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    Arrow L'insegnamento di Bettino Craxi: Sigonella e il rapporto con il PCI

    L’INSEGNAMENTO DI BETTINO CRAXI: SIGONELLA E IL RAPPORTO CON IL PCI

    Da: da La Stampa

    Data: 1/19/2002



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    SEMBRA un paradosso, ma sta di fatto che uno dei rari momenti di distensione nell´interminabile duello a sinistra tra il Pci e il Psi di Bettino Craxi ha coinciso con un atto di politica estera: la tempestosa «notte di Sigonella». Fu allora, nel 1986, che il braccio di ferro promosso dal governo Craxi nei confronti degli Stati Uniti Reagan con la mancata consegna agli americani di Abu Abbas, responsabile del dirottamento dell´«Achille Lauro» e dell´assassinio del passeggero Leon Klinghoffer, venne salutato dai comunisti come la manifestazione coraggiosa di un atto di autonomia e di insubordinazione al prepotere statunitense. Ma la damnatio memoriae che ha colpito Craxi all´indomani della bufera di Tangentopoli ha impedito di rileggere con pacatezza le pagine del Craxi statista e del Craxi protagonista della politica estera italiana. Il convegno di due giorni dedicato alla «politica estera italiana», e organizzato dall´Ispi (Istituto di politica internazionale) presieduto da Boris Biancheri in collaborazione con la Fondazione Turati, ha permesso di colmare una voragine politica e storiografica sulla figura del leader socialista e anche sul (sinora negletto in sede storica) lavorio compiuto per oltre un decennio dalla classe politica della «Prima Repubblica» per portare a compimento il percorso di Maastricht. Valutazioni politiche e giudizi storici si sono inevitabilmente intrecciati in un convegno che, fortemente sollecitato da un uomo che fu molto vicino a Craxi come Gennaro Acquaviva, ha visto tra le altre la presenza di un protagonista assoluto della politica italiana come Giulio Andreotti, dell´ex ambasciatore americano in Italia Maxwell Rabb, dell´ex ambasciatore italiano negli Stati Uniti Rinaldo Petrignani, dell´ex ministro degli Esteri socialista Gianni De Michelis e di numerosi storici. Sono stati affrontati nodi cruciali della strategia italiana, a cominciare dai rapporti tra Craxi e Yasser Arafat, il leader dell´Olp su cui il leader socialista esercitò una fortse opera di persuasione per convincerlo ad accettare la risoluzione 242 dell´Onu (pace in cambio di territori). Oppure l´azione di Craxi e Andreotti per convincere il Consiglio europeo a modificare i Trattati che avrebbero portato negli anni successivi al patto di Maastricht. O ancora i rapporti con la Polonia scossa dalle agitazioni promosse da Solidarnosc. In questo senso ha assunto un notevole valore la testimonianza di Antonio Badini, al tempo collaboratore molto stretto del presidente del Consiglio socialista e oggi direttore generale della Farnesina per i paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente, che ha ricordato la «speciale alchimia» tra Craxi e Reagan, almeno fino alla crisi dei rapporti tra Italia e Stati Uniti dopo la tensione del caso Sigonella. Anche la presenza di Giorgio Napolitano ha contribuito a svelenire almeno sul piano della ricostruzione storica i rapporti tra ex comunisti ed ex socialisti. Un passo ulteriore per risonsegnare pienamente alla storia italiana momenti e figure cancellate dalla memoria collettiva.

    Pierluigi Battista






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    Re: L’INSEGNAMENTO DI BETTINO CRAXI: SIGONELLA E IL RAPPORT...

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    Predefinito Rif: L'insegnamento di Bettino Craxi: Sigonella e il rapporto con il PCI

    «Su Craxi è giunta l'ora di un giudizio non acritico ma sereno, di ricostruzioni non sommarie e unilaterali di almeno un quindicennio di vita pubblica italiana. Nella vicenda di Craxi ci sono luci e ombre ma lasciò un'impronta incancellabile». In occasione della ricorrenza del decimo anniversario della morte del leader socialista Bettino Craxi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha scritto una lunga lettera alla signora Anna Craxi nella quale ricostruisce la vicenda umana e politica dell'ex premier travolto da Tangentopoli. Oggi la figura di Craxi sarà ricordata in forma solenne nella Biblioteca del Senato.

