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Discussione: Vieni Avanti Prodino

  1. #1
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    Predefinito Vieni Avanti Prodino

    Il Calvario di Romano Prodi

    di Salvatore Tatarella da Ideazione


    L’oracolo della Cassazione ha sostanzialmente confermato i risultati elettorali comunicati la notte tra il 10 e l’11 aprile dal ministero dell’Interno. Resta quindi confermata quella che Gianfranco Fini ha giustamente definito la vittoria “aritmetica, non politica” dell’Unione, quel paradossale incidente della storia che ha forse consegnato, ad una coalizione sonoramente battuta al Senato e vincitrice di strettissima misura alla Camera, un numero di seggi in Parlamento sufficiente ad ottenere la fiducia. Noi crediamo che a questo punto sia ineluttabile che il Capo dello Stato, appena prassi e decenza costituzionale glielo permetteranno, incarichi Romano Prodi di formare il governo. Riteniamo probabile che a Palazzo Madama il ministero così composto riuscirà a strappare una risicatissima fiducia. Subito dopo comincerà un lungo e doloroso Calvario nel quale la maggioranza si sbriciolerà su ogni provvedimento di una certa serietà, nel quale il centrodestra avrà il pratico controllo dei lavori parlamentari, almeno al Senato, e nel quale il prevedibile peggioramento dei conti pubblici dovuto alla perdita di fiducia nel “sistema Italia” indurrà a scelte demagogiche o impopolari fino all’inevitabile splash-down.

    C’è chi lo colloca a ottobre, chi pensa che si possa tirare avanti fino a Natale; ma non c’è osservatore accreditato che pensi seriamente al governo Prodi come ad un governo di legislatura quale quello di cui immeritatamente prenderà il posto. Che succederà allora? Né le ragioni del clima né quelle dell’economia consentiranno un immediato ritorno alle urne, anche perché non si potrà chiedere ai “tacchini” del centro-sinistra di preparare il cenone di Natale di cui sarebbero le vittime predestinate. Riprenderanno allora quota le ipotesi di una Grosse Koalition, di un governissimo o governo istituzionale che dir si voglia e si cercherà di realizzare quello che uno statista autentico come Silvio Berlusconi ha limpidamente enunciato come un accordo a tempo di durata biennale fra le grandi culture politiche del Paese per tirare l’Italia fuori dai guai e poi restituire la parola ai cittadini. Una destinazione 2008 che comporti, magari con un accordo su una nuova legge elettorale condivisa e per una moratoria temporanea sulla riforma costituzionale, un percorso di difesa dell’interesse nazionale coniugato ad un più lineare riassetto del nostro sistema politico.

    Il problema sembra essere quindi non “se” ci sarà il governissimo, ma “quando” ci sarà. E siccome fra le grandi culture politiche del Paese c’è a pieno titolo quella rappresentata da Alleanza Nazionale il nostro partito dovrà farsi trovare pronto all’appuntamento. Anche per evitare che si ripeta l’errore che abbiamo commesso ai tempi del tentativo- Maccanico, quando, frastornati dalla rigenerazione interna e da qualche calcolo di troppo, dicemmo no al governo delle larghe intese per poi rimanere cinque anni all’opposizione. Quella “paura di volare”, per dirla con Erica Jong, pesò a lungo sulla riflessione politica di An. Possiamo dire che l’errore di allora fu la premessa della definitiva maturazione di Gianfranco Fini, che da quel momento non fu mai più “soltanto” il presidente di Alleanza, ma una grande risorsa a disposizione della nazione. Sul piano estetico il governassimo non piace e non può piacere. Piace ancor meno a chi, come chi scrive, è persuaso che il commissariamento della politica da parte dei poteri forti sia tra le cause della difficile transizione italiana. Ma quando c’è di mezzo il bene della Patria nessuno, a destra, può avere dubbi. Teniamoci quindi pronti, senza miopie propagandistiche o egoismi meschini, a fare per intero il nostro dovere. E preghiamo che la lucidità dei dirigenti dell’Unione li induca a convincere presto il vanesio e arrogante Romano Prodi che il suo sogno è finito prima ancora di incominciare.

