Maurizio Blondet
05/06/2006
KABUL - I disordini anti-americani di Kabul saranno ricordati come «il giorno che cambiò l'Afghanistan»: è l'opinione di M.K. Bhadrakumar, diplomatico per una vita nell'Asia centrale ed oggi uno dei massimi analisti indiani (1).
Non è stato solo lo scoppio di rabbia popolare dopo anni d'occupazione arrogante e assassina, in una città dove gli abitanti, che continuano a vivere nella miseria estrema sono testimoni quotidiani dei lussi in cui vive il personale occidentale di almeno 400 «organizzazioni non governative» che pretendono di essere lì per alleviare la miseria e campano come ambasciatori, viaggiano su fuoristrada enormi e lucenti, possono pagarsi le poche case di lusso di Kabul, e con la loro presenza hanno fatto salire tutti i prezzi.
E non è solo che, coi disordini di lunedì scorso e al costo di una ventina di morti (i gloriosi soldati USA, nel panico, si sono salvati sparando mitragliate sulla folla) la gente di Kabul ha capito di essere capace di sopraffare la polizia, la NATO e gli americani - con la tentazione di riprovarci.
No, è cominciato qualcosa di più profondo, e più pericoloso per gli occupanti.
L'indizio è nel fatto che, durante i disordini, i rivoltosi portavano in alto grandi ritratti di Massoud, «il leone del Panshir», il comandante tagiko dell'Alleanza del Nord durante la guerriglia ai talebani. Amato da tutti gli afghani, Massoud cadde vittima di un attentato il 9 settembre 2001.
Il mandante dell'assassinio, Osama bin Laden.
Secondo i servizi francesi, erano però stati gli americani - un loro emissario era andato ad incontrare Bin Laden qualche giorno prima nella clinica americana dei Kuweit - a chiedere al capo di Al Qaeda di fare per loro questo lavoro sporco: troppo popolare anche fra i non tagiki, troppo abile ed energico politicamente, Massoud sarebbe stato l'unificatore dell'Afghanistan, un osso duro per i progetti americani.
E si noti la data: tre giorni prima dell'11 settembre.
Il che la dice lunga sui veri rapporti tra Bin Laden e la Casa Bianca.
Ora, va ricordato che i tagiki, il 30% della popolazione del Paese, compongono una massiccia minoranza a Kabul.
E che dalla morte del loro condottiero Massoud sono i grandi sacrificati, gli abbandonati e i dimenticati dal governo Karzai.
Il fantoccio della Unocal, Karzai appunto, è un pashtun: e svia verso la propria etnia tutti gli aiuti internazionali, nel tentativo (in verità con poco successo) di costituirsi la base di potere personale di cui disperatamente manca.
La regione del Panshir non riceve nulla.
Nonostante questo, la comunità tagika ha fino a ieri sostenuto lealmente Karzai, proprio perché è la più matura politicamente, la più cosciente che il Paese non sarà libero fino a quando le sue numerose etnie non saranno unite da un'idea nazionale che trascenda le solidarietà tribali.
Ma a marzo, Karzai ha licenziato il ministro degli esteri Abdullah, tagiko ed ex collaboratore di Massoud, e nel modo più umiliante: sollevandolo dall'incarico mentre era in visita ufficiale a Washington.
Dopo, ha bruscamente congedato dal governo Mohammed Fahim e Yunus Qanooni, due capi con molto seguito fra i tagiki, anch'essi in modo offensivo.
Infine, ai tagiki - leggendari combattenti - viene reso difficile, se non sbarrato, l'accesso nell'esercito nazionale afghano.
Ormai tutto il Panshir si sente offeso.
Il che significa che prepara la vendetta.
E infatti, ha di colpo assunto un profilo molto visibile l'ex presidente Burhanuddin Rabbani: astuto politico tagiko che guidò il primo governo dei mujaheddin dopo la cacciata dei sovietici, e che fu rovesciato dai talebani venuti dal Pakistan (e preparati dalla CIA).
Rabbani è inoltre il fondatore della Jamiat al-Islami, una costola della Fratellanza Musulmana, negli anni '60.
Questa formazione «fondamentalista» non lo è poi tanto: uno dei suoi pilastri è sì l'Islam, ma l'altro è l'unione nazionale dell'Afghanistan.
Ebbene: mentre Karzai montava una campagna che accusava il Pakistan di sostenere occultamente i talebani che stanno tornando all'offensiva nel sud (è un'idea degli americani) Rabbani si è fatto intervistare da giornali pakistani, per scagionare ad alta voce il Pakistan.
Un chiaro segnale al regime pakistano: a Kabul, ad essere insoddisfatti, non ci sono solo i nostalgici dei talebani.
Sotto sotto, c'è la volontà di riannodare antichi legami con Islamabad.
Quale progetto nutre Rabbani?
Lo ha detto in un'altra intervista, stavolta a un giornale di Dushanbe, capitale del Tagikistan ex sovietico.
