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    Arrow LE FOIBE...una vergogna dimenticata

    Le foibe: una vergogna sconosciuta
    10 FEBBRAIO: IL GIORNO DEL RICORDO


    LE FOIBE:UNA VERGOGNA SCONOSCIUTA


    L’11 febbraio 2004 la Camera dei Deputati ha approvato quasi all’unanimità (contrari Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani) la proposta di legge che istituisce per il 10 febbraio il “Giorno del ricordo” per le vittime delle foibe e per i protagonisti dell’esodo giuliano,ma…

    Finita la seconda guerra mondiale, dal luglio all’ottobre del 1946 si tenne a Parigi la conferenza di pace, l’Italia vi partecipò da sconfitta, non si tenne minimante conto del ruolo della Resistenza e dell’antifascismo e dovette subire le decisioni prese dai vincitori; la questione più spinosa riguardava la ridefinizione dei confini nazionali, con l’Alto-Adige conteso fra Italia e Austria e la Venezia Giulia,l’Istria e la Dalmazia fra Italia e Yugoslavia; le decisioni furono quelle di lasciare all’Italia l’Alto-Adige e di consegnare alla Nazione di Tito la quasi totalità della Venezia Giulia,l’Istria(con la città di Pola) e la Dalmazia(con Fiume e Zara),il trattato di pace fu firmato a Parigi il 10 febbraio 1947. Circa 300.000 Italiani “assegnati” alla Yugoslavia decisero di espatriare,ma la loro odissea era solo all’inizio,a Venezia i profughi furono insultati dai portuali,a Bologna un convoglio ferroviario fu respinto alla stazione,inoltre il PCI,assai più vicino a Tito che ai vertici politici italiani,aveva fatto credere ai propri militanti(e non solo) che i profughi fossero fascisti in fuga.

    La campagna annessionistica di Tito era cominciata già dal 1943 e fu proprio nel periodo 43-45 che la sua ferocia raggiunse i massimi livelli,la repressione tito-comunista colpì non solo fascisti e collaborazionisti ma anche italiani antifascisti il cui solo torto era quello di opporsi alle mire annessionistiche di Tito.

    Il metodo più pratico per sbarazzarsi degli avversari era gettarli nelle foibe,caverne non molto larghe e profonde centinaia di metri. Per risparmiare tempo e pallottole i titini legavano i prigionieri gli uni agli altri, poi sparavano a quelli della prima fila che trascinavano con sé nella foiba gli altri sventurati compagni ancora vivi.

    Ma di tutto questo non se ne parla, o meglio non se n’è mai parlato, a scuola, nei giornali, nessun vocabolario fa cenno alle foibe se non come “fossa comune delle vittime di lotte civili e assassini politici” (Devoto-Oli) o “fossa comune per occultare cadaveri di vittime di eventi bellici” (De Mauro) o se ne parla,ma in maniera distorta “Dolina con sottosuolo cavernoso. Indica particolarmente le fosse del Carso nelle quali,durante la guerra 40-45,furono gettati i corpi delle vittime della rappresaglia nazista” (Vocabolario della lingua parlata italiana-Salinari)…i nazisti al posto dei comunisti.

    La storia ,si sa, viene scritta dai vincitori,ma dopo sessant’anni anche i vinti avrebbero diritto ad un briciolo di verità.

