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    Predefinito Marco Tarchi: Nuove Sintesi Culturali

    Sempre rischioso rimettere mano a pagine scritte in anni lontani, che appartengono ad una fase ormai superata della propria vita: la tentazione di far scivolare il commento sul piano inclinato dei sentimenti - di qualunque genere, dal rimpianto all'esecrazione passando per tutti i possibili gradi intermedi - è costantemente in agguato.
    Il caso di Diorama non fa eccezione alla regola; semmai, aggiunge allo scontato disagio di doversi giudicare a distanza di una generazione l'ostacolo supplementare di trovarsi a fare i conti con un'esperienza non ancora conclusa. E poiché‚ è d'obbligo, in circostanze di questo genere, tracciare perlomeno un sommarlo bilancio dell'iniziativa che si ha sotto gli occhi, il giudizio rischia di arricchirsi in modo sin troppo esuberante di comparazioni, ripensamenti, interrogativi.Il primo dei quali, inevitabile, riguarda il tipo di continuità che lega l'epoca della rivista che ritorna alla luce con questa ristampa a quelle successive, che mese dopo mese, numero dopo numero (sono centocinquantatre quelli usciti sino al momento in cui scriviamo), ne hanno riplasmato l'identità.
    Che negli abbondanti quindici anni che ci separano dagli esordi gli obiettivi, i toni e i metodi di approccio della pubblicazione si siano sensibilmente discostati da quelli di un tempo, adattandosi di continuo alle trasformazioni interne - di mentalità e di scelte personali - del gruppo promotore, e a quelle esterne, della società in cui esso si è trovato ad operare, è innegabile. Fortunatamente, questa naturale evoluzione non si è mai cristallizzata in uno stile troppo rigido, di quelli che fanno la fortuna di un foglio, rendendolo immediatamente riconoscibile, ma lo imbalsamano anche in un ruolo da cui non è mai possibile derogare neppure per un attimo, salvo votarsi ad un repentino inabissamento. Resta il fatto che il cammino compiuto nei tre lustri si è fatto molto più lungo e molto meno rettilineo di quanto non si fosse supposto in origine; il che significa che rifare brevemente la storia di Diorama non può equivalere semplicemente a prender nota del variare dei nomi o degli stati d'animo dei suoi collaboratori, o a stabilire statisticamente quanta parte abbiano assunto nel tempo questa o quella materia nell'economia complessiva della pubblicazione. Occorre, con uno sforzo di memoria e di sincerità sicuramente maggiore, misurare quanto l'impatto con la realtà abbia premuto sugli scopi originariamente prefissati, selezionandoli e rispiarmandoli. Soltanto partendo da questa immagine di work in progress è possibile toccare con mano quanta strada sia stata percorsa dalla metà degli anni Settanta ad oggi, quali aspettative dei lettori e degli animatori siano state esaudite e quali invece deluse', e chiedersi dove l'insegnamento tratto dall'esperienza compiuta stia portando oggi la rivista, e con quali compiti da svolgere. Operazione che potrebbe sembrare oziosa, e forse Io sarebbe, se puntasse a ricostruire soltanto un album di famiglia del piccolo gruppo dei promotori e dei fans di Diorama, ma che rivela una ben diversa utilità se sul suo sfondo viene a collocarsi una scheggia di storia dell'ambiente politico, culturale ed umano in cui questa vicenda si è collocata e svolta.
