è di poca consolazione per quanto mi riguarda, ma....
L’UOMO OMBRA DEI ROSSONERI AGIVA SUI GUARDALINEE
E INVIDIAVA BIG LUCIANO
Meani, il ristoratore che sceglieva le terne
Puglisi l’assistente preferito, chiamato ultrà
13/5/2006
Andrea Malaguti
Leonardo Meani
ROMA. Il caso Milan, secondo la fotografia che ne fa la procura di Napoli, può essere descritto all’incirca così. Al di là del bene e del male, nell’oceano burrascoso e malato su cui scivola un sistema calcio moribondo e in balia dei deliri di onnipotenza di Luciano Moggi, prova a navigare come un surfista californiano anche il ristoratore di Lodi Leonardo Meani. Le onde, spesso, sono troppo alte per lui. Chi è Meani? Un signore incaricato di assistere gli arbitri per conto del Milan e convinto, forse non a torto, che le regole del gioco siano inevitabilmente alterate. Meani si pone una domanda precisa e decisamente italiota: sono io il più fesso? Figurarsi.
Figlio di ristoratori, 46 anni, titolare della amata Isola di Caprera, 400 posti a sedere, tre sale, e pienone assicurato, intuisce che Luciano Moggi si è preso la briga di condizionare gli arbitri senza posa. Li conosce, li manipola, li indirizza, li minaccia, li domina. Un sistema sperimentato, feroce, che riduce le possibilità di successo di qualunque altro competitore. Ingegnandosi neanche troppo, Meani decide la contromossa. Moggi si tenga gli arbitri, io mi prendo i guardalinee. Chi ha più potere, in fondo? Il primo legame che consolida è quello con Claudio Puglisi, ribattezzato dai colleghi «l’ultrà rossonero», il secondo con Gennaro Mazzei, responsabile degli assistenti nella commissione Can. È un buon punto di partenza ed è su questo asse che cerca di fondare il suo potere.
Un cammino non sempre redditizio, certamente meno facile del previsto. Aggirare Moggi, Bergamo e Pairetto è un’impresa titanica. Claudio Puglisi, la sua testa di ponte, ha una passione rossonera mai celata e per questo gli piace da morire. L’8 dicembre del 2002, però, l’Ultrà, chiamato a collaborare con Collina a San Siro, finisce per esagerare. C’è il Milan e c’è la Roma. Ipnotizzato dai colori dei padroni di casa - questa la versione dei pm napoletani - tende a sottovalutare un paio di episodi di una certa evidenza. Un gol di mano di Inzaghi e una gomitata dello stesso Inzaghi a Zebina. E che sarà mai? Non vede, come del resto non vede Collina. Sono le telecamere delle tv a inchiodarlo. Il riflesso è immediato e per lui doloroso.
Per due anni basta Milan. Buon senso o potere moggiano? Non è dato sapere, quello che è certo è che Puglisi viene messo da parte e che Meani deve arrangiarsi con quello che passa il convento. Mazzei gli dà una mano, ma l’universo degli assistenti è ricco di umori bizzarri. Meno soldi, più insoddisfazione. Meani non si scoraggia, si crea un giro e cerca di rivolgersi ai suoi protetti senza eccessi di gangsterismo. La sua parola d’ordine è: «Evitiamo mafiate alla Moggi». Non gli sono mai piaciuti i sistemi del direttore generale della Juventus, troppo scoperti, persino volgari, evidentemente inaccettabili. Eppure efficaci. In qualche modo Meani invidia Lucianone perché ne percepisce la forza e cerca una strada che lo porti ai suoi livelli.
Chiede informazioni, cerca di capire. In una intercettazione il ristoratore di Lodi segnala tre elementi precisi riportando presunti dialoghi con Carlo Ancelotti. La prima. «Carlo mi ha detto che Moggi, alla Juve, gli comunicava gli arbitri già al giovedì» e dunque prima del sorteggio. La seconda: «Il direttore gli domandava che tipo di calendario gradisse per il campionato, e chi preferisse incontrare prima». La terza: «La Juve ha un controllo militare dei fischietti». Dialoghi inventati? In ogni caso paurosamente sovrapponibili al disegno prodotto dalla Procura. Moggi, la Juve, gli arbitri, le sue ossessioni. Fermarli, combatterli, sconfiggerli. Meani ci prova anche per vie ufficiali e lo fa a modo suo.
Una mattina, parlando con Carraro, spiega stizzito: «Questo mondo è diventato una merda». Concetto che ricorre più volte anche in brillanti confronti dialettici successivi con più di un guardalinee. La melma che sale va fermata con altra melma. «Come dice Galliani quando si incazza, quello (Moggi) non può pretendere di comandare nel mondo del calcio. Lo dicono anche gli assistenti che lo stato degli arbitri è indecente». Gli pare di combattere per una buona causa. La sua. Si adopera per rilanciare Messina, fa di tutto per reinserire Puglisi nel giro delle partite del Milan. Ci riesce il 20 aprile del 2005, alla vigilia della sfida più delicata del campionato. Quella che oppone i rossoneri al Chievo.
La Juve è nel mirino, il Milan non può permettersi errori, Meani ottiene da Mazzei - come compensazione di un favore fatto alla Juve la settimana precedente - i due ragazzi svegli che aveva chiesto, guarda caso gli stessi di Milan-Roma del 2002. Puglisi e Babini, che però è in vena di ribellioni e annulla una rete a Crespo per un fuorigioco decisamente dubbio. Il Milan vince 1-0, gol di Seedorf, e aggancia i rivali a quota 70.
Barando? No, dicono le carte, la squadra non ottiene alcun beneficio dalle scelte della terna. L’arbitro è Paparesta. Per definire ulteriormente il contesto è utile soffermarsi su questa intercettazione del dialogo tra Meani e Babini precedente alla partita. Meani: «Dopo la purga ecco la medicina». Babini: «Bisognerebbe rifiutarla». Meani: «Perché?». «C’è bisogno di spiegarlo?». Meani, inchiodato all’avviso di garanzia proprio da Milan-Chievo e da Milan-Brescia, è convinto di sì. Il Milan, per ora, si schiera solidale al suo fianco
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http://www.lastampa.it/sport/cmsSezi...1360girata.asp




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