Mastro Tiziano smaschera questa Napoli senza volto
Una sublime mostra di grandi ritrattisti del passato riporta in città la pittura più alta. Dopo troppe esposizioni perse a rincorrere il nulla della modernità
di Adriana Dragoni
Il Domenicale 20-05-2006
Eliminare la figura umana dalla rappresentazione artistica. Questo, già negli anni Sessanta, sembrava essere l’impegno di quei neoavanguardisti, minimalisti o concettualisti, alieni dalla pop art e dall’iperrealismo americano. Ma, negli stessi anni, altri artisti, quelli della cosiddetta body art, mostravano se stessi, il proprio corpo, in situazioni singolari, scabrose, degradanti. Spesso non un bel vedere. Tra questi, un buon gruppo ha continuato a lavorare su aspetti miserevoli della fisicità. Come Rebecca Horn, che ora, dopo avere esposto un gran numero di teschi in piazza Plebiscito a Napoli per una festa di Capodanno, ne ha rimessi in mostra alcuni al Madre (Museo d’arte Donna Regina), uno spazio espositivo d’arte contemporanea aperto lo scorso anno, sempre nella città partenopea. Nel museo si possono anche osservare fotografie giganti che riprendono le performance di protagonisti di questa “arte del corpo”, nudi, in pose non esaltanti (altri direbbero sconvenienti), come Gilbert Proersch e George Passmore, in arte Gilbert & George, coppia anche nella vita.
Il Madre, poi, oltre alle opere degli artisti (Clemente, Lewit, Long, Bianchi, Fabro, Koons, Kapoor, Paladino, Kounellis, Paolini e Serra) recentemente chiamati a Napoli dalla pubblica committenza, ne ospita altre che illustrano vicende artistiche significative, dagli anni ’50 in poi. In un contesto dove opere modeste si trovano accanto a quelle realizzate da personalità di peso, generando la solita confusione di valori, si può notare ciò che affermavamo all’inizio: già dalla seconda metà del Novecento si va facendo rara, in arte, la rappresentazione della figura umana.
Anzi, sembra che i curatori del Madre abbiano scelto di evitarne l’esposizione nelle forme più tradizionali, quelle che, negli ultimi tempi, diversi artisti (guidati dai critici Maurizio Calvesi e Renato Barilli) hanno cercato di recuperare. Questa scelta si ritrova anche in quegli eventi di arte contemporanea dove più che altrove è stata decisiva la guida di Achille Bonito Oliva, il critico padre della Transavanguardia, per anni consulente artistico della Regione Campania. L’uomo, quando c’è, è spesso senza volto, perché visto di spalle, come, tra gli altri, da Giulio Paolini. Oppure è solo una sagoma semplificata, come nell’opera di Nino Longobardi, uno dei tanti che sembrano volere semplificare così la complessità umana in una forma elementare, valida per tutta la specie, secondo il diffuso imperativo dell’indifferenziata uguaglianza. A volte, vedi molte opere del transavanguardista Mimmo Paladino, vengono presentate solo alcune parti del corpo: un braccio, delle mani o un profilo che suggeriscono un essere senza consistenza, una flebile e disunita apparenza. Altre volte, ed è un filone di successo, la descrizione si limita a quella di particolari anatomici sessuali, definiti simboli erotici chissà perché.
L’arte vera ti guarda negli occhi
Del resto, sembra sempre più evidente che una fondamentale differenza tra il mondo passato e quello futuro (il presente è solo di passaggio) riguarderà la composizione dell’umanità, un tempo fatta d’individui diversi l’uno dall’altro e in futuro composta da esseri tutti uguali, ovvero percepiti come tali, per una sopravvenuta cecità generale. 140 ritratti di persone del tempo che fu appaiono nella mostra Tiziano e il ritratto di Corte da Raffaello ai Carracci, oggi a Napoli al museo di Capodimonte, fino al 5 giugno. Tutti i personaggi sembrano vivi, non tanto per la precisione dei tratti fisionomici quanto per quel guizzo negli occhi, quell’incresparsi della fronte, quel gesto, che te li fa parere veri e indiscutibilmente unici. L’accamparsi del personaggio in un determinato spazio del quadro, illuminato da quella certa luce, il suo atteggiarsi e i suoi vestiti rendono quel particolare momento, quell’ora del giorno, quell’epoca; elementi che, traducendosi in un insieme di valori formali (cioè di linee e colori), rendono unica anche la singola opera, rivelando il rapporto tra pittore e soggetto. Così, la raffinatezza stilizzata di un giovane è anche quella di Rosso Fiorentino che lo dipinge, e la compostezza dell’Antea è anche quella del suo ritrattista, il Parmigianino, che nei riferimenti simbolici e nell’eversione prospettica del ritratto di Galeazzo Sanvitale esprime la religiosità colta e sottilmente eretica di entrambi, mentre l’intima ribellione di Lorenzo Lotto traspare dal ritratto di Bernardo de’ Rossi, controversa figura di vescovo.
