12 dicembre 1969: stato d'emergenza
La notizia è ufficiale. La Nato ha autorizzato l'Italia a costruire una portaerei con una spesa di migliaia di miliardi e con finalità che nessuno ha spiegato. La ragione è semplice: si avvi¬cina il giorno in cui gli Stati uniti e la Nato avranno bisogno di italiani da far ammazza¬re per i loro interessi, fuori dal bacino del Mediterraneo. E, pre¬videnti come sono, si sono preoccupati di fornire ai contingenti militari italiani quel supporto aeronavale che gli è sempre mancato. Con magnanimità hanno quindi 'concesso' ai nostri imbelli gover¬nanti di sinistra il compito di spendere una fortuna per costruire una portaerei che all'Italia non serve, ma a loro sì. Ora ci paghiamo la portaerei, domani le bare per i nostri soldati morti per Washington. È san¬gue italiano quello che si preparano a versare. E non è la prima volta, anzi si può dire che è vecchia consuetudine questa di far pagare agli italiani un tributo di sangue da parte di Stati uniti ed Alleanza atlantica. Cominciarono, ricordiamolo, sparando sui militanti ed i simpatizzanti del Pci che manife¬stavano la loro disapprovazione verso la Nato negli anni Cinquanta. La "Celere" di Alcide de Gasperi e di Mario Sceiba ne ha mietute di vittime pur di affermare la legittimità del¬la Nato e della nostra adesione all'alleanza che doveva garantire il regime democristia¬no per i secoli a venire. Tanti sono stati i morti, ma non abbastanza per essere ricordati oggi da Walter Veltroni e Massimo D'Alema.
Poi ce ne sono stati altri di morti. Tanti, ma non sufficienti per indurre qualcuno a cercare verità e giustizia. Sono i morti della "strate¬gia della tensione". Questi non dimenticati, ma vilipesi da un regime che è impegnato ancora oggi a spacciarli come vittima del 'ter¬rorismo' che, però, non è stato eversivo bensì atlantico, colorato a stelle e strisce.
Mentono già sulla data d'inizio della "strategia della tensione". Raccontano che iniziò il 12 dicembre 1969, con il massacro di piazza Fontana, all'interno della Banca dell'A¬gricoltura. Invece, il 12 dicembre 1969 rap¬presentò solo una tappa, fondamentale è vero, di una strategia che si concluderà solo agli inizi degli anni Ottanta, sul piano operativo, ma continuerà ad essere attuata sul versante del depistaggio e della negazione della verità fino ad oggi. E continuerà ad esserlo fino a quando non si riuscirà a tagliare i fili con i quali i burattinai del mondo fanno muovere le italiche marionette di destra, di centro e di sinistra.
Sulla strage di piazza Fontana si indaga ufficialmente da trent'anni. La prima pista fu quella "anarchica", seguita dalla magistratura romana; la seconda fu quella rappresentata dalla "cellula nera" di Padova, percorsa dalla magistratura veneta; la terza fu quella del con¬nubio "nazianarchico", esaminata nel processo di Catanzaro; la quarta fu quella limitata alle sole persone di Stefano Delle Chiaie e Massimiliano Fachini, conclusasi con le loro assoluzioni con formula ampia; la quinta e ulti¬ma, è quella del gruppo ordinovista veneto dei Maggi e dei Zorzi.
La certezza, sempre affermata dalla magi¬stratura, è stata quella dell'attacco eversivo allo Stato, una strage contro lo Stato. Solo nell'istruttoria diretta dal giudice Guido Salvini ha fatto la sua apparizione la contrapposizio¬ne fra i blocchi, la "guerra fredda", il ruolo dei servizi segreti statunitensi e israeliani, il problema greco, la tesi insomma che la strage del 12 dicembre non fu fatta contro lo Stato ma fu il frutto di una logica bellica internazionale che, in definitiva, lascia comunque lo Stato italiano ed il suo regime al di fuori dell'azione, colpevole di omissio¬ne resa obbligata dal suo stato di sudditan¬za nei confronti degli alleati atlantici e sta¬tunitensi.
È un passo in avanti. Una verità parziale che, forse, è il massimo che si poteva avere da un magistrato della repubblica che, per forza di cose, le sue indagini le deve svolgere con uffi¬ciali e funzionari che appartengono a quegli apparati di sicurezza e di polizia che da sem¬pre occultano la verità e che sono quindi anch'essi limitati nella loro azione investigativa, circoscritta alla ricerca degli autori materiali degli attentati stragisti. Un passo più in là e cambiano ufficio o, se occorre, mestiere.
Ma la verità sulla strage di piazza Fonta¬na è stata detta, ormai, più volte ma è stata seppellita sotto montagne di documenti processuali, rapporti di polizia, memorie difensive, dichiarazioni di politici e articoli giornalistici tutti concentrati sugli autori materiali la cui identificazione e condanna dovrebbe rappresentare il raggiungimento della verità.
