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  1. #1
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    Predefinito Un principio dottrinale nella Spe salvi

    A margine di uno dei punti centrali della dottrina riportata da Guénon -- la questione della gerarchia spirituale come cuore del mondo -- mi sembra interessante riportare, per eventuali commenti, un passo dell’enciclica di Benedetto XVI Spe salvi (15):

    Bernardo di Chiaravalle [...] con molte immagini illustra la responsabilità dei monaci per l’intero organismo della Chiesa, anzi, per l’umanità; a loro egli applica la parola dello pseudo-Rufino: “Il genere umano vive grazie a pochi; se non ci fossero quelli il mondo perirebbe [...]”

    Il contesto in cui è inserita questa citazione del pontefice è quello della secolarizzazione dell’Occidente, manifestato in maniera grossolana dall’assenza di qualsiasi riferimento al cristianesimo o ad altra tradizione spirituale tra i fondamenti della Costituzione dell’Unione Europea.
    Personalmente, letto con le necessarie trasposizioni di linguaggio, credo che questo passaggio indichi quantomeno la consapevolezza di determinati princìpi da parte dell’attuale gerarchia cattolica; di questi tempi, non sembra cosa da far passare inosservata.

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da stefano nazari Visualizza Messaggio
    A margine di uno dei punti centrali della dottrina riportata da Guénon -- la questione della gerarchia spirituale come cuore del mondo -- mi sembra interessante riportare, per eventuali commenti, un passo dell’enciclica di Benedetto XVI Spe salvi (15):

    Bernardo di Chiaravalle [...] con molte immagini illustra la responsabilità dei monaci per l’intero organismo della Chiesa, anzi, per l’umanità; a loro egli applica la parola dello pseudo-Rufino: “Il genere umano vive grazie a pochi; se non ci fossero quelli il mondo perirebbe [...]”

    Il contesto in cui è inserita questa citazione del pontefice è quello della secolarizzazione dell’Occidente, manifestato in maniera grossolana dall’assenza di qualsiasi riferimento al cristianesimo o ad altra tradizione spirituale tra i fondamenti della Costituzione dell’Unione Europea.
    Personalmente, letto con le necessarie trasposizioni di linguaggio, credo che questo passaggio indichi quantomeno la consapevolezza di determinati princìpi da parte dell’attuale gerarchia cattolica; di questi tempi, non sembra cosa da far passare inosservata.
    Anzitutto benvenuto.

    Premetto che non è nostro interesse addentrarci in una disamina dell'attuale stato del Cattolicesimo Romano nè di altra Tradizione, sia perchè fuori dagli interessi di questo forum, sia -e soprattutto- perchè oltre le nostre capacità.

    Il principio sotteso al passo dell'enciclica mi pare non sia altro che quello della superiorità della Contemplazione sull'azione (o dello Spirituale sul temporale, o dell'Universale sull'individuale), principio che è sempre stato ben presente nel Cattolicesimo ed in ogni Tradizione ortodossa, sia in ambito exoterico che esoterico. Pertanto nel fatto che tale principio (piuttosto elementare, oserei dire) sia presente in un'enciclica non vi vediamo nulla di straordinario. Semmai sarebbe il veder negato questo principio da parte di un'autorità tradizionale che non dovrebbe passare inosservato.

    Il passo di Rufino è invece interessante in quanto presenta un'analogia sorprendente con un passo molto simile presente nelle Tradizione islamica, relativo alle gerarchie spirituali.
    Appena trovo riferimenti più precisi li pubblico.
    "In girum imus nocte et consumimur igni"

  3. #3
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    Grazie davvero per il benvenuto.

    Come hai giustamente notato, il primato della contemplazione sull’azione rende implicito quello di gerarchia spirituale, che è a sua volta legato a uno degli elementi più delicati della dottrina riportata da Guénon.
    In effetti, in un contesto come l'attuale, personalmente non trovo affatto banale un riferimento di questa natura in un'enciclica papale.
    Cogliendo però la necessità di comparazione che mi sembra implicita nella promessa di un tuo contributo sul tema delle gerarchie spirituali, mi sembra possa giovare un breve excursus sulla genealogia di questa dottrina in ambito abramitico.

    Il primo riferimento scritturale esplicito sembra essere Gen 18, 16-33, dove si narra del dialogo tra YHWH e Abramo in merito alla distruzione di Sodoma, in cui Abramo «riesce» a instaurare l’intercessione di “dieci giusti” al fine di salvare la città.