    La tavola rotonda, organizzata dalla Fondazione Craxi, è anche la prima, e al momento, unica iniziativa ospitata in un palazzo della politica. Interverranno il presidente del Senato Renato Schifani e il premier Berlusconi. Sarà presente anche il capo della segreteria del Pd, Filippo Penati. Questa decisione è stata accolta con soddisfazione da Stefania Craxi che aveva lamentato l'assenza di Bersani dalle cerimonie di Hammamet. Penati non è solo il capo della segreteria del Pd, ma è anche il rappresentante di quel cotè del riformismo milanese interno al Pci che aveva sempre rifiutato la demonizzazione di Craxi. Sull'evento di oggi quindi si farà sentire, e non poco, il messaggio indirizzato dal presidente Napolitano alla vedova dello statista.

    Il capo dello Stato esprime innanzitutto vicinanza ai familiari per la dolorosa ricorrenza e si dice ancora turbato dal ricordo del tragico epilogo: la morte dello statista, «malato, in solitudine, lontano dall'Italia». In quattro cartelle ricorda l'attività politica di Craxi invitando a un giudizio «sereno» per quanto «non acritico», mette in guardia da «rimozioni e distorsioni» che lo Stato non si può permettere e osserva che Craxi pagò «con una durezza senza eguali» le responsabilità che gli furono attribuite per i fenomeni degenerativi del sistema politico. Quello stesso sistema «che è ancora in attesa di riforme che soddisfino le esigenze» esemplificate nella vicenda di Craxi. Comunque, osserva Napolitano, Craxi pur tra «luci ed ombre» ha lasciato «un'impronta incancellabile» nella storia italiana. Il presidente riconosce ciò che il leader socialista rappresentò come «protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea».

    E ricorda la stagione di Tangentopoli. Gli aspetti tragici di quel periodo, dice il Capo dello Stato, «impongono ricostruzioni non sommarie e unilaterali». Così pure «non può dunque venir sacrificata al solo discorso sulle responsabilità di Craxi sanzionate per via giudiziaria la considerazione complessiva della sua figura di leader politico». Napolitano ricorda alcuni passaggi cruciali del percorso politico del leader, dal «rapporto più assertivo con gli Usa, alla spinta all'integrazione europea, al nuovo Concordato, all'avvio del discorso sulle riforme istituzionali». La vedova Craxi ha ringraziato Napolitano esprimendo viva emozione per le sue parole. Il segretario del Pd Bersani ha sottolineato che il leader socialista «ha pagato molto caro e duramente gli errori commessi». Solo Di Pietro polemizza suggerendo una rilettura di Craxi, con «gli approfittamenti e le grassazioni personali».



    Laura Della Pasqua

    19/01/2010

    Il Tempo - Napolitano ricorda Bettino Craxi "Pagò con durezza senza eguali"

  3. #3
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    Predefinito Rif: L'insegnamento di Bettino Craxi: Sigonella e il rapporto con il PCI

    Non solo Sigonella, ma anche l'appoggio all'Olp per cui pagò le grandi critiche dei sionisti italiani, da Caradonna e Tremaglia nell'allora msi fino ai liberali e a certi ambienti DC. Negli anni, con più razionalità, possiamo sicuramente riprendere in mano quel periodo e cercare di capire non tanto il comportamento in sè di Craxi, quanto gli interessi che mossero il suo caso e che avrebbero avuto vantaggi a farlo fuori completamente dal panorama nazionale.
    Comunque a lui va un pensiero personale per aver pagato un accanimento assolutamente fuori proporzione.

    Meglio un riformista autentico che un finto massimalista.

  4. #4
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    Predefinito Rif: L'insegnamento di Bettino Craxi: Sigonella e il rapporto con il PCI

    [QUOTE=Stalinator;824827]Non solo Sigonella, ma anche l'appoggio all'Olp per cui pagò le grandi critiche dei sionisti italiani, da Caradonna e Tremaglia nell'allora msi fino ai liberali e a certi ambienti DC. QUOTE]


    Su questo siamo sicuramente d'accordo: difatti le forze politiche che più si avvantaggiarono di tangentopoli furono, comunisti del vecchio PCI a parte, gli ex missini poi alleanza nazionale di Fini e il movimento sotto certi aspetti più che liberista della Lega Nord di Bossi.
    E' significativo che questi due partiti, attualmente al governo, siano i due principali alleati di Berlusconi che, più o meno, è una creatura craxiana. E non è casuale che chi maggiormente si oppone ad un processo di revisione politica su Tangentopoli e l'epoca Craxi siano proprio i leghisti assieme ovviamente all'IDV di Di Pietro. hefico:




    Citazione Originariamente Scritto da Stalinator Visualizza Messaggio
    Negli anni, con più razionalità, possiamo sicuramente riprendere in mano quel periodo e cercare di capire non tanto il comportamento in sè di Craxi, quanto gli interessi che mossero il suo caso e che avrebbero avuto vantaggi a farlo fuori completamente dal panorama nazionale.
    Comunque a lui va un pensiero personale per aver pagato un accanimento assolutamente fuori proporzione.

