeismo (secondo me) non è un opportunismo politico maturato con il crollo del comunismo e dell'URSS, bensì è autentico e sincero – benché insufficiente come ogni europeismo che pretenda che l’integrazione europea proceda senza un vero salto di qualità (il quale non può essere timidamente, furtivamente e solo in minima parte federale, ma apertamente e decisamente federale).

    Dell’autentico europeismo di Napolitano è segno emblematico l’essere stato eletto dal PE (a grande maggioranza) presidente della “Commissione Affari Costituzionali” nel periodo più caldo: quello del Trattato di Nizza (dicembre 2000), della Dichiarazione di Laeken (dicembre 2001), della “Convenzione sul futuro dell’Unione Europea” (febbraio 2002 - giugno 2003) e dell’Ampliamento (con l’ingresso di ben 10 nuovi Stati, 1 maggio 2004). [Napolitano ha ricoperto quella carica per tutta le legislatura 1999-2004 del PE].

    Difficilmente Napolitano potrà giocare un ruolo analogo a guello giocato da Ciampi sulla scena europea. E tuttavia, con quelle premesse che pronosticavano (ahimé!) un D’Alema come nuovo Capo di Stato ... agli europeisti – tutto sommato – è andata bene! Non ci sono più personaggi della statura (culturale, politica, morale) di un Ciampi: per gli europeisti, dunque ... meglio di così non poteva andare!

    Sulla sincerità dell’europeismo di Napolitano, credo che siano significativi, con uno sguardo retrospettivo, due suoi articoli che trascrivo più sotto, [pubblicati tempo fa su ”II Riformista”, rispettivamente il 2 giugno 2005 e il 4 giugno 2003].

    La sincerità di cui parlo traspare palese dal modo appassionato con cui Napolitano (di solito pacato) polemizza con la stessa linea politica de Il Riformista, confutando l’europeismo alla maniera britannica, (quello che vuole la democrazia non più in là del livello nazionale, che dice di volere l’unità dell’Europa ma si intestardisce nel voler mantenere agli Stati la sovranità assoluta) e difende invece il riformismo di Spinelli e Monnet, quello che vede l’europeismo come «fusione di interessi» attraverso una «parziale fusione di sovranità»: sovranità condivisa, e quindi non più esercitabile dal solo (ed anacronistico) "Staatsvolk" ma da quel demos europeo che già da decenni vive e cresce nella realtà geopolitica europea.

    Buona lettura!

    ------------------------------------------------------------------------------
    1.
    Il Riformista, 2 giugno 2005

    POLEMICHE.
    L'EUROPEISMO E IL RIFORMISTA
    di Giorgio Napolitano

    Volete che i capi della sinistra italiana si facciano populisti come Fabius?
    Caro direttore, l'editoriale di Stefano Cingolani e il commento di seconda pagina - apparsi entrambi martedì - sul risultato del referendum francese, non mi hanno stupito, nel senso che hanno ripreso una vecchia bandiera polemica del Riformista, ma per altri aspetti mi sono sembrati davvero stupefacenti.

    Comincio dal bersaglio più vago e più comodo che si è voluto rilanciare: «l'europeismo acritico». Dove sia e in che cosa consista questa deplorevole specie di europeismo, ancora una volta non lo si spiega. Gli europeisti più convinti e più impegnati, specie a sinistra, non hanno mai mancato di indicare limiti e contraddizioni della costruzione europea. Lo hanno fatto di fronte ai Trattati precedenti e anche di fronte al «Trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa» firmato a Roma nell'ottobre 2004. Essi sono stati sempre critici per il ritardo nello sviluppare la dimensione politica dell'integrazione europea, così come per le resistenze che sono state opposte alla semplificazione e democratizzazione degli assetti istituzionali e dei meccanismi decisionali dell'Unione (e, ancor prima, della Comunità), alla definizione e realizzazione di più incisive politiche comuni.

    E quelle resistenze sono venute essenzialmente dai governi nazionali, o da molti di loro, in primo luogo dalla Gran Bretagna. E' stato il Parlamento europeo a fare del «deficit democratico» il suo cavallo di battaglia: ottenendo tra l'altro dei risultati che sarebbe ora assurdo non vedere, essendosi tradotti, anche con la recente Costituzione, in un rafforzamento dei poteri dello stesso Parlamento europeo e del ruolo dei Parlamenti nazionali (e non è stata questa la sola innovazione volta a rendere più trasparenti e democratiche le procedure decisionali).

