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Discussione: Utopismo e realismo

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    Predefinito Utopismo e realismo

    Tratto da E.H. Carr, The Twenty Years' Crisis, 1919-1939
    Edward H. Carr
    Utopismo e realismo nello studio della politica internazionale
    1. L’armonia degli interessi
    1.1. La sintesi utopista. Nessuna comunità politica, sia essa nazionale o internazionale, potrebbe esistere se le popolazioni non i sottomettessero a determinate regole di comportamento. La domanda relativa al perché gli individui si sottomettano a tali regole costituisce il problema fondamentale della filosofia politica. La questione si ripropone con insistenza tanto in democrazia quanto in altre forme di governo, sia nella politica internazionale sia in quella nazionale. Infatti l’espressione “il bene maggiore per il maggior numero” non fornisce alcuna risposta alla domanda relativa al perché la minoranza, il cui bene maggiore non è perseguito ex hypothesi, dovrebbe sottomettersi a regole definite nell’interesse della maggioranza. Parlando in generale, le risposte date a questo interrogativo si dividono in due categorie, corrispondenti alle tesi diametralmente opposte di coloro che considerano la politica una funzione dell’etica e di coloro che considerano l’etica una funzione della politica.
    Quelli che sostengono il primato dell’etica sulla politica riterranno che sia dovere dell’individuo sottomettersi per il bene della comunità nel suo insieme, sacrificando il proprio interesse a quello degli altri che sono in maggior numero, o per altro modo più meritevoli. Il “bene” costituito dall’interesse personale dovrebbe essere subordinato al “bene” costituito dalla fedeltà e dall’abnegazione nel nome di un fine più elevato dell’interesse individuale. Tale dovere è fondato su una sorta di intuizione di ciò che è giusto e non può essere dimostrato da argomenti razionali. Quelli che, al contrario, sostengono il primato della politica sull’etica, riterranno che chi governa lo fa perché è più forte, mentre coloro che sono governati si sottomettono perché sono più deboli. Questo principio si applica facilmente alla democrazia tanto quanto a ogni altra forma di governo. La maggioranza governa perché è più forte, la minoranza si sottomette perché è più debole. La democrazia,, si è detto di frequente, consiste nel contare le teste piuttosto che romperle. Tuttavia tale procedura è un fatto di pura convenienza e il principio sottostante a entrambi i metodi è lo stesso. Il realista quindi, a differenza dell’intuizionista, ha una risposta perfettamente razionale all’interrogativo perché l’individuo debba sottomettersi. Egli deve sottomettersi, altrimenti il più forte lo obbligherà a farlo, e gli effetti della coercizione sono più spiacevoli di quelli della sottomissione volontaria. La costrizione, quindi, è il derivato di una certa etica spuria fondata sull’idea che sia ragionevole accettare che la forza fondi il diritto.
    Entrambe queste risposte si prestano ad alcune obiezioni. L’uomo moderno, il quale è stato testimone di numerose straordinarie conquiste della ragione umana, è riluttante a credere che ragione e dovere siano talvolta in contrasto. D’altra parte, uomini di ogni epoca non sono riusciti ad appagarsi dell’ipotesi che la base razionale del dovere sia puramente il diritto del più forte. Uno dei punti di forza del pensiero utopista del XVIII e XIX secolo fu il suo evidente successo nell’affrontare entrambe queste obiezioni allo stesso tempo. L’utopista, prendendo le mosse dal primato dell’etica, crede necessariamente in un concetto del dovere che sia etico nella sostanza e indipendente dal diritto del più forte. Inoltre, sulla base di argomenti diversi da quelli del realista, è anche riuscito a convincersi che il dovere dell’individuo di sottomettersi alle regole stabilite nell’interesse della comunità possa essere giustificato in nome della ragione, e che il bene maggiore per il maggior numero sia un fine razionale anche coloro che non fanno parte della maggioranza. Egli è giunto a questa sintesi sostenendo che il massimo interesse dell’individuo e quello della comunità coincidono per natura. Nel perseguire il proprio interesse, l’individuo consegue quello della comunità, e promuovendo l’interesse comune promuove anche il proprio. In ciò consiste la famosa teoria dell’armonia degli interessi, ed essa è il corollario necessario del postulato che le leggi morali possono essere fondate ragionando correttamente. Ammettere che vi posa essere in ultima istanza una divergenza di interessi sarebbe fatale per tale postulato; ogni evidente contrasto di interessi deve essere quindi spiegato come se fosse il risultato di un errore di calcolo.
    Burke adottò tacitamente la teoria dell’identità degli interessi nel momento in cui definì l’utile come ciò che è bene per la comunità e per ogni individuo che ne faccia parte. Essa fu trasmessa dai razionalisti settecenteschi a Bentham, e da Bentham ai moralisti vittoriani. I filosofi utilitaristi poterono fondare la morale argomentando che, promuovendo il bene degli altri, ognuno romuoveva automaticamente il proprio. L’onestà è la migliore condotta. Se i popoli o le nazioni si comportano male, lo si deve, come pensano Bucale, Norman Angell e il professor Zimmern, al fatto che essi non fanno uso dell’intelletto, sono miopi, e hanno le menti confuse.

    1.2. Il paradiso del laissez-faire. La scuola di economia politica creata da Adam Smith sul principio del laissez-faire è stata la principale responsabile della diffusione della teoria dell’armonia degli interessi. L’obiettivo di quella scuola consisteva nel promuovere la rimozione dei controlli statali dalla gestione dell’economia. Al fine di sostenere tale politica gli esponenti di questa linea di pensiero si sforzarono di dimostrare che si poteva fare affidamento sugli individui per promuovere gli interessi della comunità, facendo a meno di controlli esterni, per la semplice ragione che i loro interessi coincidevano con quelli comuni. Dimostrare questo principio costituì l’onere di La ricchezza delle nazioni. La collettività veniva suddivisa tra coloro che vivevano di rendita, coloro che vivevano del proprio salario e coloro che vivevano di profitto. Gli interessi di “queste tre grandi classi” erano “strettamente e inseparabilmente connessi all’interesse generale della società”. L’armonia non è meno autentica se coloro che ne fanno parte non ne sono consapevoli. L’individuo “né intende promuovere l’interesse pubblico né sa quanto lo promuova […] egli mira soltanto al proprio guadagno e in questo, come in molti altri casi, egli è condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non rientrava nelle sue intenzioni”.
    L’armonia degli interessi fornisce una solida base razionale alla moralità. L’amore per il prossimo si trasforma in una versione illuminata dell’amore per se stessi. Come ha scritto non più tardi del 1939 Henry Ford, “adesso sappiamo che tutto ciò che è giusto dal punto di vista economico è giusto anche dal punto di vista morale. Non può esservi conflitto tra buona economi e buona morale”.
    L’ipotesi che esista una generale e fondamentale armonia degli interessi è prima facie un tale paradosso da richiedere un attento esame. Nella forma che le diede Adam Smith essa trovava un’applicazione precisa nella struttura dell’economia del XVIII secolo, poiché presupponeva una società costituita da piccoli produttori e mercanti, interessati alla massimizzazione della produzione e degli scambi, infinitamente mobili e adattabili, e per i quali la distribuzione della ricchezza non fosse motivo di preoccupazione. Queste condizioni risultavano sostanzialmente soddisfatte in un’epoca in cui la produzione non implicava un elevato livello d specializzazione né massicci investimenti di capitale fisso, e la classe che avrebbe avuto interesse all’equa redistribuzione delle risorse era insignificante e priva di influenza. Tuttavia, per una curiosa coincidenza, l’anno che vide la pubblicazione di La ricchezza delle nazioni fu anche l’anno in cui Watt inventò la macchina a vapore. Così, esattamente nel momento in cui la teoria del laissez-faire veniva esposta nei suoi termini canonici, le sue premesse venivano minate da un’invenzione che era destinata a creare colossi industriali scarsamente mobili e altamente specializzati e un proletariato vasto e potente interessato alla distribuzione, più che alla produzione, della ricchezza. Non appena il capitalismo industriale e il sistema di classe divennero la struttura della società, la teoria dell’armonia degli interessi acquistò un nuovo significato e si trasformò, come vedremo, nell’ideologia di un gruppo dominante il quale, essendo interessato al mantenimento del proprio predominio, affermava l’esistenza di un’identità fra i propri interessi e quelli della collettività nel suo insieme.
    Cionondimeno questa trasformazione non avrebbe potuto aver luogo, e la teoria non avrebbe potuto sopravvivere, se non fosse stato per una circostanza. La convinzione che esistesse un’armonia degli interessi fu resa possibile dall’espansione senza precedenti della produzione, della popolazione e del benessere economico che segnò i cento anni successivi alla pubblicazione di La ricchezza delle nazioni e all’invenzione del motore a vapore. L’espansione del benessere contribuì alla popolarità della teoria in tre modi differenti: attenuò la competizione fra i produttori per la conquista dei mercati, dal momento che nuovi mercati divenivano accessibili continuamente; posticipò la questione di classe e la sua insistenza sull’importanza primaria di un’equa distribuzione, estendendo ai membri delle classi meno agiate una qualche partecipazione alla prosperità generale; infine creò un senso di fiducia nel benessere presente e incoraggiò gli uomini a credere che il mondo fosse regolato da un piano così razionale come l’armonia degli interessi. “La domanda in continua crescita per mezzo secolo, fece sì che il capitalismo funzionasse come se fosse un’utopia liberale”. Il tacito presupposto di un mercato costantemente in espansione costituì le fondamenta su cui poggiava la supposta armonia degli interessi. Come ha messo in evidenza Mannheim, non è necessario governare il traffico fintanto che il numero delle automobili non supera quello che la strada può agevolmente sostenere. Fino a quando non arriverà quel momento, sarà facile credere in una naturale armonia degli interessi fra gli utenti della strada.
    Si ritenne che ciò che era vero per gli individui lo fosse anche per gli stati. Esattamente come gli individui, perseguendo il proprio bene, conseguono inconsapevolmente il bene della collettività, così gli stati, facendo il proprio utile, giovano all’umanità intera. Il mercato libero universale venne giustificato sostenendo che il massimo interesse economico di ciascuno stato si identificava con il massimo interesse economico del mondo intero. Adam Smith, il quale era un riformatore pragmatico più che un teorico, ammise in effetti che i governi potevano aver bisogno di proteggere certe industrie nell’interesse della difesa nazionale. Tuttavia questa deroga sembrò a lui e ai suoi seguaci un’eccezione di scarsa importanza alla regola generale secondo cui qualsiasi allontanamento dal laissez-faire, se non richiesto per un grande scopo, costituisce un danno.
    Altri pensatori attibuirono alla teoria dall’armonia degli interessi un’applicazione ancora più ampia. “I veri interessi di uno stato”, osservava uno scrittore del tardo Settecento, “mai si ersero in contrapposizione con gli interessi generali dell’umanità; e mai accadrà che filantropia e patriottismo impongano doveri contrastanti”. Mazzini, che incarnò la filosofia del nazionalismo liberale del XIX secolo, credeva in una sorta di divisione del lavoro tra le nazioni. Ciascuna nazione aveva un suo compito specifico al quale era predisposta dalle sue caratteristiche, e la realizzazione di tale compito costituiva il suo contributo al benessere dell’umanità. Se tutte le nazioni avessero agito con questo spirito, l’armonia internazionale avrebbe prevalso.
    La medesima condizione di espansione apparentemente infinita che aveva incoraggiato a credere nell’armonia degli interessi rese possibile credere nell’armonia politica di movimenti nazionali rivali. Una delle ragioni per cui i contemporanei di Mazzini giudicarono il nazionalismo favorevolmente fu che esistevano poche nazioni riconosciute e abbondanza di spazio per esse. In un’epoca in cui tedeschi, cechi, polacchi, ucraini, magiari e un’altra mezza dozzina di gruppi nazionali non si facevano ancora apertamente largo a spintoni in una regione di poche centinaia di miglia quadrate, era relativamente facile credere che ciascuna nazione, sviluppando il proprio progetto nazionale, potesse dare il suo contributo specifico all’armonia nazionale degli interessi. La maggior parte degli scrittori liberali continuò a credere, fino al 1918, che le nazioni, sviluppando il proprio nazionalismo, promuovessero la causa dell’internazionalismo. Wilson e molti altri fautori dei trattati di pace videro nel concetto di autodeterminazione la chiave di volta della pace mondiale. Anche più di recente, a rispettabili uomini di governo anglosassoni è piaciuto di tanto in tanto far eco, forse senza rifletterci molto, alla vecchia formula mazziniana.

