OMNIA SUNT COMMUNIA
IRAQ LIBERO – COMITATI PER LA RESISTENZA DEL POPOLO IRACHENO
Bollettino del 24 maggio 2006
Questo bollettino contiene:
1. “TEMPI TECNICI”: RITIRO O IMBROGLIO?
2. NASSYRIA POZZO SENZA FONDO – da un articolo dell’Espresso
3. IL PROGRAMMA INTERNAZIONALE DELL’UNIONE: PASTICCI E IMBROGLI – Un intervento di Aldo Bernardini
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“TEMPI TECNICI”: RITIRO O IMBROGLIO?
Come in un disco rotto d’altri tempi sentiamo ogni giorno il ripetersi di questa formuletta: il ritiro avverrà nei tempi tecnici necessari.
“Tempi Tecnici”, cosa vorrà dire?
Una persona che annuncia di voler andare da Roma a Milano sa che per effettuare questo trasferimento sono necessari dei tempi tecnici, ma – consultati gli orari di treni ed aerei – potrà calcolarli nell’arco di pochi minuti. Se quella stessa persona intendesse però cambiare casa, il trasloco richiederebbe altre operazioni ed altri mezzi; in ogni caso saprebbe calcolare i famosi “tempi tecnici” al massimo in alcuni giorni.
Fin qui una semplice persona, costretta ad utilizzare mezzi pubblici o quelli presenti sul mercato.
Ora abbiamo invece il caso di uno Stato, la settima potenza industriale del pianeta, il cui governo – insediatosi nei giorni scorsi - ci annuncia due cose: 1) che ha scoperto l’acqua calda, cioè che il ritiro dall’Iraq ha dei “tempi tecnici”, 2) che esaurite le capacità tecnico-scientifiche nella scoperta di cui sopra non sa dire a quanto (giorni, settimane, mesi?) ammontano.

Ci sarebbe veramente da ridere, ma è evidente che dietro a questo farsesco trincerarsi dietro ad imprecisabili “tempi tecnici” è in corso la preparazione dell’ennesimo imbroglio. Un altro imbroglio bipartisan.
Non lo diciamo noi, lo ha detto a chiare lettere in parlamento il nuovo capo del governo, Romano Prodi. Alla destra che lo contestava sull’Iraq, ha così risposto: "Vorrei capire la differenza fra ciò che dico e quello che diceva il precedente Governo con il ritiro entro la fine del 2006".
Continuità assoluta dunque, come ha ribadito nella sua ultima visita a Nassyria il ministro della difesa uscente, Antonio Martino, che nell’occasione non ha rinunciato a dettare la linea: “l’Italia non se ne va dall’Iraq, cambierà soltanto la natura della missione, fino ad oggi prevalentemente militare, dall’anno prossimo prevalentemente civile”.
Imbroglio bipartisan, appunto, come emerge dalle parole di D’Alema: “L’Italia non scappa. Ritira le forze armate in un quadro di collaborazione civile”.

La verità è semplice: l’Italia, già con il governo Berlusconi, ha deciso di ridimensionare il suo impegno militare, ma senza venir meno al suo impegno politico all’interno della coalizione occupante a guida americana.
Non a caso tempi e modi di questa operazione sono già stati concordati da tempo con Washington.
Il (parziale) ritiro non sarà dunque figlio delle elezioni del 9 aprile (anche se così qualcuno vorrà presentarcelo), ma la conseguenza della forza della Resistenza e della tenuta del movimento contro la guerra nel nostro paese.
Obbligati al (parziale) ritiro, sia il governo uscente che quello entrante hanno voluto e vogliono però salvare la loro linea di supporto servile alle esigenze americane.
Mutate le caratteristiche della presenza italiana, non muterà affatto il ruolo politico dell’Italia nella vicenda irachena.
Il Corriere della Sera del 21 maggio riporta alcune frasi della telefonata che Coondoleezza Rice ha voluto fare a D’Alema.
Riportiamo testualmente: “Qui a Washington ci ricordiamo tutti della grande credibilità sua, presidente, ai tempi del Kosovo”. “Abbiamo grande stima per il suo comportamento di allora e siamo certi che potremo sempre collaborare, come a quei tempi, e che lei non cambierà comportamento rispetto ad allora”.
Ovviamente, e significativamente, gli addetti stampa del nuovo ministro degli esteri hanno tenuto a far circolare proprio queste frasi, segno di quanto ben riposta sia la fiducia della Rice.