Cosi dicono, anche se la realtà li smentisce.
Gli attentati del 12 dicembre 1969 sono stati il punto di arrivo di una operazione che doveva concludersi con la proclamazione dello stato d'emergenza, la sospensione delle garanzie costituzionali, la posta fuorilegge del Pci o comunque la imposizione di pesantissime restrizioni alla sua azione politica tali da precludergli per sempre la possibilità di allargare ulteriormente i propri consensi elettorali.
L'operazione parte, cioè, dallo Stato e dalla sua classe politica anticomunista, attestata su uno schieramento che andava da frange del Partito socialista al Msi e gruppi ad esso collegati, sostenute da forze internazionali rappresentate dalla Nato, dagli americani e dagli israeliani.
Si è sempre affermato che il convegno organizzato dallo Stato maggiore dell'Esercito e dal Sid, a Roma nel maggio 1965, dall'Istituto "Alberto Pollio" rappresenta la visualizzazione della strategia anticomunista, il preannuncio della "strategia della tensione" dato dai tecnici, tutti legati al servizio segreto militare, della controrivoluzione; ma non si è indagato su quanto costoro, quelli politicamente più impegnati, hanno fatto successivamente, se cioè le affermazioni teoriche sono state seguite dai fatti, come difatti è avvenuto.
Nel giugno 1965, un mese dopo la conclusione del convegno dell'Istituto Pollio, a Roma si riuniscono Nicola Romeo, Piera Gatteschi, Pier Francesco Nistri, Nino Del Totto, Stefano Delle Chiaie. Pino Rauti e 'Lillo' Sforza Ruspoli che costituiscono il "Comitato italiano per l'Occidente" che si propone di «approntare elenchi di combattenti e giovani pronti a fornire un italiano anticomunista per ogni comunista italiano che vada a rafforzare i rossi in qualsiasi parte del mondo». Ci sono tutti, come si vede: i rappresentanti del Msi, quelli di Ordine nuovo ed Avanguardia nazionale, 'moderati' ed 'estremisti'. È il volto di una destra unita, compatta, che lancia un segnale preciso sul piano internazionale, ad interlocutori intuibili sebbene non ancora smascherati, per porre al loro servizio i 'camerati' italiani da contrapporre ovunque ai 'compagni' che militano nel Pci. Sono gli anni della parola d'ordine "La mia patria è la mia idea". Uno straniero anticomunista, sia esso americano, negro, israeliano è un amico, l'italiano comunista è il nemico da combattere.
La destra supera così il nazionalismo, lo ripudia nei fatti, occultando la svolta dietro la suggestiva invocazione di "Italia, Italia" che rimane come un mero slogan capace di entusiasmare la massa dei simpatizzanti ignari.
Ma se la destra presenta un volto unitario ai suoi interlocutori esteri, all'interno rimane ufficialmente frammentata, impegnata com'è a contrastare la leadership del segretario nazionale del Msi, Arturo Michelini, per favorire l'ascesa di Giorgio Almirante. Una frammentazione sui generis, perché nei fatti le varie componenti della destra italiana si sostengono a vicenda e insieme partecipano a manifestazioni e provocazioni. Ancora il 12 aprile 1965, a Roma, contestano tutti insieme, missini ordinovisti ed avanguardisti, Ferruccio Parri che era stato chiamato a svolgere una conferenza nella facoltà di Storia contemporanea all'Università. I volantini li distribuisce Avanguardia nazionale per i giovani a "dire basta ai rinnegati che ancora oggi celebrano la vittoria di quegli eserciti che permisero d'instaurare il più infausto sistema di governo che la nostra storia ricordi! ...". La firma però è congiunta "Avanguardia nazionale. Iniziativa rivoluzionaria. Msi [via del Pantheon. 57]". Poi, per meglio servire gli interessi di quegli "eserciti stranieri", la destra attua una manovra diversiva e fa ufficialmente scomparire dalla scena pubblica la formazione 'oltranzista' guidata da Stefano Delle Chiaie. Avanguardia nazionale si inabissa in ossequio alle direttive ricevute lasciando campo libero a Ordine Nuovo ed al Movimento sociale. Organizzazione di servizio, Avanguardia nazionale passa a compiti operativi occulti, lasciando alle altre due lo svolgimento di attività ufficiali e palesi.
Fallito, per il solito voltafaccia di Giorgio Almirante, l'obiettivo di riconquistare la leadership del Msi spodestando Arturo Michelini dalla segreteria nazionale durante il Congresso di Pescara [12-14 giugno 1965], si passa ad una 'guerra di lunga durata' da condurre in modo clandestino. Il piano è unitario. Lo prova una nota riservata della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, data 3 agosto 1965: "I gruppi della sinistra del Msi [quelli che fanno capo ad Almirante, ndr] d'intesa con le Federazioni combattenti della Repubblica sociale italiana e delle associazioni d'arma della 'Milizia' e degli 'Arditi', sarebbero intenzionati a dare vita ad organismi cosiddetti occulti, costituiti da gruppi composti da 5 elementi denominati "Giovani arditi" ...La strutturazione frazionistica dei "gruppi" ha, appunto, lo scopo di evadere la vigilanza della polizia. La presidenza di tale organizzazione dovrebbe essere affidata al principe Borghese".