    1.3. Il darwinismo applicato alla politica. Quando, nel 1876, se celebrò il centenario di La ricchezza delle nazioni, erano già presenti i sintomi di un incipiente tracollo. Nessun paese, a parte la Gran Bretagna, era stato tanto potente, dal punto di vista commerciale, da poter credere nell’armonia internazionale degli interessi economici. Al di fuori della Gran Bretagna l’accettazione dei principi del libero commercio era sempre rimasta parziale, poco entusiastica e di breve durata. Gli Stati Uniti li avevano rifiutati fin dal principio. Verso il 1840 Friedrich List – il quale aveva trascorso molto tempo a studiare lo sviluppo industriale degli Stati Uniti – cominciò a predicare al pubblico tedesco una dottrina secondo la quale, mentre il libero commercio era la politica congeniale a una potenza industriale dominante come la Gran Bretagna, soltanto il protezionismo avrebbe potuto permettere a stati più deboli di sottrarsi alla stretta britannica. Ben presto l’industria americana e quella tedesca, costruite all’ombra di tariffe protezioniste, cominciarono a erodere il monopolio industriale mondiale della Gran Bretagna. I dominions inglesi d’oltremare utilizzarono l’autonomia fiscale da poco conquistata per proteggersi dalle manifatture della madrepatria. La pressione imposta dalla competizione andava aumentando ovunque. Il nazionalismo cominciò a mostrare il suo aspetto sinistro e a degenerare nell’imperialismo. Si estese l’influenza della filosofia hegeliana, che identificava la realtà con il conflitto eternamente ricorrente fra le idee. Alle spalle di Hegel si ergeva Marx, il quale trasformò il conflitto hegeliano in una guerra di classe tra i gruppi che rappresentavano differenti interessi economici; sorsero i partiti dei lavoratori e con essi il deciso rifiuto di credere nell’armonia degli interessi fra capitale e lavoro. Soprattutto, Darwin propose e rese popolare una dottrina biologica secondo la quale l’evoluzione avveniva attraverso una perpetua lotta per la sopravvivenza e l’eliminazione di coloro che erano inadatti a sopravvivere.
    Per un certo periodo la teoria dell’evoluzione consentì alla filosofia del laissez-faire di fare i conti con la nuova situazione che si era venuta creando e con la nuova linea di pensiero. La libera competizione era sempre stata adorata come la dea benefattrice del sistema fondato sul principio del laissez-faire. Sotto le tensioni crescenti nella seconda metà del XIX secolo, alcuni ritennero che la competizione nella sfera economica implicasse esattamente ciò che Darwin aveva proclamato essere la legge di natura dal punto di vista biologico: la sopravvivenza del più forte a spese del più debole. Il piccolo produttore o commerciante veniva gradualmente estromesso dai suoi concorrenti più grandi, e questo era lo sviluppo che il progresso e il benessere della collettività nel suo complesso richiedevano. Il laissez-faire rappresentava un campo aperto e il premio per il più forte. La dottrina dell’armonia degli interessi fu sottoposta a modifiche appena percettibili. Il bene della collettività (o, come allora era uso dire, della specie) si identificava ancora con il bene dei suoi membri, ma solo di quelli che prendevano parte attiva alla lotta per la sopravvivenza. L’umanità procedeva passando dal forte al forte lasciando dietro di sé i deboli nel corso del suo cammino. Come sostenne Marx, l’evoluzione delle specie, e quindi l’evoluzione degli individui, può essere conseguita solo attraverso un processo storico nel quale gli individui vengono sacrificati. Fu questa la dottrina della nuova era di intensificata competizione economica proclamata dalla scuola di Herbert Spencer, e diffusamente accettata in Gran Bretagna tra il 1870 e il 1890.
    All’incirca nello stesso periodo un sociologo russo definì la politica internazionale come “l’arte di condurre la lotta per l’esistenza fra organismi sociali”. In Germania, lo stesso punto di vista fu proposto da Heinrich von Treitschke e Houston Stewart Chamberlain. La teoria del progresso conseguito attraverso l’eliminazione delle nazioni non adatte a esistere sembrò il degno corollario alla teoria del progresso ottenuto attraverso l’eliminazione degli individui non adatti a sopravvivere. E un principio simile, sebbene non sempre apertamente dichiarato, fu implicito nell’imperialismo del tardo Ottocento.
    Sfortunatamente, un aspetto dell’argomento era stato trascurato. Per più di cento anni, la dottrina dell’armonia degli interessi aveva costituito la base razionale della moralità. Gli individui erano stati spronati a servire gli interessi della collettività con il pretesto che fossero anche i loro. La prospettiva era ormai cambiata. Nel lungo periodo il bene della collettività e il bene degli individui coincidevano ancora; però questa armonia finale veniva preceduta da una lotta per la sopravvivenza tra gli individui in cui non solo il bene ma persino l’esistenza stessa dei vinti non erano affatto presi in considerazione. La moralità, a queste condizioni, non presentava alcuna attrattiva razionale per i potenziali vinti, e l’intero sistema etico finiva con l’essere costruito sul sacrificio del fratello più debole. In pratica, quasi ogni stato aveva aperto varchi nella dottrina classica e introdotto legislazioni sociali per proteggere dai forti coloro che erano economicamente deboli. Sempre meno si sentì parlare delle caratteristiche benefiche della libera competizione. In Gran Bretagna, prima del 1914, sebbene l’elettorato e gli economisti appoggiassero ancora la politica del libero commercio internazionale, il postulato etico che un tempo aveva costituito la base della filosofia del laissez-faire non convinceva più alcun pensatore di rilievo, per lo meno nella sua forma più rudimentale.

    1.4. L’armonia internazionale. Si è detto del modo curioso in cui alcune dottrine, obsolete o obsolescenti già prima del 1914, furono reintrodotte nel periodo postbellico, per lo più su iniziativa americana, nel campo specifico delle relazioni internazionali. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda la dottrina dell’armonia degli interessi. La storia del laissez-faire negli Stati uniti presenta aspetti particolari. Nel corso del XIX secolo, e nel XX, gli Stati Uniti, mentre avevano bisogno di tariffe protezioniste per contrastare la competizione europea, avevano goduto del vantaggio di un mercato interno in espansione dalle potenzialità apparentemente illimitate. La Gran Bretagna continuò fino al 1914 a dominare il commercio internazionale, ma divenne sempre più consapevole delle tensioni e delle pressioni interne. Qui John Stuart Mill ed economisti a lui successivi aderirono con fermezza al principio del libero mercato internazionale, ma introdussero via via deviazioni dall’ortodossia del laissez-faire in ambito nazionale. Negli Stati uniti, Carey e i suoi successori giustificavano le tariffe protezioniste, sebbene da ogni altro punto di vista sostenessero che i principi del laissez-faire erano immutabili. Dopo il 1919, in Europa, l’economia pianificata, fondata sull’assunzione che non esista alcuna armonia naturale degli interessi e che essi debbano essere armonizzati in modo artificiale dall’azione dello stato, divenne la prassi, se non la teoria, in quasi tutti gli stati. Negli Stati Uniti la persistenza di un mercato interno in espansione tenne a freno questo sviluppo fino al periodo successivo al 1929. L’armonia naturale degli interessi rimase parte integrante della concezione americana della vita, e in questo, così come in altri aspetti, le teorie più diffuse di politica internazionale erano profondamente pervase dalla tradizione americana.
    Ci fu inoltre una ragione specifica per cui la dottrina fu subito accolta con prontezza nel campo delle relazioni internazionali. Nella politica interna è chiaramente il compito dello stato quello di creare armonia laddove essa non esiste per natura. Nella politica internazionale non esiste alcun potere organizzato incaricato di creare relazioni armoniose. Per questo motivo la tentazione di assumere che l’armonia esista naturalmente è particolarmente forte. Ma ciò non basta a mettere a tacere la questione. Fare dell’armonizzazione degli interessi un fine dell’attività politica non significa postulare che l’armonia degli interessi esista naturalmente. Ed è quest’ultimo postulato che ha causato notevole confusione nelle riflessioni sulla politica internazionale.