  2. #2
    Bibidibobidibù
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    10 FEBBRAIO: IL GIORNO DEL RICORDO
    LE FOIBE:UNA VERGOGNA SCONOSCIUTA
    L’11 febbraio 2004 la Camera dei Deputati ha approvato quasi all’unanimità (contrari Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani) la proposta di legge che istituisce per il 10 febbraio il “Giorno del ricordo” per le vittime delle foibe e per i protagonisti dell’esodo giuliano,ma…
    Finita la seconda guerra mondiale, dal luglio all’ottobre del 1946 si tenne a Parigi la conferenza di pace, l’Italia vi partecipò da sconfitta, non si tenne minimante conto del ruolo della Resistenza e dell’antifascismo e dovette subire le decisioni prese dai vincitori; la questione più spinosa riguardava la ridefinizione dei confini nazionali, con l’Alto-Adige conteso fra Italia e Austria e la Venezia Giulia,l’Istria e la Dalmazia fra Italia e Yugoslavia; le decisioni furono quelle di lasciare all’Italia l’Alto-Adige e di consegnare alla Nazione di Tito la quasi totalità della Venezia Giulia,l’Istria(con la città di Pola) e la Dalmazia(con Fiume e Zara),il trattato di pace fu firmato a Parigi il 10 febbraio 1947. Circa 300.000 Italiani “assegnati” alla Yugoslavia decisero di espatriare,ma la loro odissea era solo all’inizio,a Venezia i profughi furono insultati dai portuali,a Bologna un convoglio ferroviario fu respinto alla stazione,inoltre il PCI,assai più vicino a Tito che ai vertici politici italiani,aveva fatto credere ai propri militanti(e non solo) che i profughi fossero fascisti in fuga.
    La campagna annessionistica di Tito era cominciata già dal 1943 e fu proprio nel periodo 43-45 che la sua ferocia raggiunse i massimi livelli,la repressione tito-comunista colpì non solo fascisti e collaborazionisti ma anche italiani antifascisti il cui solo torto era quello di opporsi alle mire annessionistiche di Tito.
    Il metodo più pratico per sbarazzarsi degli avversari era gettarli nelle foibe,caverne non molto larghe e profonde centinaia di metri. Per risparmiare tempo e pallottole i titini legavano i prigionieri gli uni agli altri, poi sparavano a quelli della prima fila che trascinavano con sé nella foiba gli altri sventurati compagni ancora vivi.
    Ma di tutto questo non se ne parla, o meglio non se n’è mai parlato, a scuola, nei giornali, nessun vocabolario fa cenno alle foibe se non come “fossa comune delle vittime di lotte civili e assassini politici” (Devoto-Oli) o “fossa comune per occultare cadaveri di vittime di eventi bellici” (De Mauro) o se ne parla,ma in maniera distorta “Dolina con sottosuolo cavernoso. Indica particolarmente le fosse del Carso nelle quali,durante la guerra 40-45,furono gettati i corpi delle vittime della rappresaglia nazista” (Vocabolario della lingua parlata italiana-Salinari)…i nazisti al posto dei comunisti.
    La storia ,si sa, viene scritta dai vincitori,ma dopo sessant’anni anche i vinti avrebbero diritto ad un briciolo di verità.
    quoto!
    giusto commemorare l'Olocausto come è giusto commemorare le Foibe, la strage nascosta dell'orrore partigiano.


  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da don rodrigo
    Le foibe: una vergogna sconosciuta


    La storia ,si sa, viene scritta dai vincitori,ma dopo sessant’anni anche i vinti avrebbero diritto ad un briciolo di verità.
    Verità che buona parte dei c.d. vincitori continueranno a negare


  4. #4
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    FOIBE I processi che non ci furono