Siamo nel 1965, ma il moderato principe Junio Valerio Borghese, amico di James Jesus Angleton e di Umberto Federico D'Amato, si pone già a capo di quel movimento sotterraneo che gli apparati di sicurezza dello Stato, in collaborazione con quelli alleati, stanno attuando a destra, per creare i presupposti di un intervento politico-militare visto come l'unico mezzo in grado di bloccare la politica di centrosinistra e, con essa, la sicura avanzata elettorale del Pci. Lo conferma un appunto inviato dal colonnello Adriano Magi Braschi, relatore al convegno organizzato dall'Istituto "A. Pollio", al
generale Aloja, il 2 ottobre 1965, riferendo le conclusioni alle quali è pervenuta l'Associazione del trattato atlantico [Ata]: «Se la minaccia
militare si è attenuata, è cresciuta per contro quella della sovversione interna» e quindi alla «minaccia sovversiva va contrapposta un'azione unitaria ordinata ed efficace di tutta l'Alleanza atlantica».
E in questo ambito, con questo fine, si muove compatta la destra italiana.
Gli informatori trasmettono agli apparati di sicurezza dello Stato le notizie che raccolgono, forse non del tutto consapevoli che l'azione unitaria della destra italiana è coordinata proprio dai loro interlocutori istituzionali, le trasmettono agli uffici di competenza. E i dirigenti di questi ultimi fanno la cosa più logica: archiviano. Non hanno difatti movimenti sovversivi sui quali indagare e contro i quali scatenare la forza repressiva dello Stato. Hanno fedeli esecutori di ordini da coprire perché possano agire indisturbati nella loro battaglia contro la "minaccia sovversiva". Così, cade nell'oblio la nota informativa del 3 ottobre 1967 sul conto di Avanguardia nazionale che "all'inizio del 1966
cessò ogni attività, per asseriti movimenti finanziari e per l'uscita da esso di numerosi elementi. Successivamente Stefano Delle Chiaie - continua la nota - che ne era stato il presidente, ha continuato però a riunire attorno a sé un gruppo di giovani fidati, adoperandosi in ogni modo per ingrossarne le file onde attuare un suo vecchio proposito di dar vita ad un'organizzazione nazionalistica clandestina".
E segue una lista di nomi che ritroveremo puntualmente negli anni a venire negli oscuri eventi della "'strategia della tensione", insieme al preannuncio di attentati che "dovrebbero essere effettuati, contemporaneamente, in vari
centri come Roma, Firenze, Genova, Milano, Bolzano, Trieste e Napoli". Viene sepolto in fretta anche un promemoria del 18 dicembre 1968 che, sempre su Avanguardia nazionale, dice che i suoi esponenti "sarebbero stati in
contatto con Ufficiali dell'Arma dei carabinieri ed avrebbero preso accordi che in caso di necessità l'A.n.g. avrebbe dovuto costituire la cosiddetta protezione civile ... Verso la fine del 1964 - prosegue la nota - l'A.n.g. fu sciolta per
riformarsi dopo brevissimo tempo in maniera totalmente diversa", con lo scopo di " ...far scomparire ufficialmente un'organizzazione estremista e nello stesso tempo ricostituirla segretamente con persone selezionate e veramente fidate". Concorsi di addestramento teorici e pratici all'uso delle armi e degli esplosivi, "nell'estate del 1965" condotti "da un ex ufficiale francese della legione straniera".
La strage del 12 dicembre 1969 è ancora lontana, ma i presupposti sono stati creati.
La destra italiana supera le beghe interne fra i vari dirigenti derivanti da smania di protagonismo personale e divergenze tattiche, per condurre innanzi la sua strategia unitaria. Il principe Junio Valerio Borghese s'impegna pubblicamente nella difesa dell'italianità dell'Alto Adige, mentre i vertici del Msi mettono a disposizione del Sifar uomini per fare attentati in Austria, Borghese parla a Roma ad una manifestazione del "Comitato tricolore" in difesa dell'Alto Adige, presenti numerosi ufficiali delle Forze armate, il 26 settembre 1966, e il confidende Armando Mortilla può segnalare alla divisione Affari riservati del ministero degli Interni qualche settimana più tardi, il 17 ottobre 1966, che Arturo Michelini lo ha "mobilitato" per favorire il rientro nel partito delle formazioni extraparlamentari, possibilità che Pino Rauti non respinge ma subordina a "una pubblica presa di posizione dell'esecutivo nazionale" del Movimento sociale, come un'altra nota informativa del 18 ottobre 1966 sottolinea.




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