  2. #2
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    Vai Avanti Tu che a Me vien da Ridere


  3. #3
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    Difesa, una poltrona per due Scontro tra Bonino e Mastella

    di Luca Telese da Il Giornale


    Emma contro Clemente, Clemente contro Emma, all’insegna del più classico dei ritornelli della politica italiana, «una poltrona per due», si celebra un duello senza quartiere. Un braccio di ferro che si protrae per tutta una giornata, sul possibile incarico di ministro della Difesa. Alla fine (anche qui un classico) c’è persino chi dice che tra i due contendenti potrebbe uscire fuori un terzo nome - il terzo che immancabilmente gode -, magari proprio Arturo Parisi, presidente della Margherita, molto gradito, si dice, alle gerarchie in grigioverde.
    E poi, come spesso accade nelle partite complesse, la sfida fra Emma Bonino e Clemente Mastella rappresenta di più e mette in gioco di più: in primo luogo, la fine del galateo ministeriale e del nondetto concorrenziale, quello per cui se si voleva una carica si cominciava col chiederne un’altra. Ed invece Clemente Mastella ha messo fine alla vicenda dei «Franceschi tiratori» dicendo che da quel momento in poi si riteneva «un soldato dell’Ulivo» (capita l’allusione?). E la Bonino dal canto suo si è autocandidata ancora più esplicitamente, senza ricorrere a perifrasi o a intermediari: «Per quel ruolo mi ritengo più qualificata di Mastella». Un tempo erano «gli amici» che lo chiedevano, adesso è l’«io» che lo vuole e lo reclama, con la conseguenza che nell’Unione saltano gli ammortizzatori e le sospensioni: «Starà a Romano Prodi - minacciava chiaramente la Bonino a fine serata - scegliere tra le proposte avanzate da due componenti dell'Unione. Gli altri valuteranno se far parte della coalizione di governo, e in questo non c'è nulla di scontato». Ovvero: se Mastella andasse alla Difesa la Rosa nel pugno potrebbe arrivare all’appoggio esterno. Ma l’indomabile pasionaria radicale si è spinta più in là: «Vorrei ricordare - aggiunge la Bonino - la mia esperienza nella Commissione europea. Oggi la Difesa è soprattutto dossier internazionali, peacekeeping e sostegno al mondo democratico». La questione non è da poco, anche perché la deputata della Rosa nel pugno denuncia che il suo partito è stato «scippato» di quattro senatori e sottolinea l’«importanza fondamentale» rappresentata da una applicazione «corretta e letterale della legge elettorale al Senato». Insomma, i quattro senatori «scippati» della Rosa, farebbero la differenza con i tre pensantissimi dell’Udeur. Così, a questa offensiva, Mastella risponde in modo più classico: «Per me, cattolico, il mese di maggio è il mese dei fioretti: ho fatto il fioretto di non parlare di ministeri e candidature. Anche perché uno non si candida, o viene scelto o non viene scelto». Come dire: io non mi candido, siete voi che mi dovete scegliere. E poi, con una notazione più sibillina: «Aspettiamo se il governo c'è prima del Quirinale o viceversa». Ovvero: ricordarsi che la partita del governo influenzerà anche quella del Colle. Il che è evidente e tautologico ma, sottolineato dal più grande contrattatore della politica italiana, sicuramente acquista un valore del tutto particolare.
    Insomma, l’esplicitazione della contesa ha prodotto il rovesciamento dei ruoli: Mastella, l’uomo che non ha mai fatto mistero di parlare la lingua della realpolitik (ricordarsi il memorabile «Io sono Mastellik, e a me nessuno mi fotte!»), insegue un arbitrato, chiede che un galateo più antico lo tuteli. La Bonino, che da sempre è abituata a fare politica senza poltrone, punta i piedi e pone sul tavolo il più tradizionale degli ultimatum: o con me, o senza di noi. Chissà che in questo scambio di ruoli non ci sia tutto il paradosso di una coalizione che, per il momento, trova il suo punto di equilibrio solo nel conflitto.