    da Il Giornale

    Ecco le ragioni per cui non è esistita una Norimberga anche per i crimini titini

    Una domanda che è lecito porsi è perché nessun procedimento giudiziario sia stato intrapreso negli anni immediatamente successivi agli avvenimenti stessi, come invece avvenne per i crimini di guerra commessi dalle truppe tedesche del Terzo Reich in Italia e negli altri Paesi dell’Europa occupata.
    Domanda alla quale vengono date riposte diverse. In primo luogo occorre osservare che la Jugoslavia di Tito era tra i Paesi vincitori al tavolo della pace, protetta dall’Urss prima e dagli alleati occidentali dopo il 1948. Controllava militarmente e politicamente con un pugno di ferro i territori dove la maggior parte di questi eventi si erano verificati. Quindi ogni possibilità di ricerca sul campo di prove materiali o documentali era preclusa. E tale rimase per decenni fino al 1991, cioè al crollo del regime comunista jugoslavo.
    I territori considerati inoltre avevano subito un’autentica pulizia etnica, essendo stati svuotati in gran parte della loro popolazione, le città quasi interamente. Se si considera che le cinque province contavano circa un milione di abitanti nel 1940; che i territori rimasti all’Italia dopo il 1954 (la stretta striscia triestina fino a Muggia e il Basso Isontino) ne avevano circa 300.000 e i profughi furono intorno ai 350.000; tolti gli sloveni e i croati delle Giulie e degli altipiani interni e i circa 60/70.000 italiani «rimasti» sul territorio ceduto, si ha un’idea concreta dello spopolamento subito dalle città costiere e dalla penisola istriana.
    Mancava quindi un habitat umano e sociale capace di chiedere giustizia per le violenze e le stragi subite. L’esodo aveva lasciato anche gli italiani che restavano senza un retroterra umano che li proteggesse. Essi si sentivano in balìa dei nuovi padroni .
    Ma i profughi in Italia perché non reagivano? Perché non adivano le Procure e i Tribunali per chiedere giustizia? Domanda questa ancora più impietosa dell’altra. Come stavano i profughi nell’amata «madrepatria»? Come erano stati accolti? Molti ebbero esperienze positive. Ma in altri casi non fu così.Ad Ancona e a Venezia manifestazioni ostili di militanti di sinistra. I profughi scendevano sulla banchina a baciare la terra italiana. E ricevevano fischi e sputi e insulti e inviti a tornare da dove venivano. A Bologna chiusero i lucchetti dei vagoni-merci dove stava transitando un carico di profughi negando loro per ore acqua, cibo e latrine, finché la pietà del capostazione non li fece partire. A spiegare la nomea di «fascisti» che veniva propagandata, determinando siffatte accoglienze organizzate, può aver contribuito la circostanza che i primi flussi di profughi avvennero già nell'inverno 1943-1944, a seguito dei primi eccidi di civili italiani in Istria e in Dalmazia e dei pesanti bombardamenti alleati su Zara. La città fu quasi distrutta in 54 incursioni.
    Avvenne così che le prime notizie sui massacri e l’esodo apparvero sul Corriere della Sera e sugli altri giornali italiani pubblicati sotto la Rsi. Quindi non potevano essere, questi profughi, che «tutti fascisti»! E questa etichetta rimase sulla schiena di tutti loro, come un marchio di infamia per la sinistra italiana del dopoguerra . Fu così che si cominciò a non capire. E si continuò per decenni, almeno in una parte della cultura politica italiana. Fino a pochi anni fa.
    Alloggiati in caserme diroccate o disastrate da precedenti usi o in ex-campi di concentramento, i profughi erano spesso oggetto di aggressioni e pestaggi da parte di commandos di attivisti e in alcuni casi di assalti ai campi-profughi (La Spezia, Mantova, Padova, ecc.). Tanto che si recavano al lavoro o alle mense della Poa (Pontificia Opera di Assistenza) in gruppi per non essere sorpresi isolati; la notte si autoimponevano il coprifuoco e si era arrivati a dover costituire delle squadre, più o meno armate, che si davano il turno nello scortare i ragazzi a scuola e i camion che portavano vettovaglie ai campi. A volte erano le stesse autorità a fornire ai profughi per vie traverse armi per l’autodifesa. Era questa l’Italia tra il 1945 e il 1950.
    Un’altra osservazione va fatta. Le vecchie classi dirigenti giuliane, sia chi aveva collaborato nel Ventennio sia chi si era ritirato o aveva subito persecuzioni dal regime fascista, erano state già indebolite dalle deportazioni tedesche e furono falcidiate dalle repressioni iugoslave. L’effetto voluto degli eccidi comunisti era proprio questo: privare la popolazione italiana autoctona dei suoi dirigenti, dai più autorevoli ai più umili, fino ai parroci. In quattro anni furono uccisi trentanove sacerdoti . Non si rinvennero estremi di reato? Non fu possibile raccogliere prove? È un campo aperto all’indagine, un’indagine approfondita che ancora non è stata fatta.
    Nella pubblicistica più recente viene dato risalto a motivazioni di ordine politico generale, sia interno che internazionale. Sul fronte interno bisognava fare i conti con le soppressioni di migliaia di fascisti «repubblichini» e di altri cittadini da parte di alcune formazioni partigiane alla fine delle ostilità, senza valide giustificazioni militari. Sopraggiunse la nota amnistia voluta dal ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, che pose termine o comunque vanificò centinaia di processi in corso. Sul piano internazionale l’apertura di indagini sui crimini commessi contro gli italiani dai partigiani jugoslavi avrebbe obbligato ad accogliere le richieste jugoslave e greche di perseguimento di crimini attribuiti alle truppe d’occupazione italiane in quei Paesi tra il 1941 e il 1943.