Eccone alcune frasi:
«Gli occidentali, a causa della loro cultura corrotta, vogliono impedire cose che sono buone per i musulmani, mentre ci spingono a costumi che sono dannosi per la nostra società.
Per esempio, perché un Paese islamico come l'Iran non dovrebbe avere la tecnologia nucleare?
L'Iran non vuole farsi la bomba atomica, ma vuole usare la tecnologia nucleare…
Lo scopo degli occidentali è impedire che un Paese islamico si sviluppi.
Queste grida e proteste, sono tutte motivate dal fatto che ai Paesi islamici devono essere negati i frutti dello sviluppo.
Devono servire come fonti di materie prime, e come mercati delle loro merci.
Gli americani non vogliono che le bambine vadano a scuola con la testa coperta in nome dei diritti umani; ma si è visto a Abu Ghraib e a Guantanamo, come praticano i diritti umani.
Ma in Afghanistan non ce la faranno.
Consideriamo questi fatti un'associazione a delinquere contro la nostra religione, la nostra libertà e la nostra sicurezza.
Ci parlano dei diritti delle donne che vogliono imporci, mentre migliaia di donne muoiono e nessuno se ne cura.
Non sono venuti per ricostruire l'Afghanistan, ma per corromperci.
Il regime che governa il mio Paese agisce contro la volontà dell'intera nazione.
In Afghanistan, le nostre direttive politiche devono essere dettate dalla nazione, non da un Paese straniero.
Gli atti dell'attuale governo afghano non sono accettabili dal popolo afghano.
Dobbiamo proteggere la nostra libertà.
Se un Paese straniero ci fornisce aiuti, che lo faccia senza condizioni.
Se i donatori pongono condizioni, non dobbiamo accettare gli aiuti».
Il senso di queste parole è chiaro: un appello alla dignità nazionale umiliata.
Sono parole di grande dignità, che avrebbe potuto pronunciare Massoud.
Né si deve sottovalutare il senso nazionale degli afghani, nonostante le loro divisioni etniche.
Ne ebbe piena coscienza un vecchio governo italiano, che fu il primo nel mondo a riconoscere l'Afghanistan indipendente: era il governo di Mussolini negli anni '20, cosa di cui la monarchia di Kabul fu sempre grata a Roma, finchè durò.
Gli americani perseguono la politica contraria, sul modello dettato dai loro «consulenti israeliani»: attizzare le divisioni, fare leva sulle fratture storiche, impedire l'unità contro il comune nemico.
Ma non sta funzionando.
Nelle moschee di Kabul, alcuni imam hanno cominciato a predicare la resistenza contro gli occupanti stranieri e il governo fantoccio da loro sostenuto; può accadere che, prima del previsto, si arrivi a proclamare la guerra santa.
I caporioni di altre etnie già fanno per conto loro.
Gli americani e il loro fantoccio possono contare sulla non-belligeranza, non certo la simpatia, di quel temibile pendaglio da forca che è Gulbuddin Hekmatyar, che vive nei suoi feudi con i suoi armati e si arricchisce col papavero (Barrani lo ha sempre considerato un nemico, perché privo di ogni senso della nazione).
Quanto all'altro signore della guerra, il capo della minoranza uzbeka Rashid Dostum, Karzai ha creduto di ripetere l'astuzia di Luigi XIV, quando chiamò i nobili francesi a vivere fra le feste a Versailles, sottraendoli ai loro feudi dov'era la loro base di potere.
A marzo, Dostum è arrivato a Kabul pavoneggiandosi del nuovo titolo impartitogli dal governo Karzai: «chief of staff», capo dello staff presidenziale.
Non ha tardato molto a capire che questo titolo era puramente cerimoniale.
Dostum se l'è svignata da Kabul per riguadagnare la sua area tradizionale, il Shibirghan, nel nord. Da allora anche questa provincia, fino a ieri tranquilla, viene giudicata «volatile» dai servizi USA.
Se avverrà quel che si prepara, gli americani saranno riusciti ad ottenere ciò che non volevano assolutamente, e per impedire il quale hanno fatto assassinare il leone del Panshir: saldare in Afghanistan religione e nazione.
E forse, il nascere di una resistenza che trascende le etnie.
E se per sventare questa prospettiva punteranno troppo sulle divisioni, rischiano di mobilitare forze che stanno oltre i confini del Paese occupato.
Ogni minoranza afghana ha infatti un Paese confinante di riferimento - Tagikistan e Uzbekistan sono solo due esempi - che oggi sono liberi e indipendenti.
Possono diventare santuari, anzi già lo sono.
In ogni caso, vorranno avere voce in capitolo in una spaccatura del Paese.
E risucchiati nella «volatilità» afghana.
Maurizio Blondet
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Note
1) M.K. Bhadrakumar, «The day that changed Afghanistan», Asia Times, 3 giugno 2006.
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