  4. #4
    calzettoni abbassati
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    Citazione Originariamente Scritto da Mantide
    Il Calvario di Romano Prodi

    di Salvatore Tatarella da Ideazione


    .....realizzare quello che uno statista autentico come Silvio Berlusconi ha limpidamente enunciato come un accordo a tempo di durata biennale fra le grandi culture politiche del Paese.......



    meglio che a Zelig...

  5. #5
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    Tranquillo,che il Prodino ci fara' fare piu' risate...un posto a Zelig accanto ai suoi Ghost Writers Bisio,Giallappa's,Cornacchione e Simili non gli manca...almeno non rimarra' disoccupato come i Sondaggisti di Sinistra.

  6. #6
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    Altro che partito unico
    I Ds e la Margherita come fratelli coltelli nella stessa coalizione

    Sono sempre più evidenti, persino agli osservatori amici della nuova maggioranza, le difficoltà con cui deve fare i conti il professor Prodi per garantire gli equilibri del futuro esecutivo.

    Un sentore di questo si era già avuto sulla scelta dei vertici istituzionali. Ora, le ruggini accumulate nei processi che hanno portato alle elezioni dei tre presidenti, si riverberano sulla composizione del governo.

    Il caso più eclatante è stato quello dei vicepremier e, se pure ora - dopo un weekend in cui si è consumato un estenuante braccio di ferro - sembrerebbe risolto, vale la pena osservarlo con una certa attenzione.



    Una tormentata segreteria Ds, venerdì scorso, aveva fatto capire di essere contraria alla nomina di due vicepresidenti del Consiglio. La ragione accampata era che non se ne capiva l'utilità, oltretutto perché entrambi del futuro partito democratico, lo stesso che Prodi vorrebbe nascesse nei prossimi mesi. La verità è che il capodelegazione dei Ds, l'onorevole D'Alema, non aveva nessuna intenzione di fare il secondo a qualcuno, come ampiamente spiegato dalle dichiarazioni dei suoi più stretti collaboratori. L'onorevole D'Alema, la cui candidatura è stata ritirata alla presidenza della Camera e alla Presidenza della Repubblica per ragioni politiche, entrava nel governo solo se dotato di una evidente autonomia nei confronti del premier, come un potentato autonomo dentro un altro potere. Certo, può essere che questo ambito di distinzione preteso dall'onorevole D'Alema venga in qualche modo ammorbidito nelle prossime ore, ma davvero ci stupiremmo di vedere D'Alema vice di Prodi.

    Indipendentemente poi da come si risolva questa vicenda, essa evidenzia il problema di fondo che separa Ds e Margherita. Questi ultimi non hanno voluto il presidente dei Ds al Quirinale, non lo hanno difeso per la presidenza di Montecitorio, ed ora il presidente Ds non ha molta voglia di sostenerne le rivendicazioni interne all'esecutivo, quali appunto la vicepresidenza del Consiglio. Per cui, come chiosa Paolo Franchi sul "Corriere della Sera", Ds e Margherita, "proprio quando dovrebbero mettere all'ordine del giorno l'unificazione" dei rispettivi organismi, "sembrano impegnati in primo luogo a sospettarsi e a marcarsi stretti l'un l'altro". Ora non vorremmo peccare di pessimismo, ma in tali condizioni il partito democratico ritarderà a vedere la luce, e la sua ipotetica costruzione rischia si essere più una spina che un guanciale per il presidente del Consiglio perché, senza un'intesa strategica di fondo fra i due principali partiti della coalizione, il respiro del governo andrà presto in affanno. Se poi dovesse scoppiare la scintilla della rivalità invece che quella dell'unificazione, non vorremmo essere nei panni di Prodi, vaso di coccio fra vasi di ferro.