    Meglio un riformista autentico che un finto massimalista.
    Quoto tutto. L'accanimento contro il leader del PSI è lo stesso, cavalcato da abili settori dell'estrema sinistra e dai soliti noti quotidiani del gruppo L'Espresso-Repubblica-De Benedetti-Soros, che da anni oramai viene diretto contro Silvio Berlusconi.

    Se analizzassimo il periodo 1992-93 in profondità - dalla fine della cosiddetta prima repubblica alle vicende giudiziarie e senza dimenticare la svendita delle aziende italiane, la storiaccia del Britannia, la finanza internazionale che ha avuto mani libere per i suoi affari sporchi - probabilmente si comprenderebbero meglio gli attuali conflitti (Governo-Magistratura, Berlusconi-Fini, il ruolo svolto da Di Pietro prima come magistrato e ora come capo populista).

  5. #5
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    Predefinito Rif: L'insegnamento di Bettino Craxi: Sigonella e il rapporto con il PCI


  6. #6
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    Predefinito Rif: L'insegnamento di Bettino Craxi: Sigonella e il rapporto con il PCI


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    Predefinito Rif: L'insegnamento di Bettino Craxi: Sigonella e il rapporto con il PCI

    News per Miccia corta
    28 - 07 - 2009

    I misteri di Sigonella
    (Dagospia.com)





    ANNI '80, UN PAESE ALLO SBANDO DI TERRORISMI - A SETTEMBRE UN LIBRO-BOMBA del pm Pennisi ripercorre i misteri di Sigonella - "Se l’Italia fosse stata davvero autonoma, nessun Paese straniero si sarebbe permesso di violare il nostro territorio in armi"...
    guido ruotolo per La Stampa



    La telefonata, allora non esistevano i cellulari, gli arrivò a casa, alle due di notte: «Dottore, deve venire. E' atterrato un aereo...». Roberto Pennisi era il sostituto procuratore di turno, a Siracusa. Si vestì, aspettò l'auto dei carabinieri e si mise in viaggio.

    Bettino Craxi



    Un'ora per arrivare a Sigonella. Entrò nella base, vide l'aereo, i militari americani che circondavano il velivolo, i carabinieri che circondavano a loro volta i militari a stelle e strisce. E per ventiquattr'ore fu testimone e protagonista nello stesso tempo dell'epilogo della drammatica vicenda dell'Achille Lauro, con la consegna dei quattro terroristi palestinesi, autori del sequestro e dell'omicidio del cittadino americano Leon Klinghoffer, ebreo.

    Va bene, sono passati ventiquattr'anni dal dirottamento della nave da crociera italiana. I quattro colpevoli hanno scontato la pena. Anche il capo del commando, Youssef Maged al Molky, ha lasciato l'Italia, il primo maggio scorso, destinazione Damasco (lui non voleva andarci, convinto che sarebbe stato eliminato). Ma ancora oggi, nell'immaginario collettivo, quella vicenda viene tramandata come l'esempio di un Paese che mostrò gli attributi, che, per la prima volta, non si piegò ai desiderata degli alleati americani.

    Sigonella



    Ancora adesso, e l'ultimo in ordine di tempo è stato Walter Veltroni, si ricorda lo «statista» Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, che seppe dire no a Ronald Reagan. «Di cosa può andar fiera una nazione - si domanda oggi il magistrato - che prende per i fondelli se stessa?».

    Un grande inganno. Roberto Pennisi e Alessandra Nardini hanno raccolto in un libro, che uscirà a settembre - «Il mistero di Sigonella» (Giuffrè editore) -, i fatti accaduti in quell'arco di tempo di ventiquattr'ore. La testimonianza di Pennisi propone un'altra storia, che sintetizza così: «In quelle ventiquattr'ore si consumò una doppia privazione della sovranità nazionale del nostro Paese, sia da parte degli alleati americani - la limitazione in quel caso la subimmo - che degli interlocutori arabo-palestinesi, e in quel caso l'accettammo. Sia chiaro, posso pure capirne le ragioni, ma non posso giustificarle».

    Questa privazione di sovranità ha a che fare con l'autonomia e la competenza della magistratura penale per i fatti criminali, messe in discussione: «In quelle ventiquattr'ore - spiega Pennisi - il pm doveva applicare la legge. E solo parzialmente è riuscito a farlo. Doveva individuare i responsabili del reato e assicurarli alla giustizia. E ciò non è avvenuto, perché non è riuscito a impedire che qualcuno dei sospettati, munito di salvacondotto, lasciasse il nostro Paese».

