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Discussione: Lavoro & Welfare

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    LAVORO&WELFARE

    Chi ha paura del modello danese?

    LUIGI CAVALLARO

    Chi ha paura del modello danese? Il dibattito sulla provocazione di Francesco Giavazzi sul Corriere della sera del 26 novembre si è acceso repentino, ma non saprei con quanta consapevolezza della posta in gioco. Quel che si sta sperimentando in Danimarca non è la solita ricetta di flessibilità in danno dei soliti noti: si tratta di qualcosa estremamente differente e innovativo, che potrebbe essere accostato a «rivoluzioni» come le assicurazioni sociali di Bismarck, l'Iri di Beneduce o la Tennessee Valley Authority di Roosevelt. La flexicurity danese, cioè quel mix di flessibilità e sicurezza che suscita ammirazione in tutta Europa (al punto che l'Austria, che assumerà la presidenza dell'UE dal prossimo gennaio, l'ha posta fra le priorità della sua agenda politica), si basa infatti su tre pilastri, solo due dei quali sono stati però ricordati negli interventi di questi giorni. Il primo è la flessibilità del mercato del lavoro, che si manifesta in una legislazione drasticamente permissiva in tema di licenziamenti e in un'elevatissima mobilità dei lavoratori. Il secondo sono gli strumenti attivi e passivi di sostegno alla disoccupazione: in Danimarca, l'indennità per i disoccupati è pari al 90% dell'ultimo stipendio e viene concessa fino a un periodo massimo di quattro anni; contemporaneamente, i disoccupati vengono avviati lungo un percorso di riorientamento e formazione professionale e sono tenuti ad accettare qualunque offerta di lavoro coerente con la loro qualificazione (purché non richieda spostamenti superiori a due ore), pena la perdita del sussidio.

    C'è però un terzo e più importante pilastro, non a caso abilmente taciuto dai «danesi» di casa nostra, e sta negli «schemi di congedo», introdotti nel 1993. Si tratta di un sistema che consente ai dipendenti pubblici e privati di assentarsi dal lavoro per motivi di studio o formazione, maternità o periodi sabbatici. Durante questo periodo, essi vengono pagati dallo Stato, mentre il loro posto viene coperto dai disoccupati. Secondo gli analisti, questi «schemi di congedo» hanno ridotto la disoccupazione di circa il 2%. Se aggiungiamo che l'orario di lavoro settimanale medio dei lavoratori danesi è di 35,5 ore (contro le nostre 39) e che le ferie e le festività si portano via 37 giorni l'anno (contro i nostri 31), ce n'è abbastanza per concludere che il successo del «modello danese» si basa largamente su di una redistribuzione del lavoro, vale a dire sull'unica misura concretamente disponibile nelle società avanzate per combattere la disoccupazione, visto che la velocità con cui inventiamo strumenti economizzatori di manodopera è di gran lunga superiore a quella con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera.

    È in questo senso che il modello danese possiede indubbie potenzialità innovative. Il blocco nello sviluppo delle nostre società rimonta infatti essenzialmente all'esaurimento della strategia di impiegare (direttamente o indirettamente) alle pubbliche dipendenze i lavoratori eccedentari rispetto ai bisogni della macchina capitalistica, strategia che mostrò la corda a metà degli anni Settanta a causa dello scollamento intervenuto fra le attività messe in moto dallo Stato (scuola, sanità, previdenza, trasporti, ecc.) e i bisogni che queste, in ipotesi, avrebbero dovuto soddisfare. Il buio in cui da allora viviamo ci ha fatto praticamente dimenticare che la disoccupazione non è che un sintomo del fatto che l'umanità sta avviandosi verso la soluzione del problema economico - il problema del bisogno e della miseria. I danesi, procedendo a tentoni, hanno forse individuato una via d'uscita, della quale - è decisivo ricordarlo - sono parte essenziale un prelievo fiscale pari al 56,5% sul Pil (contro il nostro 45,7%) e una spesa pubblica attestata al 55,6% del Pil (contro il nostro 48,7%), nella cui composizione spiccano trasferimenti sociali e investimenti nell'istruzione (pari rispettivamente al 12% e all'8,5% del Pil).
    Insomma, chi ha paura del modello danese?



    TUTTO E' DI TUTTI

  2. #2
    Con l'Iraq che si ribella
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    A me sinceramente non sembra il caso di avvallare il modello danese...anzi...
    ...mi pare decisamente fuori luogo farlo, visto e considerato che esso costituisce soltanto il solito "specchietto per le allodole" rivoluzionarie e chi si atteggia a tale (intendo con questa ultima categoria quei sostenitori del Berti-schifo et similia che siano in buona fede).

    Credo che si possa dire limpidamente che certi modelli sono equiparabili allo "specchietto" fascista ai tempi degli anni '20...

    ...infatti essi insinuano il concetto della "flessibilità" nel cervello della gente, rendendola psicologicamente succube alla condizione di precariato, dando allo Stato il compito di "rete di sicurezza" per alleviare le sofferenze ed i traumi causati dalla condizione di precario.

    E basta un pò di riflessione per "ricordarsi" chi sia che muove dietro le quinte i fili dello Stato...i capitalisti...quindi basta che questi comincino a lagnarsi perchè il lavoratore non è abbastanza schiavo dell'indigenza e perchè le tasse sono troppo alte, perchè il "buon" servo politico proceda a rimuovere (a discrezione del padrone) le "reti"...

    E, senza offesa, ragazzi...non mi venite a dire che questa è l'unica alternativa
    possibile e concepibile alla condizione di precario, perchè, se così davvero fosse, allora non credo che siano necessari dei rivoluzionari in un mondo simile :

    Bastano la Chiesa e le sue elemosina.
    Skarm
    Alle europee io voto Codacons...e tu?

 

 

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