L'edificio è poco lontano da casa mia.
All'interno, solo anziane signore, per le quali nessun familiare ha saputo più offrire una stanza nella propria abitazione.
Il mondo, per loro, è rimasto al di fuori del grande cancello verde, che chiude la recinzione, il giorno in cui, con un braccio appoggiato a chi le accompagnava, hanno oltrepassato la soglia di quella proprietà.

Ci passo obbligatoriamente davanti ogni giorno e, da quando mi è capitato di vedere una di loro entrarvi, con aria mesta, a passi lenti e gli occhi rivolti a terra, sorretta da qualcuno, che teneva una valigia con l'altra mano, non posso non provare una stretta al cuore, pensando a quelle vite accantonate, un po' dimenticate, che stanno sfumando, silenziosamente, lontano da chi più hanno amato.
Un sentimento di pena mi spinge, ogni volta, a guardare oltre gli alberi di quel giardino, dal quale è consentito uscire solo ai lunghi rami dell' edera, che, arrampicandosi sul muro di confine, lo scavalca e si lascia cadere all'esterno.

C'è una finestra, in un angolo di quel villino, verso la quale si dirige il mio sguardo, è bianca, come sono bianchi i capelli della donna che si intravede all'interno.

Il mio, ormai, è quasi un appuntamento.

La cerco con gli occhi e lei è sempre lì, vicino a quel vetro, come se volesse catturare tutta la luce del giorno, dalla prima del mattino fino all'ultimo raggio di sole, al tramonto.
Nessuna tenda custodisce quel po' di intimità che le dovrebbe essere concessa, anch'essa sembra esserle stata sottratta, insieme agli affetti, con gli anni trascorsi, ingoiati dal tempo.
La vedo, chinata in avanti, come se si stesse occupando di qualcosa che tiene tra le mani, sicuramente è seduta, forse sta cucendo, o forse legge, non lo posso sapere, perchè l'immagine, che offre, si ferma al di sotto del suo viso.
Sulla parete che le sta alle spalle si intravedono delle foto, appese l'una accanto all'altra.
Le persone più care sono certamente tutte lì, impresse in quei fogli di carta lucida, con i loro sorrisi stampati, pronti a dare conforto, quando la solitudine stringe il cappio ed allora, guardandoli, ogni assenza si trasforma in presenza, ma nessun calore arriva al cuore, che soffre, per la loro mancanza ed il suo battito, in quella piccola stanza, diventa un metronomo che scandisce il tempo del dolore.

Vedo in quella signora una mamma, una nonna e la tristezza mi invade.
Vorrei poter restituire ad ognuna di loro un po' di quell'amore che hanno regalato nel corso della loro vita e, anche se così non fosse, glielo vorrei comunque donare, per vedere un sorriso in quei volti segnati dal tempo ed alleviare un po' la pena che stanno scontando, loro, colpevoli solo, di aver già vissuto.