    Reagan



    Non solo, Pennisi avrebbe dovuto perseguire anche gli alleati americani, protagonisti di un dirottamento aereo, il velivolo egiziano doveva raggiungere Tunisi, dell'ingresso di un manipolo di militari, la Delta Force, in armi sul suolo italiano. E anche di sequestro di persona, i passeggeri del velivolo egiziano. Ma evidentemente non lo fece per motivi di opportunità: «Del resto, senza l'intervento americano come avremmo potuto arrestare i sequestratori?».

    Abu Abbas in realtà non era il mediatore indicato dal leader dell'Olp Arafat per risolvere la «crisi», era il capo dell'organizzazione - che faceva riferimento allo stesso Arafat - del gruppo di terroristi che dirottò l'Achille Lauro. Allora, in quelle ventiquattr'ore, il pm Pennisi ebbe la consapevolezza che in quell'aereo egiziano poteva trovare le risposte a tanti «misteri», dal momento che «sin dall'inizio non quadrava un bel niente».

    Abu Abbas



    Dice Pennisi: «Comprendo le ragioni del governo, preoccupato a salvaguardare la sicurezza nazionale ma non le posso giustificare anche perché non fu pagante proprio dal punto di vista politico. Solo due mesi dopo Sigonella, la nostra sovranità nazionale fu nuovamente violata».



    Era il 27 dicembre del 1985. Aeroporto di Fiumicino. Un commando di terroristi palestinesi, gruppo Abu Nidal, attacca le compagnie aeree israeliana (El Al) e americana (Twa). Bilancio: 13 morti e 80 feriti. «E' vero che si trattava di un'altra fazione palestinese - commenta Pennisi - ma ciò non toglie che ancora una volta la sovranità nazionale era stata tragicamente violata».

    La suggestione è forte, e Pennisi accenna a un parallelismo con le antiche vicende palermitane tornate d'attualità in queste ore: «A questo punto che differenza c'è tra la trattativa con gli americani e i palestinesi e la trattativa con Cosa Nostra? Perché non si trattava anche con la mafia di evitare altre stragi?».

    Naturalmente, la sua è un'osservazione paradossale. E però affonda la lama, Pennisi: «Se l'Italia fosse stata davvero autonoma, nessun Paese straniero si sarebbe permesso di violare il nostro territorio in armi. Nessuno avrebbe mai neppure immaginato di fare ciò che è successo a Sigonella in Paesi quali la Francia, l'Inghilterra, persino la Spagna. E non è stata forse violazione la mancata possibilità di applicare la legge?».

    Diciamo la verità, quel che non ha mai mandato giù Pennisi è che alla fine è stato una comparsa, anzi è diventato un alibi della diplomazia italiana, di Bettino Craxi e Giulio Andreotti: «Vissi quella storia come un qualcosa che si è consumato sulla mia pelle di magistrato». Di tutta quella vicenda, cosa le rimane nella sua colonna sonora interiore: «Una frase che si legge nei Vangeli: "Il sangue di questo innocente ricada su di noi e sui nostri figli"».

    LE TAPPE DELLA STORIA
    7/10/1985
    Il transatlantico italiano viene preso in ostaggio da un gruppo di terroristi palestinesi che si dichiara aderente all'Olp. I sequestratori minacciano di uccidere i passeggeri e rivendicano la liberazione di una cinquantina di compagni.

    GIULIO ANDREOTTI - Copyright Pizzi



    8/10/1985
    Yasser Arafat, capo di al Fatah, e l'Olp si dichiarano non responsabili dell'accaduto. I terroristi chiedono di aprire una trattativa con gli ambasciatori: il ministro degli Esteri Andreotti e il presidente del Consiglio Craxi sono favorevoli, ma il presidente americano Reagan stoppa ogni apertura diplomatica.

    9/10/1985
    L'uccisione di Leon Klinghoffer, ostaggio usa di religione ebraica, spinge Reagan ad optare per l'azione violenta. Craxi è contrario. Abbas, membro di al Fatah e negoziatore di Arafat, ottiene la resa dei terroristi garantendo loro un salvacondotto.

    10/10/1985
    Reagan fa intercettare il velivolo e lo costringe ad atterrare a Sigonella. Le forze armate italiane vengono circondate dagli americani, a loro volta attorniati da un ingente numero di Carabinieri. Nella notte Reagan chiede la consegna dei terroristi, ma Craxi non accetta. I terroristi vengono assicurati alla giustizia italiana, mentre Abu Abbas, con il consenso del governo italiano, il 12 ottobre fugge a Belgrado.