    Quale obiettivo si proponesse il bollettino che nell'ottobre del 1976 cominciò ad essere sfornato in mille faticosissime copie da un ciclostile elettrico ospitato nella sede fiorentina del Movimento Sociale Italiano, emerge con chiarezza dal titolo e dai contenuti del primo editoriale, prodotto dall'intelligenza brillante e prematuramente stroncata di uno dei padri del foglio, Fabrizio Croci: Diorama voleva essere " un contributo per la cultura di Destra ", termine rigorosamente scritto con la maiuscola. Non poteva essere altrimenti. A delimitare l'orizzonte della pubblicazione non erano soltanto la povertà dei mezzi, che ne impediva la circolazione in qualsiasi circuito distributivo ufficiale, o l'estrazione dei redattori, assembiati da una vicenda comune di entusiasmi e delusioni che ruotava attorno alla passione per la politica e limitati dal fatto di sfogarla in un partito come il MSI, cioè il più marginale, assediato e anacronistico di quelli presenti sulla scena italiana. Contava anche e soprattutto il clima del momento, fatto di inquietudini e spesso di vere e proprie angosce quotidiane, di campi divisi da profonde fratture, della sensazione di vivere una irriducibile diversità, di continuo rafforzata da pesanti e inevitabili discriminazioni. Stare " a destra ", in quegli anni, voleva dire, per chi vi si era collocato e se la sentiva di sopravviverci con un minimo di consapevolezza, fare muro con i propri simili contro l'ostilità che saliva da ogni parte, vincere la difficoltà - se non addirittura la ripugnanza - di coesistenze umanamente ed intellettualmente avvilenti con taluni compagni di strada, rinvenire (o inventarsi) di continuo qualche segno che giustificasse la propria appartenenza, mobilitandola sotto il profilo culturale. Tutto ciò spiega perché una decina di ragazzi fiorentini poco più che ventenni, in varia misura implicati nel mondo del " radicalismo di destra ", confidando nell'efficacia di una rete di amicizie personali e collusioni politiche sparse in mezza Italia, pretendessero di "raddrizzare", con le loro sole forze e i soldi sufficienti ad acquistare le risme di carta e l'inchiostro necessario, un'area ideologica che da qualche tempo stava loro stretta. E perché lo facessero scegliendo la via inconsueta e non proprio "popolare" di una rivista di recensioni librarie, che per giunta, dopo un intero pomeriggio di discussioni, aveva avuto in sorte un nome di difficile comprensione e di facili equivoci, copiato da quello della pagina settimanale di "problemi dello spirito" curata da Julius Evola per il quotidiano cremonese di Farinacci (" Diorama filosofico ").
    Qualsiasi cosa ne possa pensare chi oggi si trovi a sfogliare le pagine del Diorama degli anni 1976-77 senza aver condiviso all'epoca la condizione e le vicende dei suoi animatori, quell'ambizione non era di poco conto. Contrariamente a una leggenda diffusa e dura a morire, la brusca crescita di tensione del confronto politico nell'Italia degli anni Settanta non aveva infatti sospinto all'estrema destra soltanto un conglomerato di scorie di un'epoca in via di trasformazione, i relitti di una società in via di modernizzazione. Certo, il MSI che Almirante aveva trasformato in " Destra Nazionale " coglieva la maggior parte dei suoi consensi elettorali nella piccola e media borghesia gelosa del benessere conquistato e spaventata dalle insidie di trasformazioni radicali in senso collettivistico, e molti dei suoi attivisti fra giovani e meno giovani affascinati da miraggi autoritari e propensi ad equiparare senza troppe sfumature gli aggettivi " intellettuale " e " comunista ".
    Tuttavia, l'egemonia spesso intollerante dei rappresentanti della cultura marxista nel licei e nelle università e la scarsa presa dell'ideologia liberale, gravata da un'immagine anacronistico e dalla pretesa di appellarsi ipocritamente alla neutralità del ceto intellettuale di fronte alle convulsioni della storia e del costume sociale, avevano fatto approdare sulle sponde della " destra radicale " anche ingegni di non poco conto. Alcuni di essi erano transitati anche per l'impegno politico, subendovi le delusioni che li avrebbero spinti sulla via di una lunga diaspora - parliamo degli Accame, degli Allegra, dei Buscaroli, dei Cardini, dei Gianfranceschi, ecc. -, altri erano invece rimasti esclusivamente legati ad un impegno di elaborazione culturale che li avrebbe accompagnati per tutta la vita, proiettandoli magari sino ad una cattedra universitaria o a posizioni di rilievo nel mondo giornalistico o editoriale. La " cultura di destra ", insomma, non si riduceva alla figura "esemplare" del transfuga di lusso Armando Plebe, passato dalla collaborazione con l'Accademia Sovietica delle Scienze alla stesura di un libro-scandalo come Filosofia della reazione, e per questo motivo esibito dal MSI in comizi e convegni e dotato di una sua rivista ad hoc, peraltro di diffusione semiclandestina. Ad innervarla erano alcune iniziative editoriali e culturali di buon livello (a partire da quelle gestite da Giovanni Volpe, agli incontri annuali della cui Fondazione si radunava, sia pure per dar vita a sedute spesso di una noia indicibile, il fior fiore della intellettualità accademica non conformista) e soprattutto una rete di pubblicazioni più o meno effimere, di circoli impegnati ad organizzare conferenze e tavole rotonde, di centri di diffusione libraria il più delle volte coincidenti con i settori più acculturati del mondo missino. Lavorare in un simile terreno, quindi, significava anche fare i conti con esperienze già esistenti, inimicizie e invidie consolidate fra le diverse scuole di pensiero, pregiudizi di ogni sorta e conseguenti segnali di gradimento o di ostilità.