  5. #5
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    Ciampi onora le vittime, gli esuli criticano Fassino

    da Il Giornale

    Il presidente ha conferito la medaglia d’oro a Norma Cossetto seviziata e infoibata

    Dopo tanto silenzio, è arrivato il momento di ricordare e di onorare. Ieri per la prima volta il presidente della Repubblica Ciampi ha consegnato un riconoscimento ai parenti delle vittime delle foibe, in una cerimonia al Quirinale. Ciampi ha consegnato ai parenti delle vittime ventisei diplomi e medaglie commemorative e ha conferito la medaglia d’oro al merito civile alla memoria di Norma Cossetto, la giovane studentessa istriana di Santa Domenica di Visinada che fu catturata dai partigiani slavi e lungamente seviziata e violentata prima di essere gettata in una foiba. Aveva 24 anni. Al capo dello Stato è andato anche il ringraziamento del vicepremier Gianfranco Fini, secondo il quale la cerimonia di ieri è stata «il suggello di una pagina di riconciliazione scritta dal Parlamento all’unanimità. Ciampi ci ha insegnato a ricordare la storia. Tutta, senza buchi neri e senza pagine strappate».
    Il Giorno del Ricordo segnala anche voci contrarie. Il Partito dei comunisti italiani se la prende con «la litania revisionista» e pretende che la tragedia delle foibe sia stata provocata dal regime fascista che avrebbe «pianificato la pulizia etnica del confine orientale». Gli strali dei comunisti doc non risparmiano nemmeno il segretario dei Ds Piero Fassino che lunedì scorso a Trieste ha reso omaggio agli esuli istriani, fiumani e dalmati. Affrontando il tema dei risarcimenti chiesti dagli esuli per i cosiddetti «beni abbandonati», Fassino ha dichiarato che «i problemi ancora irrisolti dell’esodo debbono essere risolti con un negoziato ragionevole e positivo con le autorità di Zagabria» nell’ambito della cooperazioen europea.
    Le dichiarazioni non sono piaciute all’Unione degli istriani che ieri, per bocca del suo presidente Massimiliano Lacota, si è espressa severamente. «Non posso accettare - ha dichiarato Lacota - che un esponente nazionale della politica italiana si presenti a Trieste per omaggiare gli esuli giungendo appositamente ben quattro giorni prima della data stabilita e mantenga un atteggiamento del tutto opposto alle nostre aspettative». Secondo i portavoce degli esuli, nessuna ipotesi di soluzione può essere diversa «da quella della rinegoziazione con Slovenia e Croazia di tutto il problema e l’accertata illegalità e illegittimità che contrassegnano ancora oggi gli accordi truffa italo-jugoslavi sono la dimostrazione palese che la restituzione è l’unico modo per chiudere con giustizia le questioni aperte».


  6. #6
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    L’università e i colori dell’ideologia