    1.5. L’interesse comune a mantenere la pace. Dal punto di vista politico, la dottrina dell’identità degli interessi ha comunemente preso la forma del presupposto che ogni stato condivida l’interesse a mantenere la pace e che, di conseguenza, ogni stato che desideri sovvertire la pace è al tempo stesso irrazionale e immorale. Questo punto di vista mostra chiaramente i segni della sua origine anglosassone. Dopo il 1918 fu facile convincere coloro che vivevano nei paesi di lingua inglese che la guerra non portava giovamento a nessuno. Lo stesso argomento non risultò particolarmente convincente per i tedeschi, che avevano ottenuto grandi vantaggi dalle guerre del 1866 e del 1870 e attribuivano le loro sofferenze recenti non alla guerra del 1914 bensì al fatto di averla persa. Né convinse gli italiani, che non se la prendevano con la guerra ma con il tradimento degli alleati che li avevano defraudati negli accordi di pace. Né poteva convincere i polacchi o i cecoslovacchi che, lungi dal condannare la guerra, le dovevano la loro stessa esistenza in quanto stati sovrani. Né convinceva i francesi, i quali non avrebbero potuto condannare senza riserve la guerra che aveva restituito loro l’Alsazia e la Lorena. Né avrebbe convinto popoli di altre nazionalità che ricordavano guerre foriere di grandi vantaggi combattute dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti nel passato. Tuttavia questi popoli avevano fortunatamente poca influenza sulla formazione delle teorie contemporanee delle relazioni internazionali, che venivano formulate quasi esclusivamente nei paesi di lingua inglese. Gli scrittori britannici e americani continuavano ad assumere che l’inutilità della guerra era stata irrefutabilmente dimostrata dall’esperienza del 1914-18, e che la comprensione di questo dato fosse l’univo elemento necessario per indurre gli stati a mantenere la pace nel futuro. Essi si mostravano sinceramente tanto perplessi quanto delusi nel constatare che altri paesi non condividevano il loro punto di vista.
    La confusione fu accresciuta dall’ostentata prontezza con cui altri paese lusingavano il mondo anglosassone ripetendone le parole d’ordine. Nei quindici anni successivi alla Prima guerra mondiale ogni grande potenza (con l’eccezione, forse, dell’Italia) reiterò in modo puramente formale il rispetto per quella dottrina dichiarando che la pace era uno dei principali obiettivi della propria politica. Ma, come Lenin ebbe modo di osservare molti anni fa, la pace in sé è un obiettivo privo di senso. Nel 1915 sostenne che tutti, senza eccezione, erano favorevoli alla pace come principio generale, dal momento che ognuno desidera porre fine alla guerra. L’interesse comune a mantenere la pace maschera il fatto che alcuni stati desiderano mantenere lo status quo senza dover combattere per esso, mentre altri vorrebbero cambiarlo senza dover combattere per realizzare questo fine. Dichiarare che è nell’interesse del mondo nel suo insieme che lo status quo sia mantenuto, o sovvertito, sarebbe contrario all’evidenza dei fatti. Sostenere che è nell’interesse del mondo nel suo complesso che qualunque sia il fine da raggiungere, sia esso il mantenimento o la sovversione, dovrebbe essere ottenuto con mezzi pacifici, meriterebbe il consenso generale, ma sembra una banalità alquanto priva di senso. L’assunzione utopistica che esista un interesse mondiale a mantenere la pace, e che questo sia identificabile con gli interessi di ciascuno stato, ha aiutato i politici e i politologi ovunque nel mondo a sfuggire la spiacevole realtà che esiste una fondamentale divergenza di interessi fra gli stati che desiderano mantenere lo status quo e quelli che desiderano sovvertirlo.

    1.6. L’armonia dell’economia internazionale. Il presupposto che esistesse una generale armonia degli interessi nelle relazioni economiche fu sostenuto con una certezza persino maggiore che nella sfera politica. In questo campo infatti si riflette direttamente la dottrina economica del laissez-faire, ed è proprio qui che è possibile vedere con chiarezza il dilemma risultante da tale dottrina. Quando i liberali del XIX secolo parlavano del bene maggiore per il maggior numero assumevano tacitamente che il bene della minoranza potesse essere sacrificato a quel principio. Ciò si applicava senza soluzione di continuità alle relazioni economiche internazionali. Se la Russia o l’Italia, per esempio, non erano forti abbastanza da creare industrie senza imporre tariffe protezioniste, allora – avrebbero sostenuto i liberisti – dovevano accontentarsi di importare beni manifatturieri dalla Gran Bretagna e dalla Germania e di rifornire i mercati inglesi e tedeschi di grano e arance. Se qualcuno avesse quindi obiettato che questa politica avrebbe condannato la Russia e l’Italia a rimanere potenze di secondo piano dal punto di vista economico, e dipendenti dai loro vicini dal punto di vista militare, il liberista avrebbe risposto che quello era il volere della Provvidenza e che così richiedeva la generale armonia degli interessi.
    L’utopista internazionalista moderno non gode di nessuno dei vantaggi, e nulla ha del rigore, dei liberali del XIX secolo. Il successo riscosso dalle potenze minori nel far emergere un settore industriale protetto, così come il nuovo spirito internazionalista, gli preclude la possibilità di utilizzare l’argomento in base al quale l’armonia degli interessi dipende dal sacrificio delle nazioni più deboli. Sebbene l’abbandono di quella premessa smantelli fin dalle sue fondamenta la dottrina da lui ereditata, cionondimeno egli è portato a credere che il bene comune può essere conseguito senza richiedere alcun sacrificio individuale ai membri della collettività. Ogni conflitto internazionale diviene così inutile e illusorio. E’ solo necessario individuare il bene comune, che corrisponde al massimo beneficio per tutti i contendenti; il solo ostacolo a quella scoperta è la stupidità degli uomini politici. Gli utopisti, certi di avere compreso che cosa costituisca il bene comune, arrogano a se stessi il monopolio della saggezza. Tutti gli uomini di stato del mondo sono colpevoli di essere completamente ciechi rispetto agli interessi di coloro che dovrebbero rappresentare. Questa descrizione della scena internazionale fu offerta, in tutta serietà, dagli scrittori inglesi e americani, fra i quali non pochi erano economisti.
    Per questo motivo, nel periodo contemporaneo si riscontra una straordinaria divergenza fra la teoria degli economisti e la prassi dei responsabili delle politiche economiche nei loro rispettivi paesi. Questa divergenza emerge da una semplice circostanza: gli esperti di economia, per lo più profondamente condizionati dalla dottrina del laissez-faire, prendono in considerazione l’ipotetico interesse economico del mondo nel suo complesso e assumono che esso coincida con l’interesse di ciascuno stato; i politici perseguono l’interesse dei loro rispettivi paesi, e ipotizzano (sempre che essi facciano alcuna ipotesi) che l’interesse del mondo intero coincida con quello.
    Quasi tutte le dichiarazioni finali delle conferenze economiche internazionali tenute nel periodo tra le due guerre mondiali erano viziate dal presupposto che esistesse una “soluzione” o un “piano” che, equilibrando in modo ragionevole gli interessi particolari, sarebbe stato favorevole a tutti in ugual misura e non avrebbe arrecato danno a nessuno. Persiono la crisi economica del 1930-33 non riuscì a far comprendere agli economisti la vera natura del problema che dovevano affrontare. Gli esperti che prepararono l’Ordine del giorno provvisorio e commentato per la conferenza economica mondiale del 1933 condannavano l’“adozione diffusa di idee di autosufficienza nazionale che senza dubbio ostacolano in modo perverso lo sviluppo economico”. Sembrerebbe che essi non si siano soffermati a considerare che il cosiddetto “sviluppo lineare dell’economia”, che avrebbe potuto recar beneficio ad alcuni paesi, e perfino al mondo nel suo complesso, ne avrebbe inevitabilmente danneggiati altri, i quali avrebbero adottato strumenti di nazionalismo economico come mezzo di autodifesa.
    Infatti ogni potenza, in qualche momento della sua storia, e di regola per periodi prolungati, ha fatto ricorso a “tendenze autarchiche”. Ed è difficile credere che, in senso assoluto, le tendenze autarchiche siano sempre dannose per coloro che le assecondano. E’ errato supporre che, dal momento che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti sono interessati a rimuovere le barriere commerciali, anche la Jugoslavia e la Colombia condividono lo stesso interesse. Il commercio internazionale ne risulterà indebolito, gli interessi economici dell’Europa o del mondo ne risentiranno, ma la Jugoslavia e la Colombia si troveranno in una posizione migliore di quella in cui si sarebbero trovate in un regime di benessere economico europeo e mondiale che le avesse ridotte allo stato di economie periferiche.
    Il laissez-faire, tanto nelle relazioni internazionali quanto in quelle fra capitale e lavoro, è il paradiso di coloro che detengono il potere economico. Il controllo statale, nella forma sia di legislazione sia di tariffe protezioniste, è l’arma di autodifesa invocata da coloro che sono deboli dal punto di vista economico. Il contrasto di interessi è reale e inevitabile, e la natura stessa del problema viene distorta dal tentativo di mascherarlo.