I più numerosi sono i ritratti eseguiti da Tiziano, che dipingeva solo con i colori, senza disegno: un difetto, secondo Michelangelo, come riporta il Vasari. Ma fu un pittore conteso anche dai potenti. E ritrasse sia il re di Francia Francesco I, sia il suo rivale Carlo V, sia il papa Paolo III Farnese. Ma sarebbe un errore considerare i loro ritratti espressione del potere, perché quella di Tiziano è una galleria di personaggi umanissimi e complessi. E c’è un Paolo III idealista e carismatico, un altro energico e pratico, e infine quello ormai anziano, con i nipoti, debole e soccombente ma con un’intelligenza lucida e ormai cinica. La storia è fatta dagli uomini, non da un astratto potere. E «certe storie», è il logos della mostra, «si scrivono con un pennello meglio che con una penna».
Perdere la faccia per la modernità
Bene, diremmo, non solo meglio. E il successo di questa esposizione fa sembrare ancora più curiosa l’insistenza delle Amministrazioni locali nel presentare un’arte senza volti a una città in cui l’arte, per millenni, di facce ne ha realizzate tante, studiandone la complessità delle espressioni e dei sentimenti. Ed è curioso l’impegno per l’arte contemporanea, mentre tanti antichi edifici (spesso di proprietà pubblica, della Curia e del Comune) sono abbandonati al degrado. Delle 300 chiese napoletane, 220 sono chiuse e spogliate proprio di quelle opere che – riproducendo in gesso, marmo, legno, su tavola o tela le figure di angeli, santi, cristi e madonne – esprimevano i vari intendimenti e sentimenti umani, animavano le chiese e favorivano un confidente dialogo tra il fedele e chi sta più su.
Ma l’abbuffata modernista imposta a Napoli (seppure un aggiornamento artistico della città fosse auspicabile) è andata ben oltre il Madre: si è inaugurato un altro spazio simile, il Pan; sono state ospitate varie installazioni per Capodanno e strombazzate mostre di artisti à la page; ci sono le opere d’arte contemporanea, molto criticate, che ornano le stazioni della metropolitana; si è organizzata la dodicesima Biennale dei Giovani Artisti d’Europa e del Mediterraneo, un evento affollato di partecipanti (700), ma molto deludente nei contenuti. Insomma, le Amministrazioni locali si vantano di aver reso Napoli un’attualissima città d’arte in grado di attirare turisti. Ma l’intenzione sembra velleitaria, vista l’assurdità di lasciare andare in malora il centro antico della città (segnalato dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità): irripetibile ricchezza in grado, questa sì, di richiamare visitatori da tutto il mondo. Tanto è vero che, tranne nei giorni delle varie inaugurazioni, il pubblico ha lasciato le sale del Madre quasi completamente deserte.
Ma l’Amministrazione non si è data per vinta: per il Madre spot televisivi e una mostra, dal 22 aprile, di Jannis Kounellis. L’anziano artista ha riciclato le sue installazioni dei passati decenni, e – come fece nel ’69 per la galleria romana L’Attico – ha sistemato dodici cavalli di razze diverse in un grande salone del museo. Ma ha voluto anche altri animali. Adamantini e verdoni, in gabbie poste lungo una parete del terzo piano, cinguettavano disperatamente, soffocati, forse, dall’odore di stalla misto a quello di pittura fresca dei lavori di ristrutturazione ancora in corso. In un’altra sala, un grosso pappagallo mostrava i colori del suo piumaggio; bello a vedersi, ma un pomeriggio, liberatosi chissà come da una catena che lo legava al trespolo, si è avventato sui visitatori. Sembrava impazzito. Le ragioni di questa pazzia? Non mancano di certo.
Napoli (con Bari e palermo) capitale del Sud liberato dal giogo centralista e assistenzialista.
Per un'Italia cattolica, federalista e neomonarchica!!!![]()




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