    di Mario Cervi

    Un quotidiano danese ha potuto, in barba a Maometto, mettere a soqquadro il mondo islamico. Ma in Italia incidenti di questo tipo non ne accadranno. Alcuni presidi dell’Università Roma Tre si sono fermamente opposti all’allestimento d’una mostra «satanica». Una mostra, intendiamoci, il cui tema non aveva nulla a che vedere con la suscettibilità degli appartenenti a una qualsiasi religione: semplicemente la mostra doveva essere dedicata - ricorrendo la «giornata del ricordo» - alla tragedia delle foibe, le cavità carsiche in cui finirono a migliaia, per mano delle milizie jugoslave di Tito, italiani accusati d’essere stati fascisti, o soltanto d’essere italiani. L’iniziativa, riconosciamolo, aveva un grave vizio d’origine: l’avevano promossa dei ragazzi di destra, e si sa che negli ambienti universitari questa etichetta non facilita la vita a nessuno. Tanto che se un ministro di An come Alemanno viene invitato a un incontro, si scatena contro di lui la guerriglia degli antifascisti puri e duri. Le motivazioni ufficiali che le autorità accademiche hanno addotto nella circostanza per porre il loro veto alla mostra non avevano in apparenza risvolti politici. Le immagini che avrebbero dovuto essere esposte peccavano, è stato spiegato, d’eccessiva crudezza, e non era il caso di turbare la sensibilità di docenti e discenti. Il problema era insomma d’opportunità e di galateo estetico.
    Questa spiegazione non convince per niente. Il no opposto alla mostra sa lontano un chilometro d’intervento «politicamente corretto», di altolà a una sfilata d’immagini e di testi dedicati al martirio dei giuliani e istriani sotto il tallone comunista. Nessuno si sogna di negare che la documentazione sulle foibe sia agghiacciante. Mi guarderei bene dal mostrarla a un bambino. Ma i locali universitari non sono frequentati da chi va alla scuola materna, sono frequentati da ragazze che vogliono e debbono confrontarsi con il nostro passato nazionale, e con le sue pagine più cupe e più turpi. Non vi sono esitazioni - è giusto che non ve ne siano - quando si tratta di mostrare le istantanee orrende di partigiani impiccati. Non vi sono esitazioni - è giustissimo che non ve ne siano - nel riproporre quotidianemente, in tv, nella stampa, in libri la vicenda spaventosa dei campi di sterminio nazisti, e dei superstiti che ne uscirono dopo la fuga degli sgherri hitleriani. Ad Auschwitz vengono portare le scolaresche, e non ci trovo niente di male, anzi. Che si sappia, dovunque e da tutti, in quali abissi di ferocia può precipitare l’umanità.
    Ma allora perché il no alle foibe? Forse perché le vogliono commemorare giovani di destra, magari, ammettiamolo pure, anche con intenzione polemica? Viene martellata incessantemente - e non me ne rammarico proprio - la spietatezza dei nazisti e la violenza dei fascisti. Per il solo fatto d’avere un’altra connotazione ideologica le foibe sono invece da dimenticare? O al più da ricordo abbinato, sempre in parallelo con atrocità non rosse ma nere?A quei documenti un’università seria dovrebbe spalancare le porte, non chiuderle.

    (provvederemo noi a postare un po' di immagini,sperando che la sensibilita' degli Studenti "arcobaleno" non venga urtata troppo)


  7. #7
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    dal quotidiano LIBERO di oggi, 10 febbraio 2006