    I misteri di Sigonella - Le news per Miccia corta

  8. #8
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    Predefinito Rif: L'insegnamento di Bettino Craxi: Sigonella e il rapporto con il PCI

    Craxi? Macché via, un monumento
    L’altro giorno c’è stata un po’ d’agitazione a Milano per la proposta del sindaco Letizia Moratti di intitolare una via a Bettino Craxi.
    Ora, so benissimo chi è Bettino Craxi; né ignoro quali siano le sue responsabilità nell’aver fatto della mia Mediolanum una “Milano da bere”.
    Ma c’è qualcosa che non scordo, direbbe Lucio Battisti: ed è Sigonella.

    E solo per quello, solo per aver regalato a questa serva Italia un sussulto benedetto di sovranità nazionale — evento inaudito e mai più ripetuto dal 1943 ad oggi —, io a Craxi non intitolerei soltanto una strada.
    Io gli farei un monumento — uno di quei bei monumenti di una volta, magari equestre, con Bettino a spada sguainata contro gli F-14, Pollicino contro l’Orco, Davide contro Golia, cosacco bianco al galoppo sfrenato contro i carrarmati sovietici.

    Perché quella volta di Sigonella, nel 1985, è stata anche l’ultima volta che mi sono sentita felicemente orgogliosa di essere italiana. (Neanche adesso, sia chiaro, sputerei sulla mia italianità; e la difendo ancora con le unghie e coi denti, ma con l’ostinazione dolente e le lacrime rabbiose di chi non vuole rassegnarsi e sogna un passato che non torna o un futuro troppo al di là da venire).

    Di più: non me ne importa niente di certe rivelazioni che nulla tolgono a quel gesto — perché chi è servo senza aver coscienza del proprio presente di servaggio né memoria di un passato che l’ha visto libero, merita di non avere un futuro e di servire fino alla morte.

    Ancora, vorrei ricordare a tutti i benpensanti d’accatto e d’occasione, che si stracciano vesti anzi gabbane rivoltate da troppo tempo, le parole che Bettino Craxi (sostenitore di un’euromediterraneità che fa paura ancora a troppi) pronunciò nel suo intervento alla Camera dei Deputati sulla questione palestinese, il 6 novembre 1985, a meno di un mese dai fatti di Sigonella:

    «[…] contestare ad un movimento che voglia liberare il proprio paese da un’occupazione straniera la legittimità del ricorso alle armi significa andare contro alle leggi della storia […] Quando Giuseppe Mazzini, nella sua solitudine, nel suo esilio, si macerava nell’ideale dell’unità ed era nella disperazione per come affrontare il potere, lui, un uomo così nobile, così religioso, così idealista, concepiva e disegnava e progettava gli assassini politici. Questa è la verità della storia».

    Alla faccia dei buonisti che son buoni perché pecore e non lupi.




    Alessandra Colla Craxi? Macché via, un monumento

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    Predefinito Rif: L'insegnamento di Bettino Craxi: Sigonella e il rapporto con il PCI

    SIGONELLA: ULTIMO SUSSULTO DI SOVRANITA' NAZIONALE

    di Miro Renzaglia

    Con Sigonella, Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio, venne meno a una regola imposta dall’Impero Usa agli stati vassalli: l’ossequio del primato dei loro interessi, al di là di qualsiasi principio d’indipendenza. Rifiutando di consegnare i palestinesi ai marine, Craxi osò affermare, invece, il rispetto della sovranità della nazione italiana.

    Lunedì 7 ottobre 1985

    Un commando palestinese sequestra, nelle acque territoriali egiziane, la nave da crociera italiana Achille Lauro, con 545 persone a bordo, e la dirotta verso la Siria.

    Martedì 8 ottobre.

    La Siria non permette alla nave di entrare nelle sue acque territoriali. I terroristi uccidono Leon Klinghoffer, americano di origine ebraica. Le autorità statunitensi ricevono la notizia della morte di un cittadino americano.

    Mercoledì 9 ottobre.

    Con la mediazione dell’Olp, la nave rientra a Porto Said, in Egitto, dove gli ostaggi vengono liberati.

    Giovedì 10 Ottobre.

    Gli Stati uniti chiedono l’estradizione del commando palestinese al Governo egiziano.

    Il Governo italiano tratta con l’Olp la consegna dei quattro dirottatori perché siano giudicati in Italia, considerato che, nel diritto nautico internazionale, una nave è territorio della bandiera che batte.

    Il Governo egiziano imbarca su un aereo di bandiera, con l’intenzione di trasportarli in Tunisia i quattro dirottatori, due negoziatori palestinesi, Abu Abbas e Hani el Hassan, nominati da Arafat, un ambasciatore del governo del Cairo ed alcuni elementi del servizio di sicurezza egiziano.

    Il Governo tunisino nega all’aereo il permesso di atterrare.

