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    Thumbs up Il vero Codice da Vinci

    Il “Codice da Vinci”. Quello vero

    Una mostra milanese mette a disposizione del grande pubblico il quaderno d’appunti di Leonardo. Caro Ludovico il Moro, ecco il mio curriculum. So combattere, costruire, scolpire, dipingere, inventare. Che ti serve?

    di Giancarlo Petrella

    Il Domenicale 6-05-2006



    Nessuna traccia di Maria Maddalena. Né chiavi d’accesso a un universo esoterico. Nulla di tutto questo, con buona pace di coloro che per scoprirlo hanno atteso un romanzo d’oltreoceano, un po’ come successe in pieno Medioevo per certe italiche saghe, fatti dei romani e guerra di Troia compresi, riscoperte dal grande pubblico solo tramite i volgarizzamenti d’Oltralpe. Il codice da Vinci, ossia il codice n. 2162 della Biblioteca Trivulziana di Milano, esposto al pubblico nella Sala delle Asse del Castello Sforzesco fino al 21 maggio, è solo un pugno di fascicoli cartacei su cui Leonardo, giunto a Milano sullo scorcio del Quattrocento, vergò, con la sua consueta scrittura “alla mancina”, schizzi e intricate riflessioni su disparati argomenti, dall’arte militare agli studi di ottica, dalla pittura all’architettura. è insomma il quadernetto che l’artista teneva con sé negli anni del primo soggiorno milanese (1482-1499).
    Vi era giunto preceduto da una celebre missiva a Ludovico il Moro, signore di Milano, in cui si dichiarava pronto a offrirgli i propri servigi. Elencava le proprie competenze in ben dodici paragrafi, un vero e proprio curriculum: due erano dedicati all’arte civile, l’ultimo riguardava l’agognato monumento equestre a Francesco Sforza, addirittura nove l’arte guerresca, mirando a solleticare le aspirazioni del duca. Iniziava promettendogli strumenti «atti a trasportare» più facilmente le truppe («ho modi di ponti leggerissimi e forti»), proseguiva assicurando armi in grado di sbaragliare qualsiasi nemico («ho ancora modi de bombarde commodissime et facile ad portare, et cum quelle buttare minuti saxi a similitudine di tempesta ... occorrendo di bisogno farò bombarde, mortari et passavolanti di bellissime et utile forme, fora del comune uso»).

    Annotazioni e rimandi.

    A partire dallo zibaldone trivulziano s’infittiscono appunti e disegni riguardanti fortificazioni e strumenti d’offesa. Come le macchine d’assedio progettate in due disegni a p.27, o le riflessioni in merito alla progettazione e fusione della bombarda. A p.33 è il comune girarrosto a suggerire il meccanismo per far ruotare le forme di creta in cui verrà colato il bronzo fuso assicurando una cottura uniforme: «questo è il modo come con prestezza le forme si seccano e continuamente si voltano come li arrosti». Altrove, l’arte della guerra confessa debiti con la trattatistica classica e rinascimentale. Manoscritti tre-quattrocenteschi ed edizioni coeve provenienti in gran parte ancora dal fondo della Biblioteca Trivulziana conducono il pubblico all’interno dell’officina leonardesca, svelandone le fonti letterarie. A partire dal De re militari del riminese Roberto Valturio (1405-1475), consigliere di Sigismondo Pandolfo Malatesta e autore intorno alla metà del Quattrocento del più diffuso trattato rinascimentale di arte bellica. Ma un “omo sanza lettere”, come ebbe a definirsi lo stesso Leonardo, mai andato oltre i primi rudimenti del latino, difficilmente avrebbe maneggiato la versione originale, impressa per la prima volta nel 1472 a Verona, con suggestivo apparato illustrativo di macchine e strumenti bellici, dall’officina di Giovanni di Niccolò. Avrà piuttosto divorato la traduzione in volgare approntata da Paolo Ramusio, riminese anch’egli, negli otia lasciati dai suoi incarichi legali in diverse città della Serenissima: «Opera de facti e precepti militari di lo excellente misier Roberto Valturio ariminese già inscripta in latin a lo illustre signor Sigismondo Pandolpho Malatesta principe di Arimino et hora traducta in vulgar». Era apparsa a stampa nel febbraio 1483, ancora a Verona, a opera d’un tipografo oriundo della dalmata Ragusa, l’odierna Dubrovnik, tal Bonino Bonini, alias Dobrida Dobric, dal 1480 titolare di una fiorente officina tipografica.