    Fatta salva l’intercessione universale del Cristo, il giudeo-cristianesimo primitivo sembra associare questa funzione, benché a livello «locale», all’apostolo Giacomo, primo vescovo di Gerusalemme e «pilastro della Chiesa» (cfr. Gal 1,19; 2,9-12). Eusebio di Cesarea (Historia ecclesiastica, II,23,7-20) riporta tradizioni secondo le quali, per il suo ascetismo, Giacomo era chiamato «il giusto» e ‘ōblias, «bastione, rifugio del popolo», popolo che egli sosteneva con la preghiera; la sua uccisione da parte dei giudei era infatti posta in relazione causale con la caduta di Gerusalemme. Il copto Vangelo di Tomaso (Codex II, Nag Hammadi, logion 12), ne spinge all’estremo gli attributi: «[…] Giacomo, il giusto, per il quale sono stati fatti il cielo e la terra».

    Nella tradizione rabbinica, la dottrina del «giusto» (ẓaddik), pone le sue basi nell’interpretazione talmudica di Prov 10,25: «ẓaddik yesod ‘olam» (dove ‘olam può significare sia «perennità» che «mondo»), resa come «il giusto è il fondamento del mondo»:

    Su cosa poggia la terra? […] Rabbi Eleazar ben Shamu‘a dice: Su un unico pilastro, e il suo nome è ẓaddik. Perciò dice la scrittura: ẓaddik è il fondamento del mondo (Hagiga 12b).

    Dunque il giusto-ẓaddik sostiene il mondo: «il mondo intero è sostenuto dai meriti degli ẓaddikim» (Berakhot 17b) e «fintanto che ci sono ẓaddikim al mondo, c’è benedizione sul mondo; quando gli ẓaddikim muoiono, le benedizioni svaniscono» (Sifre Deut. 38); ma è anche la causa per cui il mondo è creato: «il mondo sarebbe stato creato anche per un unico ẓaddik» (Yoma 38b); per questo il suo potere di intercessione è tremendo: «lo ẓaddik dispone e Dio obbedisce» (Ta‘anit 23a). L’esistenza di ẓaddikim per ogni generazione è determinante: «Lo ẓaddik non lascia questo mondo finché un altro non ne è nato, perciò è detto: “Il sole sorge e il sole tramonta”. […] Il Santo vide che gli ẓaddikim erano pochi. Decise perciò di piantarli in ogni generazione» (Yoma 38b).
    La discussione su quale debba essere il numero degli ẓaddikim viventi in ogni generazione sembra infine attestarsi sul numero cosmologico di trentasei (cfr. Sanhedrin 97b e Sukkah 45b), ciò che darà luogo alla leggenda qabbalistica e hassidica dei lamed vav ẓaddikim («trentasei giusti», in yiddish: lamedvovniks): ignoti, praticanti i mestieri più umili, essi sarebbero i veri protettori di Israele.

    Questi motivi sono ben attestati nella qabbala medievale. Nel Sefer ha-Bahir (Libro fulgido), il primo testo in cui si manifesta pienamente questa tradizione esegetica, un intero capitolo (CXX) è dedicato allo ẓaddik:

    egli [Rabbi Berekyah] ha insegnato: Una colonna va dalla terra alla volta celeste; il suo nome è il «giusto» (ẓaddik), dal nome dei giusti. Quando vi sono giusti nel mondo, essa è solida, ma se non ve ne sono, s’indebolisce. Tale colonna sostiene il mondo intero, come è scritto: «Il giusto è il fondamento del mondo»; se però, essa è debole, il mondo non può sussistere. Perciò, anche se nel mondo vi è un unico giusto, questi regge il mondo intero, giacché è detto: «Il giusto è il fondamento del mondo» […].


    Per questo motivo, nella speculazione successiva, zaddik diventa anche un nome convenzionale della nona sefira dell’albero cabbalistico, (yesod-fondamento), associata al patriarca Giuseppe e al phallus dell’Adam kadmon. Attraverso questa sefira, l’influsso divino arriva alla terra.

