C’è un complotto per negare complotti
Maurizio Blondet
02/06/2006
Jimmy Walter durante il suo tour europeo sull'11 settembreNon c’è nessun complotto nella storia.
Mai.
L’11 settembre 2001, l’immenso tragico attentato, è opera di Al Qaeda.
E’ normale, dopo aver frequentato una scuola di volo e non aver imparato, a detta degli istruttori, nemmeno a pilotare bene un apparecchietto da turismo, mettersi alla cloche di un colossale Boeing e colpire tre su quattro bersagli determinati.
E’ normale che due grattacieli d’acciaio alti mezzo chilometro, colpiti «lateralmente» da aerei, cadano in modo perfettamente «verticale»; e che ne cada un terzo, l’edificio 7, mai colpito da alcun aereo, nella stessa perfetta verticalità.
E’ normale che qualcuno, sei o sette giorni prima dell’11 settembre, abbia speculato al ribasso sulle azioni delle due linee aeree che sarebbero state colpite dal disastro - di fatto scommettendo che sarebbero crollate in Borsa - con un volume di scambi superiore del 700% rispetto al consueto.
E’ normale che un Boeing lungo 50 metri e largo 44 non lasci traccia di sé sul prato del Pentagono, non strini nemmeno la verde erbetta, nulla.
E’ normale.
Chi si pone quelle domande è un complottista, un mattoide, un ossessionato.
Ve l’hanno detto da cinque anni.
Ed ora, tutti i grandi media ve lo stanno ripetendo sempre più spesso, sempre più nervosamente: l’11 settembre non è stato un complotto.
Certe TV, che per cinque anni non hanno mai dato segno di sapere che sulla faccenda esistevano dei dubbi, ora organizzano perfino dei cosiddetti dibattiti, per discutere i fatti inspiegati dell’11 settembre, e per «spiegarli» con l’aiuto di «esperti».
Il fatto è che a Chicago si apre un convegno internazionale dal titolo «11 settembre, rivelare la verità, reclamare il nostro futuro», e quell’evento minaccia di rompere il muro di silenzio così ben conservato per cinque anni.
Si deve dunque mettere in guardia l’opinione pubblica: non credete ad una parola di quello che si dirà là, sono tutti pazzerelli, sognatori, ossessivi, persino antisemiti…tutti i complottisti sono antisemiti, assicurava anche ieri Sergio Romano sul Corriere, tutte le teorie del complotto nascono dai «Protocolli dei savi di Sion».
Ma perché tutta questa foga a screditare?
Il convegno di Chicago non merita una normale copertura giornalistica?
La merita almeno perché è una rivolta di notevole significato politico contro l’attuale governo americano; e viene dal basso, da centinaia di movimenti spontanei, da famiglie di morti nelle Twin Tower, da professori universitari, da attori come Charlie Sheen (premio Oscar per Platoon) e
Susan Sarandon, da deputati come Cynthia McKinney.
Un simile movimento politico di protesta dal basso è raro negli Stati Uniti, dove la politica è ingessata dai due soli partiti «ufficiali» che non si distinguono in nulla, e dove fare politica è materia riservata a chi può spendere miliardi di dollari, che ricevono con donazioni solo i candidati politicamente corretti, ossia rassicuranti per i miliardari.
Nel convegno di Chicago ha messo dei soldi un miliardario coraggioso, Jimmy Walter, che abita (prudentemente) ad Amsterdam; ma tutto il resto viene dalle fatiche e dai risparmi di migliaia di persone comuni, che si sono messe in contatto per anni via internet; che fanno vivere sulla rete, con contribuzioni volontarie, siti che si chiamano «Cosa è veramente successo» (What Really Happened), «Domande senza risposta» (Unanswered Questions) e simili, e che hanno - tenetevi forte - oltre 4 milioni di lettori al giorno in tutto il mondo.
Assai più del Washington Post e del New York Times, i cosiddetti «grandi giornali autorevoli».
Insomma: ciò che si manifesta per la prima volta nel convegno di Chicago è un movimento di massa paragonabile a quello per i diritti civili di Martin Luther King, o a quello contro la guerra del Vietnam che dilagò nelle università americane e cambiò la vita americana e occidentale.
Per anni, i «grandi» media non hanno dato spazio ai dubbi sulla versione ufficiale (ciò che essi chiamano «teorie complottiste») con la motivazione che venivano da «frange marginali» della società, e quindi trascurabili, da mettere all'indice come folli.
Ma oggi, un sondaggio condotto dall’autorevole agenzia Zogby di New York ha appurato che 42 americani su cento sono convinti che sull’11 settembre ci sia un cover-up, un «insabbiamento» da parte di Bush, insomma che l’Amministrazione non dica tutto, che abbia qualcosa da nascondere, e che la stia nascondendo.
E 45 su cento vogliono una nuova inchiesta indipendente sul grande attentato, perché quella ufficiale fatta dal Congresso due anni fa (quasi tutta a porte chiuse, senza pubblico, e con fasci di documenti segretati) non è stata indipendente.
Certo, fra questo 45% sono in relativa minoranza quelli che sostengono che l’attentato è stato un auto-attentato del governo americano per giustificare le sue guerre in Afghanistan e Iran, notoriamente programmate prima dell’11 settembre.
Certo, la crescita dei dubbi sulla versione ufficiale fra la popolazione USA ha a che fare con l’orrendo impaludamento dell’occupazione dell’Iraq, una guerra che Bush scatenò sulla base di menzogne (le armi di distruzione di massa di Saddam) e che ha dichiarato «mission accomplished» tre anni fa.
Ma anche la protesta popolare contro la guerra in Vietnam avvenne solo quando gli americani morti sul Mekong superarono il numero di 55 mila, e 5 milioni di americani avevano partecipato alla guerra.
segue


Rispondi Citando


