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    Predefinito Realismo politico e principi morali

    L'aspro dibattito che ho avuto nei giorni scorsi con Ronnie sul rapporto tra etica e politica, nel corso del quale lui sosteneva il primato dell'etica sulla politica, mentre io sostenevo il contrario, mi ha indotto a riportare il seguente brano che rappresenta abbastanza bene il mio punto di vista, il quale è stato un po' frainteso. Avevo pensato inizialmente a due capitoli di un libro dello storico inglese E.H. Carr, ma per motivi di tempo ho optato per un breve estratto dell'opera principale di Hans J. Morgenthau.


    Realismo politico e principi morali
    Il realismo politico è consapevole del significato morale dell’azione politica e della ineluttabile tensione fra il principio morale e i requisiti di una politica di successo; né esso vuole sorvolare su tale tensione, dimenticarla e confondere i termini tanto del problema morale quanto di quello politico, fingendo che i meri fatti politici siano moralmente più soddisfacenti di quanto sono in realtà e che la legge morale sia meno esigente di quanto essa davvero è.
    Il realismo sostiene che i principi morali universali non possono essere applicati alle azioni degli stati nella loro formulazione generale e astratta ma che essi devono essere filtrati dalle circostanze concrete di tempo e di luogo. L’individuo può dire, riguardo a se stesso, “Fiat iustitia, pereat mundus”, ma lo stato non ha il diritto di fare una simile affermazione in nome di coloro di cui si prende cura. Sia l’individuo sia lo stato devono giustificare l’azione politica attraverso principi morali universali, come quello di libertà. Tuttavia, mentre l’individuo ha il diritto morale al sacrificio di sé in difesa di un simile principio etico, lo stato non ha alcun diritto di permettere che la sua disapprovazione morale per la violazione della libertà impedisca una scelta politica di successo, ispirata dal principio morale di sopravvivenza nazionale. Non ci può essere moralità politica senza prudenza, senza cioè la considerazione delle conseguenze politiche di un’azione apparentemente morale. Il realismo, quindi, considera la prudenza – il soppesare le conseguenze di scelte politiche alternative – come la suprema virtù in politica. L’etica astratta giudica un’azione in base alla sua conformità alla legge morale; l’etica politica giudica un’azione in base alle sue conseguenze politiche. La filosofia classica e quella medievale avevano una chiara nozione di ciò, e l’aveva anche Lincoln quando diceva: “Offro il meglio di me stesso, per quanto posso e per quanto so, e ho intenzione di continuare così fino alla fine. Se i fatti mi daranno ragione, niente potrà essere detto contro di me. Ma se essi mi daranno torto, dieci angeli che giurino che avevo ragione non farebbero alcuna differenza”.

    Il realismo politico rifiuta di identificare le aspirazioni morali di una particolare nazione con le leggi morali che regolano l’universo. Come si distingue tra verità e opinione, così si distingue tra verità e idolatria. Tutte le nazioni sono state tentate – e poche sono state capaci di resistere a lungo a tale tentazione – di presentare le proprie aspirazioni particolari come fini morali universali. Ma una cosa è sapere che le nazioni sono soggette alla legge morale e un’altra è pretendere di sapere con certezza cos’è bene e cos’è male nelle relazioni fra di esse. Vi è una grandissima differenza fra il credere che tutte le nazioni siano sottoposte al giudizio divino, imperscrutabile per la mente umana, e la convinzione blasfema che Dio appoggi sempre una parte, e che ciò che uno vuole per sé sarà sicuramente voluto anche da Dio.
    Far corrispondere, senza esitazioni, un particolare nazionalismo con i disegni della Provvidenza è moralmente indifendibile, poiché si tratta di quello stesso peccato di orgoglio dal quale i tragici greci e i profeti biblici avevano messo in guardia governanti e governati. Tale equazione è perniciosa anche politicamente, poiché genera una distorsione di giudizio che, nella cecità di un fanatismo da crociata, distrugge nazioni e civiltà in nome di un principio, un ideale, o perfino il nome di Dio stesso.
    D’altro canto, è proprio il concetto di interesse definito in termini di potere che ci salva sia dall’eccesso morale che dalla follia politica. Se consideriamo tutte le nazioni, inclusa la nostra, come entità politiche che perseguono i loro rispettivi interessi definiti in termini di potenza, siamo in grado di rendere giustizia a tutte in un duplice senso: possiamo giudicare le altre nazioni come giudichiamo la nostra e, di conseguenza, mettere in atto politiche che rispettino gli interessi altrui e al tempo stesso proteggano e promuovano i nostri. La moderazione nelle scelte politiche non può fare a meno di riflettere la moderazione del giudizio morale.

    Hans J. Morgenthau, Politica tra le nazioni. La lotta per il potere e la pace, Il Mulino, cap. I.

  2. #2
    C'mon Bert
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    Predefinito

    E' un passo all'acqua di rose. Per me, in alcune periodi, usa i termini morale e diritto a sproposito: quando leggo "principio morale di sopravvivenza nazionale", io, al suo posto, userei "istinto di sopravvivenza nazionale" (inteso come comportamento amorale che ha come unico fine la sopravvivenza); quando, invece, scrive "lo stato non ha alcun diritto", io piuttosto direi "lo stato non ha alcun dovere'". Nonostante cio', resta un bel brano, ma sei piu' esplicito tu quando scrivi:

    Le giustificazioni addotte sono mere razionalizzazioni. Se un giorno qualcun altro diventerà più forte di loro, potrà comportarsi esattamente allo stesso modo. E in ogni caso chi è più debole ha tutto il diritto di tentare di diventare più forte. La morale o etica che dir si voglia, è un prodotto del potere, tant'è che nei secoli si è modificata a seconda degli interessi del potere.

  3. #3
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    Predefinito

    Riconosco che non è esente da critiche, come del resto qualunque discorso presenta qualche problema di tipo concettuale. Per esempio, nella stessa opera, Morgenthau tende a volte a confondere i mezzi con i fini (il potere è un mezzo o un fine?). Tuttavia bisogna anche considerare che la prima edizione di Politica tra le nazioni risale al 1948 ed era rivolta soprattutto ad un pubblico (per lo più accademico) statunitense: occorreva all'epoca svezzare la politica americana dall'ingenuo moralismo ed utopismo del quale era imbevuta, in un modo che potesse risultare contemporaneamente efficace ed accettabile per quel tipo di pubblico.
    Io invece non ho questo problema, e posso permettermi il lusso di essere un po' più esplicito senza rischiare il linciaggio intellettuale... grazie del riconoscimento comunque.

 

 

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