    Ma questo è soltanto il prologo in cielo della commedia che si sta allestendo nella sede di piazza Santissimi Apostoli. Ci sono poi le caselle del governo da sistemare per tutte le forze politiche.

    Citiamo ancora Paolo Franchi, che a proposito ha un umore melanconico: "si parla di una coalizione di (almeno) otto partiti", scrive Franchi, ma "tenerli insieme esaudendo, nei limiti del possibile, i desideri di tutti sarebbe un'impresa molto complicata". Accipicchia se lo è! Soprattutto quando è anche particolarmente ampia non solo la schiera dei pretendenti ai posti di primo piano nel governo, ma anche la distanza delle posizioni. Vedi nel caso specifico la differenze che corrono fra la Rosa nel pugno ed il partito dei Comunisti di Diliberto. Metti infatti che finalmente Romano Prodi abbia deciso di affidare la Difesa ad Emma Bonino, rischiando magari l'appoggio esterno di Mastella, ed ecco Diliberto, convinto di vedere ritirare i militari italiani dall'Iraq già a luglio, ricordare che si tratta di una guerrafondaia. Ma se la Bonino è una guerrafondaia, come è possibile che il pacifista Diliberto ci abbia fatto un accordo politico-elettorale?

    Misteri che solo il professor Prodi potrà svelare. Certo che il professore, ancora non è partito, ma in queste condizioni è già stato costretto ad una piccola bugia, quando rivendicava l'incarico già dal presidente Ciampi, asserendo di essere pronto con il suo governo. Una piccola bugia, o una grande illusione.

    Roma, 15 maggio 2006

    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  7. #7
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    Consultazioni/La Malfa: meglio governo larghe intese

    Sarebbe meglio un governo di larghe intese. A sostenerlo è il presidente del Pri Giorgio La Malfa, ascoltato dal capo dello Stato in rappresentanza della sua componente nel gruppo misto della Camera. "Premesso che la consistenza delle forze parlamentari del centrosinistra da loro titolo e responsabilità di scegliere come impostare la questione della Costituzione del governo - dichiara La Malfa - osserviamo che la gravità oggettiva dei problemi da affrontare, specialmente in campo economico, e la esiguità della maggioranza di cui la sinistra dispone almeno in una delle Camere, sconsiglierebbe una formula di governo a base parlamentare ristretta". La Malfa, che cita quindi l'esperienza tedesca, osserva che il rischio che ci si potrebbe trovare ad affrontare è quello di una "sostanziale impotenza del governo in un clima di aspra contrapposizione politico-parlamentare", con la conseguenza di una difficoltà a far riprendere la crescita economica dell'Italia. Il presidente del Pri osserva che "sarebbe stata auspicabile una diversa impostazione della legislatura, anche perché - conclude - una volta partiti così diventerà molto difficile immaginare e costruire soluzioni più condivise".

    Roma, 16 maggio 2006 (Ansa)

    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  8. #8
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    Governo: Bonino, siamo delusi

    Commento del leader radicale dopo l'incontro con Prodi
    (ANSA) ROMA, 17 MAG

    "Siamo delusi": lo dice la leader radicale Emma Bonino lasciando Ss. Apostoli dopo un colloquio con Romano Prodi. All'incontro era presente anche il segretario dello Sdi. Ora Boselli e Bonino riferiranno alla segreteria della Rosa nel Pugno, riunita a Montecitorio, l'esito dell'incontro con il Professore.

