Domenica pomeriggio ho dovuto scegliere se andare ad assistere ad una sorta di kermesse di musica H/C (punk) oppure recarmi in uno dei, pochissimi, cinema italiani dove proiettano il film di Philip Gröning, “Il Grande Silenzio”. Ho optato per la seconda possibilità, e ho fatto bene.
Immagino che molti si chiederanno il perché di questa premessa, che pare solo celebrazione puerile dei propri, i miei, fatterelli personali. Ed in effetti così potrebbe sembrare. Eppure a me la comparazione di due realtà tanto distanti e caratterizzate una dall’esaltazione, ed impiego, del suono trasmutato con violenza in un rumore mediante il quale aggredire un mondo che non si com-prende più, e l’altro improntato invece sull’esatto contrario, sul perseguimento di un silenzio dal quale, al fine, far scaturire la propria armonia interiore e con essa quella del creato, ha prodotto una forte impressione. Da un lato la modernità che urla la propria disperazione, dall’altra un mondo originario che mormora placidamente il proprio canto antico. Mondo che, però, per giungere fuori dalle mura della Chartreuse ha dovuto subire la tirannia e la trasmutazione imposte dal medium tecnologico impiegato: il cinema. Questo come per sottolineare quanto, per noi contemporanei, certi passaggi siano ormai divenuti obbligati. Per ricordare quanto sia divenuto ineludibile l’attraversare il paesaggio artificiale che insozza e cela la Natura per giungere finalmente all’intima armonia racchiusa tra le mura della propria anima. Del resto si è figli del proprio tempo, ed in esso bisogna agire.

Il film, per chi non l’avesse visto, è un’opera documentariale della durata di circa tre ore, che tenta di rappresentare parte della vita, o meglio, del “percorso esistenziale”condotto dai monaci della grande Chartreuse presso Grenoble. Questo il filo conduttore che collega gli episodi descritti. Non sussiste quindi alcuna “trama” fittizia, non vi sono musiche ed artifizi cinematografici di sorta. I movimenti di camera, spesso fissa, sono ridotti al minimo (con ampio impiego di Piano Medio e Americano), nessun gioco d’inquadratura o montaggio, è presente: il mezzo è stato utilizzato nella sua essenzialità. Non solo, ma, in alcuni tratti, le immagini si presentano sgranate e di pessima qualità. Una barriera generata forse con l’intenzione di rammentare all’osservatore che, in fondo, di talune cose si può partecipare solo mediante esperienza diretta, mai come spettatori. Tutto è silente, ma, nel contempo, immerso nelle armonie generate dalla Natura. I dialoghi quasi inesistenti. Lo sfondo è dominato da un paesaggio alpino imponente ed affascinante ( e per me particolarmente evocativo e familiare). Ciò che amministra la vita dei monaci è il mondo naturale nel quale appaiono placidamente inseriti conducendo un’esistenza apparentemente ripetitiva, regolata dalla luce del Sole, scandita dallo scorrere delle stagioni, condizionata dagli eventi climatici. Una temporalità con moto circolare, che procede inesorabile, imperturbabile, indifferente a coloro che le sono soggetti; e nella quale si incastona quel minuscolo frammento d’eternità che è l’esistenza umana. Il film stesso è un contenitore chiuso che principia e termina con le medesime immagini, ma che contiene, nel contempo, una “storia” dallo sviluppo lineare. Infatti tutto principia con l’introduzione nel convento di due novizi il cui percorso, a fasi alterne, viene seguito e descritto lungamente, e solo in un secondo tempo, nella fase terminale, l’attenzione viene spostata verso gli elementi più anziani della comunità claustrale, tanto che il monologo (commovente) di uno di essi, forse l’abate, e vertente sulla Morte, risulta essere il più rilevante, anche per estensione, di tutta la pellicola. Questo in sunto.

Mi piacerebbe parlarne oltre, ché l’opera mi ha provocato una certa impressione, ma mi accorgo che la cosa potrebbe diventare inopportuna. In più, come per ogni opera cinematografica, anche per quella di minore rilevanza, sarebbe necessaria più di una visione, cosa che mi è purtroppo preclusa, per poter sviscerare il tutto al meglio. Per quanto, in questo caso, forse un’analisi troppo approfondita e raziocinante risulterebbe oltremodo fuorviante. Infatti si tratta in fin fondamentalmente di un’opera religiosa, che sarebbe consigliabile tentare di fruire tacitando sé stessi, in silenzio. Tralasciando insomma questa mia inutile, chilometrica, analisi da parolaia. Un episodio religioso che, a mio parere si può e deve fruire al di là del proprio credo, e che mi sento di consigliare.

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