    Bisognerebbe tacere tutto questo, per non cadere nell'«europeismo acritico»? Bisognerebbe scaricare la responsabilità per tutto quel che non va in Europa sulla «burocrazia di Bruxelles» (un apparato, tra l'altro, assai meno pletorico di quello di molti enti pubblici italiani)? Ed è forse un inammissibile scivolamento verso posizioni acritiche e verso «l'euroretorica» valorizzare - sul piano del giudizio storico e nel messaggio da trasmettere alle generazioni più giovani - i risultati del processo di integrazione avviato negli anni '50: la riconciliazione franco-tedesca, la pace e la stabilità nel cuore dell'Europa, l'abbattimento delle barriere che impedivano la «libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone», decenni di crescita economica e di coesione sociale? Naturalmente, non ci si può fermare qui e bisogna guardare in faccia a tutti gli elementi di crisi che presenta, da varii anni, la costruzione europea, provocando disincanto tra i cittadini e lasciando senza risposta loro gravi preoccupazioni. Ma non si possono svalutare le ragioni e i benefici della strada intrapresa, e si deve essere attenti e rigorosi nell'indicare le correzioni di rotta e le nuove scelte che oggi si impongono (e non diamo corpo a un altro fantasma, quello di chi propugnerebbe una semplice «continuità senza se e senza ma»).

    Ma veniamo alla Francia. Nell'editoriale di Cingolani ho trovato un'ammirata rappresentazione della machiavellica «metamorfosi» di Laurent Fabius, trasformatosi da tecnocrate («énarque») distaccato e antipopulista, in capo del fronte del No alla Costituzione europea, che «ha cavalcato lo scontento e ha vinto». Dovrebbe essere questo il modello per i capi della sinistra italiana: farsi populisti, magari per non correre il rischio, paventato da Cingolani, di «lasciare lo scontento alla Lega»? Non so su che cosa possa fondarsi la benevola tesi che Fabius sia rimasto «social-libéral», «cosmopolita e xenofilo», socialista europeista sia pure con gli adattamenti suggeriti dalle circostanze. Possibile che proprio il Riformista non veda (questo il mio stupore) come in Francia i socialisti del No abbiano avallato paure e rifiuti che si risolvono nella rivendicazione di un rinnovato protezionismo, statalismo e assistenzialismo nazionale, contro ogni esigenza di riforma dello Stato sociale, di liberalizzazione dell'economia, di rilancio della produttività e competitività europea? Sempre sul Riformista di martedì, Enrico Letta ha giustamente ribadito la convinzione che «l'Europa rappresenti la soluzione, non il problema», e si è chiesto perché non riusciamo a trasmettere questo messaggio ai cittadini. Ma serie responsabilità hanno a questo proposito in Italia e altrove le forze politiche che si dichiarano europeiste ma non sprigionano iniziativa e capacità di convinzione sui grandi temi europei; ed egualmente ne hanno le organizzazioni sociali, inerti su quei temi, l'informazione e la cultura, disattente quando non prevenute.

    L'Europa può rappresentare la soluzione e non il problema, se si va avanti, e non si torna indietro, sulla via dell'integrazione: senza riproporre la sterile disputa tra un modello federale che sarebbe fallito, e un non meglio precisato modello confederale. Si deve andare avanti sulla via della modernizzazione, delle riforme e della competitività indicata dalla strategia di Lisbona, e così tornare a produrre risultati che riguadagnino la fiducia dei cittadini nell'Europa. E la si deve riguadagnare anche attraverso il rilancio di altri progetti e azioni comuni: per il rafforzamento del ruolo internazionale dell'Unione, per la sicurezza, per il governo dei flussi migratori. Questa non mi pare una «bandiera logora»: ma la sola prospettiva sostenibile per le nostre forze di sinistra e per i nostri paesi.
    ------------------------------------------------------------------------------

    2.
    Il Riformista, 4 giugno 2005


    POLEMICHE.
    IN RISPOSTA A UN NOSTRO EDITORIALE
    di Giorgio Napolitano

    La sinistra italiana non si lasci sedurre dalle solite sirene inglesi sull'Europa. Il Riformista propone una linea che contrasta con la storia migliore del riformismo