    " Finalmente il ricordo delle foibe Ma non fermiamoci alle parole

    Pagina 10

    A vedere il presidente della Repubblica Ciampi che ricordava l'altra mattina i martiri delle foibe in una solenne cerimonia di Stato, avvertivi l'amaro sapore della verità. Che arriva stanca a tarda notte, quando la storia se n'è andata, insieme ai suoi protagonisti e alle sue vittime. Queste superstiti giornate della memoria e del ricordo sono come i lasciti della risacca sulla spiaggia, dopo che l'onda della storia si è ritirata: gusci vuoti e conchiglie disabitate, reliquie estreme che attestano l'oblio più che la presenza viva di quegli eventi. Oggi, come finalmente in tanti sanno, è la Giornata del ricordo, istituita due anni fa per ricordare le migliaia di italiani massacrati nelle foibe. È arrivata un po' tardi la memoria della foibe, e solo dopo che fu istituita la Giornata della memoria per i campi di sterminio; ma meglio tardi che mai, e meglio la pari dignità delle memorie con tutto il suo odioso peso di contabilità dei morti e paragone macabro delle tragedie, piuttosto che il nulla o la memoria a senso unico. Apprezzando questa civilissima ricorrenza, lasciate che io rammenti, per amor di verità e di storia, qualche buco odioso nella calza dei ricordi. Per cominciare, Ciampi ha consegnato una medaglia d'oro alla memoria di Norma Cossetto, la ragazza che fu massacrata e infoibata dai partigiani di Tito. La meritoria iniziativa è partita da Franco Servello. A dir la verità, la studentessa ricevette già nel ' 49 la laurea honoris causa postuma, su proposta del latinista comunista Concetto Marchesi, dall'Università di Padova. Ma una lapide nello stesso ateneo la ricorda tutt'oggi, tra le « vittime del nazifascismo » . Lei che fu barbaramente trucidata dai comunisti di Tito. Un vile oltraggio alla verità e alla memoria. In secondo luogo, a chi ripete che quegli eccidi vanno contestualizzati nel feroce clima della guerra, vorrei ricordare che i comunisti continuarono a infoibare anche a guerra strafinita e a fascismo ormai caduto. Ne cito uno per tutti. Vi parlo di un sacerdote in via di beatificazione, Don Francesco Bonifaci di Pirano, che fu massacrato e infoibato dai comunisti in una sera dell' 11 settembre del 1946, vale a dire un anno e mezzo dopo che la guerra era finita e il fascismo era sepolto. Fu prima malmenato, poi colpito da una sassaiola, infine ucciso e gettato in una foiba vicino a Buie; ed è stato impossibile anche anni dopo recuperare i suoi resti e la sua memoria. Gli assassini erano tutti in giro, nostrani, a due passi dal luogo del delitto. E qui, terzo luogo, vorrei sapere che fine hanno fatto i rari processi postumi che furono avviati contro gli infoibatori, da Pskulic in poi. Tutti arenati, dopo che fu tolta al magistrato Pititto l'indagine scottante. Ma non solo. Migliaia di pensioni vengono ancora versate dallo Stato italiano agli infoibatori, grazie al vergognoso trattato di Osimo del 1975. Viceversa le famiglie degli infoibati e dei profughi aspettano ancora giustizia e spesso non hanno ricevuto un soldo da nessuno, slavi o italiani. Esempio atroce i 630 bersaglieri della Rsi. Come ricorda Luciano Garibaldi, si erano arresi con la garanzia della loro incolumità ma furono bestialmente uccisi. E in quanto militi della Rsi, i superstiti e i loro famigliari non ebbero mai alcuna pensione. Gli infoibatori sì, gli infoibati no. Una vergogna. E vorrei ricordare che ancora oggi la mostra sulle foibe è stata censurata all'Università di Roma; ancora oggi è proibito dire che gli infoibatori erano comunisti e che anche il Pci italiano aveva dato loro una robusta mano. E aveva contribuito attraverso riunioni, volantini e documenti a sostenere l'operazione foibe. Ad esempio, in un documento il Pci sosteneva che non si dovesse rinunciare a quella che veniva definita « la tattica delle foibe » ( ovvero lo sterminio). I rapporti e gli incontri tra Togliatti e i capi dell'operazione sterminio erano continui: da Mosca a Bari. Perché non parlare anche in questo caso di collaborazionismo e poi di negazionismo? Perché non se ne è ricordato Fassino ieri, quando ha meritoriamente ricordato le foibe sul Corriere della sera? Certo, il silenzio sulle foibe non era solo un favore al Pci, rientrava anche nella strategia di apertura a Tito che aveva rotto con l'Unione Sovietica. Ma troppi sono i ritardi e le vaghezze che alimentano ancora una becera amnesia. Insomma, la strada del revisionismo percorsa in questi ultimi anni è stata tanta, ma ancora molto c'è da fare. I libri scolastici di testo fanno aperture e non dicono più che le foibe sono fenomeni carsici, buttandola sulla geologia per non parlare di storia; ma siamo ai primi passi, agli incerti balbettii per non farsi sbugiardare. In Rai passò la fiction sulle foibe ed ebbe successo, ma a patto che i fatti fossero avulsi dalla storia e non si parlasse mai di partigiani comunisti, come se fossero tragedie private e drammi famigliari. Al cinema passò i guai Renzo Martinelli, regista di sinistra e figlio di partigiano, quando portò sugli schermi Porzus, sul massacro di partigiani bianchi della Brigata Osoppo da parte di partigiani rossi al servizio di Tito. Perse contratti e commesse di spot pubblicitari, fu stroncato o evitato; solo dopo qualche film più gauchiste, come quello sul caso Moro, fu riammesso a tavola. Certo, è sgradevole parlare ancora di queste cose, è sgradevole l'uso politico e strumentale di queste tragedie; bello sarebbe che il revisionismo fosse animato da rigore storico e pietas , non da livore e sfruttamento. Arrivo a dire che diventeremo civili quando potremo fare a meno senza polemiche di queste giornate mnemoniche che sono surrogati di una memoria a buchi. Sarò lieto di veder cancellata la giornata del ricordo quando sarà cancellata la nottata del fazioso oblio. mar. ve. "

    Saluti liberali

  8. #8
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    L’università «nega» le foibe An insorge contro il rettore

    di Massimo Malpica da Il Giornale

    L’ateneo romano vieta la mostra sull’eccidio. Gasparri: «Tentativo di intimidire gli studenti»