    L’aereo viene intercettato all’altezza del Canale di Sicilia da F-14 americani e dirottato.

    Il Governo americano chiede a quello italiano il permesso di farlo atterrare nella base NATO di Sigonella, in provincia di Siracusa. Il presidente del Consiglio, Bettino Craxi, concede l’autorizzazione.

    Venerdì 11 Ottobre.

    h. 0,15 L’aereo atterra a Sigonella. Sulla pista, viene circondato dai soldati italiani: Vam dell’areonautica e Carabinieri.

    h. 0,21 Atterrano due C-141 statunitensi. Scendono, armi in pugno, i militari della Delta Force americana guidati da generale Steiner. Si dirigono verso il Boeing egiziano, fermo sulla pista, e lo circondano a loro volta. Chiedono la consegna dell’aereo e di Abu Abbas, ritenuto il vero capo del commando palestinese (quale effettivamente è).

    h. 0,45 Bettino Craxi ordina all’Ammiraglio Fulvio Martini, capo del Sismi, di assumere le operazioni militari per il rispetto della sovranità nazionale italiana. Il ragionamento non fa una piega: il delitto è avvenuto su una nave italiana e i dirottatori si trovano su territorio italiano. E’ l’Italia che deve giudicare i colpevoli. Inoltre, al momento, non esistono prove certe che Abu Abbas sia imputabile del reato.

    h. 1,15 Affluiscono nuovi rinforzi militari italiani alla base che circondano a loro volta la Delta Force americana. Si sfiora (?) il conflitto armato fra italiani e americani.

    h. 5,30 Gli americani si ritirano. La polizia italiana arresta i 4 dirottatori.

    Tarda mattinata L’Ammiraglio Martini arriva a Sigonella. Comincia la trattativa con gli egiziani rimasti a bordo dell’aereo. Si decide di trasferire il Boeing a Ciampino. Martini chiede una scorta di aerei caccia all’aeronautica italiana.

    h. 21,30 circa Poco dopo essersi alzato in volo il convoglio aereo taliano, decolla da Sigonella, senza preventiva richiesta di autorizzazione, un caccia F-14 della Sesta Flotta americana che cerca di interferire con la rotta della formazione italiana, al fine di dirottare l’aereo egiziano. Non ci riesce.

    h. 23,00 circa Il boeing egiziano, sotto scorta dell’aeronautica italiana, atterra a Ciampino. Un secondo aereo militare americano, dichiarando uno stato di emergenza, chiede e ottiene l’autorizzazione all’atterraggio immediato. Atterrato a sua volta, si dispone di traverso sulla pista con la chiara intenzione di impedire qualsiasi ulteriore manovra all’aereo egiziano.

    L’Ammiraglio Martini fa sapere al pilota americano che ha cinque minuti di tempo per liberare la pista, dopodiché darà ordine di buttarlo fuori con i bulldozer. Ne passano solo tre: l’F-14 accende i motori e riparte.

    La battaglia di Sigonella è finita.

    ………….

    19 gennaio 2000 Bettino Craxi muore in esilio ad Hammamet in Tunisia, dove si era ritirato per sfuggire alla giustizia (dicono…) di Mani Pulite.

    mirorenzaglia.com

  10. #10
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    Predefinito Rif: L'insegnamento di Bettino Craxi: Sigonella e il rapporto con il PCI

    B.Craxi. «Sì, mio padre salvò la vita di Gheddafi Anche per questo fu scaricato dagli Usa..
    Da: da Liberazione
    Date: 02 nov 2008
    Time: 161:25


