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    Talking Casini: Berlusconi "vedova inconsolabile"

    Intervista al leader dell'Udc: "L'opposizione si fa in Parlamento"
    Sul referendum conferma il sì e bacchetta Follini: "Non lo capisco"
    Casini: "Sinistra confusa e divisa
    ma è inutile cercare spallate"
    di MARIO CALABRESI


    Pier Ferdinando Casini
    ROMA - Pier Ferdinando Casini questa volta la parata del 2 giugno l'ha vista alla televisione. Niente prima fila sul palco delle autorità, al suo posto, c'è Fausto Bertinotti. L'ex presidente della Camera, influenzato, è rimasto nella sua casa a Roma. In salotto corre Caterina, la figlia di quasi due anni, che lo interrompe continuamente per fare "attacca - attacca", il suo gioco preferito: appiccicare figurine e adesivi per tutta la casa. Lui sorride e si distrae, ma poi legge le agenzie e scuote la testa infastidito.

    "Provo amarezza. Quello che vedo e leggo non mi piace: una parte del centrosinistra sul palco delle autorità con i militari, una parte in piazza con altre insegne a criticare. E tutti che fanno continui distinguo. Si parla tanto di valori condivisi e ancora non sono riusciti a vivere la festa della Repubblica e la sfilata ai Fori come un momento unitario, come figlie della stessa identità, e mi meraviglia molto che ci si divida ancora sulle forze armate. Lo spettacolo di oggi non fa onore a chi governa".

    Dica la verità le dispiace di non essere in quello che per cinque anni è stato il suo posto?
    "Vivo il mio presente con un sentimento di grande serenità, perché sento che da presidente della Camera ho fatto il mio dovere: per cinque anni io ho cercato di rappresentare tutto il Paese, anche i cittadini che non mi avevano votato. Penso che quello fosse il modo giusto per interpretare un ruolo istituzionale".

    Possiamo leggere in queste sue parole una critica al suo successore, Fausto Bertinotti? Cosa pensa della spilletta arcobaleno che portava appuntata sul bavero della giacca?
    "Per favore passiamo alla domanda successiva".

    Non può però esserle sfuggito che per il solo fatto di essere presente alla sfilata dei militari l'ex segretario di Rifondazione è stato fatto oggetto di feroci critiche.
    "Ciò è perfettamente in linea con quanto abbiamo visto in queste prime settimane".

    Ovvero?
    "Abbiamo di fronte agli occhi due visioni e due prospettive di centrosinistra che tra loro mi sembrano inconciliabili e lo vediamo sull'alta velocità, sulla fecondazione come sulle staminali e presto le vedremo sui conti pubblici. Nella maggioranza ci sono idee antitetiche. Fabio Mussi è un galantuomo ma il problema vero è che si trova a dover applicare una legge, quella sulla fecondazione, che non condivide a differenza di Rutelli che sul tema la pensa come noi. Padoa-Schioppa, ministro che stimo per la sua competenza, ha fatto un atto di grande correttezza istituzionale mettendo un vincolo sulle spese, un controllo sui conti pubblici. Ma anche in questo caso l'insofferenza della sua maggioranza è palpabile e sono sicuro che presto esploderà".

    Le sue parole sembrano farla sperare in una rivincita a breve?
    "Non mi faccio illusioni. Questi non sono degli usurpatori. Hanno vinto le elezioni e non sono un incidente della storia. Ha poco senso vestire i panni delle vedove inconsolabili o pensare ad una rivincita impossibile in tempi ravvicinati. Prepariamoci ad un lungo impegno per tornare al governo del Paese. Senza illuderci: non sono possibili scorciatoie".

    E le spallate evocate da Silvio Berlusconi?
    "Un buon comandante non deve illudere le sue truppe prospettando continuamente la battaglia decisiva per il giorno dopo, altrimenti alla terza volta nessuno gli crede più()".

    Qual è il modello di opposizione che lei ha in testa?
    "Dobbiamo usare la nostra forza parlamentare per far esplodere le loro contraddizioni. Io l'ho fatto l'altro giorno, incalzando Rutelli, e lui non ha difeso Mussi. Questa è l'opposizione che io immagino, un centrodestra che punti sulla centralità del Parlamento e che si opponga all'idea del governo di ricorrere continuamente alle deleghe per evitare pericolosi voti in Aula".

    Non le piace l'idea di scendere in piazza?
    "Non sono contro la piazza, non l'ho mai criminalizzata e ho sempre difeso i manifestanti di sinistra quando ci andavano, ma non può essere una strategia, deve essere invece un evento eccezionale e strettamente necessario. Evocare la piazza come abitudine non ha alcuna efficacia e poi ricordiamoci due cose: la prima è che la legittimazione a tornare a governare ci verrà dalle urne e dal Parlamento e non dalla piazza e poi che la maggioranza silenziosa nella storia italiana è scesa in strada solo in casi eccezionali: anche in questo siamo diversi dalla sinistra".

    Il prossimo appuntamento con il voto è vicino: il 25 giugno si terrà il referendum confermativo sulla devolution. Molti lo vedono come un appuntamento decisivo.
    "Per quanto mi riguarda questo voto non è il giorno del giudizio. Io penso che sia un appuntamento da sdrammatizzare: non può essere visto né come un momento di rivincita da parte nostra né come un'occasione di rivalsa da parte del centrosinistra. Abbiamo alle spalle due legislature in cui si è persa l'opportunità di un comune impegno per le riforme. Nessuno ha resistito all'attrazione fatale di fare da solo".

    Lei ha scelto il sì, non ha dubbi sulla devolution?
    "Personalmente potrei lasciarmi aperta qualunque strada non avendo votato la riforma, in quanto presidente della Camera, ma quando Cesa, il segretario del mio partito, propone di votare sì, trovo che sia coerente: a volte la cosiddetta libertà di coscienza è solo un pretesto di fuga".