    A pochi mesi dal suo arrivo a Milano, Leonardo trovava dunque nella princeps in volgare del Valturio, oltre a un rigoroso trattato in dodici libri, una messe feconda di citazioni da autori classici difficilmente recuperabili in altra maniera per una persona quasi digiuna di latino, nonché un apparato di 95 silografie di macchine militari, in buona parte discese dall’edizione veronese del ’72 (una rarissima copia dell’edizione volgare del 1483 conservata presso la Biblioteca Braidense di Milano fa da corredo in mostra agli appunti militari del codice Trivulziano; relativa scheda, assieme a molti altri libri della biblioteca di Leonardo, nel catalogo con generose riproduzioni: Il codice di Leonardo da Vinci nel castello Sforzesco, a c. di P.C. Marani – G.M. Piazza, Mondadori Electa, Milano 2006, pp.195, €36,00).
    In un serissimo gioco filologico, in filigrana dell’appunto autografo a proposito del “fuoco greco” a p.48 del codice Trivulziano, si intravede il brano corrispondente dal IX libro del Valturio, cui Leonardo attinse anche per il disegno di una palla munita di «chiodi acutissimi» destinati a conficcarsi nelle navi nemiche. Ugualmente, a p.98, lo schizzo e l’appunto dei triboli, ossia i chiodi metallici a più punte gettati a terra per impedire l’avanzata dell’esercito nemico, rivela come la fonte sia ancora dal Valturio. Qui, capitolo quarto del X libro, Leonardo trovava non solo la citazione degli storici latini, scrupolosamente annotata nel suo libretto d’appunti, ma anche la silografia da cui trarre lo schizzo. E ancora, quando nei primi fogli del codice (p.2) annota una dotta citazione sulla distruzione della biblioteca d’Alessandria attribuendola a uno sconosciuto storico classico “Anniano” («Anniano afferma essere abbrusiati settecentomila volumi di libri»), la fonte non può che essere l’onnipresente Valturio volgare, cui è da attribuire la storpiatura del nome “Anniano” per il corretto Ammiano Marcellino, storico dell’età imperiale.

    Il trattato d’arte militare fu per Leonardo anche oggetto di un curioso interesse lessicale che fa del codice Trivulziano un manoscritto unico fra gli autografi dell’artista. Vi raccolse lunghe liste di vocaboli, circa ottomila parole, testimonianza di un esercizio quotidiano di “vocabulizare”. Per impadronirsi degli strumenti linguistici necessari a dar dignità al proprio lavoro di sperimentatore, Leonardo annota dai testi volgari a sua disposizione termini il cui aspetto gli sembri più vicino al latino, vocaboli inconsueti o tecnici, fino ad avventurarsi in esercizi autodidattici di derivazione grammaticale. Tramite l’uso di prefissi o suffissi ottiene parole nuove da quella letta nella fonte, oppure da parole semplici forma parole composte, da aggettivi deriva sostantivi, come quando dal rari del Ramusio deriva il termine rarietà, fino a formarsi un vocabolario di sinonimi con oscillazioni stilistiche: a p.86 dal crudo latinismo meretricula deriva il volgare, linguisticamente parlando, meretrice, impudica, puttana.
    Che Leonardo possedesse una copia del Novellino, la silloge di cinquanta novelle opera dell’umanista salernitano Tommaso Guardati (1410-1475), si apprende da un ricordo autografo «de’ libri ch’io lascio serrati nel cassone», vergato intorno al 1504 in un foglio dell’attuale codice 8936 della Biblioteca Nazionale di Madrid. Cosa ne facesse di uno dei più vivaci esempi di prosa narrativa del Quattrocento meridionale, si capisce da alcune preziose e misconosciute pagine del codice Trivulziano. Leonardo era attratto dal curioso volgare tosco-napoletano infarcito di latinismi di Masuccio. La lettura gli era stata suggerita forse dall’elogio fattone dal toscano Luigi Pulci, autore dai forti appetiti lessicali e compilatore anche di un’operetta, Vocabolista, di cui Leonardo si servì copiosamente nel codice Trivulziano. Piccola parentesi: la mostra leonardesca è l’occasione per vedere l’unico testimone che tramanda il Vocabolista del Pulci. Una copia tarda (in prestito dalla Biblioteca Laurenziana di Firenze) vergata intorno al 1540 per Lucrezia Salviati, figlia di Lorenzo il Magnifico, dal fiorentino Giovanni Mazuoli detto lo Stradino, già al soldo di Giovanni dalle Bande Nere ma poi ritiratosi alla più tranquilla attività di copista.

