
Originariamente Scritto da
-Duca-
È bastato che Silvio Berlusconi ipotizzasse una rivolta fiscale e tutti i difensori dello status quo si sono mossi come un sol uomo. D’altro canto, si tratta di un tema su cui il ceto politico-burocratico non è proprio disposto ad aprire la discussione, anche perché implica la contestazione del dogma della legalità. Mentre la tradizione liberale crede nella tensione tra ciò dicono le leggi e ciò che è legittimo, tra ciò che è semplicemente nelle norme e ciò che invece è riconoscibile come giusto in quanto tale, la cultura egemone ha fatto dell’ordinamento un totem da non discutere. Ogni legge può anche essere abrogata, ma solo per volontà del ceto politico e, quindi, della maggioranza parlamentare
Non così la pensavano quei teorici cristiani che giunsero a giustificare l’assassinio dello stesso sovrano e lo stesso “padre fondatore” del liberalismo, John Locke, per il quale era doveroso ribellarsi di fronte a norme ingiuste. Erano suoi fedeli seguaci i ribelli delle colonie americane che sconfissero l’armata inglese: e tutto prese il via proprio da una rivolta di fronte a dazi e imposte considerati oppressivi.
Fin dalle proprie origini, insomma, il liberalismo intrattiene un rapporto peculiare con il fisco. Agli occhi di ogni difensore della libertà individuale, ogni esproprio operato dallo Stato è contestabile: ed all’inciviltà della Rai che impone un proprio canone e vive di imposte, i liberali preferiscono chi, come Sky, si limita a proporre accordi e trae i propri proventi dal costante consenso degli abbonati. L’appello avanzato dal premier uscente tocca allora un tasto assai sensibile: e proprio per ciò irrita a tal punto i politici e commentatori più statalisti.
Di rivolta fiscale già aveva ripetutamente parlato la Lega quando pensava di usare tale strumento (come suggeriva il professor Gianfranco Miglio) come grimaldello atto a ottenere un referendum sull’indipendenza. Se tutto era iniziato con una ribellione fiscale nell’America degli anni Settanta del diciottesimo secolo, perché non si poteva tentare la stessa cosa a sud delle Alpi e alla fine del ventesimo secolo? Velleitaria o meno che fosse quell’intenzione, essa esprimeva l’ardire di mettere in discussione il tabù per eccellenza di ogni comunità politica: l’indissolubilità del patto costituzionale.
Ed è qui che davvero l’appello di Berlusconi mostra tutti i suoi limiti. Perché certamente non si può chiedere agli italiani di violare la legge e “ribellarsi al tiranno” solo per avere Gianni Letta al posto di Massimo D’Alema… Il modo strumentale con cui il Cavaliere ha ripescato l’argomento della rivolta fiscale, allora, sintetizza meglio di tante parole il fallimento della sua politica. Se dopo cinque anni di governo Berlusconi l’area moderata è stata per la prima volta sconfitta dagli eredi del Pci e dai loro alleati, è facile capirne le ragioni. In questa come in altre circostanze, Berlusconi ha utilizzato la retorica liberale, ma sempre per fini sostanzialmente estranei agli interessi del proprio elettorato.
Quanti sono tartassati vorrebbero sentire il leader del centro-destra contestare le tasse allo scopo di ottenere la cancellazione dell’Ici ed aggredire veramente il Moloch oppressivo che grava sui produttori. Se un tema cruciale come quello dello sfruttamento subito da chi lavora viene usato solo come ballon d’essai nella battaglia di potere per la conquista del Quirinale, l’unico effetto ottenuto è quello di compromettere anche questa arma tanto terribile quanto nobile.
Che va evocata soltanto quando ci si deciderà a fare sul serio, e da parte da chi avrà il fegato di farlo.
Scritto da Carlo Lottieri L’Indipendente, 9 maggio 2006