“Anticiperai il Corriere della Sera e il tuo capo ti farà di sicuro i complimenti”. Luca Telese, famoso, ma soprattutto bravo, notista politico, ora al Giornale, apre così la sua chiacchierata con Il Sannio Quotidiano che fa da precursore alle numerose testate, perlopiù nazionali, che, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, Cuori Neri (di cui pubblichiamo in anteprima la copertina), lo omaggeranno con svariati articoli e recensioni. Magazine (il settimanale del Corsera) e Vanity Fair, ad esempio, già dopodomani. Il testo, di quasi ottocento pagine, edito da SPERLING & KUPFER (euro 19,00), dal 24 in libreria, racconta la storia di ventuno missini uccisi negli anni di piombo.
Dopo “Lula” e “Cofferati” questa volta ha abbandonato le biografie per darsi al saggio storico e d’inchiesta. Perchè?
“Primo: Cuori neri non è un saggio, io preferisco dire un docu-drama sugli anni di piombo in cui tutto è tanto incredibile quanto rigorosamente vero. Secondo: uno non scrive un libro perché sceglie un genere, scrive, perché ha qualcosa da dire. In Cofferati, nel 2002-2003 volevo raccontare attraverso la biografia di un dirigente (allora) emergente della sinistra italiana, una storia italiana esemplare: natali in Padania, movimento studentesco, ingresso in fabbrica da colletto bianco, sindacalista “di destra”, protagonista della deindustrializzazione, poi salvatore della patria, di nuovo leader di sinistra…. E’ il romanzo di formazione di un pezzo di classe dirigente del nostro paese. “Lula” invece era un quasi instant book esotico, un pamphlet: ero stato in Brasile mentre un metalmeccanico sconfiggeva un presidente in carica mi pareva un fenomeno immenso, l’epifania di un grandissimo carisma. Da noi se ne leggevano solo poche righe, qui e lì perché il Sudamerica per la nostra informazione quasi non esiste…. Ma lei non era interessato a Cuori Neri?”.
Sì. Da cosa nasce questo libro? Insomma, perché lo ha scritto?
“Scrivo della destra da anni, per il Giornale. Ma soprattutto vivo a Roma, una città che è stata segnata dalla lotta armata quasi come di Belfast. A Roma ci sono stati undici dei ventuno delitti che ho raccontato, e – nel 1980 – un morto ogni quattro giorni. E la Roma degli anni Settanta è un simbolo straordinario del tempo che abbiamo vissuto, quella che Zavoli ha chiamto La notte della Repubblica, un tempo, come dico nelle ultime pagine, in cui “eravamo talebani”, e in questo paese c’era una guerra civile. La cosa curiosa è che oggi tutti quelli che l’hanno combattuta, questa guerra, l’hanno dimenticata o rimossa. Però questo è solo il punto di arrivo del libro”.
Da dove era partito?
“Il punto di partenza è il lungo filo di memoria che mi ha portato dentro gli anni di piombo: la sinistra ha dimenticato i suoi caduti, la destra ha coltivato un vero e proprio culto che segna ancora oggi la città: anniversari, veglie, murales…. Sono partito da lì, ho visto ragazzi di diciotto anni che ricordavano loro simili morti vent’anni prima della loro nascita. Mi sono fatto due semplici domande: la prima cosa sapessero questi ragazzi di queste vittime. La seconda cosa ne sapevamo noi. La risposta era molto simile in entrambi casi: quasi nulla. La terza scoperta è stato che non c’erano libri che trattassero questi casi, ma una mole enorme di testimonianze da setacciare: sentenze, atti, giornali dell’epoca, testimonianze… Così è nato l’impianto di fondo del libro: capitoli scritto come dei gialli, e con l’idea di ricostruire il clima di un’epoca dimenticata”.
Parliamo di delitti irrisolti degli anni di piombo. Ebbene perché ripercorrere solo i delitti neri? Per far sapere, forse, che, come ha detto a Planet 430, “la storia si ripete” («uccidere un fascista non è reato!»)?