    Ci sono voluti sessant’anni per riportare alla luce almeno il ricordo di quei morti dimenticati e la tragedia di un popolo, ma ad appena due anni dalla sua istituzione, la Giornata del ricordo mostra quantomeno di non essere ancora la data che celebra una memoria condivisa su una pagina drammatica della nostra storia. Così, la mostra sulle foibe e sull’esodo che Azione universitaria voleva inaugurare oggi alla facoltà di Economia e commercio di Roma tre non si farà. L’hanno fermata il «no» della preside, Maria Paolo Potestio, ma soprattutto quello del rettore, Guido Fabiani, «celebre» per aver prima ipotizzato il boicottaggio, e poi accostato alla Coca Cola dei distributori automatici dell’università una bevanda equa e solidale.
    Ma la mancata celebrazione della Giornata del ricordo nell’ateneo romano scatena reazioni inevitabilmente polemiche, e l’ex ministro Maurizio Gasparri, di An, sul «gran rifiuto» annuncia un’interrogazione urgente al ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca.
    «C’è una legge dello Stato che propone di ricordare le vittime delle foibe e degli italiani cacciati dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia - sostiene l’esponente di Alleanza nazionale - e un rettore non può impedire un’iniziativa che si inserisce in queste celebrazioni. Come gesto riparatore propongo a Letizia Moratti di far allestire la mostra presso il ministero della Pubblica istruzione, a Roma, in occasione della Giornata del ricordo. Il rettore di Roma tre si dovrebbe vergognare per l’inutile tentativo di intimidire gli studenti».
    E proprio dal ministero di viale Trastevere arriva un secondo commento, quello del sottosegretario Maria Grazia Siliquini che definisce «incredibile» quanto avvenuto a Roma tre, come anche il rifiuto del preside del liceo classico Meli di Palermo, di fronte a una legge della Repubblica, bollando come «banali scuse per negare la memoria» i motivi burocratici e il timore di tafferugli sollevati dai vertici di Roma tre e dal capo di istituto siciliano. «È naturale che le immagini di quella tragedia siano cruenti, come lo sono quelle dei campi di concentramento nazisti e dei gulag sovietici. Ma i giovani italiani hanno il diritto di conoscere tutta la storia, senza oblii di alcun genere». «In Italia - conclude la Siliquini - sanno tutti che i tumulti e i disordini pubblici sono causati da quegli stessi Disobbedienti, spesso tutelati da presidi e rettori, che poi boicottano Tav e Olimpiadi, generando danni economici e d’immagine per il Paese».
    Chiamato in causa, il rettore Fabiani rifiuta l’etichetta di «censore» e rispedisce al mittente la responsabilità della mancata autorizzazione, sostenendo di averla negata proprio nel rispetto della Giornata del ricordo. «Io censore? Nella maniera più assoluta: la proposta per la mostra è stata avanzata a pochi giorni dall’evento di oggi, e il 10 febbraio è una data troppo importante per essere liquidata con un progetto raffazzonato», spiega Fabiani, che respinge anche l’accusa rivoltagli da Azione universitaria di essere il solo responsabile di ateneo in Italia ad aver negato il permesso. «Sono stato alla conferenza italiana dei rettori - spiega - e dai colleghi ho ricevuto solidarietà per le accuse rivoltemi. E tutti quelli con cui ho parlato mi hanno garantito di non aver autorizzato simili manifestazioni nelle università». Eppure, dopo aver assicurato la propria disponibilità «a prendere in considerazione qualsiasi manifestazione che si proponga di raccontare con serietà e competenza e senza strumentalizzazioni politiche l’orrore delle foibe», Fabiani ammette che su questa tragedia esistono ancora censure. «Purtroppo è vero - osserva - ma bisogna guardare avanti e pensare al futuro: compito degli educatori è inserire questa terribile pagina di storia in un quadro più ampio dove si raccontino tutti gli orrori del Novecento, senza prevenzioni».
    E nel frattempo qualcuno, evidentemente prevenuto, ha rubato il materiale della mostra sulle foibe allestita dai giovani di Forza Italia alla facoltà di Ingegneria di Firenze. «Avevamo una regolare autorizzazione - spiega incredulo il coordinatore degli studenti azzurri Tommaso Villa -. La mostra sarebbe dovuta rimanere esposta fino a domani (oggi, ndr), per celebrare la Giornata del ricordo. Ma è stato tutto portato via nella notte da ignoti».