    Dopo avere per qualche tempo tergiversato, ospitando anche interventi di diverso segno, il Riformista ha finalmente deciso, con l'editoriale del 2 giugno, di assumere (e forse di indicare alla sinistra riformista italiana) una linea pienamente caratterizzata, perfino in termini storico-teorici, sull'Europa («unita, ma confederale»). Non contesterò certo tale diritto e tale ambizione. Ma la simpatia che mi lega a questo giornale e al suo direttore, non mi può impedire di manifestare il mio sconcerto nel veder affermato in modo perentorio un orientamento che contrasta con quanto di meglio - sul piano ideale e nella visione del futuro - abbia espresso il riformismo italiano attraverso una lunga evoluzione, fatta di diversità e di convergenze, e nel veder presentata come visione alternativa a quella della tradizione europeistica una summa ripetitiva delle più vecchie pregiudiziali contro il processo di integrazione europea.

    Non so se l'autore del ponderoso articolo pensasse di scrivere l'anti-Manifesto di Ventotene. Ma ha certamente mostrato di ignorare il percorso di riflessione storica e di pensiero politico che aveva condotto non solo Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi a lanciare il loro Manifesto nel 1942, ma Jean Monnet e Robert Schuman a proporre, con la dichiarazione del 9 maggio 1950 - accolta da cinque altri capi di governo, oltre quello francese (tra i quali, non c'è bisogno di ricordarlo, personalità di straordinaria statura e lungimiranza) - «la messa in comune delle produzioni del carbone e dell'acciaio», «la creazione di basi comuni di sviluppo economico, prima tappa della federazione europea». La verità è che già in quei primi pronunciamenti e atti fondativi, era superata l'idea che il Riformista rispolvera, di una Europa che si unisse sempre di più, ma «sommando Stati». Ben più moderna era già 50 anni fa, e rispondente alle durissime lezioni della storia europea della prima metà del '900, l'idea monnettiana di una «fusione di interessi» attraverso una «parziale fusione di sovranità».

    Era una utopia? Sì, in qualche modo, ma una utopia che ha prodotto una formidabile realtà, quella dell'Europa comunitaria, dai Trattati di Roma a quelli di Maastricht e di Amsterdam. Il federalismo non è rimasto fermo alla visione del superamento degli Stati nazionali: troppo facile la polemica con un bersaglio di comodo. Se si legge il racconto dell'avventura europea nella esperienza, ad esempio, di Tommaso Padoa Schioppa, si verifica come quella visione schematica abbia da tempo ceduto il passo ad una piena comprensione della necessità di combinare, nella costruzione europea, la componente intergovernativa (in cui si esprime il persistente ruolo e peso degli Stati nazionali) e la componente sovranazionale. Ma quest'ultima, nella filippica del Riformista, è scomparsa. Jacques Delors ha inventato la formula "Federazione di Stati nazionali"; per l'autore dell'editoriale cui mi riferisco, l'orizzonte concettuale resta nei più scontati, arcaici limiti di una "Confederazione di Stati".

    Non posso abusare oltre dello spazio concessomi; mi limiterò a rilevare che tutti gli argomenti che soprattutto da parte britannica vengono oggi opposti a una comune politica estera e di sicurezza europea, e in generale alla regola del voto a maggioranza, sono stati opposti nel passato agli sviluppi dell'integrazione economia, fino alla moneta unica (da cui d'altronde il Regno Unito continua a tenersi fuori): anche se il Riformista riconosce che «un'unione economica deve essere federale» (e perché mai allora si contrasta ogni armonizzazione fiscale?).

    ”La democrazia possibile è solo quella nazionale; la sola legittimità democratica è quella dei Parlamenti e dei governi nazionali” - ci dice con candore il Riformista. E' la ben nota tesi di Tony Blair (e la pensava così anche Margaret Thatcher). Ma perché si chiamano allora da più di venti anni i cittadini a eleggere un Parlamento europeo? E non c'è in quella elezione, in quella istituzione, il riconoscimento di un embrione di demos europeo, non identificabile con la stantia dottrina dello "Staatsvolk", e dunque di un embrione di democrazia sovranazionale?