    NOTIZIA - ARTICOLO
    «Sì, mio padre salvò la vita di Gheddafi Anche per questo fu scaricato dagli Usa» --- - Davide Varì---- «Sì, mio padre avvertì il colonnello dell'imminente attacco americano. Lo fece per un senso di giustizia e perchè era convinto che la questione mediorientale non andava risolta con le armi». Bobo Craxi ha la cadenza del padre, di Bettino Craxi: voce profonda, linguaggio diretto e molte pause tra una parola e l'altra. Quelle stesse pause che hanno reso inconfondibile la voce del padre, tornato alle cronache politiche dopo la dichiarazione di Abdel-Rahman Shalgam, ai tempi ambasciatore libico a Roma e oggi ministro degli esteri: «Craxi mi mandò un amico due giorni prima per dirmi di stare attenti, perché ci sarebbe stato un raid americano contro la Libia». «Certo che sapevo questa storia - racconta Bobo Craxi - non l'ho mai rivelata perchè era un affare di Stato e come tale l'ho considerato». Ma ora che la vicenda è di pubblico dominio Craxi Jr. si spinge più in là: «Questo episodio, insieme a quello di Sigonella, non è mai andato giù agli americani. E forse non è un caso che ai tempi di tangentopoli l'amministrazione Usa non abbia mai difeso mio padre, anzi... Fecero così anche in Cile, isolarono i socialisti, li disegnarono come dei corrotti per giustificarne la cacciata». Nessun intrigo internazionale, nessun colpo di stato. «Non sono mica così sprovveduto. So benissimo che tangentopoli era frutto di una degenerazione reale del sistema partitocratico italiano. Detto questo, è indubbio che l'amministrazione americana di allora, ed Edward Luttwak in prima persona, non hanno mai perdonato l'autonomia di mio padre». Come andarono le cose in quell'aprile del '86? Suo padre fu davvero l'autore materiale della "soffiata" che salvò la vita di Gheddafi? La vicenda, grosso modo, andò come l'ha raccontata Shalgam. Gli americani avevano deciso di dare una lezione definitiva al colonnello Gheddafi. I caccia si alzarono in volo dalle basi portoghesi e chiesero il permesso di sorvolo alla Spagna. A quel punto, l'allora primo ministro spagnolo Felipe González, contattò mio padre per comunicargli quanto stava accadendo. Fu lì che mio padre decise negare lo spazio aereo italiano ai caccia americani. E quale fu la motivazione ufficiale? Non era un'operazione dell'Alleanza atlantica. E poi non era pensabile che gli americani chiedessero un'autorizzazione quando l'operazione era già iniziata. Questa cosa fece irritare doppiamente mio padre. In secondo luogo quell'operazione non aveva alcun obiettivo militare, ma un obiettivo politico e umano: volevano uccidere il colonnello e lui decise di salvargli la vita. Insomma, fu spinto da un senso di giustizia. Mio padre era un uomo giusto. Purtroppo riuscì ad avvertire il colonnello solo all'ultimo minuto attraverso il leader laburista maltese Dom Mintoff. Se lo avesse saputo prima si sarebbe salvata anche la figlia di Gheddafi. E come spiega la reazione di Gheddafi a quell'attacco americano. Il colonnello lanciò infatti i due famosi missili Scud contro Lampedusa... Direi che Gheddafi, consapevole della soffiata, decise il lancio degli Scud per coprire l'indiscrezione di mio padre. Insomma, una finta reazione? Del resto i due missili mancarono clamorosamente il bersaglio... Grosso modo mi sembra che una ricostruzione di questo genere possa essere verosimile. Certo, i due Scud avrebbero potuto provocare una strage ma il fatto che non centrarono il bersaglio, forse, non fu del tutto casuale. Come mai questa storia è rimasta segreta per così tanti anni? Direi che la cosa è rimasta in serbo per non offuscare l'immagine atlantista dell'Italia. Mio padre era davvero un rigoroso atlantista solo che non ammetteva l'uso indiscriminato della forza per risolvere le questioni politiche. Su questo e sulla difesa delle vite umane era intransigente. Era un socialista, e semplicemente non sopportava il sopruso dei più forti sui più deboli. Nonostante le ambiguità del colonnello, mio padre era convinto che la questione mediorientale non poteva che essere risolta dalla politica e dalla diplomazia. Senza contare che in Libia c'erano ancora 8mila italiani. Quali erano i rapporti tra suo padre, Bettino Craxi, e Gheddafi? In realtà i due non si incontrarono mai di persona. Era stato fissato un incontro a Malta ma poi saltò. Si parlavano attraverso il primo ministro maltese Mintoff e più in là, negli anni dell'esilio in Tunisia, attraverso Daniel Ortega che di ritorno dai viaggi in Libia portava sempre i saluti del colonnello. Circa un anno fa, nel corso di un vertice Euromed il ministro degli esteri libico Shalgam, negli anni '80 ambasciatore a Roma, mi vide e mi accompagnò da Gheddafi. E lui, che notoriamente è imperturbabile, mi fece un largo sorriso e mi disse: "Non dimenticherò mai quello che fece tuo padre per me". Nel viaggio di ritorno ne parlai con Prodi ma decisi di non dire nulla pubblicamente. L'ho sempre considerato un affare di Stato che io ho