    1.7. L’armonia in frantumi. Dobbiamo quindi rifiutare, in quanto inadeguato e fuorviante, il tentativo di fondare la moralità internazionale su una presunta armonia degli interessi che identifica l’interesse dell’intera comunità degli stati con quello di ciascuno di essi. Nel XIX secolo tale tentativo incontrò ampi consensi grazie alla congiuntura economica di continua espansione in cui fu proposto. Si trattava di un periodo di crescente prosperità, contrappuntato solo da battute d’arresto di scarsa importanza. La struttura economica internazionale assomigliava notevolmente a quella interna degli Stati uniti. Le tensioni potevano essere rapidamente alleviate dall’espansione in territori non occupati e non sfruttati fino a quel momento. Vi era abbondante offerta di forza lavoro a basso costo, oltre a un consistente numero di paesi arretrati che non avevano ancora raggiunto lo stadio di autoconsapevolezza politica.
    La transizione dall’armonia apparente al conflitto evidente degli interessi può essere collocata a cavallo tra i due secoli. In modo alquanto appropriato, essa trovò la sua prima espressione nelle politiche coloniali. Il flusso migratorio dall’Europa – sede delle principali tensioni – all’America assunse dimensioni mai raggiunte prima. In Europa, per di più, l’antisemitismo – sintomo ricorrente di un’economia in difficoltà – riapparve in Russia, Germania e Francia dopo un lungo intervallo di tempo.
    La Prima guerra mondiale, che fu conseguenza di queste tensioni crescenti, le rese ancora più gravi, intensificandone le cause fondamentali. Sia nei paesi belligeranti sia in quelli neutrali, in Europa, Asia e America la produzione industriale e agricola venne ovunque stimolata artificialmente. Terminata la guerra tutti i paesi lottarono per mantenere l’incremento del loro livello produttivo; e per giustificare tale obiettivo venne invocata una coscienza nazionale accresciuta e infiammata. Una delle ragioni del carattere vendicativo, senza precedenti, dei trattati di pace, e in particolare delle loro clausole economiche, fu che gli uomini dotati di senso pratico non credevano più – come avevano fatto cinquanta o cento anni prima – che esistesse una sottesa armonia di interessi fra vincitori e vinti. L’obiettivo era quello di eliminare il rivale, il cui recuperato benessere economico avrebbe potuto minacciare il loro stesso benessere. In Europa il conflitto fu esacerbato dalla creazione di nuovi stati e di nuove frontiere economiche. Asia, India e Cina costituirono manifatture di larga scala produttiva per rendersi indipendenti dalle importazioni provenienti dall’Europa. Il Giappone divenne un paese esportatore di tessuti e altri beni a basso costo che minacciarono le manifatture europee sul mercato mondiale. Ma, soprattutto, non c’erano più territori in attesa di sviluppo e sfruttamento a basso costo e ad alti profitti. Le ampie vie dell’emigrazione che avevano alleviato le pressioni economiche del periodo prebellico si erano chiuse, e al posto del flusso naturale delle migrazioni emerse il problema dei profughi espulsi con la forza. Il complesso fenomeno noto come “nazionalismo economico” si diffuse in tutto il mondo. La natura fondamentale del conflitto di interesse divenne ovvia a tutti eccetto agli utopisti impenitenti che dominavano il pensiero economico nei paesi di lingua inglese. Divenne manifesta la vacuità dell’accattivante banalità ottocentesca secondo cui nessuno trarrebbe beneficio da ciò che danneggia gli altri. Il presupposto fondamentale dell’utopismo era andato in frantumi.
    Ciò con cui dobbiamo confrontarci oggi nella politica internazionale è, quindi, nientemeno che la totale bancarotta della concezione della moralità che ha dominato il pensiero politico ed economico per un secolo e mezzo. La sintesi fra etica e ragione, almeno nella sua forma primitiva raggiunta dal pensiero liberale del XIX secolo, è insostenibile. Il significato profondo della crisi internazionale contemporanea è il collasso dell’intera struttura del pensiero utopista basato sul concetto dell’armonia degli interessi. La generazione attuale dovrà ricostruire a partire dalle fondamenta. Ma prima che ciò avvenga, prima che sia possibile accertarsi di quanto sia recuperabile tra le rovine, dobbiamo esaminare le falle nella struttura, le quali ne hanno determinato il collasso. Il modo migliore per raggiungere questo scopo è l’analisi della critica realista alle premesse degli utopisti.

    2. La critica realista
    2.1. I fondamenti del realismo. Il realismo entra nella teoria politica al seguito dell’utopismo e come una sorta di reazione ad esso. La tesi secondo cui “la giustizia è il diritto del più forte” era certamente familiare al mondo greco; tuttavia non aveva mai rappresentato altro che la protesta di una minoranza priva di influenza, sconcertata dalla divergenza fra teoria e pratica politica. All’ombra della supremazia dell’impero romano, e più tardi della Chiesa cattolica, il problema venne a stento sollevato, dal momento che il bene politico, dell’impero prima e della Chiesa poi, poteva essere considerato identico al bene morale. Solo quando il sistema medievale andò in frantumi la divergenza fra teoria e pratica politica si fece acuta e provocatoria. Machiavelli fu il primo pensatore politico realista di rilievo.
    Egli prese le mosse dal rifiuto dell’utopismo del pensiero politico suo contemporaneo:

    Ma sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla imaginazione di essa. E molti si sono imaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché egli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare impara più tosto la ruina che la preservazione sua.

    I tre principi essenziali impliciti nella teoria di Machiavelli costituiscono le pietre angolari della filosofia realista. In primo luogo la storia è un susseguirsi di cause ed effetti, il cui corso può essere analizzato e compreso dall’intelletto, ma non (come credevano gli utopisti) guidato dall’“immaginazione”. In secondo luogo la teoria non crea la realtà (come assumono gli utopisti), bensì la realtà ispira la teoria. Secondo le parole stesse di Machiavelli “li buoni consigli, da qualunque venghino, conviene naschino dalla prudenzia del principe, e non la prudenzia del principe da’ buoni consigli”. Infine, la politica non è una funzione dell’etica (come pretendevano gli utopisti), ma l’etica lo è della politica. Gli uomini “sempre ti riusciranno tristi, se da una necessità non sono fatti buoni”. Machiavelli riconosceva l’importanza dei principi etici, tuttavia pensava che non potesse esservi alcuna effettiva vita morale laddove non vi fosse effettiva autorità. La morale è un prodotto del potere.
    Lo straordinario vigore e la vitalità della sfida di Machiavelli al pensiero ortodosso sono provate dal fatto che, a distanza di più di quattro secoli dalla comparsa dei suoi scritti, descrivere un oppositore politico come discepoli di Machiavelli è ancora il modo definitivo per screditarlo. Bacone fu uno dei primi a lodarlo per “il fatto di dire apertamente e senza ipocrisie ciò che gli uomini di solito fanno, e non ciò che dovrebbero fare”. Da allora in avanti nessun pensatore politico ha potuto più ignorarlo. Bodin in Francia, Hobbes in Inghilterra, Spinoza in Olanda pretesero di aver trovato un compromesso fra la nuova dottrina e l’idea di una “legge di natura” che costituisse il modello etico supremo. Ma tutti e tre erano sostanzialmente realisti e l’era di Newton concepì per la prima volta la possibilità che la politica seguisse leggi analoghe a quelle della fisica. L’attività speculativa di Bodin e Hobbes, ha scritto Laski, mirava “a separare l’etica dalla politica e a portare a termine con mezzi teorici la divisione già realizzata da Machiavelli in pratica”. “Prima che i termini di giusto e ingiusto possano avere luogo”, sosteneva Hobbes, “deve esservi qualche potere coercitivo”. Spinoza riteneva che gli uomini politici avessero contribuito alla comprensione della politica più dei teorici e, soprattutto, dei teologi; infatti, poiché si sono formati alla scuola dell’esperienza, hanno imparato solo ciò che nasce dalle necessità pratiche dell’uomo. Anticipando Hegel, Spinoza sostenne che qualunque cosa l’uomo fa secondo le leggi della sua natura, la fa a pieno diritto, in quanto agisce nel modo in cui è determinato dalla natura. Si apriva così la strada al determinismo, e l’etica divenne, in ultima analisi, lo studio della realtà.
    Il realismo moderno differisce, però, in un aspetto rilevnte da quello dei secoli XVI e XVII. Sia il pensiero utopistico sia quello realista accettarono e incorporarono nella loro dottrina la fede settecentesca nel progresso, con il risultato singolare e alquanto paradossale che il realismo divenne in apparenza più “progressista” dell’utopismo. Quest’ultimo innestava la sua fede nel progresso su quella in un modello etico assoluto, che rimaneva immutato ex hypothesi. Il realismo, non avendo un simile ancoraggio, divenne sempre più dinamico e relativista. Il progresso divenne parte dell’essenza intrinseca del processo storico e l’umanità si muoveva verso un obiettivo che fu lasciato indeterminato, oppure definito in modo diverso a seconda dei filosofi. La “scuola storicista” del realismo aveva messo dimora in Germania, e il suo sviluppo può essere seguito attraverso i grandi nomi di Hegel e Marx. Tuttavia, alla metà e alla fine del XIX secolo, nessun paese nell’Europa occidentale e nessun settore del pensiero rimasero immuni dalla sua influenza. Questo sviluppo, se da un lato liberò il realismo dalle sue tinte fosche che gli avevano dato teorici quali Machiavelli e Hobbes, dall’altro mise i suoi aspetti deterministici in maggior risalto.
    L’idea di causalità nella storia è antica quanto la storiografia. Tuttavia, fintanto che prevalse la fede che le vicende umane erano soggette alla supervisione continua e all’occasionale intervento della Provvidenza, era improbabile che potesse evolvere una filosofia della storia basata su una regolare relazione di causa ed effetto. La sostituzione della divina Provvidenza con la ragione permise a Hegel di realizzare, per la prima volta, una filosofia basata sull’idea di un processo storico razionale. Hegel, assumendo un processo razionale e ben ordinato, ne individuò la forza direzionale in un’astrazione metafisica: lo Zeitgeist. Ma non appena si fu affermata la concezione storica della realtà, non mancò che un piccolo passo alla sostituzione dello Zeitgeist astratto con una forza materiale concreta. L’interpretazione economica della storia non fu inventata, ma solo sviluppata e divulgata da Marx. Circa nello stesso periodo Bucale propose un’interpretazione geografica della storia che lo convinse del fatto che le vicende umane fossero “permeate da un magnifico principio lineare di regolarità universale”. Quest’idea è stata ravvivata in forma scientifica nella geopolitica, il cui inventore descrive la geografia come un “imperativo categorico politico”. Spengler, a sua volta, riteneva che gli eventi fossero determinati da leggi quasi biologiche che governavano la crescita e il declino delle civiltà. Pensatori più eclettici hanno interpretato la storia come il prodotto di una congerie di fattori materiali, e l’attività politica di un gruppo o di una nazione come il riflesso di tutti i fattori materiali che costituiscono gli interessi di quel gruppo o di quella nazione. “La politica estera”, ha sostenuto Hughes quando era segretario di Stato americano, “non si fonda su astrazioni. Essa è il risultato dell’interesse nazionale che emerge da qualche esigenza immediata o che si erge vividamente in prospettiva storica”. Ciascuna di queste interpretazioni della realtà, sia essa nei termini di uno Zeitgeist o dell’economia, o della geografia, o della “prospettiva storica”, è in ultima istanza deterministica. Marx (sebbene, avendo un programma d’azione, non potesse essere rigidamente e coerentemente determinista) credeva in “tendenze che operano e si fanno valere con bronzea necessità”. Lenin ha scritto che la politica ha la sua propria logica oggettiva, indipendente da questa o quella singola parte. Nel gennaio del 1918 egli descriveva la sua fiducia nell’imminente rivoluzione socialista in Europa come una predizione scientifica.
    In base all’ipotesi “scientifica” dei realisti, la realtà viene così identificata con il corso dell’evoluzione storica, le cui leggi è compito del filosofo investigare e rivelare. Non vi è realtà al di fuori del processo storico. “Concepire la storia come svolgimento e progresso”, scrive Croce, “importa accettarla come necessaria in ogni sua parte, e perciò rifiutare in essa validità ai giudizi negativi”. La condanna del passato in nome dell’etica non ha alcun significato, dal momento che, seguendo il detto di Hegel, “la filosofia trasfigura la realtà che sembra sbagliata in razionalità”. Ciò che è stato è giusto. La storia non può essere giudicata se non secondo criteri storici. E’significativo che i nostri giudizi sulla storia, a eccezione di quelli relativi a un passato che noi stessi ricordiamo come il presente, sembrano sempre prendere le mosse dal presupposto che gli eventi non avrebbero potuto avvenire in modo diverso da come si sono verificati.
    Sappiamo che Venizelos, leggendo nella History of Europe di Fisher che l’invasione dell’Asia Minore da parte dei greci, nel 1919, era stata un errore, sorrise ironicamente e disse: “Ogni impresa che fallisce è un errore”. Se la ribellione di Wat Tyler avesse avuto successo egli sarebbe divenuto un eroe nazionale in Inghilterra. Se la guerra di indipendenza americana fosse terminata con un disastro, i Padri fondatori degli Stati uniti sarebbero passati alla storia come una banda di fanatici turbolenti e privi di scrupoli. Nulla ha successo come il successo stesso. La storia del mondo, secondo la famosa frase che Hegel prese in prestito da Schiller, è il tribunale del mondo.
    La nota perifrasi “la forza fonda il diritto” è fuorviante solo se attribuiamo un significato troppo riduttivo alla parola forza. La storia crea i diritti e, di conseguenza, ciò che è giusto. La dottrina della sopravvivenza del più forte prova che chi sopravvive è in effetti il più adatto a farlo. Non sembra che Marx abbia sostenuto che la vittoria del proletariato fosse giusta se non nel senso che fosse storicamente inevitabile. Lukács fu un marxista coerente, sebbene forse incauto, quando fondò il “diritto” del proletariato sulla sua “missione storica”. Anche Hitler credeva fermamente nella missione storica delle popolazioni germaniche.

