I recenti interventi di Benedetto XVI sulla famiglia
Non è forse il momento
che la ragione secolare faccia
pubblica professione di umiltà?
FRANCESCO D'AGOSTINO
Gli ultimi interventi di Benedetto XVI sulla famiglia (e in particolare il discorso che ha rivolto il 13 maggio ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia) hanno suscitato nel mondo "laico" italiano reazioni tipiche, ormai consuete: in alcuni, (pochi), espressioni formali di rispetto ed anche una qualche timida manifestazione di adesione; in altri (anche essi, per la verità non numerosi) irritazione, insofferenza, protesta contro il (preteso) ennesimo sconfinamento dell'autorità ecclesiale in un ambito che - si sostiene da parte di costoro - dovrebbe essere di esclusiva competenza della società civile.
In altri ancora (sicuramente la maggioranza) una sorta di presa d'atto, benevola, paziente, tollerante (e soprattutto illuminata!), unita per lo più anche ad una malevola sottolineatura (in alcuni casi obiettivamente poco evidente, ma proprio per questo pungente): ciò che la Chiesa pensa in materia di famiglia è dottrina consolidata e ben nota: perché stupirsi che il Papa la ribadisca?
Lasciamolo dire; le cose seguiranno comunque il loro corso.
Per chi la pensa in questo modo, quella della Chiesa resta comunque nel mondo d'oggi una dottrina minoritaria, destinata a sempre più affievolirsi con l'accelerazione della storia e alla quale non bisognerebbe prestare più attenzione del necessario.
Non c'è dubbio che il Papa sia ben consapevole di quanto il messaggio cristiano sulla famiglia, che egli non si stanca di riproporre, possa apparire inattuale in un mondo come quello moderno "in cui vanno diffondendosi talune equivoche concezioni sull'uomo, sulla libertà, sull'amore umano".
È proprio per questo che egli ha insistito sul fatto che non dobbiamo mai stancarci nel ripresentare la verità dell'istituto familiare. E questa verità è ben conosciuta: per usare le esatte parole del Pontefice, la famiglia fondata sul matrimonio costituisce un patrimonio dell'umanità; è una istituzione sociale fondamentale; è la cellula vitale e il pilastro della società.
Di fronte alla crisi attuale della famiglia, che in vaste aree del mondo si manifesta in quel fenomeno, ormai sotto gli occhi di tutti, che è stato efficacemente definito un inverno demografico (e il Papa non esita a riprendere questa espressione) quella che egli chiede ai credenti e in particolare alle coppie cristiane è una vera e propria nuova forma di autentica testimonianza, che esige una coraggiosa coerenza, in particolare per quel che concerne l'attestazione che (quando è riferita all'uomo e alla sua singolarissima collocazione nell'ordine del creato) la procreazione è frutto dell'amore.
È tale il rilievo che Benedetto XVI dà a queste forme di testimonianze, da arrivare a ipotizzare che esse non mancheranno "di stimolare i politici e i legislatori a salvaguardare i diritti della famiglia".
Nel suo principio la verità della famiglia non possiede un carattere religioso, né tanto meno cristiano; la famiglia è la via necessaria attraverso la quale si costruisce la soggettività umana, nella sua irriducibile specificità. È solo in quanto è un essere familiare, che l'uomo conquista la sua identità; è solo attraverso i ruoli familiari (quello di padre, di madre, di figlio e figlia, di fratello e sorella, ecc.), è solo quindi in quanto è un essere familiare che l'uomo supera la sua identità strettamente biologica ed acquisisce una identità propriamente umana, una identità singolarissima, che spetta a lui solo e che è adeguatamente simboleggiata nel nome col quale ogni uomo chiama se stesso e dagli altri si fa interpellare. Se nel mondo animale esiste un primato della specie sull'individuo, nell'uomo è vero esattamente il contrario: l'individuo umano (ogni individuo umano) ha un primato sulla specie: di qui il valore assoluto della persona. La dottrina cristiana secondo la quale in ognuno di noi è presente un'anima creata individualmente da Dio rappresenta la perfetta versione teologica di una verità filosofica, che possiede un suo autonomo substrato antropologico.
Perché la cultura "laica" dovrebbe rifiutare questa dottrina o ritenerla storicamente superata?
Non si tratta, lo si è appena detto, di una dottrina ad esclusivo fondamento biblico, religioso o teologico. È peraltro fuor di dubbio che la fede offre all'istituzione familiare un dono prezioso: la consapevolezza (per usare ancora le parole del Papa) che "la famiglia cristiana coopera con Dio non soltanto nel generare la vita naturale, ma anche nel coltivare i germi della vita divina donata nel Battesimo". Ma questo dono, pur nella sua grandezza, non altera, ma arricchisce, la realtà antropologica della famiglia. L'impegno per la difesa della famiglia non è quindi un impegno primariamente confessionale. E la critica che il Papa muove ai diversi tentativi di accreditare giuridicamente le unioni di fatto e soprattutto di alterare la definizione del matrimonio legalizzando le unioni omosessuali ha in primo luogo l'obiettivo di difendere attraverso la famiglia un bene umano insostituibile.