    Limitarsi a galleggiare su quell'agitato stagno non rientrava negli obiettivi dei fondatori di Diorama, già in parte cimentatisi - con collaborazioni che in alcuni casi sarebbero continuate per anni - nella pubblicistica di area, da Civiltà a L'Italiano, dalle edizioni Volpe, Ar o Europa a L'Alternativa e alle tante altre testate che periodicamente naufragavano e riaffioravano nei gorghi dell'arcipelago neofascista.
    L'intenzione era dichiaratamente diversa: non accontentarsi di un ruolo testimoniale ma assumerne, con un pizzico di arroganza, uno " eminentemente critico anche verso ciò che a destra viene pubblicato, onde denunciare confusioni ideologiche, compromissioni dottrinarie o iniziative dispendiose e politicamente o culturalmente improduttive ". Per misurare la portata di queste parole, non va perso di vista il contesto cronologico che teneva a battesimo il foglio: proprio in quell'autunno del 1976, dal seno dell'estrema destra italiana si andava staccando l'ala "moderata"' (che avrebbe portato con sè‚ il bonzo della cultura missina, il già citato Plebe) e già si delineavano i duri scontri che di lì a poco avrebbero visto impegnate le diverse anime dell'area, decise a contendersene l'egemonia.
    Le valenze ideologiche del confronto si facevano ancora più evidenti quando ad esserne investito era il mondo giovanile missino, vale a dire il settore del partito di gran lunga più sensibile al richiamo dei temi culturali.In questo senso, Diorama non nasceva nel vuoto, ma rispondeva ad un'esigenza selettiva prodotta da alcuni fattori concomitanti: la mancanza di figure carismatiche di ideologi o intellettuali-guida (con la morte di Adriano Romualdi, la categoria si poteva dire estinta), la suggestione di influenze esterne (in prima fila il GRECE di Alain de Benoist, scoperto dai futuri redattori di Diorama nel 1973-74 e da essi apprezzato soprattutto per le sue sensibilissime antenne editoriali, Elements e Nouvelle Ecole) e il successo di un'esperienza "di rottura" autogestita dal basso come La voce della fogna, che già da un paio d'anni aveva messo allo scoperto la fame di novità della generazione più recente del radicalismo di destra. Collocandosi nello spazio aperto dal convergere di questi dati di fatto, si poteva in qualche misura vivere di rendita. Tuttavia, malgrado la modestia della presentazione e la mancanza di padrini, la nuova rivista non intendeva accodarsi, consolidare, fare numero; voleva dire la propria, affermarsi, guidare quello che iniziava ad apparire come un progetto, che di lì a poco avrebbe assunto una propria denominazione originale: Nuova Destra.
    Non era comunque solamente un proposito di egemonia nel "giardino di casa" ad ispirare la pubblicazione del " bollettino di informazione libraria e politica editoriale ". C'era anche, accanto ad esso, la spinta dell'emulazione derivante da una sorta di mai digerito complesso di inferiorità nei confronti dell'avversario. Ancora una volta, guardiamo ai tempi. Il Settantasette evoca, ancor oggi, l'immagine di un "punto alto" di creatività culturale della sinistra militante; e a prescindere dalle considerazioni retrospettive sulle ingenuità, le storture e le zavorre utopiche che la appesantivano, la capacità di quell'area di coprire la scena intellettuale lungo un amplissimo raggio espressivo, che andava dalle fanzine's artigianali alle pesanti riviste accademiche e coinvolgeva le più variegate forme di comunicazione, non poteva che incutere un'ostile ammirazione a chi avrebbe voluto contrastarne il passo con le stesse armi. La necessità di un intervento culturale a tutto campo della destra " non conformista " era già stata ripetutamente teorizzata, nei mesi precedenti, in una serie di interventi sparsi su alcune testate di area, e chi scrive l'avrebbe personalmente esposta di fronte ai delegati del Congresso nazionale del MSI-DN, nel gennaio del 1977, constatando come la sola evocazione di una forza politica in grado di inviare il proprio messaggio attraverso produzioni cinematografiche, teatrali, musicali, letterarie e via fantasticando smuovesse, persino in un ambiente per solito non troppo propenso alle rimeditazioni autocritiche, calorosi consensi.
