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Discussione: Cultura

  1. #1
    Veritas liberabit vos
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    Unhappy Cultura

    La rivoluzione culturale di Repubblica

    CULTURA


    di Rino Cammilleri


    "Il Kattolico", rubrica de "Il Timone",
    n. 53, maggio 2006



    Scusate se ancora una volta insisto sull'importanza della
    cultura ma ho sotto gli occhi l'agenzia "Corrispondenza
    romana" dell'11 febbraio 2006 e quanto vi è riportato mi ha
    fatto venire il sangue agli occhi.
    Riassumo: intervistato dal settimanale "L'Espresso" (il 26
    gennaio u.s.) per celebrare i trent'anni anni di attività
    del quotidiano "La Repubblica" (fondato il 14 gennaio 1976
    da Eugenio Scalfari), il suo attuale direttore, Ezio Mauro,
    ha sottolineato l'importanza della battaglia culturale per
    il successo della guerra politica.
    Egli ha affermato -con orgoglio- che il suo quotidiano "è
    stato un agente della modernizzazione" del Paese e che il
    suo successo (ricordo che "Repubblica" è il secondo
    quotidiano nazionale per copie vendute dopo il "Corriere
    della Sera", che non di rado raggiunge e talvolta supera) è
    dovuto al fatto di essere manifestazione e strumento "di un
    mondo più culturale che politico".
    La sua azione è stata principalmente "culturale", intendendo
    con questo termine la creazione di mentalità, tendenze e
    costumi di massa.
    Insiste Mauro: "Oggi la discussione sui grandi temi etici e
    culturali predetermina le scelte politiche. I giornali lo
    hanno capito, almeno alcuni". E fa l'esempio del quotidiano
    "Il Foglio", che conduce una battaglia culturale di segno
    opposto, dicendo che "su questo, la partita giornalistica è
    tra noi e loro".

    Si noti che non ha nemmeno preso in considerazione altre
    testate pur alla sua in linea di principio avverse come "Il
    Giornale" o "Libero" o "La Padania", che tifano per il
    centrodestra.
    "Avvenire", quotidiano dei vescovi, come appunto i vescovi,
    non prende posizione tra destra e sinistra, diversamente,
    per esempio, dalle riviste "Famiglia Cristiana" e "Vita
    pastorale".

    Tornando all'intervista di Mauro, egli a un certo punto
    afferma che, dell'importanza della battaglia culturale, "la
    Chiesa s'è accorta: ha scelto un papa filosofo e teologo,
    non un papa pastore".
    Personalmente penso che la Chiesa abbia eletto un papa
    teologo più per rimettere ordine in casa propria che per l'esterno;
    infatti, a questo tipo di "scoperte", la storia insegna che
    la Chiesa di solito arriva buon ultima (penso, tanto per
    fare il primo esempio che mi viene in mente, al documento
    sul New Age, esternato solo quando il New Age era stato
    abbondantemente superato dal Next Age e quest'ultimo dal
    nichilismo tout court).
    Ne fa fede l'assoluta non incidenza sul piano della cultura
    (nel senso inteso da Mauro, che condivido) della pur enorme
    disponibilità mediatica del cattolicesimo italiano
    (televisioni, radio, stampa, librerie specializzate, case
    editrici, produzioni cinematografiche, intere congregazioni
    fondate apposta per la "buona stampa", eccetera).

    Ma torniamo a Mauro, che aggiunge -e a ragione- che nemmeno
    il centrodestra pur al governo ha capito l'importanza della
    battaglia culturale: "Berlusconi ha perso la grande
    occasione di fondare una moderna cultura conservatrice in un
    Paese che non l'ha mai avuta. Eppure, così avrebbe trovato la vera immortalità".
    Interessante a questo punto l'ultima battuta riportata
    dall'agenzia; dice Mauro che "se nel Paese partisse una
    discussione sull'eutanasia, il centrosinistra non avrebbe la
    minima attrezzatura per affrontarlo; invece la destra prende
    a prestito i precetti della Chiesa, dotandosi di un pensiero
    forte e riconoscibile".
    Così dicendo, Mauro ammette implicitamente che le migliori
    armi culturali del centrodestra si trovano nel bagaglio
    della dottrina cristiana.