    2.2. La relatività del pensiero. La conquista più importante del realismo, però, consiste nell’aver rivelato non solo gli aspetti deterministi del processo storico, ma anche il carattere relativo e pragmatico del pensiero stesso. Nel corso degli ultimi cinquant’anni, grazie principalmente, sebbene non interamente, all’influenza di Marx, i principi della scuola storicista sono stati applicati all’analisi del pensiero e, ad opera soprattutto di pensatori tedeschi, sono state gettate le fondamenta di una nuova “scienza della conoscenza”. Il realismo è stato così messo in condizione di dimostrare che le teorie intellettuali e i modelli etici degli utopisti, lungi dall’essere espressione di principi assoluti e aprioristici, sono storicamente determinati, poiché sono sia il prodotto di circostanze e interessi sia strumenti messi appunto per l’avanzamento di quegli stessi interessi. Bertrand Russell ha osservato che le “nozioni etiche sono molto raramente la causa, ma quasi sempre un effetto, un mezzo per rivendicare alle nostre preferenze l’autorità di leggi universali, e non, come ci fa comodo immaginare, il fondamento reale di tali preferenze”. Questo è di gran lunga l’attacco più formidabile che il pensiero utopistico abbia mai dovuto affrontare, dal momento che con esso le sue stesse fondamenta sono minate dalla critica realista.
    In generale la relatività del pensiero è stata già riconosciuta da molto tempo. Questo principio si applica a un campo disciplinare estremamente vasto. E’ divenuto un luogo comune sostenere che le teorie non danno forma al corso degli eventi, ma sono inventate per spiegarli. “L’impero ha preceduto l’imperialismo”. L’Inghilterra del Settecento “mise in pratica la politica del laissez-faire prima di averne trovato una giustificazione, reale o persino apparente, nella nuova dottrina”; inoltre il crollo virtuale del corpo dottrinario del laissez-faire ha seguito, e non preceduto, il declino del laissez-faire nel mondo reale. La teoria del “socialismo in un solo paese”, promulgata nella Russia sovietica nel 1924, fu evidentemente il risultato della mancata diffusione del regime dei soviet in altri paesi.
    Tuttavia lo sviluppo di una teoria astratta è spesso influenzato da eventi che non hanno assolutamente alcun legame sostanziale con essa. Scrive un moderno sociologo:

    Nella storia del pensiero politico gli avvenimenti sono stati non meno potenti delle idee. Il fallimento e il successo delle istituzioni, le vittorie e le sconfitte dei paesi identificati con certi principi hanno ovunque più volte apportato nuovo vigore e chiarezza ai seguaci di quei principi o ai loro oppositori, a seconda dei casi […]. La filosofia nella sua forma mondana è costituita dal detto dei filosofi i quali, ci dice una fonte autorevole, soffrono di mal di denti tanto quanto gli altri mortali, e, come gli altri, sono suscettibili di essere impressionati da eventi a loro prossimi e di grande effetto, e di essere sedotti da mode intellettuali.

    La repentina ascesa al potere della Germania negli anni 1860-80 sollevò tanta ammirazione tra i principali filosofi inglesi della generazione seguente – Caird, T.H. Green, Bosanquet, McTaggart – da renderli ardenti hegeliani. Né i professionisti del pensiero sono i soli ad essere soggetti a tali influenze. Anche la pubblica opinione ne era dominata in modo non meno accentuato. Nel XIX secolo era un luogo comune nell’opinione pubblica inglese che i tedeschi fossero efficienti e illuminati, e i russi arretrati e barbari. Intorno al 1910 si era convinti che i tedeschi (i quali risultarono essere per lo più prussiani) fossero rozzi, brutali e di vedute limitate, e che i russi incarnassero l’anima slava. La moda della letteratura russa in Gran Bretagna, che si affermò circa nello stesso periodo, fu il risultato immediato dell’avvicinamento politico alla Russia. La moda del marxismo in Gran Bretagna e Francia, che si era diffusa in modo modesto dopo il successo della rivoluzione bolscevica in Russia, prese rapidamente vigore, in special modo fra gli intellettuali, dopo il 1934, quando si capì che la Russia sovietica era un potenziale alleato militare contro la Germania. E’ sintomatico che la maggior parte dell persone, quando viene messa alle strette, neghi in modo indignato di formare le proprie opinioni in questo modo. Infatti, come osservò tempo addietro Acton, “poche scoperte sono più irritanti di quelle che rendono manifesta la genealogia delle idee”. Il condizionamento del pensiero è necessariamente un processo che avviene nel subcosciente.

    2.3. L’adattamento del pensiero al fine. Il pensiero non si sviluppa esclusivamente in relazione alle circostanze e agli interessi di chi lo formula: esso è anche pragmatico, dal momento che è orientato alla realizzazione di certi fini. Per i realisti, per dirla con le parole di un arguto scrittore, la verità non è “altro che la percezione di esperienze discordanti adattate in modo pragmatico a uno scopo particolare e temporaneo”. Abbiamo già discusso il fatto che il pensiero abbia uno scopo; saranno sufficienti pochi esempi per illustrare l’importanza di ciò nella politica internazionale
    Le teorie messe a punto per screditare un nemico reale o potenziale costituiscono una delle forme più comuni di pensiero orientato a uno scopo. Dipingere il proprio nemico o la propria vittima futura come un essere inferiore agli occhi di Dio è una tecnica ben nota almeno fin dai tempi del Vecchio Testamento. Le teorie razziali, antiche e moderne, appartengono a questa categoria, dal momento che il dominio di una popolazione o classe su un’altra è sempre stato giustificato dalla convinzione che coloro che vengono sottomessi siano mentalmente e moralmente inferiori. In tali teorie di solito si accusano di anormalità sessuali e di comportamenti sessualmente offensivi la razza o il gruppo che si vuole screditare. L’accusa di depravazione sessuale è lanciata dagli americani bianchi ai neri, dai bianchi sudafricani ai kafir, dagli anglo-indiani agli indù e dai nazisti agli ebrei. L’accusa più diffusa e assurda scagliata contro i bolscevichi agli albori della rivoluzione russa fu che essi propugnassero la promiscuità sessuale. I racconti di atrocità, fra cui predominano atti di carattere sessuale, sono un prodotto ben noto delle guerre. Alla vigilia della loro invasione dell’Abissinia, gli italiani pubblicarono un Libro verde delle atrocità abissine. “Il governo italiano”, come osservò correttamente il delegato abissino a Ginevra, “avendo deciso di conquistare e distruggere l’Etiopia, comincia l’opera attribuendo a questo paese una cattiva reputazione”.
    Tuttavia, questo fenomeno si presenta anche in forme meno rozze e capaci talvolta di sfuggire all’attenzione. Questo punto fu ben enunciato da Crowe in una minuta del Foreign Office del marzo 1908:

    Il governo tedesco (già prussiano) è sempre stato degno di nota per la cura che impiega nel creare sentimenti di odio intenso e quasi religioso nei confronti del paese contro cui contempla la possibilità di iniziare una guerra. Senza dubbio è in questo modo che è stato alimentato e nutrito l’odio delirante che anima adesso la Germania contro l’Inghilterra, dipinta come un mostro che incarna l’egoismo, la cupidigia e una totale mancanza di coscienza.