    Tuttavia, una volta scesi dal regno dei sogni alla prosaica realtà, ci si trovava a doversi accontentare di tredici pagine ciclostilate, essenzialmente dedicate all'informazione bibliografica, per appagare il proprio desiderio. La magica parola " metapolitica " aveva una declinazione debole nella prassi; serviva comunque a tenere alte le speranze di regolare i conti, presto o tardi, con l'apparato intellettuale dominante. La già citata apertura del primo numero di Diorama testimoniava il primo impatto volontario, più frontale che trasversale, con l'altro-da-sè‚ " ci occuperemo anche ", scriveva Fabrizio Croci, " di libri e politica editoriale di sinistra, qualora siano di interesse come esempio da seguire a livello organizzativo, o per capire certi "recuperi" come nel caso di Celine ". Un confronto certamente circoscritto ed intriso di orgoglio, ma che costituiva pur sempre l'avvio di un'attenzione che avrebbe inciso, e molto, sulle sorti della rivista nel corso degli anni.
    Chi scorrerà le pagine di questa ristampa con attenzione, aggirando lo scoglio di una qualità grafica a volte penosa, faticherà probabilmente a capire come dalle premesse dichiarate del 1976 sia potuta scaturire una pubblicazione che, pur mantenendosi modesta nell'aspetto formale, è servita per tutti gli anni Ottanta da segnale di identificazione e di riferimento per un settore culturale molto più ampio di quello originario, garantendosi una periodicità sorprendente se rapportata al carattere volontario e gratuito delle collaborazioni redazionali, il giudizio bene volo di numerose personalità culturali di convinzioni diverse da quelle dei suoi animatori e, last but not least, l'attenzione di parecchi organi della grande stampa. Considerando le cose in questa prospettiva, la riedizione dei primi numeri di D¡orama ha senza dubbio più a che vedere con il culto degli aficionados che con l'appagamento della curiosità del ricercatore attratto dalle intenzioni "sintetiche" della Nuova Destra. Lo "scandaloso" dialogo con la nuova sinistra che la rivista avrebbe organizzato nel novembre 1982, chiamando a discutere Massimo Cacciari e Giovanni Tassani, sembra lontano anni-luce dagli ammiccamenti guerroccuitistici dell'occasionale recensore di un'opera di Emmanuel Maiynski, così come si fa fatica a distinguere le ragioni del netto distacco che si sarebbe consumato fra Nuova Destra e destra radicale nell'intricato incrociarsi di articoli pacati e già timidamente revisionistici nei confronti del background politico-culturale del neofascismo e di scritti ancora intrisi di rappresentazioni apologetiche della mitica "Tradizione primordiale" o dei più carnali regimi totalitari e autoritari degli anni Trenta. Eppure, già in quelle prime acerbe prove, l'osservatore avvezzo agli stilemi e ai tic del radicalismo di destra può indovinare i primi fermenti di distinzione e di eresia.
    La scelta obbligata di rivolgersi ad un pubblico contiguo per letture e preoccupazioni presentava infatti, accanto all'indiscutibile vantaggio di poter contare su un bacino di utenza sicuro, alcuni inconvenienti che rendevano più impegnativo lo sforzo dei redattori. La cultura del radicalismo di destra si era ricostruita, nei primi anni Settanta, attorno a pochi autori, eretti a veri e propri numi tutelari, e ad alcuni temi-guida, fra i quali spiccavano una dogmatica vuigata antimoderna in campo metastorico, dominata dalla sindrome del tradizionalismo, e la rievocazione romanticoleroica delle esperienze fasciste in campo storico. Debordare da questi limiti avrebbe automaticamente significato esporsi alla diffidenza del lettore, ma anche vagarvi all'interno con un atteggiamento non meramente ripetitivo o celebrativo comportava dei rischi. La scena "intellettuale-militante" del neofascismo si articolava infatti su una serie di centri librari frequentati da un pubblico giovanile, che, fungendo da filtro fra produzione e consumo di libri e riviste, determinavano il successo o il a lamento i una pu icazione. a scarsa preparazione cu tura e ei requentatori dell'area rendeva la capacità di influenza dei dirigenti di questi circoli ancora maggiore; inoltre, poich‚ la lettura di qualunque testo veniva finalizzata da chi vi si accingeva all'acquisizione di un bagaglio di idee spendibili nell'azione proselitistica esterna, occorreva che i libri consigliati venissero proposti con una forte sottolineatura della loro "ortodossia". Va detto, ad onor del vero, che questo era tutto sommato un male minore, poich‚ il grosso degli organizzatori culturali del mondo giovanile missino, avendo vissuto con maggior consapevolezza la stagione cruciale dei primi anni Settanta, si mostrava disponibile a sperimentazioni ed aperture di orizzonti spregiudicate.