“Sui delitti in cui le vittime erano di sinistra esisteva già una discreta pubblicistica: un testo, per esempio su Franco Serantini; una monografia di Aldo Cazzullo su Lotta Continua… il libro di Stajano su Marco Donat Cattin e il terrorismo a Torino. La sinistra è figlia di Gutemberg, ha scritto molto di più, sia su di sé che sugli altri. La cosa incredibile della destra è che ha tramandato questo culto, in forma di memoria orale. E poi raccontare il filo di sangue delle storie nere ha comportato anche ripercorrere molti delitti rossi: questa è una vicenda piena di rappresaglie, sembra un film western, popolato di sceriffi, banditi ed eroi. A me, però, interessava quel particolare punto di osservazione, la storia di un gruppo dirigente che è sostanzialmente nato nel sangue: chi si immagina oggi Fini e Gasparri che si incontrano al funerale dei Mattei? O Storace che prende il posto di segretario giovanile, ad Acca Larentia, perché hanno ucciso un suo camerata? O Alemanno che viene espulso dal Msi insieme a Paolo Di Nella ultima vittima degli anni di piombo?”.
E poi, Telese, da un uomo di sinistra come lei si ci aspetterebbe un libro sui delitti “rossi”. E invece lei che fa ci parla dei missini. Ma non è che ha ragione qualche “voce maligna” che dice che lei si sta avvicinando ad AN?
“Questa voce, se esiste sarebbe una autentica fesseria. E’ vero il contrario: in un paese in cui imperano il camerierismo, il nepotismo, e il voltagabbanismo considero un atto di civiltà avvicinarmi a storie così diverse dalla mia. Sono e resterò per tutta la vita un ragazzo orgoglioso di essere cresciuto nel Pci, che è stato arricchito dal lavorare in un quotidiano di centrodestra. E’ stato un grande esercizio di laicità per me, scrivere di un mondo che ho scoperto, con uno sguardo che non era inquinato. Per i motivi che ho detto, anzi, credo che conti più il fattore generazionale che politico: solo chi ha meno di quarant’anni, oggi, può accostarsi a quella storia senza incrostazioni. Altrimenti prevalgono l’ideologia o l’omertà”.
Telese, scusi la curiosità, ma da cosa nasce questa sua passione per gli anni ’70?
“In parte l’ho detto. Gli anni di piombo, oggi, molto più che la Resistenza, o il tempo della guerra fredda, sono stati il tempo in cui si è formata la classe dirigente che ci governa: intorno a queste storie, ma direi addirittura intorno ai cadaveri – a destra come a sinistra – si centrifugano i destini e le biografie. Per dire: chi era al fianco di questi ragazzi, a destra, è diventato deputato. Chi ha iniziato la lotta armata uccidendo questi ragazzi è poi finito ad uccidere Moro. E non dico metaforicamente: nel caso di Alvaro Lojacono, imputato per il delitto Mantakas, è stato il vero e proprio battesimo di una carriera che lo ha portato a via Fani. Il pm di quel processo, è il futuro ministro Mancuso… e potrei continuare così per ore, chi legge queste ottocento pagine avrà molte sorprese”.
Senz’altro anche questo libro è frutto del suo lavoro di giornalista. Non è così?
“Dipende: io credo che giornalista sia uno che racconta storie. I bravi giornalisti sono quelli che riescono a raccontarle bene. Io credo che le comunità, vivono e hanno senso se hanno memoria: forse, visto che siamo a cavallo fra la storia e la cronaca, ci voleva un giornalista per mettere le mani in questa… zona grigia. L’unico vero principio che mi ha guidato è il fastidio per l’oblio e il disprezzo per i cattivi maestri (e i cattivi discepoli) oggi colpiti da provvidenziali e sospette amnesie”.
Dall’anteprima del suo libro che mi ha fatto avere qualche mese fa si evince che ha fatto un grande lavoro di ricerca di documenti. Perchè, questa scelta?
“I documenti sono i pilastri su cui sostieni la credibilità di un lavoro: se non racconti balle, tutti devono sapere dove ha trovato quello di cui parli, è come l’etichetta dei pelati, capisci da lì se ti stanno dando una fregatura, e per conoscere la qualità hai bisogno di conoscere gli ingredienti. La selezione e la raccolta delle fonti è quello che dovrebbe contraddistinguere buoni giornalisti e buoni storici da improvvisatori e ciarlatani”.