Come verrà confezionato l’imbroglio?
Semplice, la fantasia non manca mai quando si trappa di turlupinare il popolo.
Intanto la missione “Antica Babilonia” si trasformerà in “Nuova Babilonia”. Missione, si dirà, prevalentemente civile, volta alla “ricostruzione” (ma non era così anche per “Antica Babilonia”? - vedi il pezzo che segue). Ribadito che gli italiani sono “brava gente” si disporrà (visto che in Iraq tira ancora un’ariaccia per gli occupanti) la permanenza di un contingente militare di 600 uomini (carabinieri?) a tutela della sicurezza dei “ricostruttori”. E’ questo esattamente lo schema che aveva già prefigurato l’informato Fassino qualche tempo fa (vedi bollettino di Iraq Libero del 9 marzo). Ma si prevede anche che rimarranno in Iraq i militari italiani dislocati presso il Comando Britannico a Bassora, quelli distaccati al Comando Multinazionale a Bagdad, quelli impegnati al Centro di addestramento Nato sempre nella capitale irachena: in tutto altri 200 uomini circa.
Ora, siccome il ritiro è essenzialmente un fatto politico prima ancora che militare, chiunque può valutare quale imbroglio sia in preparazione.
Altro che "tempi tecnici"!

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NASSYRIA POZZO SENZA FONDO
da un articolo dell’Espresso
Diciamo la verità, la favoletta degli “aiuti umanitari” è sì poco credibile, ma in fondo piace ugualmente a molti: assolve ogni porcheria e tacita le coscienze.
Non è male, perciò, fare luce su aspetti meno noti rispetto agli eventi militari, ma ugualmente significativi ed utili per smascherare le menzogne che ci vengono propinate.
L’Espresso dell’11 maggio pubblica un’inchiesta ricca di dati su “Nassyria pozzo senza fondo”.
A volte le cifre raffigurano assai bene la sostanza delle cose. E’ questo il nostro caso. Secondo L’espressoil costo complessivo della spedizione ammonta a circa 2 miliardi di euro, all’interno dei quali i cosiddetti “aiuti umanitari” non superano i 16 milioni. Cifre che non hanno bisogno di commenti e che non hanno avuto alcuna smentita.

Citiamo i passaggi più significativi di questo articolo:

«Doveva essere una missione umanitaria: invece a Nassiriya l'Italia ha investito più negli agenti segreti che nel sostegno agli iracheni. Nei primi sei mesi del 2006 il bilancio approvato dal governo per l'operazione Antica Babilonia prevede 4 milioni di euro di aiuti e ben 7 milioni "per le attività di informazioni e sicurezza della presidenza del Consiglio dei ministri", ossia per gli inviati del Sismi. E la stessa cosa è avvenuta sin dall'inizio: in tre anni l'intelligence ha ottenuto circa 30 milioni di euro mentre per "le esigenze di prima necessità della popolazione locale" ne sono stati stanziati 16. Un divario inspiegabile, che sembra mostrare l'Italia più interessata allo spionaggio che al soccorso di quei bambini per i quali era stata decisa la partenza di un contingente senza precedenti: oltre 3.500 militari con mille veicoli.
Ma a leggere i dati contenuti nella monumentale relazione pubblicata sul sito dello Stato maggiore della Difesa, tutta l'operazione Antica Babilonia appare come una voragine, che inghiotte finanziamenti record distribuendo pochissimi aiuti. O meglio, i conti mettono a nudo la realtà che si vive a Nassiriya: non è una missione di pace, ma una spedizione in zona di guerra. Finora infatti sono stati stanziati 1.534 milioni di euro, poco meno di 3 mila miliardi di vecchie lire, per consegnare alla popolazione della provincia di Dhi-Qar poco più 16 milioni di materiale finanziato dal governo: un rapporto di cento a uno tra il costo del dispositivo militare e i beni distribuiti. In realtà, però, la spesa totale per le forze armate italiane a Nassiriya è addirittura superiore a questa cifra: tra stipendi, mezzi distrutti ed equipaggiamenti logorati dal deserto la cifra globale calcolata da 'L'espresso', consultando alcuni esperti del settore, si avvicina ai 1.900 milioni di euro».