  9. #9
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    L’Unione tratta ma non trova l’intesa E Prodi sbotta: è colpa della Quercia

    di Laura Cesaretti da Il Giornale

    Tra stasera e domani l’incarico al Colle. Amato verso gli Interni, si cerca un ruolo per Fassino

    Per litigare sui ministri c’è ancora tutta la giornata di oggi e la nottata tra oggi e domani. Presumibilmente Romano Prodi otterrà tra stasera e domani mattina il sospirato incarico di formare il governo e a quel punto, assicurano i suoi, il Professore vuole avere già la lista dei ministri in tasca da consegnare a Giorgio Napolitano, per tagliare corto con l’infinita catena di beghe che i partiti della sua coalizione gli hanno messo ogni giorno sul tavolo.
    Ieri notte ennesimo vertice dell’Ulivo, mentre da fuori i «piccoli» bombardavano: l’Udeur annuncia l’appoggio esterno, perché «siamo del tutto insoddisfatti di come si evolve la trattativa sul governo». Anche se a notte fonda per Mastella si profila l’ipotesi del dicastero della Giustizia. La Rosa nel pugno prosegue il pressing su Emma Bonino alla Difesa, raccogliendo consensi trasversali dal centrosinistra (da Maccanico a Cossiga passando per Cesare Salvi). Ma il premier in pectore, raccontano a Santi Apostoli, ce l’ha soprattutto con un partito: la Quercia. «Siamo appesi alle loro guerre intestine da settimane, cambiano idea ogni giorno, ci stanno facendo fare una figura ridicola davanti a tutto il Paese», è il tono degli sfoghi che si raccolgono dalle parti del Professore. Che in questa fase invece pare avere un rapporto idilliaco con Francesco Rutelli, forgiato nella comune battaglia d’interdizione sul Quirinale: i due avevano lo stesso candidato del cuore (Giuliano Amato) e lo stesso timore, l’ascesa al Colle di Massimo D’Alema. Ieri la Quercia ha dato via libera anche alla creazione dei due vicepremier, in condominio Ds-Dl. Saranno, secondo copione, Francesco Rutelli (ministro dei Beni culturali) e Massimo D’Alema (alla Farnesina). L’ok, ormai scontato, è arrivato ieri mattina da una riunione di vertice della Quercia, allargata alle minoranze interne (c’erano Mussi, Salvi e Fulvia Bandoli). Riunione nella quale, raccontano, qualche voce si è levata per dare ragione ai piccoli partiti dell’Unione, in guerra contro l’Ulivo «pigliatutto»: «Abbiamo nove ministeri noi, sei la Margherita e tre Prodi: è decisamente troppo». Il segretario ha indicato le donne da promuovere al governo: Livia Turco (alla Salute), la responsabile femminile Barbara Pollastrini (forse Pari Opportunità) e Vittoria Franco, attuale responsabile cultura al Botteghino e sponsorizzata da Anna Serafini in Fassino. È stata anche affrontata la questione meridionale: nella delegazione ds c’è abbondanza di ministri del Nord, a cominciare dalla superstar Pierluigi Bersani, e neppure un uomo del Sud. Il che ha fatto rialzare le quotazioni del calabrese Marco Minniti: candidato «naturale», per la sua esperienza, al ministero degli Interni («Saresti il mio miglior successore», gli ha detto Beppe Pisanu) o alla Difesa, è tagliato fuori a causa della collocazione di D’Alema, di cui è stato braccio destro al governo: Esteri e Difesa o Esteri e Interno non possono andare allo stesso partito (e stessa corrente). Ieri, in casa ds, si è ipotizzata la sua collocazione alle Politiche comunitarie, o in alternativa a viceministro degli Interni con delega alla Pubblica sicurezza. Ma nella riunione al Botteghino si è anche discusso il caso Fassino: ossia come ottenere da Prodi un’investitura al segretario ds, rimasto fuori dal governo per lasciare il passo a D’Alema, come «coordinatore politico» dell’Ulivo, ossia guida del processo di costruzione del partito democratico che dovrebbe nascere dalla fusione Ds-Dl. Ipotesi che in casa rutelliana trova una risposta poco conciliante: «Al massimo può fare il capodelegazione ds nell’Ulivo». E in casa prodiana l’accoglienza non è più calda: «Se è disposto a rinunciare alla guida dei ds, si può discutere. Altrimenti no: il coordinamento dell’Ulivo lo farà Prodi, non può certo farlo il segretario di un partito».
    Altro caso aperto è quello di Giuliano Amato: Fassino e D’Alema, raccontano i ds, lo hanno contattato sabato proponendogli il Viminale. E hanno girato la proposta a Prodi, il quale avrebbe detto: «Amato è una risorsa preziosa, ma visto che lo proponete voi rientra nella vostra quota», ossia rinunciate ad un ministero. Cosa che la Quercia avrebbe rifiutato. Il Professore, secondo i suoi, preferirebbe Amato alla Giustizia o alla Difesa, «dove ci risolverebbe il problema tra Bonino, Parisi e Mastella». La Margherita, che con il dottor Sottile ha ormai un rapporto privilegiato, lo vede bene «dove lui sceglierà di collocarsi». Il gioco dell’oca si chiuderà solo domani.