    Yosef Gikatilla (1248-1310) riprende questo concetto nel suo Sha‘are orah (Porte della luce). Se Dio, il Giusto (Ẓaddik), vede gli uomini comportarsi secondo i comandamenti della Torah, «lo Ẓaddik si espande, riempiendosi di ogni genere di emanazione che fluisce dall’alto, da riversare nella Shekina (presenza divina), […] in tal modo il mondo intero è benedetto da quegli ẓaddik e la Shekina è similmente benedetta in mezzo a loro», al contrario, se gli uomini fanno il male, «lo Ẓaddik si raccoglie e si contrae, ascendendo sempre più in alto. Quindi cessa il flusso in tutti i canali e la Shekina è abbandonata secca e vuota, priva di ogni bene»:

    chi comprende questo segreto comprende l’immenso potere che ha l’uomo di costruire e di distruggere. Ora vieni a vedere il potere degli ẓaddikim: essi possono unire tutte le sefirot, armonizzando i mondi in alto e in basso (Sha‘are orah, 19a-b).

    Lo Zohar non poteva che confermare la dottrina dello ẓaddik come pilastro del cosmo (kayyema de-‘alma, cfr. ad es. Zohar 1,43a e Zohar Hadash 24a). Questo attributo è associato a colui che è anche il modello dello ẓaddik zohariano, la sua figura centrale, rabbi Simeon ben Yohai (sec. II): in un calco del dialogo biblico tra Dio e Abramo sul castigo di Sodoma (Gen 18, 16-33: come detto supra questi versetti sembrano essere il modello scritturale di questa dottrina), egli riesce a fermare l’angelo incaricato della distruzione del mondo, perché questi riconoscerà in lui il potere intercessorio dello ẓaddik (cfr. Zohar Hadash, wa-yera, 33a). Su queste basi, a partire dal sec. XVII, la dottrina prenderà rilevanza soprattutto nel hassidismo dell’Europa orientale, a cui abbiamo già accennato.

    Secondo Paul Fenton (cfr. The Hierarchy of the Saints in Jewish and Islamic Mysticism, “Journal of the Muhyiddin Ibn ‘Arabi Society”, 10 [1991], 12-34), le linee di forza di questa tradizione giudaica avrebbero influito sul periodo formativo della spiritualità islamica, soprattutto nei circoli presenti a Baghdad, laddove più forte era la presenza ebraica.

    Se il primo autore islamico ad affrontare questo tema in esplicito è probabilmente Ibn Abi’l-Dunyā (823-894), il primo trattato organico sarà quello del sufi al-Ḥakīm al-Tirmidhī (820/830-907/912), il Sīrat al-awliyā’, conosciuto anche come Khatm al-awliyā’ o Khatm al-wilāya (Il sigillo della wilāya). Il trattato discute della wilāya/walāya, termine che, come è noto, può solo parzialmente essere tradotto con «prossimità», «amicizia» (la radice WLY occupa ben dieci pagine in-folio nel dizionario arabo di Ibn Manzur): gli awliyā’ (sing. walī) sono i santi, ma più propriamente, gli «amici di Dio». Al-Thirmidhī distingue due classi di amicizia divina: il walī ḥaqq Allāh, è il santo che giunge a Dio osservando i precetti della Legge con tutta la sua forza interiore, il walī Allāh è invece attratto da Dio per Dio; il primo può arrivare solo fino al Trono divino (samā’ al-dunyā), ai confini con il cosmo, il secondo invece raggiunge la piena unione con Dio e, in Lui, il proprio annichilamento (fanā’). Questo autore è anche il primo a parlare compiutamente in ambito islamico di una gerarchia di amici di Dio con la funzione di sostenere il mondo:

    poiché Dio si è ripreso il suo profeta, ha messo tra il suo popolo quaranta giusti [ṣiddīqūn, sing. ṣiddīq, evidentemente corrispondente all’ebr. ẓaddik] che sostengono la terra […]. Quando uno di essi trapassa, un altro prende il suo posto, fino alla fine dei giorni […]. Questi quaranta sono una protezione per la comunità perché mantengono la terra e tramite loro cade la pioggia (Sīrat al-awliyā’, IX).