    Discepoli e discendenti.

    Il Pulci era autore assai caro all’artista, tanto da figurare già in un’esilissima lista di libri che Leonardo stilò a p.3 del Trivulziano, anteriore ai più corposi elenchi traditi dal Codice Atlantico della Biblioteca Ambrosiana di Milano (circa 1490) e dal Codice di Madrid (1504). Qui il Pulci figura coll’opera maggiore, il cantare cavalleresco Morgante, in coda a un elenco di soli cinque titoli. È il primo cenno a noi noto della biblioteca che l’artista andava raccogliendo, all’epoca ancora ridottissima: vi facevano parte un “Donato”, termine dietro cui si cela una delle tante grammatiche per l’apprendimento dei rudimenti del latino; un “Lapidario”, ossia una raccolta di gusto ancora squisitamente medievale sulle proprietà delle pietre; “Plinio”, vale a dire l’Historia naturalis, l’enciclopedia del sapere classico, accessibile a Leonardo solo attraverso la traduzione volgare dell’umanista Cristoforo Landino stampata per la prima volta nel 1486 (un marginoso esemplare proveniente dal fondo della Trivulziana è esposto in mostra); e infine un “Abaco”, trattatello didattico di aritmetica su cui scolari e mercanti familiarizzavano con numeri e tabelline (in mostra, ancora dal fondo della Trivulziana, un prezioso esemplare miniato di primo Quattrocento). Nel corso degli anni la riserva libraria di Leonardo andò irrobustendosi, tanto che nel più tardo elenco madrileno alcune opere figureranno ripetute più volte: così ad esempio sei titoli rimandano a libri d’abaco, Donato ricompare sotto forma di «Donato vulgare e latino», «Donato grammatico» e «Donadello».

    Come giunse il libretto d’appunti di Leonardo alla Biblioteca Trivulziana ? Per vie intricate e accidentali, coincidenze e desideri di bibliofili. Alla morte dell’artista avvenuta presso Amboise in Francia il 2 maggio 1519, anche questo codicetto era passato per lascito testamentario all’allievo Francesco Melzi, gentiluomo lombardo che n’ebbe amorevole cura fino alla morte (1570). Di tutt’altro spirito si dimostrò il figlio Orazio, che prese a donare autografi e libri per poco prezzo, dando così inizio alla diaspora della biblioteca di Leonardo, ragion per cui oggi codici e carte leonardesche riposano fra Londra e Parigi, Milano e Madrid. Quanto al Trivulziano, nel 1750 l’abate don Carlo Trivulzio (1715-1789), antenato della nobile schiatta dei Trivulzio e promotore di un raffinato collezionismo librario di famiglia, rintracciò l’autografo presso il novarese Gaetano Caccia. Non perse tempo e propose un’offerta. Il cavalier Caccia preferì a un quadernetto di frettolosi appunti e disegni di Leonardo un quinario d’oro e un orologio d’argento. Don Carlo registrò i termini della vittoria nelle pagine anteposte al codice il 5 gennaio 1783.




  2. #2
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    E' un peccato che il genio di Leonardo venga sfruttato per far soldi da una combriccola di affaristi anticattolici.
    Un vero peccato.

  3. #3
    The darkness inside...
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    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens
    E' un peccato che il genio di Leonardo venga sfruttato per far soldi da una combriccola di affaristi anticattolici.
    Un vero peccato.
    Già; ma soprattutto che venga usato per diffamare la Chiesa intera, le basi del Cristianesimo e l'organizzazione Opus Dei.
    Andrea I Nemesis
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  4. #4
    email non funzionante
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    ...sottoscrivo...
    NOI SIAMO LA VERA ITALIA !
    RICOSTRUIAMO LA NOSTRA PATRIA !

  5. #5
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