    Questa diagnosi è accurata e penetrante. Tuttavia è singolare che un intelletto acuto come quello di Crowe non si rendesse conto che anch’egli stava compiendo, per il pubblico ristretto di uomini di stato e funzionari ai quali aveva accesso, esattamente la stessa operazione di cui accusava il governo tedesco. Infatti, un’attenta lettura dei suoi appunti e delle sue minute di quel periodo rivela un abile, ma trasparente, tentativo di “creare sentimenti di odio intenso e quasi religioso” contro il futuro nemico del suo paese: un caso curioso della nostra prontezza a cogliere il carattere condizionato o interessato del pensiero di altri popoli, mentre diamo per scontato che le nostre riflessioni siano completamente obiettive.
    La strategia opposta alla propagazione di teorie atte a generare discredito dal punto di vista morale sul proprio nemico è la diffusione di idee che gettano una luce positiva su se stessi e sulla propria politica. Bismarck ricordava l’osservazione fattagli nel 1857 da Walewski, il ministro degli Esteri francese, secondo il quale il compito del diplomatico consisteva nel paludare gli interessi del proprio paese nel linguaggio di una giustizia universale. In tempi più recenti Churchill ha dichiarato alla Camera dei Comuni che “ci deve essere una base morale per la politica estera della Gran Bretagna e per il suo riarmo”. E’ raro, tuttavia, che gli uomini di stato moderni si esprimano con tanto franchezza. Nella politica inglese e americana degli ultimi decenni la più grande influenza è stata esercitata da uomini di stato utopisti sinceramente convinti che la politica debba essere dedotta da principi etici, e non i principi etici dalla politica.
    Cionondimeno, il realista ha l’obbligo di svelare la vacuità di questa convinzione. “La giustizia”, dichiarò Woodrow Wilson al Congresso degli Stati Uniti nel 1917, “è più preziosa della pace”. “La pace viene prima di tutto”, dichiarò dieci anni dopo Briand all’assemblea della Società delle Nazioni, “la pace viene anche prima della giustizia”. Queste due dichiarazioni contraddittorie, considerate come principi etici, sono sostenibili e potrebbero raccogliere rispettabili consensi. Dovremmo quindi credere che ci troviamo di fronte a uno scontro di modelli etici, e che le politiche di Wilson e Briand differivano perché essi le avevano ricavate da principi opposti? Nessun serio studioso di vicende politiche lo crederebbe. Anche l’esame più superficiale mostrerebbe che quei principi erano dedotti dalla politica, e non la politica dai principi. Nel 1917 Wilson, essendosi risolto a muovere guerra alla Germania, si accinse a rivestire la sua decisione politica con i panni appropriati della legittimità. Nel 1928 Briand temeva i tentativi, avanzati in nome della giustizia, di alterare un accordo di pace favorevole alla Francia; egli non ebbe più difficoltà di Wilson a reperire una fraseologia morale adatta alla sua politica. Sarebbe irrilevante discutere la presunta differenza di questi due principi su un terreno etico. Essi riflettevano soltanto differenti politiche nazionali modellate per assecondare diverse circostanze.
    Il doppio processo di gettare discredito dal punto di vista morale sulla politica di un potenziale nemico e di giustificare moralmente la propria può essere illustrato abbondantemente dalle discussioni sul disarmo avvenute fra le due guerre. L’esperienza delle potenze anglosassoni, la cui predominanza navale era stata minacciata dai sottomarini, offrì ampiamente l’opportunità di denunciare l’immoralità di quel nuovo tipo di arma. Il consigliere navale della delegazione americana alla conferenza di pace scrisse che “la civiltà richiede che le operazioni militari navali siano poste su un piano più elevato” abolendo la guerra sottomarina. Sfortunatamente, i sottomarini erano considerati un’arma utile dalle marine militari più deboli, quali quelle di Francia, Italia e Giappone, e fu così che questa specifica richiesta della civiltà non poté essere accolta.
    Simile atteggiamento fu tenuto nei confronti delle “armi economiche”. Verso la fine dell’Ottocento – e in misura minore fino al 1931 – le tariffe protezioniste erano generalmente considerate immorali in Gran Bretagna. Dopo il 1931 le tariffe semplici riguadagnarono la loro innocenza, ma gli accordi di scambio, le quote industriali (e non quelle agricole), i controlli sugli scambi e altre armi simili adottate dagli stati continentali erano ancora stigmatizzate come immorali. Fino al 1930 le successive revisioni tariffarie imposte dagli Stati Uniti erano andate quasi invariabilmente al rialzo, e gli economisti americani, per altri aspetti fedeli sostenitori del laissez-faire, avevano quasi invariabilmente trattato le tariffe come se fossero legittime e degne di lode. Tuttavia, la mutata posizione degli Stati Uniti da paese debitore a paese creditore, combinata con il ribaltamento della politica economica inglese, modificò questo quadro. Così la riduzione delle barriere tariffarie finì con l’essere generalmente identificata dai portavoce americani con la causa della moralità internazionale.

    2.4. Interesse nazionale e bene universale. I realisti, però, non dovrebbero perdere tempo a punzecchiare le difese degli utopisti nei loro punti deboli. Il loro compito consiste nel far crollare l’intera struttura di cartapesta del pensiero utopista rendendo evidente la fragilità del materiale con cui è costruita. L’arma costituita dalla relatività del pensiero deve essere adoperata per demolire il concetto utopista secondo il quale esisterebbe un modello assoluto e prefissato in base al quale le politiche e le azioni possono essere giudicate. Se si dimostra che la teoria è il riflesso della prassi e i principi sono quelli dei bisogni politici, questa scoperta sarà applicabile alle idee fondamentali e ai principi del credo utopista, e non ultimo al suo postulato essenziale, ovvero la dottrina dell’armonia degli interessi.
    Non è difficile mostrare che l’utopista, quando predica la dottrina dell’armonia degli interessi, innocentemente e inconsapevolmente adotta la massima di Walewski e maschera il proprio interesse quale interesse universale al fine di imporlo al resto del mondo. Come ha osservato Dicey, gli uomini sono facilmente portati a credere che i piani che vanno bene per se stessi possano anche beneficiare gli altri. Le teorie del bene collettivo, che attentamente analizzate altro non sono che un elegante travestimento di qualche interesse particolare, sono comuni tanto negli affari internazionali quanto in quelli nazionali. L’utopista, per quanto posa essere desideroso di fissare un principio assoluto, non sostiene che sia dovere del suo paese, in conformità con quel principio, porre l’interesse del mondo nel suo insieme prima del suo particolare. Ciò, infatti, contraddirebbe la sua teoria in base al quale l’interesse di tutti coincide con quello di ciascuno. Egli sostiene che ciò che è meglio per il mondo è anche meglio per il suo paese; e poi rovescia l’argomento trasformandolo nell’affermazione secondo cui ciò che è meglio per il suo paese è meglio per il mondo, essendo le due proposizioni, da punto di vista dell’utopista, identiche.
    Il cinismo inconscio dell’utopista dei nostri giorni si rivela un’arma diplomatica molto più efficace del cinismo deliberato e consapevole di un Walewski o di un Bismarck. Gli scrittori inglesi degli ultimi cinquant’anni sono stati sostenitori particolarmente eloquenti dell’idea secondo cui la supremazia inglese rappresenta lo svolgimento di un dovere nei confronti dell’umanità. “Se la Gran Bretagna si è trasformata in un deposito di carbone e in una fucina da fabbro”, metteva in evidenza ingenuamente il Times nel 1885, “è per il bene tanto dell’umanità quanto di se stessa”. “Io sostengo con fermezza”, ha dichiarato Cecil Rhodes, “che la nostra razza detiene il primato nel mondo, e che più si estende la parte di mondo da noi abitata meglio è per il genere umano”. Nel 1912 un professore di Oxford non aveva dubbi che il segreto della storia della Gran Bretagna consistesse nel fatto che, “combattendo per la propria indipendenza, essa ha lottato per la libertà dell’Europa, e il servizio svolto in tal modo per l’Europa ha reso possibile offrire un servizio ancor maggiore al quale diamo il nome di impero”. Nel 1917 Balfour dichiarò alla Camera di commercio di New York che “fin dall’agosto del 1914, si è lottato per i vantaggi spirituali più elevati dell’umanità, senza intrattenere pensieri meschini o ambiziosi”. Non sorprende che un critico americano abbia di recente descritto gli inglesi come “gesuiti che hanno abbandonato l’ambito teologico per occupare quello politico”. Né sorprende che un ex ministro degli Affari esteri italiano si sia espresso, ben prima di tali affermazioni, a proposito “del dono prezioso concesso al popolo inglese: possedere scrittori e uomini di chiesa in grado di addurre le ragioni morali più elevate per le azioni diplomatiche più pratiche, con inevitabile profitto morale per l’Inghilterra”.
    In tempi recenti, lo stesso fenomeno è divenuto endemico negli Stati Uniti. La storia di come McKinley abbia pregato per ottenere il suggerimento divino e deciso quindi di annettere le Filippine è un classico della storia americana contemporanea. Quell’annessione venne salutata da un’esplosione di autocompiacimento morale nella popolazione tipica fino a quel momento più della politica estera britannica che di quella statunitense. Theodore Roosevelt, il quale credeva con più convinzione di qualunque altro presidente americano suo predecessore nella dottrine dell’“État, c’est moi”, portò ancora più avanti questo processo. Woodrow Wilson si è mostrato meno ingenuamente egoista, e tuttavia ben più profondamente convinto che la politica americana e la giustizia universale fossero la stessa cosa. Dopo il bombardamento di Veracruz nel 1914, egli assicurò al mondo che “gli Stati Uniti si erano spinti fino in Messico per prestare un servizio all’umanità”. Nel corso della Prima guerra mondiale egli raccomandò ai cadetti della marina americana “di pensare per prima cosa non soltanto sempre all’America, ma anche sempre all’umanità”: un’impresa resa in qualche modo meno ardua dalla sua delucidazione che gli Stati Uniti erano stati “fondati a beneficio dell’umanità”.
    Le teorie relative alla morale sociale sono sempre il prodotto di un gruppo dominante, che si identifica con la comunità nel suo complesso e che possiede strumenti negati ai gruppi subordinati o agli individui per imporre la propria visione del mondo alla collettività. Le teorie relative alla morale in campo internazionale sono, per lo stesso motivo e in virtù dello stesso processo, il prodotto di stati, o gruppi di stati, dominanti. Nel corso degli ultimi cento anni, e soprattutto dal 1918 in poi, i popoli di lingua anglosassone hanno costituito il gruppo dominante sulla scena internazionale, e le teorie correnti dell’’etica internazionale sono state delineate per perpetuare la loro supremazia e sono espresse in un idioma che è loro peculiare.