Ne consegue che il diffuso atteggiamento di rimozione e di marginalizzazione delle tematiche ribadite dal Pontefice in tema di famiglia, così come il suo appello a politici e legislatori perché salvaguardino i diritti della famiglia, richiedono una riflessione più attenta di quelle che usualmente vengono fatte. Non possiamo, ancora una volta, cadere in una vecchia trappola, quella per la quale esisterebbero due paradigmi, quello della ragione secolare e quello della ragione religiosa, l'un contro l'altro armati e destinati a confrontarsi sterilmente, perché reciprocamente irriducibili. Non possiamo cedere alla speciosa teoria, tante volte oggi ripetuta, secondo cui, nelle società attuali, caratterizzate da un vero e proprio politeismo etico, ogni dialogo sui valori e sulle pratiche sociali sarebbe tutto sommato insensato, come ogni dialogo tra sordi.
Non possiamo abbandonarci alla (pigra) conclusione, secondo la quale non essendoci un unico, vero modello di famiglia tutti i pretesi modelli di convivenza familiare sarebbero giustificabili e addirittura meritevoli di tutela giuridica. È soprattutto il pensiero laico che non può più permettersi questi atteggiamenti, che si radicano in veri e propri dogmatismi, fragili e antiquati.
È indispensabile una nuova attenzione da parte di tutti (e da parte dei "laici" in particolare) sia nei confronti degli appelli ai valori umani universali che la Chiesa è solita formulare (e che anzi essa, come "esperta di umanità", ha il dovere di formulare), che nei confronti di quel surplus di motivazione che la Chiesa - annunciando il Vangelo e quindi parlando nel solco della sua specifica tradizione - porta all'attenzione della cultura laica. È necessario che la c.d. ragione secolare, con la dovuta umiltà che dovrebbe essere in generale propria di ogni espressione della ragione umana, ma che in particolare dovrebbe caratterizzare l'uso della ragione da parte dei non credenti, sappia porsi in posizione di ascolto soprattutto nei confronti di questo surplus.
Nel dibattito - rimasto sotto diversi profili epocale - tra Jürgen Habermas e Joseph Ratzinger, promosso dall'Accademia cattolica bavarese, che si svolse il 19 gennaio 2004 a Monaco, emerse un tema prezioso. Habermas, senza rinunciare alle sue opzioni filosofiche di fondo, che come è noto sono antimetafisiche e rigorosamente non religiose, ha riconosciuto come sia la ragione secolare che la ragione credente debbano entrare in un processo di apprendimento complementare, in particolare per quel che riguarda i temi più controversi della sfera pubblica (e quale tema è oggi più controverso di quello della famiglia?). L'indicazione è fortemente innovativa e provocatoria e - va riconosciuto - più per la ragione secolare che per quella credente.
È da tempo, infatti, che i credenti sono pronti, senza alcun imbarazzo, ad acquisire tutto ciò che di vero e di buono può loro provenire dalla ragione secolare. Sono anni che Joseph Ratzinger ci esorta pubblicamente "a non dare adito all'illusione che la teologia abbia una risposta per ogni cosa". Ma ora è forse giunto il momento in cui anche la ragione secolare deve fare un'analoga, e pubblica, professione di umiltà. C'è una dimensione di sapere che la ragione secolare non è in grado di acquisire con le proprie forze o che le richiederebbe uno sforzo straordinario riuscire ad acquisire. Alcune verità fondamentali sulla famiglia (la stabilità, la fiducia nella vita e nel futuro, l'amore reciproco, l'incessante ricerca di mutua comprensione, i sacrifici che ogni membro della famiglia è chiamato a compiere per il bene della famiglia stessa), verità che il credente percepisce con assoluta immediatezza nella luce della sua fede, possono apparire opache agli occhi del non credente e tali da esigere da lui lo sforzo di un ulteriore impegno morale.
Analogamente, alcune difese e alcune forme di promozione giuridica della famiglia, soprattutto per quel che concerne la sua stabilità e la sua apertura all'ordine delle generazioni, la cui ragionevolezza si impone come evidente agli occhi della ragione credente, possono apparire irrilevanti o addirittura superflue agli occhi della ragione secolare (salvo poi, da parte di questa, il rilevare con amarezza quante patologie sociali e quante lacerazioni la crisi della famiglia induce nel tessuto sociale e soprattutto nel mondo giovanile). È forse giunto il momento, per la cultura "laica", di prendere assolutamente sul serio l'indicazione di Habermas: l'orizzonte religioso non appartiene al passato; le indicazioni della Chiesa - in particolare, quando essa offre il suo contributo alla difesa e alla promozione della dignità dell'uomo - possono veicolare preziosi contributi cognitivi per la ragione secolare.
Il bene umano chiede a tutti, credenti e non credenti, una rigorosa attenzione alla verità dell'uomo. Il dibattito sulla famiglia non è riducibile al duello tra due contrapposte visioni del mondo, ma va impostato a partire da un comune impegno per la verità e va tradotto nelle forme di una reciproca disponibilità ad apprendere. È da tempo, ripetiamolo, che la Chiesa ha manifestato questa disponibilità, assumendo nei confronti della ragione secolare atteggiamenti di rispetto e soprattutto di attenzione. È tempo che la ragione secolare ricambi questa disponibilità, perché la posta in gioco non è il bene della Chiesa, ma il bene dell'uomo.
(©L'Osservatore Romano - 19 Maggio 2006)




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