    Purtroppo, la personalizzazione dell'intero centrodestra sul
    suo leader, e il controcanto fattogli dal centrosinistra,
    che ha sempre concentrato i suoi sforzi per demonizzare la
    persona, così acuendo e cronicizzando la personalizzazione
    carismatica, hanno finito col distogliere del tutto il
    centrodestra dall'importanza della battaglia culturale, che
    non è mai stata nemmeno intrapresa.
    Basta vedere, per esempio, i giornali che lo sostengono: le
    firme migliori sono tutte concentrate sugli editoriali
    politici, laddove la famosa Terza Pagina, quella culturale,
    è affidata a redattori di secondo piano, alcuni dei quali,
    addirittura, potrebbero benissimo figurare anche su
    pubblicazioni di sinistra.
    Ben altro spessore hanno le Terzepagine di "Repubblica",
    "Corsera", "La Stampa", cioè i tre maggiori quotidiani
    nazionali, le cui "linee", tra l'altro, sono ormai
    indistinguibili.

    Insomma, il direttore del giornale che ha "separato i fatti
    dalle opinioni" nel senso di trasformare anche i fatti in
    opinioni e, così facendo, ha più d'ogni altro contribuito a
    secolarizzare, laicizzare ed edonizzare la testa degli
    italiani dice chiaro e tondo qual metodo detto giornale ha
    usato per trent'anni; dice, ed ha ragione, che il metodo
    funziona; dice, ed ha ragione, che sono fessi tutti gli
    altri che non hanno fatto né fanno lo stesso.

    Quando, trent'anni fa, partì l'iniziativa, questo nostro
    popolo ancora considerava semplicemente aberranti certi
    fenomeni di costume che oggi accetta tranquillamente.
    Oggi è normalissimo che la stragrande maggioranza degli
    italiani sia considerata "la minoranza dei cattolici ".
    Si parla dei "cattolici" come se fossimo negli Stati Uniti,
    dove effettivamente sono minoranza. E se ne parla come se
    "normale" fosse la "laicità", cioè l'ateismo (o l'agnosticismo,
    anche se la differenza è solo bizantina).

    Una (ripeto, una) delle conseguenze è che siamo
    continuamente trascinati a votare in referendum in cui noi
    cattolici facciamo la parte di quelli che vogliono vietare
    qualcosa a qualcun altro, con gli imbarazzi che ne seguono;
    non è facile, infatti, spiegare perché siamo contro l'aborto,
    contro la fecondazione artificiale, contro i Pacs, contro le
    nozze gay, contro l'eutanasia, e via contrastando.
    E' una lunga guerra culturale ciò che ha fatto accettare
    come "normale" l'idea che ognuno ha il diritto di fare quel
    che gli pare se non dà (apparente) fastidio agli altri; ed
    ha fatto semplicemente sparire anche dal linguaggio il
    concetto di "bene comune".
    Autorità, responsabilità, dovere: se questi concetti evocano
    ormai cose negative nella testa dei più, e specialmente dei
    più giovani, lo si deve alla lunga guerra culturale che è
    stata condotta negli ultimi quarant'anni.
    Ed è stata una guerra realmente asimmetrica, perché l'avversario non hai mai neanche pensato a dotarsi dei mezzi (e degli
    uomini) per rispondere
    .
    Prevengo l'obiezione: con un comitato estemporaneo al
    massimo vinci un referendum.
    Ma, se non parti alla riscossa, hai fatto solo perdere un po'
    di tempo all'avversario.
    [Bravissimo Rino, ma nn siamo negli USA, bensì tra il coro delle voci bianche N.d.R.]
    http://www.iltimone.org/



    Sveglia o sarà troppo tardi o forse è già troppo tardi

    "Affinché il Male trionfi, occorre che gli uomi i giusti non facciano alcunché"
    Edmund Burke

    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da antonio
    Messori pero' scrive sul Corriere, no?
    Un resistente caro Antonio. Piutosto occorre domandarsi perché in 40 anni ci siamo ridoti così....
    Siamo all'inverno e qualcuno crede che ci sia la primavera

    Pensiero forte, identità granitica, restaurazione cattolica: ecco gli antidoti.
    Altrimenti? Capitolazione totale

 

 

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