    2.5. La critica realista alla teoria dell’armonia degli interessi. Il dominio sulla collettività da parte di un gruppo privilegiato può essere, e spesso accade, tanto schiacciante da rendere effettivamente non priva di senso la pretesa che i suoi interessi coincidano con quelli della collettività, dal momento che il suo benessere comporta necessariamente, in qualche misura, quello di altri membri di essa e il suo tracollo comporterebbe anche quello della collettività intera. Quindi, nella misura in cui la supposta armonia degli interessi ha una qualche base reale, essa è creata dal potere schiacciante del gruppo dominante, e costituisce un’eccellente dimostrazione della massima di Machiavelli, secondo cui la morale è un prodotto del potere. Qualche esempio permetterà di chiarire questa analisi della dottrina dell’armonia degli interessi.
    Nel XIX secolo, il proprietario di manifatture o il mercante inglese, avendo scoperto che il laissez-faire promuoveva il suo benessere, era sinceramente convinto che esso promuovesse anche il benessere dell’Inghilterra intera. Né questa presunta armonia di interessi fra sé e la collettività era del tutto fittizia. Il predominio degli imprenditori manifatturieri e dei mercanti era così schiacciante che si poteva in qualche modo correttamente sostenere che esistesse un’identità fra il loro benessere economico e quello dell’Inghilterra nel suo insieme. Stabilito questo, non ci volle molto per argomentare che un operaio in sciopero, poiché danneggiava il benessere dell’imprenditore, arrecava danno anche al benessere dell’Inghilterra,e di conseguenza anche a se stesso. In tal modo i predecessori di Toynbee ritennero plausibile denunciarne l’immoralità e quelli di Zimmern la confusione mentale. Per di più, questo argomento era in qualche modo convincente. Cionondimeno, la dottrina dell’armonia degli interessi e della solidarietà fra le classi deve essere sembrata un’amara presa in giro al lavoratore derelitto, la cui inferiorità sociale e l’insignificante parte nel “benessere economico inglese” venivano così sancite da queste argomentazioni. Nel giro di poco tempo egli sarebbe stato forte abbastanza da costringere all’abbandono del laissez-faire e alla sua sostituzione con lo “stato sociale”, che negava implicitamente l’armonia naturale degli interessi e si disponeva a creare, con strumenti artificiali, una nuova armonia.
    La stessa analisi si applica alle relazioni internazionali. Gli uomini di stato inglesi del XIX secolo, avendo scoperto che il libero commercio promuoveva la ricchezza dell’Inghilterra, erano sinceramente convinti che praticandolo esso avrebbe promosso anche la ricchezza mondiale. La predominanza inglese nel commercio internazionale era allora così schiacciante da rendere innegabile che vi fosse una certa armonia fra gli interessi inglesi e quelli del mondo. La prosperità inglese si riverberava anche su altri paesi, e il collasso dell’economia inglese avrebbe comportato una crisi economica di portata mondiale. I promotori inglesi del libero commercio potevano sostenere, e difatti sostennero, che i paesi protezionisti danneggiavano con il loro egoismo non solo la prosperità del mondo intero, ma anche, stupidamente, la propria, e che quindi il loro comportamento era al tempo stesso immorale e stupido. Dal punto di vista inglese, era dimostrato senza ombra di dubbio che il commercio internazionale costituiva un unico insieme che fioriva o andava inc risi all’unisono. Cionondimeno, la supposta armonia degli interessi internazionali sembrava una presa in giro alle nazioni più povere, la cui condizione di inferiorità e la cui insignificante parte nel commercio internazionale venivano da quella sancite. La rivolta contro questo stato di cose pose fine alla schiacciante predominanza inglese, che aveva costituito il fondamento plausibile della teoria. Dal punto di vista economico, la Gran Bretagna nell’Ottocento occupava una posizione tanto dominante da osare imporre al mondo la propria concezione di moralità economica internazionale. Quando la competizione di tutti contro tutti prese il posto del dominio del commercio mondiale esercitato da una sola potenza, le idee sulla moralità economica internazionale divennero necessariamente confuse.
    Dal punto di vista politico, il presunto interesse comune al mantenimento della pace, la cui ambiguità è già stata discussa, venne capitalizzato in modo analogo da uno stato dominante o da un gruppo di stati dominanti. Esattamente come la classe dominante in una collettività predica la pace sociale, e denuncia la guerra di classe, che potrebbe minacciarla, così la pace internazionale diviene uno specifico interesse acquisito per le potenze predominanti. Nel passato, l’imperialismo romano e quello inglese erano stati presentati benevolmente al mondo nelle vesti della pax romana e della pax britannica. Al giorno d’oggi, non esistendo una potenza forte abbastanza da dominare il mondo, il potere supremo è conferito a un insieme di stati, e slogan come “sicurezza collettiva” e “resistenza all’aggressione” servono lo stesso fine di proclamare l’identità di interessi fra il gruppo dominante e il mondo intero nel mantenimento della pace. Inoltre, come mostra l’esempio che abbiamo appena fatto, fintanto che la supremazia del gruppo dominante è sufficientemente ampia, si può sostenere che quella identità, in un certo senso, esista realmente.
    Quando Churchill dichiarò che “le sorti dell’impero inglese e la sua gloria sono inseparabilmente intrecciate con le sorti del mondo”, la sua affermazione aveva di fatto lo stesso fondamento di quella secondo cui il benessere economico dei produttori manifatturieri inglesi del XIX secolo era inseparabilmente intrecciato con la prosperità di tutta l’Inghilterra. Persino lo scopo di quelle affermazioni era esattamente lo stesso, ovvero stabilire il principio secondo il quale la difesa dell’impero inglese o la ricchezza dell’industriale manifatturiero inglese erano nell’interesse della collettività intera, e che quindi chiunque le attaccasse doveva essere o immorale o mentalmente confuso. Una tattica frequentemente utilizzata dai gruppi privilegiati consiste nel gettare discredito morale sui derelitti dipingendoli come perturbatori della pace. Questa tattica viene prontamente applicata tanto nella comunità internazionale quanto in quella nazionale. Quando Hitler rifiutò di credere che “Dio ha permesso ad alcune nazioni di conquistare il mondo con la forza e poi di difendere questa rapina con teorie moralistiche”, li limitava esclusivamente a far eco, in un diverso contesto, alla negazione marxista dell’esistenza della comunanza di interessi fra “chi ha” e “chi non ha”, alla rivelazione marxista del carattere interessato della “moralità borghese” e alla perentoria richiesta marxista di espropriare gli espropriatori.
    La crisi del settembre 1938 dimostrò con forza le implicazioni politiche del presupposto che esistesse un interesse comune al mantenimento della pace. Quando Briand proclamò che “la pace viene prima di tutto” o Eden che “non esiste contrasto che non possa essere risolto con mezzi pacifici”, l’ipotesi sottesa a queste banalità era che fintanto che si fosse mantenuta la pace non sarebbe stato possibile mutare lo status quo in un modo svantaggioso per la Francia o per la Gran Bretagna. Nel 1938 Francia e Gran Bretagna erano intrappolate negli slogan che esse stesse avevano usato nel passato per screditare le potenze insoddisfatte dei trattati di pace, e la Germania era divenuta tanto forte (come lo erano state la Francia e l’Inghilterra fino a quel momento) da volgere il desiderio di pace a suo vantaggio. Circa nello stesso periodo, era avvenuto un cambiamento significativo nell’atteggiamento del dittatore tedesco e di quello italiano. Hitler aveva dipinto con veemenza la Germania come il bastione della pace minacciata dalle democrazie guerrafondaie. Nel suo discorso al Reichstag del 28 aprile 1939 egli sostenne che la Società delle Nazioni “fomenta le tensioni” e che la sicurezza collettiva significa “un continuo pericolo di guerra”. Mussolini prese in prestito la formula inglese circa la possibilità di sistemare tutte le dispute internazionali con mezzi pacifici e dichiarò che “al momento non vi sono in Europa problemi tanto grandi ed esplosivi da giustificare una guerra che da conflitto europeo, spontaneamente diverrebbe universale”. Queste dichiarazioni erano i sintomi del fatto che la Germania e l’Italia stavano già pensando al momento in cui, divenute potenze dominanti, avrebbero acquisito un interesse costituito nel mantenimento della pace, fin lì privilegio della Gran Bretagna e della Francia, e sarebbero riuscite a ottenere il loro scopo mettendo alla gogna i paesi democratici accusati di essere nemici della pace. Queste vicende rendono più facile riconoscere il valore di una perspicace osservazione di Halévy, secondo cui “la propaganda contro la guerra è in se stessa una forma di propaganda di guerra”.

    2.6.La critica realista all’internazionalismo. L’idea di internazionalismo è una forma specifica della teoria dell’armonia degli interessi. La genesi dell’internazionalismo moderno risale alla Francia dei secoli XVII e XVIII, periodo in cui l’egemonia francese in Europa era al suo culmine. In quell’epoca furono prodotti il Gran Dessin di Sully e il Projet de paix perpetuelle dell’abate di Saint-Pierre (entrambi piani per perpetuare lo status quo internazionale favorevole alla monarchia francese), videro la luce le dottrine umanitarie e cosmopolite dell’illuminismo, e il francese divenne stabilmente la lingua universale delle persone colte. Nel secolo successivo, il ruolo di guida passò alla Gran Bretagna, che divenne a sua volta la patria dell’internazionalismo. Alla vigilia della Great Exhibition del 1851, che, più di ogni altro evento, consacrò il diritto della Gran Bretagna alla supremazia mondiale, il principe consorte parlò con commozione “del grande fine cui mira […] la storia tutta – la realizzazione dell’unità dell’umanità”; e Tennyson inneggiò al “parlamento dell’uomo, la federazione del mondo”. La Francia scelse il momento del suo massimo dominio negli anni Venti del XX secolo per lanciare il progetto di una “Unione europea”; e il Giappone, di lì a poco, sviluppò l’ambizioso piano di divenire lo stato guida dell’Asia unita. Fu sintomatica del crescente predominio internazionale degli Stati Uniti la diffusa popolarità alla fine degli anni Trenta del libro di un giornalista americano che perorava n’unione mondiale delle democrazie in cui gli Stati Uniti avrebbero svolto un ruolo predominante.
    Così come gli appelli alla “solidarietà nazionale” nella politica interna provengono sempre dal gruppo dominante – che può usare quella solidarietà per rafforzare il proprio controllo sulla naziona – allo stesso modo gli appelli alla solidarietà internazionale e all’unione mondiale provengono dagli stati dominanti che possono sperare di esercitare il loro controllo sul mondo unificato. I paesi che lottano per farsi largo con la forza nel gruppo dominante tendono naturalmente a invocare il nazionalismo contro l’internazionalismo delle grandi potenze. Nel XVI secolo l’Inghilterra oppose il suo nazionalismo nascente all’internazionalismo del papato e dell’impero. Nello scorso secolo e mezzo la Germania ha contrapposto il suo nazionalismo nascente all’internazionalismo della Francia prima e della Gran Bretagna poi. Tale circostanza l’ha resa impenetrabile a quelle dottrine universaliste e umanitarie popolari nella Francia del XVIII secolo e nella Gran Bretagna del XIX. La usa ostilità all’internazionalismo si aggravò ulteriormente dopo il 1919, quando la Gran Bretagna e la Francia tentarono con ogni mezzo di creare un nuovo “ordine internazionale a protezione del loro predominio. “Per internazionale”, scrisse un corrispondente tedesco sul Times, “siamo giunti a intendere un’idea che colloca le altre nazioni in posizione di vantaggio rispetto alla nostra”.
    D’altra parte, non vi era dubbio che la Germania, se avesse stabilito la sua supremazia in Europa, avrebbe adottato gli slogan internazionalisti e fondato un’organizzazione al fine di rafforzare il suo potere. Vi è stato un momento in cui un ex ministro laburista inglese perorò la soppressione dell’art. 16 del trattato della Società delle Nazioni con l’inaspettata motivazione che gli statti totalitari avrebbero potuto, un giorno, giungere a controllare la Società e impugnare quell’articolo per giustificare il loro uso della forza. Era invece forse più probabile che essi avrebbero cercato di trasformare il patto anti-Comintern in un’organizzazione internazionale di qualche tipo. “Il patto anti-Comintern”, dichiarò Hitler al Reichstag il 30 gennaio 1939, “diverrà forse un giorno il punto intorno a cui si cristallizzerà un gruppo di potenze il cui fine ultimo è null’altro che eliminare la minaccia alla pace e alla cultura del mondo costituita da un’apparizione demoniaca”. “O l’Europa diventerà solidale”, sottolineava una rivista italiana circa nello stesso periodo, “o l’Asse le imporrà di esserlo”. “L’Europa intera”, sostenne Goebbels, “è sul punto di adottare un nuovo ordine e un nuovo orientamento sotto la guida intellettuale della Germania nazionalsocialista e dell’Italia fascista”. Queste affermazioni non sono sintomo di un mutamento di prospettiva, ma del fatto che la Germania e l’Italia sentivano che si stava avvicinando il momento in cui sarebbero divenute forti abbastanza da aderire all’internazionalismo. L’“ordine internazionale” e la “solidarietà internazionale” saranno sempre le parole d’ordine di coloro che si sentono forti abbastanza da poterle imporre agli altri.