saputo solo incidentalmente, solo per vie familiari. Dopo questa vicenda, e dopo quella di Sigonella, Craxi subì pressioni dall'amministrazione Usa guidata, allora, da Ronald Reagan? Mio padre era molto amico di Max Raab, ambasciatore americano a Roma in quegli anni, e, nonostante non parlasse inglese, aveva molta simpatia umana per Ronald Reagan. "Non ha mai dimenticato di essere stato un attore", soleva dirci. Insomma, i due avevano familiarizzato. Ma nulla a che vedere con i rapporti tra Bush e Berlusconi. Voglio dire che mio padre aveva una linea di condotta molto chiara. Il rapporto dentro l'Alleanza era assolutamente rigoroso, ciò non toglie che di fronte alla potenza americana i rapporti non dovevano mai diventare di sudditanza. Mio padre, ma anche personaggi come Moro e Andreotti, aveva chiaro in mente l'importanza dell'alleato statunitense: il suo ruolo nel dopoguerra e la sua influenza nelle cose italiane negli anni della guerra fredda. Nessun pregiudizio anti americano dunque, ma chiarezza nei rapporti. L'autonomia ed il rispetto erano dunque fondamentali per difendere l'interesse nazionale ed evitare qualsiasi forma di subalternità. I rapporti ressero anche dopo la vicenda di Sigonella? Anche in quel caso, mio padre si mosse secondo le regole del diritto internazionale. Nessuna linea di rottura, dunque. E rispetto alla vicenda palestinese? Qual era la linea di Craxi? Ripeto, mio padre aveva un profondo senso della giustizia. Sapeva bene che quella palestinese era un lotta di liberazione di un popolo. Una lotta giusta e necessaria. Per questo fece quel famoso discorso alla Camera in cui paragonò la lotta palestinese al nostro Risorgimento. I repubblicani si arrabbiarono ma la sua non fu una provocazione: quando i popoli sono in lotta per la propria libertà si spingono fino ai confini della violenza come arma politica. "Quando il Mazzini dell'esilio - disse l'allora presidente del consiglio Craxi - si macerava sulle sorti dell'Italia, lui, uomo così nobile, religioso e idealista, concepiva e disegnava e progettava gli assassini politici come forma di lotta politica. Per questo ritengo legittimo l'utilizzo dell'uso delle armi del popolo palestinese per liberarsi da un'occupazione straniera". I comunisti applaudirono ma la cosa, purtroppo, rimase isolata. Questa affermazione non piacque invece ai repubblicani, ma soprattutto non piacque agli alleati statunitensi... Certo, e la fine politica di mio padre non fu certo opera esclusiva di tangentopoli. Cosa intende dire? Io sono certo che tangentopoli fu il frutto di un sistema partitocratico degenerato, ma l'eliminazione politica dei protagonisti della cosiddetta prima Repubblica fu sorretta, per così dire, da una mano invisibile e da settori internazionali che avevano tutto l'interesse di liberarsi di personaggi del calibro di Craxi e Andreotti. Io non dico che gli assessori che rubavano erano spie o provocatori della Cia. Ma non c'è dubbio che qualcuno può aver approfittato della situazione per liberarsi di qualche personaggio che riteneva scomodo. Insomma, lei dice che gli americani esasperano tangentopoli per far fuori un'intera classe dirigente. Si tratta di sensazioni oppure può provare quello che dice? Diciamo che sono sensazioni molto nette. E come mai gli Stati Uniti consideravano esaurita l'utilità dei vari Craxi e Andreotti? Ci sono molte ragioni. Tangentopoli nasce in un periodo di interregno dell'amministrazione statunitense. Personaggi come Edward Luttwak avevano molta influenza, soprattutto sugli affari italiani, e, nonostante Craxi fosse un atlantista convinto, era comunque un socialista ed un europeista . A quel punto, qualcuno d'Oltreoceano, decise che la campagna mediatica contro la prima Repubblica non solo non andava smentita, ma sostenuta. Niente di originale. E' una tecnica utilizzata in Cile, per esempio, dove, per giustificare il golpe, gli Usa sostennerono la campagna diffamatoria contro i dirigenti socialisti e democratici di allora. Insomma, la manina, o manona, statunitense? Gli Stati Uniti avevano l'autorevolezza per difendere i leader italiani di allora. Mi chiedo come mai non lo fecero. Decisero invece di isolarli e lo fecero come si deve: Craxi in esilio, disegnato come il pericolo pubblico numero uno, e Andreotti alla sbarra con l'accusa di essere un boss mafioso. Ma come mai Craxi e Andreotti non erano più considerati affidabili, come mai decisero di scaricarli? Il mondo stava cambiando e loro continuavano a rappresentare un ostacolo su diverse questioni, soprattutto questioni economiche: penso alle privatizzazioni e all'europeismo, fumo negli occhi per gli americani. E poi la questione mediorientale. Le persone che avevano umiliato gli Stati Uniti, quelli che dialogavano con il mondo arabo andavano tolti di mezzo. Un'operazione riuscita visto che ora, con Berlusconi, possono contare su un sistema politico assolutamente subalterno. 02/11/2008

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