    Questi quaranta formano una gerarchia ulteriore rispetto a quella profetica, al loro vertice sta il «sigillo dell’amicizia» (khatm al-wilāya). Questa dottrina è ripresa nel manuale sufico Kashf al-maḥjūb, del persiano al-Hujwīrī (?-1072), che sistematizza questa gerarchia:

    Dio sceglie gli amici (awliyā’) che saranno i governatori del Suo regno e li favorisce con la realizzazione di diversi tipi di miracoli (kāramāt). Gli amici costituiscono i segni viventi della Verità e manifestano la prova della veracità di Muḥammad. Tramite la loro benedizione la pioggia cade dal cielo e per la purezza della loro vita nascono le piante dalla terra. Tra di loro ce ne sono quattrocento che sono nascosti e non sanno uno dell’altro e non sono consapevoli dell’eccellenza del loro stato, ma in ogni circostanza sono nascosti da loro stessi e dagli uomini […]. Dei ministri della corte divina ce ne sono trecento chiamati akhyār (gli eletti), e quaranta chiamati abdāl (i sostituti) e sette chiamati abrār (i puri) e quattro chiamati awtād (i pilastri) e tre chiamati nuqabā’ (i capi) e uno chiamato quṭb (il polo) o ghawth (il soccorso, il rifugio). Tutti costoro si conoscono e non possono agire se non con il mutuo consenso.


    Ma per arrivare alla piena elaborazione di questa dottrina si dovrà attendere l’opera monumentale di Muḥyī-d-dīn Ibn ‘Arabī. Su questo punto, a livello bibliografico, rimangono fondamentali due studi usciti quasi contemporaneamente alla metà degli anni 1980: Michel Chodkiewicz, Le Sceau des saints: Propétie et sainteté dans la doctrine d’Ibn Arabi (Paris: Gallimard, 1986) e Masataka Takeshita, Ibn ‘Arabi’s Theory of the Perfect Man and its Place in the History of Islamic Thought (Tokyo: Institute for the Study of Languages and Cultures of Asia and Africa, 1986).

    Ibn ‘Arabī commenta e amplifica il libro di Tirmidhī nel cap. 73 del suo sterminato Futūḥāt al-makkiyya. Uno dei temi portanti di questo capitolo è quello del dīwān al-awliyā’, il concilio occulto dei più alti gerarchi tra gli amici di Dio che ha l’incarico di custodire il mondo e di assicurarne l’integrità. La figura centrale del dīwān è il quṭb, il polo e l’asse della gerarchia dei santi: avendo realizzato la originaria funzione di Adamo come khalīfa (vicario, vicereggente) di Dio nel cosmo (cfr. Corano 2,30), egli è divenuto l’Uomo (al-insān); simbolo dell’Uomo è il pilastro centrale (‘amad), verticale come lo è l’Uomo, perchè Dio l’ha posto come sostegno della cupola dei cieli (cfr. Futūḥāt, I, 125.5). In effetti, Ibn ‘Arabī tratta di questo tema in molteplici opere, ma condensa in un piccolo libro, il Kitāb manzil al-quṭb (Libro della dimora del polo, tradotto in italiano da Chiara Casseler e che ho visto commentato in questo stesso forum), i tratti essenziali della gerarchia. A questo testo si potrebbe aggiungere un altrettanto breve trattato, il Kitāb al-quṭb wa al-nuqabā' (Libro del Polo e dei Capi), che non mi risulta ancora tradotto in nessuna lingua occidentale.

    Dal canto loro, i teosofi sciiti della prima generazione identificano principalmente il quṭb con il dodicesimo imām, l’imām nascosto, il quṭb al-aqṭāb (il polo dei poli), sebbene il termine sia oggi utilizzato nell’area iranica anche per identificare un «maestro spirituale» in senso lato. La figura degli imām sciiti racchiude in effetti fin dai primi secoli dell’ègira, e in grado assai marcato, le linee di forza di questa dottrina.
    Secondo tale elaborazione (portata alla luce in Occidente dagli studi di Henry Corbin e, soprattutto, da quelli di Mohammed Amir-Moezzi), gli imām, discendenti legittimi del profeta Muḥammad nella linea di ‘Ali, prima di essere considerati detentori di imprescindibili funzioni teologico-politiche (che notoriamente daranno luogo al più grande scisma all’interno dell’islam), sono considerati personificazioni di principi metafisi e precosmici. Per la tradizione maggioritaria, duodecimana, la serie di questi eredi dell’auctoritas muhammadiana si interromperà apparentemente con l’occultazione (prima minore, ghaybat al-kubrā e poi maggiore, ghaybat al-ṣughrā, dall’anno 942 d.C.) del dodicesimo imām, Muḥammad bin al-Ḥasan (al-Qā’im, al-Mahdī, Ḥujjat Allāh, Baqiyyat Allāh, Ṣāḥib al-Zamān, Abū al-Qāsim). Questi, che non ha mai conosciuto la morte, viene occultato agli occhi dei mortali; alcune tradizioni lo dicono risiedere su una misteriosa Isola Verde fino al Giorno del giudizio. Ora, secondo la nascente dottrina imamita (Amir-Moezzi la chiama «esoterica, sovra-razionale»), l’intercessione dell’imām è una necessità cosmica: «la terra non può essere priva di imām; senza costui essa non potrebbe sussistere una sola ora» (al-Ṣaffār, Baṣā’ir 10, 10-12) e «se non restano che due uomini al mondo, uno di essi sarà l’imām» (ibid., 11). L’ordine cosmico si mantiene solo grazie alla presenza di questi vertici della wilāya divina: «è grazie ad essi che Dio non permette al cielo di schiacciare la terra né a quella di inghiottire i suoi abitanti» (Ibn Bābūye, Kamāl al-dīn, 37, 9, II/383).
    Una particolare corrente sciita, la shaykhiyya, ha messo in luce un’ulteriore gerarchia spirituale occulta oltre a quella degli imām, i rijāl al-ghayb (uomini dell’invisibile). Gli appartenenti a questa gerarchia sono in relazione con il mondo divino occulto, il ghayb, e con l’imām nascosto, in modalità diverse a seconda del loro grado; sono poi «invisibili» nel senso che il loro rango spirituale e le loro attività reali, in quanto compagni dell’imām nascosto, sono nascoste a tutti. Commercianti, artigiani o contadini, tutti possono fare parte di questa gerarchia. Essi intervengono in maniera occulta negli affari del mondo, affinché l’ingiustizia e la violenza, dovute all’ignoranza, non invadano completamente la terra.