    La denuncia dei reali fondamenti dei principi chiaramente astratti di solito invocati nella politica internazionale costituisce la parte più incriminante e convincente della requisitoria realista contro l’utopismo. La natura dell’accusa non viene generalmente capita da coloro che cercano di reputarla. Essa non sostiene che gli esseri umani non riescano a vivere secondo i loro principi. Ha poca importanza se Wilson, che pensava che la giustizia fosse più preziosa della pace, Briand, che pensava che la pace venisse persino prima della giustizia, e Eden, che credeva fermamente nella sicurezza collettiva, non sono riusciti loro stessi, o non sono riusciti a indurre i propri connazionali, ad applicare tali principi in modo coerente. Ha importanza invece il fatto che questi presunti principi assoluti e universali non erano affatto principi, bensì il riflesso inconsapevole di politiche nazionali basate su una particolare interpretazione dell’interesse nazionale in un determinato momento. Non è privo di senso sostenere che la pace e la cooperazione fra gli stati o le classi, o gli individui, siano fini comuni e universali, indipendentemente dai conflitti di interessi e dalla politica. Non è privo di senso sostenere che esiste un interesse comune a mantenere l’ordine, sia esso l’ordine internazionale o quello pubblico all’interno dei singoli paesi. Tuttavia, non appena si tenta di applicare questi supposti principi astratti a situazioni politiche concrete, essi si rivelano ovvi travestimenti di interessi egoistici costituiti. Il fallimento dell’utopismo non consiste nell’incapacità di tener fede ai suoi principi ma in quella di fornire un modello di condotta assoluto e disinteressato negli affari internazionali. L’utopista, al cospetto del crollo di principi di cui non è riuscito a cogliere il carattere interessato, si rifugia nella condanna di una realtà che si rifiuta di conformarsi ad essi. In un passo scritto dallo storico tedesco Meinecke dopo la Prima guerra mondiale troviamo il giudizio che meglio di ogni altro prevede il ruolo dell’utopismo nella politica internazionale dell’epoca:

    La grave manchevolezza nel pensiero occidentale del diritto naturale era che esso, applicato alla vera vita dello stato, restava lettera morta, non compenetrava gli uomini di stato, non arrestava l’ipertrofia moderna della ragion di stato, e aveva così per conseguenza dei lamenti inutili e dei postulati dottrinali, oppure un’intima menzogna e ipocrisia.

    Questi “lamenti inutili”, questi “postulati dottrinali”, questa “intima menzogna e ipocrisia” appariranno familiari a tutti coloro che hanno studiato ciò che è stato scritto in materia di politica internazionale nei paesi di lingua anglosassone tra le due guerre mondiali.

  2. #2
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    ....l'utopia è lunga e la vita è un attimo!

  3. #3
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    ????????...poi non era solo Signoraggio!!!!...
    visto che il tuo pos parla di economie protezioniste!!!
    Quello che applicava Ferdinando II nel Regno delle Due Sicilie!

  4. #4
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    Predefinito mosongo

    Con il tuo intervento sei uscito completamente fuori tema. Che c'entra il signoraggio con il mio thread???

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da No Man's Land
    Con il tuo intervento sei uscito completamente fuori tema. Che c'entra il signoraggio con il mio thread???
    In ogni caso...mi si sono incrociati gli occhi a leggere il tuo articolo!!!
    troppo lungo: si perde il filo!... è stata una provocazione! ma anche un azzardo: dagli euro, ai dollari degli anni '20....e magari si arrivava al ducato d'argento!!!
    Interessante il tuo post....Potresti anche spezzettarli!!!
    Grazie!

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da mosongo
    In ogni caso...mi si sono incrociati gli occhi a leggere il tuo articolo!!!
    troppo lungo: si perde il filo!... è stata una provocazione!
    Potresti anche spezzettarli!!!
    Grazie!
    In effetti sono 2 interi capitoli di un libro (pubblicato nel 1939)... comunque puoi sempre stamparlo e leggerlo con calma!

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da No Man's Land
    In effetti sono 2 interi capitoli di un libro (pubblicato nel 1939)... comunque puoi sempre stamparlo e leggerlo con calma!
    ....con la mia stampante è un avventura!!!
    ciao e grazie!!!

  8. #8
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    Se questo vulgarmarxismus ripetuto su scala testuale allargata è la tua forma di bipensiero la rispetto. Non intendo sottomettermi al tuo stop-reato e non intendo accettare come giustificativa dei tuoi errori la tua incapacità di unificare micro e macro rinunciando all'idea degli aggregati arbitrari che tu e i tuoi campioni giudicate diversi qualitativamente dalla interazione integrativa dei loro costituenti. Se non hai letto Orwell non potrai capire che sto dicendo, visto che sei stato così "gentile" da costringermi alla fatica di una sommaria lettura di questo ciarpame noioso, prolisso e scontato io sarò così "stronzo" da consigliarti -1984- (se non hai avuto il piacere, questo sì, di leggerlo) per capire il senso di questo post. Ti consiglio poi di analizzare il concetto austriaco di Individualismo Metodologico. Chiarite queste peanuts ti lascio alla tua assenza di etica. Considera l'utilizzo di così poche e rarefatte righe un regalo.

    Hallet Carr ha la stessa medesima stolidità british di Liddel Hart comunque, caro il mio storicista.
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  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Ronnie
    Se questo vulgarmarxismus ripetuto su scala testuale allargata è la tua forma di bipensiero la rispetto. Non intendo sottomettermi al tuo stop-reato e non intendo accettare come giustificativa dei tuoi errori la tua incapacità di unificare micro e macro rinunciando all'idea degli aggregati arbitrari che tu e i tuoi campioni giudicate diversi qualitativamente dalla interazione integrativa dei loro costituenti. Se non hai letto Orwell non potrai capire che sto dicendo, visto che sei stato così "gentile" da costringermi alla fatica di una sommaria lettura di questo ciarpame noioso, prolisso e scontato io sarò così "stronzo" da consigliarti -1984- (se non hai avuto il piacere, questo sì, di leggerlo) per capire il senso di questo post. Ti consiglio poi di analizzare il concetto austriaco di Individualismo Metodologico. Chiarite queste peanuts ti lascio alla tua assenza di etica. Considera l'utilizzo di così poche e rarefatte righe un regalo.

    Hallet Carr ha la stessa medesima stolidità british di Liddel Hart comunque, caro il mio storicista.
    Toh, guarda chi si è rifatto vivo... Intanto comincio col dire che io non ho "costretto" nessuno a leggere questo brano... semplicemente sei stato attratto dal titolo e non hai potuto fare a meno di sentirti chiamato in causa, scandalizzato al solo pensiero che la tua ideologia potesse essere messa in discussione. La verità è che ti ha irritato il fatto che la lettura del testo (vedi la citazione di Acton) ti abbia mostrato la vera origine e la natura del tuo pensiero preconfezionato. Grazie infinite di avere mostrato all'intero forum cosa significa avere la coda di paglia.
    Inutile dirti che non solo conosco già Orwell, ma l'ho capito addirittura meglio di te, visto che lo citi a sproposito. Accusarmi di "bipensiero" è ridicolo, visto che il mio pensiero è perfettamente coerente (quando mai mi sarei contraddetto?)... contrariamente al tuo che è una evidente manifestazione di fede cieca mista ad ipocrisia (quale grandiosa forma di bipensiero allo stato puro!).
    Che dire... se questo è tutto ciò che riesci ad opporre alle argomentazioni chiare e rigorose da me proposte, sei messo veramente male. Torna quando ti avranno tolto i paraocchi.

  10. #10
    Fiamma dell'Occidente
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    Accusarmi di "bipensiero" è ridicolo, visto che il mio pensiero è perfettamente coerente (quando mai mi sarei contraddetto?)... contrariamente al tuo che è una evidente manifestazione di fede cieca mista ad ipocrisia (quale grandiosa forma di bipensiero allo stato puro!).
    valutare differentemente micro e macro è una contraddizione. In fisica si chiama incompletezza e gli scienziati si occupano di cercare di eliderla unificando i modelli quantistico e relativistico dunque le 4 forze. Chi nega questa incompletezza e predica la coerenza del suo discorso sta solo eseguendo un bello stopreato per fermarsi prima di sbagliare. Non è bello, e nemmeno possibile discutere con chi ha due (o più) diverse misure di coerenza, un bipensiero appunto...

    Se io ti sfido e tu rispondi "tiro al cannone" mi stai costringendo a fare una sfida che presuppone dei cannoni. Io al riguardo preferisco i piccoli calibri apsfds rispetto agli obici da 600 delle tue cinquantamila battute o giù di là, dunque ti rispondo ma mi hai costretto a farlo. Costrizione è anche violenza relativa non per forza assoluta...

    Che dire... se questo è tutto ciò che riesci ad opporre alle argomentazioni chiare e rigorose da me proposte, sei messo veramente male. Torna quando ti avranno tolto i paraocchi.
    eheheh beh tu impara l'individualismo metodologico austriaco e avrai la soluzione ai tuoi problemi... vai sul sito del von mises institute e studia se credi... per quel che mi riguarda basta citarti la chiava, non devo per forza dartela o aprirti l'armadio.... trovatela aprilo e vedi. non tedierò alcuno con cinquantamila battute di vulgarmarxismus come fai tu...
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