Risultati da 1 a 3 di 3
  1. #1
    Bestia in via d'estinzione...
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    "Molti canti ho sentito nella mia terra natìa, canti di gioia e di dolor. Ma uno mi s' è inciso a fondo nella memoria ed è il canto del comune lavorator"...spettrale residuo di quegli estatici giorni rivoluzionari!
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    Predefinito Non è facile cancellare la storia del Pci.

    Non è facile cancellare l’ex Pci
    Piero Sansonetti
    E’ difficile cancellare il peso che ha avuto il Pci nella storia italiana. Molti uomini politici e intellettuali hanno provato a farlo, in questi giorni, interpretando l’elezione al Quirinale di Giorgio Napolitano come il punto conclusivo di quella storia. Il più esplicito di tutti - anche un po’ rabbioso - è stato Massimo Cacciari (in un’intervista di ieri sul Corriere della Sera). La tesi è semplice: Giorgio Napolitano è uno sconfitto ed è l’emblema di una storia - la storia del Pci - che è tutta una storia di sconfitte; il suo arrivo al Colle conclude formalmente questa storia e mette una pietra sopra al cosiddetto fattore “K” e contemporaneamente sopra al Pci e a quel che è stato.

    Sapete cos’è il fattore K? Una fortunata formula giornalistica, inventata da Alberto Ronchey negli anni ’70, il quale sosteneva che in una democrazia occidentale come l’Italia era impensabile l’accesso di un partito comunista al governo, e dal momento che - in Italia - questo partito rappresentava un terzo dei cittadini, la democrazia italiana era mutilata perché sostenuta solo dai due terzi, legittimi, dell’elettorato.

    La tesi di Cacciari, e di molti altri editorialisti, è la forma più moderna di revisionismo. Nel senso politico profondo di questo termine. Revisionismo che opera la “cancellazione” di un pezzo fondamentale della storia recente, per modificare i punti di riferimento, i principi, i valori, gli “automatismi politici” della storia futura. Il revisionismo serve a questo: a rovesciare il senso comune per cambiare i rapporti di forza nella società.

    Il peso che ha avuto il Pci nella storia della democrazia italiana è enorme, e non è un bagaglio di insuccessi. Il Pci è tra i principali artefici - e in alcuni casi l’artefice numero 1 - della Costituzione italiana, della sconfitta di alcuni fenomeni autoritari e tentavi golpisti, del varo di grandi riforme come lo statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, la scuola gratuita, la riforma psichiatrica, la fine della discriminazione delle donne nel diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto, la scala mobile, il diritto alla casa, e altre dello stesso peso che non possiamo elencare per motivi di spazio. La forza del Pci, grandissima, non è venuta da Mosca ma dalla robustezza delle sue battaglie e delle sue vittorie. Che hanno condizionato in modo profondissimo la nascita e la crescita della democrazia italiana, accentuando i suoi aspetti sociali - di garanzie e di diritti collettivi - che raggiunsero il punto più alto tra gli anni sessanta e settanta, e che poi, in parte furono ridimensionati nei due decenni successivi.

    L’urgenza di cancellare la storia del Pci coincide con l’urgenza di tagliare le radici della sinistra. Di portare al centro della battaglia politica una sinistra “vergine”, non malata di “dirittismo”, o di classismo - nel senso della difesa delle classi più deboli - e pronta ad assumere un ruolo di guida politica subalterno ai grandi interessi delle potenze economiche.

    Però non è un’operazione facile. La crisi della prima Repubblica ha travolto e schiantato tutti i suoi partiti, specie i pilastri del governo, e cioè la Dc e il Psi. L’unico grande partito che è rimasto in piedi, pur modificandosi profondamente, e anche dividendosi, è il vecchio Pci. Del quale oggi restano tre partiti eredi, i Ds, che sono i più grandi, Rifondazione comunista che è in crescita, e il piccolo ma resistente Pdci. Insieme - anche se l’operazione aritmetica è puramente teorica e politicamente infondata - hanno una forza elettorale vicina al 30%. Uomini dell’ex Pci sono ai vertici di questi partiti, delle più importanti istituzioni della Repubblica, di quasi tutte le grandi città, di moltissime regioni.

    Badate bene, non sto esercitandomi in un gioco “revanscista”; sto semplicemente svolgendo un ragionamento politologico. E’ chiaro che per far nascere il partito democratico, così come è immaginato dai settori più interessati della borghesia italiana, occorre uccidere quel che resta dell’ex Pci, del suo immaginario, della sua cultura politica. Questo spiega tanto zelo. Però è una operazione impossibile.
    13 maggio 2006
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    Karl Marx

  2. #2
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    Predefinito

    condivido in pieno quanto dice il compagno Sansonetti e sono contento che ci abbia definito piccoli, ma resistenti noi del pdci
    Dio è l'unico essere che per regnare non ha neanche bisogno di esistere... (Baudelaire)

  3. #3
    Omia Patria si bella e perduta
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    Citazione Originariamente Scritto da Egol
    Non è facile cancellare l’ex Pci
    Piero Sansonetti
    E’ difficile cancellare il peso che ha avuto il Pci nella storia italiana. Molti uomini politici e intellettuali hanno provato a farlo, in questi giorni, interpretando l’elezione al Quirinale di Giorgio Napolitano come il punto conclusivo di quella storia. Il più esplicito di tutti - anche un po’ rabbioso - è stato Massimo Cacciari (in un’intervista di ieri sul Corriere della Sera). La tesi è semplice: Giorgio Napolitano è uno sconfitto ed è l’emblema di una storia - la storia del Pci - che è tutta una storia di sconfitte; il suo arrivo al Colle conclude formalmente questa storia e mette una pietra sopra al cosiddetto fattore “K” e contemporaneamente sopra al Pci e a quel che è stato.