Quando inizierà il tour di presentazione? E quali saranno le ”tappe”? Ricordo che con “La Lunga Marcia di Sergio Cofferati” si è fatto tutta la penisola in compagnia di personaggi davvero illustri penso ad esempio a Carlo Freccero della Rai, Antonio Polito de Il Riformista, Erri De Luca, Maurizio Belpietro de Il Giornale, Enrico Deaglio di Diario, Concita De Gregorio de La Repubblica e tanti altri ancora …
“Cercherò di andare dove posso, e dove so che c’è interesse. Certo, in primo luogo nei luoghi dove tutto è accaduto. Poi in quelli dove mi chiamano: questo non è solo un libro che parla di vicende politiche, o un thriller. E le presentazioni non saranno un dibattitino tra big che non sanno di cosa parlano, ma un teatro della memoria con filmati e musiche. Cuori Neri è anche un libro sulla forza e l’importanza del lutto: io credo che se perdi un figlio, o magari due, o impazzisci o diventi migliore degli altri”.
Ho saputo che ha stretto buoni rapporti con le famiglie dei protagonisti del suo libro. E’ vero? Dico questo, veda, per dare atto ai colleghi de Il Barbiere della Sera che, come sa meglio di me, su di Lei hanno scritto: “Telese è un vero dandy, un eccentrico sardo milanese trapiantato a Roma, che conosce tutti, parla con tutti e vuole bene a tutti”.
“Non vorrei mischiare questa simpatica fesseria del Barbiere della sera con un’esperienza per me sacrale. Quando il parente di una vittima ti consegna il suo pezzo di verità, è come se ti caricassi un macigno sulle spalle. In alcuni casi ho addirittura avuto un blocco di scrittura che è durato mesi, ad esempio dopo un colloquio con una Madre, mi ci sono voluti tre anni per arrivare alla fine. Ben poca cosa rispetto alle sofferenze di queste famiglie sono iniziate il giorno in cui si sono spenti i riflettori della stampa, e sono durati fino ad oggi. E’ strepitosa l’intervista incrociata che hanno fatto le Iene (e io pubblico) fra la madre di Fausto Tinelli (vittima di sinistra) e quella di Mario Zicchieri (vittima di destra): quasi non si vedevano differenze, nelle risposte. La qualità di uno Stato si vede anche dalla capacità di assorbire i lutti: e qui parliamo di vittime che si sono ritrovate, magari, nella stanzetta di un tribunale insieme ai killer dei loro congiunti. O di bambini che hanno scoperto cos’era successo ai loro padri per caso, dopo venti anni”.
Una domanda sul futuro per un giovane giornalista ambizioso come Lei è doverosa. Ormai sono sei anni che è al Giornale. Pensa di restarci ancora per un po’? O aspira ad altre tesate?
“Io sto benissimo dove sono, perché mi è stata concessa una grandissima libertà. Anzi: nella mia esperienza, Maurizio Belpietro è uno dei pochissimi direttori che mi ha offerto più di quello che mi aveva promesso quando mi ha assunto. La libertà di stampa è una condizione soggettiva, in questo mestiere, se sapessi di averne di meno, non andrei, per dire, nemmeno al Times”.
A quanto mi risulta le vendite dei suoi due libri precedenti sono andate abbastanza bene. Quando pensa che venderà la sua ultima fatica che, da quanto mi ha detto tempo fa, ritiene essere la migliore delle tre opere finora scritte?
“Un libro di ottocento pagine è assolutamente imponderabile. Visto che i miei genitori hanno una libreria, ad occhio direi: o vende poco, o moltissimo. Mi consenta di propendere per la seconda ipotesi. Chiunque pubblichi un libro pensa di poter vendere centomila copie, altrimenti non scriverebbe. Io ho fatto uno sforzo di scrittura perché questo libro potesse leggerlo chiunque: chi c’era e chi non c’era, chi ama i gialli, chi la storia, chi è di destra, e chi di sinistra, chi ha la laurea e chi vede solo fiction. Per me è il vero ‘romanzo criminale’ sugli anni di piombo, dopodichè non ho dubbi: se vendesse sono mille copie, ma lo leggessero tutti, sarei molto più contento che se battessi Dan Brown”.
* per “Il Sannio Quotidiano” – 17 gennaio 2006