Editoriale di addio di Andrea Monti
Quello che vi accingete a leggere – sempre che non giunga un improbabile cavaliere bianco – è l’ultimo numero di News. A un anno dall’uscita, l’editore ha deciso di cessare le pubblicazioni poiché il giornale, pur accreditato di una certa vivacità e autorevolezza, non ha raggiunto gli obiettivi economici e diffusionali che gli erano stati assegnati. È una decisione che dobbiamo accettare e, proprio perché legittima, rispettare. Senza piagnistei, con la schiena diritta e a testa alta.
La morte di un piccolo giornale non richiama preoccupazione o indignazione, ma non è neppure una buona notizia per ogni persona saggia e soprattutto per chi, come noi della redazione, non ha mai smesso di credere nella bontà del progetto originale: offrire ai lettori un’informazione libera, veloce, fuori dal coro, di buona qualità e al ragionevole prezzo di un euro.
Non è andata bene. Anzi, è andata proprio male per molte e variegate ragioni che non interessano nessuno, se non noi che in qualche modo dobbiamo riempire di rabbia anziché di rimpianti il nostro smarrimento, il dolore che prende un gruppo di amici quando un’avventura finisce, e non ci sarà un’altra notte concitata e felice di lavoro insieme. Inutile sarebbe, poco elegante e persino penoso, il gioco delle colpe e l’attribuzione degli errori se non quelli – e sono più d’uno, a cominciare dal peccato d’orgoglio, nella tradizione biblica il più insidioso – che rimandano al direttore.
In realtà, non si può obbligare un lettore a scovare (con notevole fatica, è onesto dire) il suo settimanale in edicola nell’era di Internet e dell’informazione gratuita. Non si può chiedere a un imprenditore con vocazione, attività e interessi che vanno molto al di là dell’editoria, di sostenere un giornale che non gli conviene e che, forse anche per questo, non ama. Così come non si può sovvertire la logica di un mercato della carta stampata e delle idee minacciato dalla crisi economica e da una legge ignobile, la Gasparri, che ha consegnato gran parte delle risorse pubblicitarie al duopolio Mediaset-Rai.
Un’unica cosa è ragionevole pretendere: l’onore delle armi per un collettivo che, in fondo, ha avuto coraggio. Non quello di inseguire un sogno, bensì di accettare il rischio dell’innovazione e della creatività. Tutti insieme: un minuscolo staff capace e ostinato, una concessionaria pubblicitaria di grande professionalità, poche decine di migliaia di lettori attenti e irriducibili. Sarà pure un funerale, ma non potevamo chiedere compagnia migliore.
Dagospia 11 Maggio 2006




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