«Da anni si discute delle riserve usate dalla nostra intelligence per comprare informatori o per eventuali riscatti pagati durante i rapimenti. Adesso queste cifre permettono di farsi qualche idea del costo dei nostri 007 in azione. Per i primi sei mesi del 2003, purtroppo, lo Stato maggiore non è illuminante: la provvista è mescolata assieme alle spese di telecomunicazioni, quelle dei materiali per la guerra chimica e quella per il trasloco delle truppe. In totale poco meno di 35 milioni. Facendo il confronto con i bilanci dei semestri successivi, si potrebbe ipotizzare che al Sismi siano andati circa 4 milioni di euro. In ogni caso, gli stanziamenti diventano poi espliciti: 9 milioni nel 2004, 10 milioni nel 2005, 7 milioni già disponibili per i primi sei mesi di quest'anno. Una somma compresa tra i 50 e i 60 miliardi di vecchie lire, destinata soltanto a coprire i sovrapprezzi delle missioni top secret in territorio iracheno, a ricompensare gli informatori e, verosimilmente, alla gestione dei sequestri di persona. Quelle operazioni che hanno determinato il ritorno a casa di sei ostaggi, grazie anche al sacrificio del dirigente del Sismi Nicola Calipari. Un ultimo dato: dalla stessa relazione dello Stato maggiore apprendiamo che il Sismi ha avuto altri 23 milioni e mezzo per la missione in Afghanistan. Anche in questo caso, la dote degli 007 supera di gran lunga il valore dei beni distribuiti alla popolazione».

«La lontananza è cara. Le voci trasporti e telecomunicazioni della spedizione hanno importi choc. Per i viaggi avanti e indietro dei reparti, dei rifornimenti e degli equipaggiamenti, sono stati spesi finora 125 milioni di euro. Ogni quattro mesi infatti le brigate impegnate a Nassiriya vengono sostituite: devono tornare in Italia con le loro dotazioni di materiali e armi leggere. Veicoli e scorte invece restano sempre in Iraq, salvo quando il logoramento impone di rimpiazzarli. Sorprendente anche la 'bolletta del telefono': 11 milioni in 18 mesi. Non si tratta delle chiamate a casa dei soldati o dei carabinieri, ma del flusso di telecomunicazioni via satellite per l'attività dei militari: i contatti con l'Italia, quelli con i comandi alleati e molte delle trasmissioni radio sul campo. Pesante pure il capitolo 'Croce rossa italiana': si tratta di oltre 32 milioni di euro. E riguardano il solo ospedale di Nassiriya, quello che fornisce assistenza medica ai nostri militari. Questa struttura ha soltanto come scopo secondario l'attività in favore della popolazione locale: 450 ricoveri in tre anni».


«Tra aiuti diretti consegnati dai militari e progetti, concreti o virtuali, della Farnesina in tutto sono stati stanziati 119 milioni di euro. Secondo lo Stato maggiore, per il contingente armato finora sono stati messi a disposizione 1.418 milioni di euro. Ma è un stima parziale: non tiene conto del costo degli stipendi, del logoramento dei mezzi, di molte delle parti di ricambio. Non tiene conto dell'elicottero distrutto in missione, dei dieci veicoli Vm90 annientati negli attacchi, delle munizioni esplose, della base dei carabinieri cancellata dall'attentato del 2003. Non tiene conto del terribile bilancio di vite umane: 22 tra carabinieri e soldati caduti e 61 feriti in azione, altri sette morti e sette feriti in incidenti. In più un civile ammazzato nella strage del 12 novembre 2003 e un altro ferito. Un sacrificio giustificato dai risultati? Di sicuro, non si può chiamarla una missione di pace. Nei quattro mesi 'più tranquilli' i parà della Folgore hanno distribuito beni o avviato progetti pari a 4 milioni di euro, finanziati dal governo o da istituzioni e aziende italiane: in più hanno vigilato sulla nascita di iniziative internazionali per altri 6 milioni di dollari. Nella fase di crisi della battaglia dei ponti, invece la brigata Pozzuolo del Friuli si è fermata a meno di 4 milioni di dollari tra attività portate a termine o soltanto avviate. Ormai è difficile anche controllare a che punto sono i lavori nei cantieri: ogni sortita è pericolosa. Per questo il comando di Nassiriya ha ipotizzato di usare gli aerei-spia senza pilota, i Predator, che con le telecamere all'infrarosso possono verificare se i macchinari sono accesi o se i manovali ingaggiati dalla Cooperazione stanno perdendo tempo».

