Africa: Pechino insidia l’egemonia USA
Maurizio Blondet
21/05/2006
Nel 1997, Washington ha troncato ogni rapporto col Sudan, regime islamista che massacra le sue popolazioni non-islamiche.
Un beau geste col solito corredo di embarghi e sanzioni punitive.
Le compagnie petrolifere occidentali, tutte via dal Paese.
Ma l’embargo non ha funzionato tanto bene, perché prontamente i cinesi hanno riempito il vuoto. La petrolifera di Stato China National Offshore Oil Corporation(CNOOC) ha preso a coltivare i giacimenti, ha costruito due oleodotti e raffinerie, ha allestito un terminale petrolifero a Port Sudan, ha acquisito il 40% del più grosso consorzio sudanese del settore, la Greater Nile Petroleum Operating Company.
Si calcola che ormai lavorino nel paese 10 mila cinesi.
Prima del loro arrivo, il Sudan era un importatore di energia; oggi guadagna con le esportazioni di greggio 2 miliardi di dollari, per metà acquistato dalla Cina.
La Cina ricava dal Sudan il 7 % delle sue importazioni energetiche.
Il Sudan può contare su Pechino ogni volta che c’è da porre il veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro qualche nuova sanzione punitiva per le atrocità in Darfur.
«E’ un affare interno del Sudan, e noi non siamo qui per imporci», ha detto il viceministro degli Esteri Zhou Wenzhong nell'agosto 2005.
Robert Mugabe, dittatore dello Zimbabwe, ha inaugurato il suo potere sequestrando le produttive aziende agricole dei coloni bianchi britannici («riforma agraria», la chiamava), ha rovinato il suo fiorente Paese, ed ha finito per scatenare la sua polizia contro i tre milioni di senzatetto della capitale, Harare, in attacchi brutali.
Anche per lui isolamento e sanzioni.
Sono arrivati i cinesi: gli hanno venduto 200 milioni di dollari in armi, caccia compresi; e si sono messi a vedere cosa si può trarre di buono da un Paese notoriamente ricco di risorse.
Il presidente del parlamento di Pechino, compagno Wu Bangguo, è arrivato in visita ad Harare a capo di una delegazione di cento uomini d’affari, che hanno firmato vari contratti per sviluppare miniere, costruire centrali, migliorare i trasporti e le Telecom. (1)
La Cina è tornata in forze in Africa.
L'aveva fatto già negli anni ‘70, ma allora lo scopo era la penetrazione ideologica del maoismo, il sostegno ai «movimenti di liberazione nazionale» a cui Pechino forniva armi, insegnanti, medici scalzi.
Adesso, il motivo è il business, e la fame di materie prime di cui la Cina ha insaziabilmente bisogno.
Con notevole audacia, non solo occupa gli spazi abbandonati dagli occidentali, ma penetra nella zona di interesse strategico anglo-americano.
Ai primi di maggio, il presidente Hu Jintao ha visitato la Nigeria, dove Shell e BP operano da anni (e sotto recente minaccia della guerriglia del Delta) e si è impegnato ad investire nel Paese 4 miliardi di dollari in raffinerie e centrali energetiche in cambio di quattro licenze di esplorazione petrolifera.
Ma già a gennaio la CNOOC aveva acquisito il 45% di un campo petrolifero nigeriano pagando 2,27 miliardi di dollari, il più ragguardevole acquisto della petrolifera cinese all’estero.
Pechino ha promesso di mettere in orbita per la Nigeria un satellite del telecomunicazione nel 2007.
Per l’Angola la Cina è diventato il maggior cliente petrolifero, avendo rimpiazzato gli USA.
La Cina ha cominciato a investire nella repubblica democratica del Congo (miniere di rame e cobalto) costruendo in cambio strade per facilitare le esportazioni, essenziali in un Paese dove finora la sola via commerciale era il fiume Congo.
Tecnici cinesi stanno costruendo per l’Etiopia la più grande diga del continente.
In Kenia, hanno aperto una stazione radio; in Liberia, nel 2003, Pechino ha mandato 550 soldati sotto l’egida dell’ONU per il peacekeeping.
Allarmati per i loro affari, gli anglo-americani ricorrono all’argomento moralistico.
L’Africa, dicono, è notoriamente retta da dittatori corrotti e violenti: i virtuosi occidentali stanno facendo grandi sforzi per rendere quei governi più «trasparenti» e «responsabili».
La Banca Mondiale sta attuando una «strategia di riduzione della povertà» in cui condiziona i suoi prestiti a «riforme» democratiche e civili.
Washington ha lanciato un suo programma, «Millennium Challenge Account», che offre aiuti crescenti ai regimi africani che dimostrano progressi nella «trasparenza».
Ora, in Pechino, i dittatori locali trovano un volonteroso elargitore di prestiti e d’investimenti che non chiede in cambio alcuna «riforma».