  10. #10
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    Quando diceva: «La lista? Ce l’ho in tasca»
    Per il presidente del Consiglio in pectore doveva già essere pronta il 5 maggio scorso

    di DARIO CASELLI da Il Tempo

    LA lista dei Ministri? Già fatta. È in tasca. Questione di ore. È in fase avanzata. Entro 48 ore dall’incarico la presenterò. Il 5 maggio sarà pronta. Per quando avrò l’incarico sarà fatta. La lista dei ministri è ovviamente quella del futuro Governo Prodi, il secondo. Tutti ne parlano. Tutti dicono che è pronta. C’è addirittura qualcuno che dice di averla vista. Ma finora si è andati avanti solo per dichiarazioni, buoni propositi e promesse. Sembra un po’ come la tela di Penelope, pronta di giorno e disfatta di notte. E, per quanti sforzi faccia, è evidente che Romano Prodi è in difficoltà. Rincorre se stesso. Si corregge. Un giorno annuncia di averla in tasca, l’altro che si è a buon punto. Che scioglierà subito la riserva e che per il 5 maggio la presenterà. Ma la verità è che della lista dalle elezioni fino ad oggi se ne sono perse le tracce. E veniamo ai fatti. È il 23 aprile, l’onda lunga dell’incertezza del voto sembra ormai alle spalle e così dalle colonne de La Stampa Prodi parla di «governo lampo», di un esecutivo dove «la lista sarà formata entro 48 dall’incarico». Erano i giorni in cui l’Unione sperava di vincere le resistenze del presidente della Repubblica ed avere subito il mandato dopo l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Passa solo un giorno ed il 24 aprile il Professore, in una delle sue passeggiate romane fuori dallo studio di piazza Santi Apostoli, aggiunge che ormai «la lista del governo è in fase avanzata». Passa una settimana, ma della lista nessuna neanche l’ombra. Così il Professore, il 30 aprile, interviene per fugare i dubbi: «Ho già in mente a grandi linee la squadra dei ministri. Ho le idee chiare». Passano solo poche ore e il leader dell’Unione azzarda perfino una data: «L’obiettivo è essere pronti per il 5 maggio». Arriva il primo maggio ma la lista è ancora un mistero. Prodi ritorna sui suoi passi, quasi come pentito per avere indicato una scadenza precisa: «Non ho nessuna data da dettare al Presidente. Il mio obiettivo è quello di essere pronto». Passano dieci giorni ma la squadra di governo non si vede ancora. È lontano il 5 maggio e allora il 10 maggio Romano Prodi ritorna sulla lista. Tutti pensano che dopo due settimane dovrà essere pronta? Ed invece no. Il leader «unionista» sorprende tutti: «È inutile prepararla oggi perché ci sono dei tempi da rispettare». Niente liste, quindi. Si va avanti. Fino all’altro ieri, domenica 14 maggio: «Poche ore dopo l’incarico consegnerò la lista». Sarà. Ma ieri una nuova frenata: «Il governo non è mai pronto prima dell’ultimo minuto poi bisognerà farlo dopo che mi hanno dato l’incarico». Insomma, un altro rinvio.
    E meno male che si parlava di «governo lampo».

    Vieni Avanti Prodino...

 

 
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