    Marco Follini, la pensa in un altro modo e propone il no.
    "Ogni posizione è legittima ma francamente non vedo in base a quale logica l'Udc che ha sostenuto il sì in Parlamento in quattro votazioni, anche sotto la guida di Follini, oggi possa votare no. C'è un salto logico in questa posizione, un passaggio che non è facilmente spiegabile. Per onestà è giusto ricordare che vi è un'eccezione: Bruno Tabacci si è sempre coerentemente opposto alla devolution".

    Ma il suo sì corrisponde alla convinzione che la riforma approvata possa funzionare?
    "No, ad essere onesti non mi convince in tutti i suoi aspetti. Penso che la parte migliore sia quella sul federalismo. La riforma dell'Ulivo aveva creato una situazione di contenzioso tra le Regioni e lo Stato centrale, la cosiddetta devolution invece ha il merito di mettere ordine, di introdurre il concetto di interesse nazionale e pone le premesse per una ripartizione più ordinata delle competenze".

    Cosa non le piace?
    "A mio parere i punti deboli sono due: il nuovo Senato e i poteri del premier. Entrambi però entreranno in vigore dopo il 2011. Il bicameralismo proposto non regge e il primo ministro non sarebbe assolutamente un "tiranno", come lo ha descritto qualcuno, ma piuttosto una figura impacciata e impotente di fronte alla sua maggioranza".

    Allora perché è così convinto che sia giusto continuare sulla strada del sì?
    "Se vince il no torna in vigore la riforma dell'Ulivo con tutti i suoi problemi e temo diventerà prevalente la visione di Oscar Luigi Scalfaro di un conservatorismo istituzionale totale e non si toccherà più nulla. Se vince il sì, invece, avremo cinque anni per modificare tutti insieme le parti meno convincenti".

    In che modo?
    "Io penso ad una commissione o ad un'assemblea costituente che dia un ordine condiviso alla materia, dopo dieci anni di scontri. Questa è la vera sfida. E l'impegno di seguire questa procedura dovrebbe essere assunto oggi collettivamente sia dal fronte del no che da quelli del sì".

    Il capo dello Stato come il presidente del Senato hanno più volte fatto appelli al dialogo, qual è la vostra risposta?
    "Prima di tutto distinguiamo gli appelli: quelli di Napolitano mi sembrano degni della massima considerazione e del massimo rispetto, quelli degli altri somigliano troppo a degli escamotages".

    In che senso?
    "Se si crede davvero al dialogo allora si devono costruire le condizioni perché gli appelli vengano accolti, altrimenti si tratta solo di retorica. E i primi passaggi della vita parlamentare purtroppo sono stati indirizzati in tutt'altra direzione".

    Napolitano si augura che l'amnistia possa essere il primo passo di dialogo e confronto tra i poli.
    "Esistono motivi di opportunità e di concreta fattibilità, come i quorum richiesti, che rendono di fatto necessario dialogare su questo tema ed io sono disponibile ad un confronto, ma è certo che bisogna muoversi con prudenza".

    Cosa intende?
    "Che non è prudente andare nelle carceri a parlare d'amnistia, come ha fatto il ministro della Giustizia. Ci vuole cautela, altrimenti si rischia di alimentare aspettative che poi è difficile gestire".

    Quale sarà il vostro ruolo nel futuro centrodestra? Quante volte ancora chinerete il capo in nome dell'unità della coalizione?
    "La vita in comune con gli altri è una vita di rinunce. In politica si può scegliere di essere grilli parlanti, dicendo anche tante cose giuste ma immaginando un mondo ideale che non corrisponde alla realtà, oppure protagonisti politici del cambiamento del centrodestra. Questo passa attraverso momenti di affermazione delle nostre idee ma anche attraverso mediazioni e di rinunce. Non sono mai stato moroteo, ma ricordo quello che Aldo Moro disse in una drammatica riunione dei gruppi parlamentari della Dc: meglio sbagliare assieme che avere ragioni da soli".

    Rinunce anche dolorose, come quella di non votare Napolitano e non contribuire all'elezione del presidente della Repubblica.
    "Beh, se non ci fossimo stati noi al Quirinale ci sarebbe Massimo D'Alema... Certo se avessimo potuto andare fino in fondo avremmo votato per Giorgio Napolitano. Ma dal punto di vista del risultato quello che volevamo l'abbiamo ottenuto e credo anche in questo caso che sia coinciso con l'interesse delle istituzioni".

    (3 giugno 2006)

  2. #2
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    ...
    Cosa non le piace?
    "A mio parere i punti deboli sono due: il nuovo Senato e i poteri del premier. Entrambi però entreranno in vigore dopo il 2011. Il bicameralismo proposto non regge e il primo ministro non sarebbe assolutamente un "tiranno", come lo ha descritto qualcuno, ma piuttosto una figura impacciata e impotente di fronte alla sua maggioranza".

    Alla faccia dei punti deboli. Sono gli architravi della riforma. Chi l'ha definito macchietta non si è allontanato molto dal vero.

    ...
    Allora perché è così convinto che sia giusto continuare sulla strada del sì?
    "Se vince il no torna in vigore la riforma dell'Ulivo con tutti i suoi problemi e temo diventerà prevalente la visione di Oscar Luigi Scalfaro di un conservatorismo istituzionale totale e non si toccherà più nulla. Se vince il sì, invece, avremo cinque anni per modificare tutti insieme le parti meno convincenti".

    Casini, nun ce provà... Facciamo così se vince il no avremo cinque anni per modificare tutti insieme le parti meno convincenti della riforma dell'Ulivo.

 

 

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