Perdono dunque ogni incentivo a ridurre il furto di denaro pubblico e di introiti petroliferi, a rendere più efficiente il governo, a smettere le atrocità verso tribù e minoranze.
L’argomento filerebbe, se non fosse noto che sono per lo più le imprese petrolifere e minerarie dell’Occidente a contribuire alla corruzione, distribuendo mazzette miliardarie, armi e regali di lusso come aerei privati, nonché conti segreti in Svizzera, per aggiudicarsi un campo petrolifero o un giacimento di rame.
Pechino, che ha un armadio degli scheletri fra i più grandi del pianeta, trae profitto dal fatto che i dittatori sono ben lieti di fare affari con un Paese che non fa loro la morale.
Oggi la Cina riceve dall’Africa il 30% del petrolio che consuma, e si piazza ogni giorno meglio nella corsa alle risorse energetiche sempre più scarse, in competizione diretta con gli Stati Uniti.
La crescita d’influenza di Pechino in Africa, del resto, è una conseguenza del fallimento della politica mondiale di Bush.
L’unilateralismo armato, la dottrina della guerra preventiva, le intimazioni del tipo «o con noi o contro di noi» a cui paiono ridursi le relazioni estere di Cheney e di Condoleezza Rice, non hanno la virtù di tranquillizzare le dittature petrolifere; la minacciosa promessa di «cambi di regime» spinge i piccoli Paesi ricchi di petrodollari a mettersi sotto la protezione di una potenza emergente, e - peggio - incita una quantità di nazioni a gettarsi nelle braccia l’una dell’altra, a formare contro-coalizioni protettive.
Tanto più che a nessuno sfugge cosa ci sia dietro la promessa di Bush di «espandere la democrazia» nel mondo: la destabilizzazione come mezzo per il controllo globale delle fonti energetiche e con lo scopo finale della dominanza strategica, ciò che Donald Rumsfeld chiama «dominanza a spettro completo» (full spectrum dominance).
La dottrina di Pechino è l’esatto contrario, ed è stata espressa così da un ambasciatore cinese in Africa: «noi seguiamo cinque linee ispiratrici: mutuo rispetto per la sovranità e l’integrità territoriale; non-aggressione reciproca; non interferenza; eguaglianza nei benefici reciproci; coesistenza pacifica».
Gli effetti sono vistosi, e non solo in Africa.
Il mese scorso il presidente cinese Hu Jintao ha visitato Washington dove è stato trattato deliberatamente malissimo (la banda ha suonato l’inno cinese, ma quello di Taiwan anziché quello della repubblica popolare).
Ebbene, subito dopo Hu è volato in Arabia Saudita - cuore della sfera d’interesse energetico USA, protettorato americano - ed ha immediatamente firmato un contratto grazie a cui i capitali sauditi costruiranno raffinerie e impianti petrolchimici nel nord-est cinese, oltre a trattati di mutua sicurezza e difesa; senza perdere tempo, Hu è volato in Marocco dove ha offerto di finanziare
le ricerche petrolifere; poi ancora in Nigeria e in Kenia.
Né i cinesi si sono fermati lì.
Gli USA minacciano l’Iran degli ayatollah e cercano di isolarlo con sanzioni?
Pechino corre a firmare con Teheran un contratto per l’acquisto di 250 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto da qui ai prossimi 25 anni, lo sviluppo congiunto del giacimento petrolifero offshore di Yadavaran, e altre transazioni per un valore totale, pare, di 100 miliardi di dollari.
Ma non basta: da metà giugno prossimo, l’Iran diventerà membro a pieno titolo dello SCO, Shanghai Cooperation Organization (2).
Di che si tratta?
All’origine, nel giugno 2001, lo SCO non era che una società di mutuo soccorso fra disastrate repubbliche ex-sovietiche, Kazakhstan, Kirghizistan, Tajikistan, Uzbekistan, sotto il patronato distratto di Mosca e Pechino, che erano in freddo.
Ma ora, sotto la minaccia di «espansione della democrazia» promossa da Washington, lo SCO si sta tramutando in un’alleanza asiatica di contrappeso all’espansione americana in Asia.
Sotto l’egida di una Cina in pieno boom economico, decisa a contrastare questa penetrazione, e di una Russia tornata ad avere i mezzi di una politica imperiale, grazie al rincaro del greggio provocato dall’invasione americana in Iraq.
L’interesse comune è evidente; tener lontana l’America da quell’area geopolitica e petrolifera diventata cruciale.
Putin e Hu hanno invitato ad entrare nello SCO non solo l’Iran - che così esce dall’isolamento in cui Washington voleva confinarlo, ma anche India, Mongolia e Pakistan.
Maurizio Blondet
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Note
1) Simon Roughneen, «Influence anxiety: China’s role in Africa», ISN, 15 maggio 2006.
2) William Engdahl, «America’s geopolitical nightmare and Eurasian strategic arrangement», Globarlresearch, 7 maggio 2007.
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