L’espresso – 11 maggio 2006

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IL PROGRAMMA INTERNAZIONALE DELL’UNIONE:
PASTICCI E IMBROGLI

Pubblichiamo di seguito la parte iniziale e quella conclusiva dell’articolo di Aldo Bernardini, che è possibile leggere integralmente cliccando su
http://www.iraqiresistance.info/news.php?l=it

di Aldo Bernardini
Il programma dell’Unione per le elezioni del 9-10 aprile, generico e vago nell’insieme, non esente da contraddizioni, incerto per l’applicazione, presenta nella parte internazionale aspetti e proposte che dobbiamo nel complesso energicamente respingere. Al di là di qualche considerazione generale, svolgerò però un esame specifico solo per la questione irakena.
La mitologia dell’Europa come luogo di “democrazia” e di “socialità” copre l’aspetto più inquietante della “costruzione europea”, e cioè quello della compenetrazione nel sistema imperialistico globale. La auspicata abolizione del principio di unanimità delle decisioni (come la proposta di esclusione del “veto nazionale” nelle decisioni di politica estera “europee”) significa cancellazione delle eventuali differenze di scelte nazionali di politica internazionale e quindi mortificazione del principio di sovranità popolare, sia pur solo nel senso meramente formale delle attuali Costituzioni. L’insistenza sulla “democrazia” e sui “diritti umani”, intesi nel senso dei nostri sistemi, fornisce l’ideologia “nobilitante” comune a tutto lo schieramento imperialistico e la base per gli (assolutamente illegali) “interventi umanitari” e guerre preventive: “Scegliamo di mettere al centro dell’azione dell’Italia la promozione della democrazia, dei diritti umani, politici, sociali ed economici, a cominciare dai diritti delle donne”. Bellissimi concetti che però, sganciati dai contesti e dalle storie reali, sono solo astratti, servono nel concreto a fiaccare le lotte di indipendenza e giocano come pretesto per gli interventi. Si veda ancora il cenno al “terrorismo come minaccia globale” che, nella sua apparente ovvietà, cancella ogni analisi sulle cause di fenomeni disparati racchiusi in quella denominazione sui rapporti di dominio mondiali. Non per caso manca qualunque accenno al “terrorismo di Stato”.
Per leggere tutto l’articolo
http://www.iraqiresistance.info/news.php?l=it
L’articolo così si conclude:
Le azioni fondamentali della Resistenza irakena non sono semplicemente di “insorti” (che si levano, anche per ragioni legittime o comunque condivisibili, contro una precostituita situazione legittima: è questa la costruzione ideologica, la più aperta verso la Resistenza, che porta però in definitiva a giustificare l’appoggio alle “autorità irakene” impiantate, al di là di formali schermi, dagli occupanti e da questi totalmente e vitalmente sorrette, e di cui quindi si oblitera il carattere di quisling). Questo giochino cade del tutto se si riconosce la Resistenza in quanto predisposta dallo Stato irakeno e sorretta dagli appelli a combattere in tutti i modi gli occupanti, rivolti al popolo dalle legittime autorità irakene pre-aggressione: ciò realizza gli elementi di una continuazione della guerra contro l’aggressione straniera dal lato legittimo dello Stato e del popolo irakeno, nei modi in cui, ad es., li ha definiti una sentenza della Cassazione italiana del 1999 a proposito dell’attentato di Via Rasella. Non “insorti”, ma “resistenti” contro l’aggressione e l’invasione.
La proposta programmatica dell’Unione si innesta invece, ripetiamo, nella linea criminale dell’accettazione delle conseguenze, conclamate ma non validamente conseguite, dell’aggressione (la fine del precedente Stato irakeno e il sorgere, come nella Germania 1945, di una nuova legittimità data da occupanti sovrani e dai “poteri” locali da questi instaurati, con in più la consacrazione ONU: tutti presupposti ed elementi fasulli, che prescindono dal vero carattere, dalla forza, dalla assoluta legittimità pur pienamente giuridica della Resistenza (perdurante) all’aggressione da parte dello Stato e del popolo irakeno. E’ questa Resistenza che, a differenza della Germania 1945, impedisce il consolidamento definitivo dell’occupazione, la quale quindi resta di carattere puramente militare, nella permanenza della guerra.
Pensare che, in queste condizioni, sia lecito inviare “ricostruttori” civili (ma poi con tutela militare…) senza il consenso del sovrano legittimo, la Resistenza, è un assurdo, è ancora un crimine, espone quei “ricostruttori” alle legittime azioni della Resistenza irakena, che non si possono esorcizzare con costruzioni prive di base giuridica.
Aldo Bernardini
23 maggio 2006

TUTTO E' DI TUTTI