    Vorrei però concludere questa breve rassegna, tornando al cristianesimo.

    Oltre ai riferimenti di padri come lo ps.-Rufino citato nell’enciclica di Benedetto XVI, e in genere dell’ambiente eremitico egiziano, è nel sec. XIV che un autore legato alla corrente della cosiddetta mistica renana codifica magistralmente questa dottrina.
    Si tratta di Ruman Merswin (discepolo di Taulero e portavoce di un non mai identificato «gottesfrùnt von Oberland», amico di Dio delle Terre Alte, capo a sua volta di un consesso di altri misteriosi «amici di Dio») a cui è attribuito un testo in realtà anonimo, il Neunfelsenbuch (Libro delle nove rupi). Di questo testo fondamentale, mai tradotto in italiano, credo non sia inutile riportare qualche passo.

    Ti dico che devi arrampicarti molto più in alto, su una rupe dopo l’altra fino a che vedrai i veraci e segreti amici di Dio.
    Per quanto siano in pochi [gli abitanti della nona e ultima rupe della montagna], Dio fa poggiare la cristianità su di loro. […] Se questi pochi uomini uscissero dal tempo, Dio lascerebbe subito scomparire la cristianità.

    Quando un uomo arriva in questa compagnia che abita sulla nona rupe, quest’uomo è più caro e stimato da Dio ed è più utile alla cristianità di mille altri uomini che stanno sulle rupi più basse.

    Quando accade che uno di questi uomini prega Dio per una cosa, e avvenga che tutti gli uomini che vivono nella cristianità si mettano tutti insieme a pregare Dio nello stesso momento per la stessa cosa […], Dio esaudirebbe assai più volentieri la preghiera del singolo uomo che abita su questa nona rupe che quella di tutta la cristianità insieme che ci prega contro.

  4. #4
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    Mi permetto di consigliaqre la lettura di questo importantissimo testo akbariano, per integrare quanto scritto fin'ora



    Ibn 'Arabi
    Il mistero dei Custodi del mondo


    a cura di: Chiara Casseler

    Questa collana di opere mai tradotte in lingua occidentale, esordisce con una dei testi minori di Muhyi-l-Dîn Ibn 'Arabî (m. 1240). In essa, il grande maestro delle dottrine spirituali del Sufismo descrive le tre massime funzioni della gerarchia esoterica dei santi, ossia quella del Polo (qutb), vero e proprio "Vicario di Dio" sulla terra, e dei suoi due Assistenti: l'Imâm che si trova alla sinistra del Polo e che presiede all'integrità del mondo corporeo, e l'Imâm che si trova alla sua destra, incaricato del governo degli esseri spirituali. Le analogie con le funzioni supreme della misteriosa Agarttha sono talmente evidenti che non è neppure il caso di menzionarle.

    Ordinabile qui: http://www.leoneverde.it/


    Un saluto,
    Talib
    “Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero”

    Proverbio arabo

 

 

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