    Il guaio veniva, soprattutto, dalla periodica alluvione dei cataloghi inviati dai centri di vendita per corrispondenza.
    Creati in origine per motivi di sensibilizzazione politicolideologica, questi centri si erano con l'andar del tempo piegati ad una logica commerciale di sopravvivenza che li obbligava (e tuttora li obbliga), per garantirsi introiti, ad "andare sul sicuro", offrendo al pubblico neofascista un'ampia gamma di diseducative testimonianze dei tempi andati: un vero ciarpame fatto di posters, adesivi, distintivi, dischi e letteratura-spazzatura ispirati da nostalgie rancoroso o da mitologie a buon mercato. Un circolo vizioso che rischiava di richiudere a doppia mandata il mondo psicologicamente vulnerabile del radicalismo giovanile di destra nel folkloristico recinto della mitomania.
    Pretendere di orientare le letture dell'ambiente della " Destra " italiana, come era nelle intenzioni dichiarate di Diorama, senza tener conto di quella situazione di fatto, o limitandosi a caricarla a testa bassa, avrebbe significato votarsi ad un rapido ed ingiorioso fallimento. Il successo raccolto da La voce della fogna dimostrava però che un sistema per aggirare l'ostacolo esisteva. Si trattava di far emergere l'esigenza di svecchiamento, di denostalgizzazione, dall'interno, presentandola come spinta all'ammodernamento dei temi e del linguaggio determinata dai compiti dell'era presente. Si trattava di far capire che un libro poteva rappresentare uno strumento di azione politica più efficace di un volantino o di un manifesto, e che la riflessione su filoni cinematografici o musicali d'avanguardia poteva dimostrarsi più produttiva della rievocazione delle memorie belliche. Ora, se quattromilacinquecento lettori avevano trovato di loro gusto un iconoclasta foglio underground distribuito al di fuori del circuito delle edicole e non avevano dato peso alle rimostranze dei vertici missini contro le sue poco ortodosse forme di comunicazione, era legittimo attendersi che se ne potessero trovare perlomeno un paio di migliaia disposti a sostenere le più "intellettualistiche" pretese di Diorama.
    Le cose andarono, in effetti, così, e il successo di abbonamenti e vendite dei primi fascicoli, la cui tiratura salì, con ancor maggiori difficoltà tecniche, a duemila copie, apri la strada a quello che, passo dopo passo, si sarebbe trasformato nello strumento più efficace di modernizzazione intellettuale del neofascismo italiano, poi nel portavoce di istanze revisionistiche via via più radicali, infine nel punto d'incontro dei sostenitori di un progetto di fuoriuscita dal deserto delle nostalgie. A poco a poco, fra le recensioni di testi sul fascismo e il nazionalsocialismo, gli eserciti sudisti e la tradizione di Roma, si insinuarono alcuni corpi estranei. Qualche testo di letteratura fantastica (non è casuale che la prima monografia di Diorama sia stata dedicata agli albori del 1979, quando il foglio si era ormai guadagnato una più decente veste a stampa tipografica4, a J.R.R. Tolkien, con collaboratori - Franco Cardini, Luigi De Anna, Michei Marmin - e toni lontanissimi dalle suggestioni strumentali di certo estremismo ipernostalgico ridipinto coi colori di Frank Frazetta), un romanzo di Joseph Roth, il monumentale affresco sociologico di Sorokin, gli interrogativi epistemologici di Lorenz e di Eysenck, la narrativa di Guido Morselli. Il tutto, naturalmente, veniva rigorosamente dissezionato alla luce di un presupposto di consonanza elo utilità in termini di " visione del mondo ", e molto spesso non per un'intuizione originale ma sulla scia degli stimoli che provenivano dalla nouvelle droite francese. Il varco era comunque aperto, ed attraverso di esso sarebbero a poco a poco affluiti contributi di più forte carica innovativo, destinati a sconcertare una frangia del primitivo pubblico ma nel contempo ad offrire a molti altri lettori una prospettiva diversa da quella della mera pratica testimoniale. Ancora più importante era però forse quello che si verificava nel campo disciplinare privilegiato della rivista, quello della storia politica fra le due guerre, dove i toni pacati di riflessione contrastavano con crescente successo le residue sottolineature enfatiche e, soprattutto, la lettura politica del fenomeno fascista prendeva il passo su quella epico-romantica, ai limiti dell'agiografia, che pure aveva avuto un interprete brillante e seguito in Adriano Romualdi. Sulle pagine ciclostilate non si era certo ancora giunti a storicizzare il dato-fascismo e ad interpretarlo nella categoria di " laboratorio della Terza Via ", come si sarebbe fatto a partire dai primi anni Ottanta sulla scia della lettura di Kunnas, Mosse, Sternheli, Linz: ma era un notevole passo in avanti, che liberava la mente da suggestioni psicologiche di troppo lunga durata.