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    Il Manifesto invita a «comprendere» l'eccidio delle foibe

    di Stefano Magni

    Foibe: ormai quell'eccidio non può più essere negato. Quando anche il Presidente della Repubblica invita a ricordare, allora solo un vero sovversivo può decidere di continuare a tacere. E allora qual è la tattica adottata dagli irriducibili negazionisti? La loro strategia è quella della «contestualizzazione». Il ragionamento è: «non bisogna limitarsi a studiare il massacro ed esserne scandalizzati, piuttosto bisogna capire il contesto in cui è avvenuto». L'Università di Roma 3 ha negato ai giovani di Alleanza Nazionale di esporre le foto del ritrovamento dei corpi delle vittime, con gli stessi argomenti usati contro le vignette su Maometto: offendono il buon gusto, possono provocare troppe tensioni politiche e la loro semplice esposizione non permette di capire il loro «contesto».

    Ma il campione della «contestualizzazione» delle Foibe, alla vigilia della giornata in cui verrà ricordato lo sterminio, è il quotidiano comunista Il Manifesto. In prima pagina, Gabriele Polo, nell'articolo Ricordo senza memoria, invita a riflettere: «La memoria non è semplice ricordo: non può essere elencazione di fatti, richiede elaborazione. E, soprattutto, non accetta le semplificazioni, di cui si nutre la propaganda». Poi ricorda che i fascisti tentarono di italianizzare Istria e Dalmazia con metodi terroristici e contribuirono in modo determinante all'occupazione nazista della Jugoslavia. Quindi l'elaborazione della memoria non è altro che questa: le foibe sono una vendetta. Non si legge «legittima», né «giustificata», ma fra le righe si intuisce: «almeno comprensibile».

    Accettiamo la sfida, allora, e cerchiamo di «elaborare»: i 15.000 e più italiani trucidati dall'Esercito Popolare di Tito furono fucilati, torturati, gettati anche vivi nelle profonde caverne del Carso solo perché erano Italiani, indipendentemente dalla loro età, dal loro sesso, dalle loro idee politiche, dalla loro fede o dal loro ruolo in guerra. Non si tratta di vendetta, né di giustizia, ma di pulizia etnica, di gran lunga superiore, per ferocia ed entità, ai «crimini» commessi dagli italiani fino al 1945. Accettiamo doppiamente la sfida e cerchiamo di «contestualizzare» realmente questo massacro: non fu un caso isolato e non riguardò solo la popolazione italiana di Istria e Dalmazia, ma si deve inserire in uno sterminio sistematico di tutti i «nemici» del regime comunista di Tito, un vero democidio (genocidio, politicidio e omicidio di massa) che provocò oltre 1.000.000 (un milione!) di morti. Il nuovo regime, ancora prima di insediarsi definitivamente al potere a Belgrado, incominciò a sterminare tutti i membri delle formazioni non comuniste, comprese quelle (come i Cetnici serbi) che avevano combattuto valorosamente contro l'occupazione nazista fin dal 1941; tutti gli appartenenti ai ceti sociali ritenuti «nemici» dall'ideologia marxista (borghesi, contadini ricchi, proprietari terrieri, preti e religiosi di tutte le confessioni); nonché le etnie «colpevoli» (collettivamente giudicate colpevoli) di aver sostenuto l'occupazione.

    I metodi con cui vennero eliminati in massa i «nemici» furono sempre gli stessi: vi furono eccidi analoghi a quelli delle Foibe anche nel Montenegro, dove le vittime furono gettate in massa in caverne e dirupi. I criteri con cui il Partito Comunista sceglieva chi uccidere erano arbitrari. In alcuni periodi i cittadini jugoslavi avevano paura più dei partigiani che non degli occupanti nazisti: paura di essere uccisi senza processo per essere andati a messa, per essere giudicati troppo ricchi, per essere considerati troppo grassi o troppo ben vestiti. Come Stalin deportò intere etnie (Ceceni, Baltici, Tedeschi del Don...), man mano che i loro territori venivano riconquistati, così anche Tito eliminò dalla Jugoslavia l'intera minoranza tedesca, punì ferocemente gli Sloveni e «ripulì» le regioni settentrionali dagli italiani. Un osservatore inglese definì il regime di Tito un «mattatoio», senza mezzi termini. Questo è il contesto in cui avvennero le Foibe.

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