    Se la sinistra riformista - seguendo magari l'esempio del ripiegamento di Tony Brair su posizioni sempre meno europeistiche - cedesse allo spauracchio del «superstato federale accentrato» (ma chi ne parla non sa nulla della reale articolazione, sempre più decentrata, del processo attraverso cui si realizzano le politiche comuni dell'Unione); se essa rinunciasse allo storico obbiettivo di una Europa politica, capace di elaborare una sua linea unitaria e di portarla avanti su scala mondiale, precipiterebbe nella meschinità soffocante e senza avvenire delle più tradizionali, anacronistiche politiche nazionali.
    ------------------------------------------------------------------------------

    Ciao a tutti.

    –––––––––––

    «NO a nuovi trattati intergovernativi!»
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    Erasmus
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  2. #2
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    Sicuramente l'integrazione europea così come è proceduta fin ora è stata ed è sicuramente una sorta di imperialismo: èrobabilmente però non si parla di "imperialismo yankee", ma della costruzione di un polo imperialista contrapposto al primo. Contro tutti gli imperialismi, si tratterebbe di abbattere Maastricht e pensare a ricostruire l'unità europea su altre e nuovi basi.

  3. #3
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    Il processo d'integrazione europea è nato dalle macerie della seconda Guerra Mondiale: il suo scopo è di salvare l'Europa dall'autodistruzione e di tutelarla nei limiti del possibile dalla sua decadenza politica ed economica. Lo scopo fondamentale che persegue è l'unità politica d'Europa, indipendentemente dal volere un'Europa imperialista o non imperialista. L'unità è una cosa, quella fondamentale, il modello sociale ed economico che dovrà seguire l'Europa è un problema che va affrontato dopo.

  4. #4
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    Eh no cicciobello, se mi devo sposare voglio sapere PRIMA se è una ragazza di buona famiglia o una troia.

  5. #5
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    Ma hai capito il senso di quello che ho detto?

    Adesso gli stati d'Europa hanno un certo sistema economico e sociale, unendosi politicamente lo mantengono perchè l'unità è appunto in campo politico. Chi lo vuole cambiare può spingere indifferentemente sia ora sia in caso di unificazione per un cambiamento di rotta in quei settori. Ergo, sistema economico-sociale e unità politica non hanno per forza una relazione diretta e inscindibile fra loro.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da -ART-
    sistema economico-sociale e unità politica non hanno per forza una relazione diretta e inscindibile fra loro.
    * A me starebbe bene che avessero quella relazione. Senza, per esempio, omologare le politiche fiscali, è illusorio pensare di arrivare ad una vera unione economica. Una Fiat deve avere lo stesso carico fiscale in tutti i paesi membri.
    Inoltre, un' europeizzazione anche politica impedirebbe le malefatte di tanti "faccendieri", dato che è ancora impossibile corrompere proprio tutti i vertici.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Esmor
    [...]
    Contro tutti gli imperialismi, si tratterebbe di abbattere Maastricht e pensare a ricostruire l'unità europea su altre e nuovi basi.


    Che cacchio c'entra Maastricht con "l'imperialismo"?
    "Abbattere Maastricht"?

    [Magari ... "radere al suolo" questa stupenda città, quasi un cuneo olandese nella Germania "renana": Germania molto "latina" e "carolingia"]

    Il trattato di Maastricht è duplice: Trattato Unione Europea (quasi ... una formalità, in sostanza ben poco) e Trattato Unione Monetaria (una cosa, invece, molto seria e molto grossa ...).

    L'Unione Monetraia (UEM) non ha nulla a che vedere con possibili politiche di potenza. Vogliamo, forse, tornare indietro e distruggere l'unità monetaria, buttare l'Euro alle ortiche?


    L'Unione Europea ha sì a che fare con la "politica di potenza": nel senso che ... meno potente di così, meno "imperialista" di così, più imbelle e gracile di così un'Unione di Stati non può essere.
    Il problema, al contrario, è che così com'è l'UE resta "incapace di agire". Altro che "polo imperialista"!

    Ma ... fammi capire: "si tratterebbe di abbattere Maastricht e pensare a ricostruire l'unità europea su altre e nuove basi", dici.
    Non precisi, però, quali sarebbero queste "nuove basi". E non ti rendi conto della immane fatica di oltre mezzo secolo per costruire quello che c'è ....
    Già è quasi impossibile progredire, ossia procedere a "riforme" per migliorare quello che c'è. Figurati il "ricostruire su basi buove" dopo aver "abbattuto" l'esistenete!....

