Toni Negri agli occupanti: «Resistete»
Dopo le polemiche delle Fiamma tricolore contro il «cattivo maestro», la conferenza si svolge in una sala gremita all’inverosimile
Il professore universitario, al centro di famose inchieste giudiziarie, all’ex scuola di via Zagata
Due ex sindacalisti sulle poltrone più alte del Parlamento e un ex dirigente del Pci si accinge a salire al Quirinale. Un fatto epocale? Niente affatto. «Non penso che quello che è successo in Italia sia significativo... Certo, trovo pericoloso che ci sia qualcuno che incita a non pagare le tasse. Ad ogni modo non mi diverte guardare la televisione e quando vedo Vespa provo la stessa reazione di mio padre quando sputava sulla radio che trasmetteva i comunicati fascisti». Da «vecchio sovversivo», come si è definito, Toni Negri, «padre» di movimenti come Potere operaio e Autonomia, continua a tenersi alla larga dai palazzi delle istituzioni. «Che fare allora? Resistere, costruire centri sociali, lottare per i lavoratori e la pace». E porta ad esempio la rivolta dei giovani parigini contro la legge sul lavoro. «Una vera insurrezione, non come noi che lanciavamo qualche molotov», esclama.
L’ex professore di dottrina dello Stato a Padova negli anni della contestazione, protagonista di vicende giudiziarie che l’hanno portato dalla prigione all’«esilio» in Francia, ha parlato ieri al centro sociale La Chimica, nello stabile occupato di via Zagata. In un salone gremito all’inverosimile. La conferenza di Negri era stata preceduta da polemiche innescate dalla Fiamma tricolore, partito di estrema destra. Ma ieri all’ex scuola di via Zagata non si sono registrati incidenti, né contestazioni. Soltanto un numero impressionante di persone, molti i giovani, venuti ad ascoltare e applaudire l’ex «cattivo maestro». Interessati, però, più a Marx, Spinoza e Foucault che a Bertinotti e Napolitano. Ad ascoltarlo, in prima fila c’era anche il capogruppo dei Verdi, Giorgio Bertani, che mostra una dedica sul libro "Fine secolo": «Al vecchio amico ritrovato». Ma durante la coneferenza fra i due scoppia qualche scintilla. In piedi con alle spalle i manifesti contro la precarietà e per il diritto alla casa, Toni Negri parla dei suoi «movimenti nell’impero», racconti di viaggio, dall’Argentina alla Cina, compiuti «dopo 25 anni di impossibilità a muovermi perché prima la galera e poi l’esilio mi avevano privato del passaporto».
La parola d’ordine, tuttavia, è sempre lottare contro l’imperialismo americano. «Battuto», dice lui, «non solo in Iraq ma da una rinascita di un mondo pluralistico». Già, la guerra. Un tema di attualità in questi giorni a Verona. «Concetti come popolo e nazione», ha gridato, «sono concetti maledetti, fatti per mandare in guerra proletari contro altri proletari a difesa di interessi capitalistici». Ma Toni Negri, adesso, non parla più di rivoluzione ma di amore e di biopolitica (termine che dà il titolo ad un libro scritto insieme ad altri autori), come «di singolarità che formano una moltitudine in lotta per i diritti».




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