Maurizio Blondet
12/05/2006

GERUSALEMME - Amir Peretz, nuovo ministro della Difesa israeliano, intende «ripensare» la politica di isolamento di Gaza, a causa di quella che Haaretz chiama «la crisi umanitaria innescata nei territori palestinesi» (1).
Peretz ha detto alla radio dell’armata: «abbiamo bisogno di Abu Mazen [il presidente Mahmoud Abbas] e dobbiamo cercare modi di scavalcare Hamas tali da rafforzare il presidente dell’Autorità Palestinese».
Il ministro intenderebbe anche alleviare il blocco delle merci effettuato dagli israeliani al valico di Kami, quasi sempre chiuso da gennaio.
E non basta.
Peretz visiterà la prossima settimana le installazioni del Comando Sud israeliano.
Dove intende chiedere ai militari «dettagliate spiegazioni» sugli incessanti tiri d’artiglieria con cui il «glorioso» Tsahal martella gli affamati di Gaza, e che - dice Haaretz - hanno ammazzato quattro civili palestinesi nell’ultimo mese.
Come abitante del sobborgo di Sderot, ha detto Peretz, «conto i colpi d’artiglieria ogni notte. Dovete sapere che c’è chi li conta».



Non c’è dubbio che la denuncia di Jimmy Carter, le dimissioni di James Wolfenshon dalla carica di delegato speciale internazionale per la Palestina per protesta contro lo strangolamento delle popolazioni di Gaza e Cisgiordania, nonché le critiche
che cominciavano a levarsi dai media anglo-americani, hanno una parte in questa presa di posizione di Peretz.
Va notato tuttavia che essa richiede coraggio politico: un recente sondaggio ha mostrato che il 62% degli israeliani sono a favore della deportazione in massa dei palestinesi (2).
Probabilmente, la rottura del silenzio sui grandi media ha incoraggiato quegli israeliani che assistevano con disagio crescente alla crudele punizione collettiva imposta dalle forze militari sioniste; forse la critica internazionale ha dato forza a chi non osava rimettere in riga l’apparato militare, che arricchiva la persecuzione con aggiunte feroci di sua iniziativa.
Risulta infatti che noti scrittori, fra cui Amos Oz, David Grossman e Haim Gouri, con una lettera al premier Ehud Olmert, hanno denunciato le angherie ripetute dei «coloni» ebrei contro i bambini palestinesi che vanno a scuola: lanci di pietre, insulti, aizzamento di cani.

Queste aggressioni sono la regola; e sempre più spesso non vengono dissuase dal fatto che piccoli gruppi di volontari europei, americani e israeliani accompagnano i bambini fino alla scuola.
Anzi, i volontari stessi sono presi a sassate.
Le aggressioni più violente sono avvenute nei pressi dell’avamposto-insediamento di Maon Farm, a sud delle alture di Hebron.
Peretz è stato duro: «è un fenomeno gravissimo che non deve avere spazio nella società israeliana. Delinquenti che infrangono le leggi non possono continuare a colpire dei bambini inermi».
E ha detto di aver dato disposizioni all’IDF (l’esercito) e alla polizia per accrescere la sicurezza dei bambini palestinesi e procedere all'arresto «immediato» di chiunque li maltratti.
Frattanto, miracolosamente, i francesi che sono parte del «Quartetto» per i negoziati in Medio Oriente (e che comprende UE, Usa, Russia e l’ONU) si sono attivati per strappare ai colleghi un accordo su un «meccanismo internazionale d’emergenza» che convogli urgentemente qualche aiuto direttamente ad Abbas.
Secondo la denuncia di Wolfensohn al New York Times, «colloqui» in questo senso si trascinavano da settimane senza esito, ostacolati dagli USA e non certo caldeggiati dall’Unione Europea.
Ora, l’attenzione della stampa ha rimesso in moto la cosa.



Anche perché la situazione precipita.
La compagnia israeliana Dor, che vendeva carburanti alla Palestina, ha tagliato i rifornimenti da mercoledì, in parte per il debito accumulato (26 milioni di dollari) dai palestinesi a cui sono stati bloccati i fondi, ma sicuramente anche come parte del progetto di strangolamento («dimagramento») sancito dal regime sionista.
Gli autocarri che portavano gli scarsi rifornimenti dall’Egitto, e persino le ambulanze, sono paralizzati (3).
L’aiuto internazionale d’emergenza sarà «solo un cerotto», commenta il Financial Times (persino il Financial Times! Meglio de Il Corriere) in un duro editoriale che vale la pena di citare per esteso (4).
«Detto semplicemente, come ha fatto l’ex presidente Jimmy Carter, il popolo palestinese viene punito per aver votato Hamas, per lo più per disperazione verso quel processo di pace che continuano a sostenere. Questa punizione collettiva è, ovviamente, illegale secondo il diritto internazionale. Ed è un’arma immorale usata contro gente prostrata ed occupata».
L’assedio e lo strangolamento in corso «sarà una catastrofe non solo per i palestinesi, ma per gli israeliani, che in futuro dovranno vivere accanto a un non-Stato fallito in pieno collasso istituzionale».



Poi il giornale finanziario della City denuncia che Israele ha fissato il 2008 per «stabilire unilateralmente i suoi confini», e «sta già fissandoli, espandendo gli insediamenti nei Banchi orientali e nella porzione araba di Gerusalemme Est, annettendosi i terreni dentro la cosiddetta barriera di sicurezza (il Muro) che mura i borghi palestinesi, e chiudendo ai palestinesi la valle del Giordano».
«Bisogna che il quartetto non solo trascini al tavolo dei negoziati Hamas, ma blocchi la creazione di ‘fatti compiuti’ di Israele sul terreno. Non ci sarà mai sicurezza per Israele, e ancor meno giustizia per i palestinesi, se si tollera questo furto strisciante della terra».
E’ inaudito. E’ bastato che qualcuno coraggiosamente parlasse, spezzando il tabù, ed altri cominciano a parlare.
E i persecutori danno segni di cedimento: come sempre, l’oppressione è forte finchè i vili tacciono, vile quando le sue azioni sono denunciate da coraggiosi.

Maurizio Blondet




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Note
1) Hamos Harel, «Peretz: rethink PA isolation that is causing humanitarian crisis», Haaretz, 11 maggio 2006.
2) «Poll: 62% want arab emigration», Ynet.news, 9 maggio 2006.
3) «Israel stop fuel supply to Palestinians», AP, 10 maggio 2006.
4) «Back from the brink on palestinian crisis», Financial Times, 11 maggio 2006.




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