    Ma ci pensiamo a quel che diciamo o ... scriviamo tanto per scrivere, le prime cavolate che saltano in mente?

    Ciao a tutti
    Erasmus
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  8. #8
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    Erasmus, forse Esmor intendeva rivedere qualche parametro, cosa che io riterrei giusta.
    Per esempio alzare il rapporto PIL/Debito, magari introdurre un riferimento al tasso massimo di disoccupazione tollerabile,definire le modalità ed i limiti per un "protezionismo" interno ed esterno all' UE, comunque nulla di distruttivo.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Mitteleuropeo
    Erasmus, forse Esmor intendeva rivedere qualche parametro, cosa che io riterrei giusta.
    Per esempio alzare il rapporto PIL/Debito, magari introdurre un riferimento al tasso massimo di disoccupazione tollerabile, definire le modalità ed i limiti per un "protezionismo" interno ed esterno all' UE, comunque nulla di distruttivo.
    a) Lasciamo dire a lui cosa intendeva!

    b) Qualsiasi cosa intendesse, non riesco ad immaginare che c'entra l'imperialismo con il Trattato di Maastricht. [E nemmeno con l'UE così come è, incapace di agire appunto sulla scena politica mondiale].

    c) Che ci sia da "rifornare" sono il primo a dirlo. Ma vedo ben altre priorità. [Conferire all'UE precise competenze al di sopra della sovranità dei singoli stati (a cominciare dalla "politica estera" che adesso non esiste proprio, in barba alla PESC -poliìtica estera e di sicurezza "comune); abolire sistematicamente il "diritto di veto", ossia la stupida pretesa che si possa procedere all'unanimità con 25 stati "sovrani" e tra poco anche una trentina (visto che sono ufficialmente candidati altri 4 stati -Romania e Bulgaria che entreranno l'anno prossimo 2007 a, al massimo all'inizio del 2008; Turchia e Croazia, candidati ufficiali dal giugno dell'anno scorso- e altri premono per la candidatura, come Montenegro e Macedonia, con i buoni uffici dgli USA per giunta!)]. Per sbloccare le riforme è indispemsabile ratificare una Costituzione, anche la più blanda possibile (come è quella in corso di ratifica), senza la quale l'UE non ha nemmeno la "personalità giuridica". Una Costituzione è ... "perfettibile". Una unione che resta "confederale" resta anche sempre "precaria"; e se non si dissolve va inesoranbilmente verso l'atrofizzazione, campando solo per inerzia senza un vero peso politico.

    d) Prima di toccare i parametri di Maasstricht ci penserei non 2 ma 10 volte! Quel 3% è molto saggio. Se lo aumenti, permetti che l'inflazione cresca di più. Se già adessso si fatica a stare nel 3% dell'inflazione (e, correlatamente, nel 3% del disavanzo annuo), se portassimo quel parametro al 4%, si faticherebbe allo stesso modo a restare con l'inflazione sotto il 4% (e col disavanzo annuo entro quel 4%). E' un po' come l'allenamento rigoroso d fare se si vipl partecipare dignitosamente ad una gara sposrtiva. Meno impegnativa è questa, meno rigore medio avranno gli atleti per la preparazione. L'essere all'altezza costa sacrificio e la tendenza a rallentare l'impegno è sempre alle porte...

    La cavolata l'ha fatta il governo italiano (con Tremonti a presiederer l'Ecofin) che, in contraddizione con i solenni impegni assunti col Trattato di Maastricht e con quello di Amsterdam (che ribadisce il "Patto di Stabilità"), abusando della Presidenza Italiana dell'UE ha condotto il Consiglio dell'Unione a "condonare" lo sgarro della Germania e della Francia.
    [Perché qualcuno deve essere "più uguale" degli altri? Perché il Portogallo era appena stato sanzionato per le stesse colpe invece condonate a Francia e Germania?]. Eppoi: proprio Francia e Germania che, fino a due mesi prima, erano gli Stati ai quali Berlusconi si riferiva quando diceva: "Non ci lasceremo mettere i piedi in testa da nessuno!".
    Perché?
    La risposta è ovvia: Tremonti mentiva quando diceva che "i conti italiani" erano in regola! [Adesso si è visto che non lo ertano affatto!]. E voleva crearsi un precedente perché pure l'Italia restasse impunita!