    Su questa immagine di un primo momento di rottura nella continuità può fermarsi la rievocazione del percorso della rivista dall'esordio sino all'affacciarsi delle premesse della successiva maturazione. Scoprire le ulteriori svolte, le alternanze non di rado travagliate tra resistenze e fughe in avanti, le fasi di consolidamento e quelle di ridiscussione, è un compito che esula da questa introduzione e che lasciamo volentieri ai ricercatori interessati alla materia o ai lettori che hanno seguito negli anni questa avventura. Prima di concludere questa breve rievocazione "storica", ci resta solo lo spazio di qualche riflessione d'insieme proiettata nell'attualità. Il successo di Diorama, concretizzatosi da un lato nella capacità di garantirsi un ricambio fra i lettori e dall'altro in quella di farsi conoscere ed apprezzare al di fuori del pubblico di origine, ha consentito ai suoi animatori di gettare le basi di quella rimeditazione pubblica che ha determinato l'evoluzione di una consistente frangia generazionale dalla destra radicale neofascista degli anni Settanta alla Nuova Destra. Non sarebbe onesto tacere che l'asperità di un simile passaggio ha determinato una dispersione dei destini dei "padri fondatori" della rivista. Chi scorra l'indice della raccolta vi troverà nomi di collaboratori approdati agli esiti più diversi, firme che hanno finito coi comparire su fogli delle più diverse ispirazioni, dal " Giornale " ali'" Europeo ", da " Studi cattolici " al " Sabato " e persino al " Manifesto ", e qualcuna che ha invece continuato ad esercitarsi su testate della destra nostalgica elo radicale. Un poco alla volta, altre sono venute ad aggiungervici, mentre alcune sono scomparse; così come si è certamente diversificato, nella provenienza e nei gusti, il pubblico dei lettori. Diorama è riuscito tuttavia ad oltrepassare questa diaspora di destini individuali, a dotarsi di un'immagine originale, a legittimarsi nel dibattito delle idee contemporanee. Confrontare i compiti che lo attendono oggi con quelli proclamati quindici anni orsono, può essere istruttivo: la sfida principale, ovviamente, ha cambiato oggetto: non si tratta più di correggere le coordinate di riflessione della propria area di origine, bensì di scavare la traccia di un possibile percorso proiettato oltre i terremotati confini della destra e della sinistra del Ventesimo secolo, con lo sgaurdo rivolto verso il profilo ancora indistinguibile di un'epoca postmoderna in cui far attecchire il patrimonio sempre ricco di una cultura fondata sul senso delle specificità, della solidarietà, delle identità collettive, della giustizia sociale, dell'apertura alla dimensione della trascendenza. Un compito che richiederà energie, intellettuali e materiali, ben più consistenti di quelle profuse sinora. t difficile in ogni caso, e sarebbe d'altronde ingiusto, dimenticare che le radici di questa nuova, futuribile avventura affondano nelle prime incerte prove della metà degli anni Settanta; e che l'energia intellettuale indispensabile per affrontarla con una speranza di successo non è, in fondo, che un distillato, invecchiato a dovere, degli umori e degli entusiasmi di allora.

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    Si tratta dell'articolo, "Breve storia di un'ambizione", che Tarchi ha inserito nel sito www.diorama.it come presentazione della rivista. Deve essere stato scritto ormai diversi anni fa (1991?).

 

 

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