    Sapete cos’è il fattore K? Una fortunata formula giornalistica, inventata da Alberto Ronchey negli anni ’70, il quale sosteneva che in una democrazia occidentale come l’Italia era impensabile l’accesso di un partito comunista al governo, e dal momento che - in Italia - questo partito rappresentava un terzo dei cittadini, la democrazia italiana era mutilata perché sostenuta solo dai due terzi, legittimi, dell’elettorato.

    La tesi di Cacciari, e di molti altri editorialisti, è la forma più moderna di revisionismo. Nel senso politico profondo di questo termine. Revisionismo che opera la “cancellazione” di un pezzo fondamentale della storia recente, per modificare i punti di riferimento, i principi, i valori, gli “automatismi politici” della storia futura. Il revisionismo serve a questo: a rovesciare il senso comune per cambiare i rapporti di forza nella società.

    Il peso che ha avuto il Pci nella storia della democrazia italiana è enorme, e non è un bagaglio di insuccessi. Il Pci è tra i principali artefici - e in alcuni casi l’artefice numero 1 - della Costituzione italiana, della sconfitta di alcuni fenomeni autoritari e tentavi golpisti, del varo di grandi riforme come lo statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, la scuola gratuita, la riforma psichiatrica, la fine della discriminazione delle donne nel diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto, la scala mobile, il diritto alla casa, e altre dello stesso peso che non possiamo elencare per motivi di spazio. La forza del Pci, grandissima, non è venuta da Mosca ma dalla robustezza delle sue battaglie e delle sue vittorie. Che hanno condizionato in modo profondissimo la nascita e la crescita della democrazia italiana, accentuando i suoi aspetti sociali - di garanzie e di diritti collettivi - che raggiunsero il punto più alto tra gli anni sessanta e settanta, e che poi, in parte furono ridimensionati nei due decenni successivi.

    L’urgenza di cancellare la storia del Pci coincide con l’urgenza di tagliare le radici della sinistra. Di portare al centro della battaglia politica una sinistra “vergine”, non malata di “dirittismo”, o di classismo - nel senso della difesa delle classi più deboli - e pronta ad assumere un ruolo di guida politica subalterno ai grandi interessi delle potenze economiche.

    Però non è un’operazione facile. La crisi della prima Repubblica ha travolto e schiantato tutti i suoi partiti, specie i pilastri del governo, e cioè la Dc e il Psi. L’unico grande partito che è rimasto in piedi, pur modificandosi profondamente, e anche dividendosi, è il vecchio Pci. Del quale oggi restano tre partiti eredi, i Ds, che sono i più grandi, Rifondazione comunista che è in crescita, e il piccolo ma resistente Pdci. Insieme - anche se l’operazione aritmetica è puramente teorica e politicamente infondata - hanno una forza elettorale vicina al 30%. Uomini dell’ex Pci sono ai vertici di questi partiti, delle più importanti istituzioni della Repubblica, di quasi tutte le grandi città, di moltissime regioni.

    Badate bene, non sto esercitandomi in un gioco “revanscista”; sto semplicemente svolgendo un ragionamento politologico. E’ chiaro che per far nascere il partito democratico, così come è immaginato dai settori più interessati della borghesia italiana, occorre uccidere quel che resta dell’ex Pci, del suo immaginario, della sua cultura politica. Questo spiega tanto zelo. Però è una operazione impossibile.
    13 maggio 2006

    Non è facile cancellare la storia del PCI, ma dal '91 i dirigenti dei DS si sono dati da fare con solerzia ammirevole, molto più di tutti gli altri messi assieme!!
    Io sono favorevole a non dimenticare e a non buttare via la storia del PCI: si tratta di un fenomeno storico importante e che ha fatto molte cose positive e importanti per il nostro paese.
    Onore ai morti, ma non disseppeliamo il cadavere!
    Il PCI non cé più e la via italiana al socialismo non ci ha portati al socialismo, ma a D'Alema che manda gli aerei italiani a bombardare le scuole di Belgrado e medita di tagliare le pensioni.
    La sconfitta è, a parer mio, evidente: il percorso politico del PCI non ha prodotto socialismo, ma un ceto politico ultracapitalista e filoamericano che vuole dissolvere quanto resta della sinistra anticapitalista.
    Compagni su questo bisogna riflettere assolutamente!

    Uno degli articoli più lucidi e sintetici sulla storia del PCI, almeno a parer mio, si può trovare alla pagina http://www.kelebekler.com/occ/prevefassino.htm

    Saluti a tutti

 

 

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