    Ma c'è anche l'altro parametro (quello del "non troppo oltre il 60%" del debito cumulativo). L'italia è al 107%. Questo numero era calato, seppur di poco, con tutti i precedenti governi, (Prodi, D'alema e Amato). Con i governi Berlusconi è ricresciuto tornando ai valori iniziali del '96' , prima dell'applicazione della 3ª fase del Trattato UEM, [decisione di chi partecipa o no alla adozione della moneta unica e varo della stessa, prima come moneta "scritturale" e subito dopo come "moneta fisica" circolante]. L'Italia ha ora circa i 2/3 del debito cumulativo dell'intera Euro-zona! L'UE non è gli USA (i quali proprio perché ... potenza imperialista - senza dare alla parola alcun connotato deteriore, ma prendendo solo atto che gli USA contano moltissimo nel gioco politico mondiale e contano soprattutto perché sono una "super-potenza" - possono permettersi un disavanzo cumulativo che supera gli 860 miliardi di dollari). Chi paga il "differenziale" tra come dovrebbero essere tenuti i "conti pubblici" e come sono in realtà? Crediamo proprio che tranquillamente gli altri si accolleranno i nostri debiti? Magari gli Stati che noi additiamo come vogliosi di metterci i "piedi in testa"?
    Una Unione Federale si accolla il tutto (o quasi): ma ha anche una "sua" politica di intervento (a cominciare dal controllo delle principali leve fiscali). L'UE ha una "moneta federale" ma non una economia federale! Fisco Europeo? Non se ne parla nemmeno (se non in salotti e in convegni di studiosi, senza alcun peso sui politici). Altri strumenti di intervento? Nemmeno l'ombra: tutto lasciato in mano ai singoli governi, che agiscono ciascuno per conto proprio. Ora, anche a causa di fatti internazionali (come la guerra in Iraq) sui quali l'UE non ha peso (proprio perché non ha unità politica), le cose si mettono peggio di quanto quei presuntuosi governi prevedevano pochi anni fa, (si pensi solo alle belle promesse dell'Agenda di Lisbona, giugno 2000).
    E tutto questo succede con "quei" severi "parametri di Maastricht"! Allentarli? Come dire allentare gli stimoli ad una politica "virtuosa", allentare i controlli ad una politica di finanze meno allegre!

    Saggi, molto saggi e previdenti i "grandi" di Maastricht (Andreotti, Kohl, Mitterand ... mica le mezze tacche che sono i Berlusconi e i Chirac).
    Ringraziamoli per aver messo quei "guard rail" che obbliga i governi a restare nella carreggiata, quei paletti di contenimento. Ringraziamoli per averli messi proprio con quei valori: sono infatti l'ottimo per permettere una certa elasticità di manovra senza rischiare troppo di andare a fracassarsi fuori strada!
    Se qualcuno striscia sul gurad rail, è meglio che impari a guidare con più attenzione nel seguire la direzione della strada invece di protestare dicendo che se la carreggiata fosse stata più larga lui guard rail non l'avrebbe sfiorato...
    Oppure, taglamo la testa al toro: anziché una trentina di vetture sulla stessa carreggiata obbligate a correre più che possono, carichiamo tutti su un solo pullman: nessuno avrà problemi di restare indietro e perdere il gruppo!
    Sto facendo un paragone che, come tutti i paragoni, zoppica, certo. Intendo dire che, se ci fosse un minimo di integrazione politica (a cominciare dalla politica economica), degli stringenti "criteri di Maastricht" non ci sarebbe bisogno. I criteri sarebbero magari ugualmente stringenti: ma per l'UE intera nei riguardi del resto del mondo; e però l'UE sarebbe "potenza" e possederebbe essa le leve per interventi macro-economici.
    [Ad esempio: conversione (quanto più possibile) dal petrolio all'idrogeno sia per non dipendere troppo dagli approvigionamenti all'estero sia per avviare drasticamente la riduzione di emissione di CO2 nell'atmosfera (che non si sta riducendo per niente, in barba agli accordi di Kyoto)].

    Ciao a tutti
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